C'era due volte un rutto

ritratto di Claudio Di Trapani

C'era una volta un principe. Era giovane, alto, sapeva cavalcare e maneggiar la spada, tirava ottimamente d'arco ed era mite d'animo e con un gran lignaggio, ma era tanto, tanto brutto. Era così sgorbio in volto che vigeva l'ordine nel regno di negargli l'uso di uno specchio. Il suo nome era "Piccolo rutto" ed era il primogenito di un re molto potente e ricco: "Raggio di sole che illumina il mondo, che giace con la luna quando ne ha voglia, e che ha le stelle del firmamento come amanti", il cui impero si estendeva a buona parte dell'oriente fino ai limiti dell'occidente. Il giorno del suo sedicesimo compleanno, il sovrano regolò memorabili festeggiamenti. C'erano maghi strabilianti, giocolieri ed acrobati di mezzo mondo, tricorni, gnomi, fate, villici e nobildonne. Tutti dovevano rallegrarlo e divertirsi anche, e l'eco di tanta gioia doveva valicare monti e valli. L'unico ad esser triste, ahimè, era proprio il principe. Accortosi del fatto, il re, rammaricato, volle scoprirne la cagione ed andò a parlargli.

"Figliolo mio caro, cos'è che ti tormenta? È forse la festa che non ti soddisfa, o qualcuno dei presenti che ti offende?".

"Padre mio, voi avete organizzato questa festa in pompa magna, ed ho il cuore pregno di letizia per un tale gesto, ma in verità avrei bisogno non di canti, balli o musicanti, ma dell'amor profano di una donna. Fino ad ora, io non ho mai goduto di un così gran diletto".

Un piccolo rutto chiuse quindi il suo discorso tra il tacito sconcerto degli astanti. Il futuro aspirante al regno era ancora vergine, com'era possibile tutto questo?! Il monarca, accigliato, ordinò di chiudere i festeggiamenti e pronunciò di non fiatare perché la sua regale mente doveva un poco riflettere. Passarono i minuti e le ore in un silenzio assordante; solo i morti per soffocamento non riuscirono a sentire quanto ebbe a dichiarare il vecchio.

"Scrivani!" proferì con piglio autoritario "segnate queste mie parole affinché diventino legge. La pulzella che donerà le sue grazie al figlio mio diletto, avrà per ricompensa le terre di Roccalinda col suo fulgido castello. Chiunque voglia accettare tal proposta, si faccia avanti immantinente".

Un brusio di consultazione si sparse celermente tra le femmine, ma tutte in coro disdegnarono lo scambio.

"E sia!" seguitò il regnante "Estenderò la mia promessa ai villici ed alle baldracche, aggiungendo, come pingue dote di letto, le terre di Marealto ed il maniero di Serrafilante!".

L'ennesimo chiacchiericcio attraversò la piazza in lungo e in largo ma nessuno ebbe il coraggio di farsi avanti. Umiliato dall’ennesimo rifiuto, "Piccolo rutto" sali in groppa al suo cavallo giallo-rosso e corse via al galoppo. Il sovrano lo vide allontanarsi. Egli richiuse, quindi, il suo vessillo azzurro e con un cenno della mano congedò i presenti. Angustiato per l’affronto, a capo chino, si diresse verso il palazzo d'oro e di corallo, a tempo indeterminato e senza alcun ripensamento. Il principe, intanto, aveva cavalcato così a lungo e così a fondo da giungere stremato fino ai giorni nostri. Adesso sta dormendo. È su di un letto, memore dell'affronto e del suo rango. Il solito maleficio stregonesco? Nulla è certo. Ciò che importa è che domani un celeberrimo chirurgo plastico della terra di California gli cambierà drasticamente i connotati, così potrà tornare nel suo secolo e nel suo mondo senza infamia e senza macchia. Pronuncerà soltanto un rutto qua e là, ogni tanto, solo per rammentare i vecchi tempi.

C'era una volta un umile contadino basco. Era giovane, alto, sapeva andare in groppa all'asino e maneggiar la falce; tirava i sassi in modo onesto ed era mite d'animo e con gran coraggio, ma era tanto, tanto brutto. Era uno sgorbio di sopraffina razza, ma nel regno in cui viveva non vigeva impedimento alcuno riguardante l'uso di uno specchio. Il suo nome era "Rutto del volgo" ed era il primogenito di un mendicante bretone, schiavo del bere perché povero di sogni. Al momento del suo concepimento, il genitore s'era impiccato al ramo vecchio di un albero moribondo, avvinghiato alla luna calante, con le braghe abbassate e il grosso fallo in bella mostra. Il giorno del sedicesimo compleanno, l'orfano fu costretto ad arruolarsi per la guerra. Quel dì non c'erano maghi, né fate o tricorni a salutarlo, solo una banda di ragazzini sporchi - i suoi fratelli minori- privi di sandali e similmente orrendi. Camminando a passo lento, con un misero fardello liso gettato su una spalla ed un sasso levigato ad ascia in tasca, finì per incontrarsi con un'emerita sconosciuta, racchia e grassa. L'attempata nobildonna Franca Boccastorta, di tanto in tanto, (cinque o sei volte l'anno, per lo meno) soleva avventurarsi da quelle parti alla trepida ricerca di un sollazzo. Parecchie leghe di distanza la separavano dall'indiscreta e torva vista dei parenti, biechi e moralisti. I loro occhi s'incrociarono per un istante e produssero un lampo adusto e sfavillante. Mirabile accadimento! Era il segno della presenza amica di Cupido. Sette giorni di giubilo seguirono a quell'impatto, e che infuocate notti! I due amanti fecero sesso, dall'est all'ovest, dal chiaro del giorno alla nebbiosa notte, infaticabilmente. Centoquaranta nove volte essi s'intrattennero, e senza un attimo di sosta, tanto che, per l'immane sfinimento, la pulzella svenne. Un sommo rutto e un urlo attraversarono imperiosamente i monti e le valli. Correva l'anno 1247, e nessuno ebbe a lamentarsi.

P. s. La morale è solo una e questa: se un ricco riesce sempre a farla franca, il poveraccio può solo farsi Franca.

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