Neymar e il PIL

ritratto di L.P.

Duecentoventidue milioni per l’acquisto di Neymar, oltre all’ingaggio, cioè il guadagno del giocatore. Nel calcio si investono ingenti ricchezze, chissà come accumulate, poi.

Vince chi spende di più, al noventanove per cento dei casi. In Italia, infatti, vince la Juventus da sei anni.

In Europa e nel mondo la Spagna la fa da padrona e in Spagna giocano i migliori calciatori.

Ma l’Italia si sta facendo di nuovo sotto. Dicevamo la Juve, ma anche le squadre dei cinesi stanno incominciando a spendere tanto.

Un business che sembra non avere freni.

Anche nelle serie inferiori si sta cominciando a spendere qualcosa di più e ne sappiamo qualcosa noi potentini che forse quest’anno avremo qualche gioia calcistica, mancante da svariati anni.

Alla domanda se sia morale tutto questo circo non c’è risposta, perché posta in questi termini tanti altri fenomeni andrebbero analizzati, e sarebbe il caso di approfondirli.

C’erano anni, neanche tanto tempo fa, nei quali il lusso, lo spendere smodato, erano fenomeni più riservati; non dico che ci si vergognava a essere tanto ricchi, ma, insomma, non lo si diceva in giro. Oggi la ricchezza te la sbattono in faccia. I più deboli non hanno neanche uno straccio di ideologia o decenza a difenderli. Tutto fa di loro merce o al più spettatori della vita degli altri.

C’è puzza di decadenza quando uno sceicco spende tanti soldi per regalare alla sua squadra un campione; c’è puzza di decadenza quando le regole sul far play finanziario hanno eccezioni così eclatanti.

L’impressione è che tutto sia stato finanziarizzato. Non c’è momento della vita che non si risolva in una contesa fra chi ha più potere o soldi, a qualsiasi livello. Vuoi l’alto grado di corruzione, vuoi la bramosia di una vita da leoni, alias una vita da spendere, non c’è altro valore che il danaro.

Qualsiasi idea, se davvero buona, viene monetizzata, acquistata e venduta.

C’è spazio per i sentimenti e lo spirito, purchè non invadano il campo, non diano fastidio e semmai, producano soldi. Quindi si vende anche il dolore, per esempio: “toh, ho una sciagura, chissà che non ci faccia su un po’ di soldi!”

Il tutto mentre, udite udite, il parlamento italiano prova a inserire criteri di valutazione del benessere non solo economici nei suoi bilanci. Il Buthan ci ha pensato anni fa, favorito da un credo religioso ancora immune dal tarlo della finanza o del guadagno. Noi, e non siamo gli ultimi, lo stiamo facendo in questi mesi. Niente di ufficiale, ancora, ma nelle commissioni parlamentari il progetto va avanti. Questo non dà alcuna certezza di completamento del progetto, ma il solo fatto che qualcuno ci stia pensando lascia intravedere una finestra aperta, seppur piccolissima, sul mondo degli orrori che stiamo vivendo.

Criteri di valutazione non economici significano parametri che studiano le reazioni psicologiche o sociali della popolazione, per esempio, a determinati fenomeni. In maniera più estesa un domani si potrebbe pensare a provvedimenti amministrativi studiati esclusivamente sul benessere dei cittadini. E questa è sicuramente la scommessa della politica mondiale.

Siamo ancora lontani anni luce, per la verità, e la classe politica, nella sua stragrande maggioranza, non sa neanche cosa si stia portando avanti in commissione parlamentare bilancio, ma non fa niente. Peggio, temo sia difficile fare, un assessore in più alla regione per accontentare bramosie di partito e personali e roba del genere, credo siano le ultime manifestazioni egoiche di una politica allo sbando e in via di trasformazione totale. Sono cicli lunghi, perbacco, vero, ma mai si comincia, mai si arriva.

 

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