Il paese dei mostri

ritratto di Vecchio Mara

Il paese dei mostri

Frazione Mosti di sopra, poche case abbarbicate a mezza via di un’altura indecisa tra l’essere e il voler crescere (i valligiani la giudicavano troppo alta per chiamarla collina e troppo bassa per promuoverla a montagna), seppur malamente accettata dai residenti di Mosti di sotto, faceva parte del territorio comunale governato dall’amministrazione di quest’ultimo, sin da prima che il sindaco fosse chiamato podestà e l’orbace andasse di moda.
E fu ben prima del tragico ventennio, che gli abitanti di Mosti di sotto iniziarono a storpiare in modo spregiativo il nome della frazione, arrivando persino a sfregiarne il toponimo, inserendo una R nella scritta che campeggiava sulla parete smunta della prima casa che si incontrava risalendo la strada sterrata: Frazione MostRi di sopra, leggeva ilare il viandante che incontrava il minuscolo agglomerato urbano.
Il motivo di cotanto astio, era dovuto al fatto che buona parte dei residenti della frazione presentavano evidenti i segni di tare, fisiche o mentali: patologie ereditate dagli avi, quando la micro comunità, vivendo isolata, fu obbligata ad accoppiarsi tra consanguinei per non estinguersi.
Tradizione e tare, che nipoti e pronipoti, trattati da sempre come reietti, se non addirittura da appestati dai loro cari compaesani della parte di sotto; si videro costretti a rinnovare accoppiandosi, raramente e di nascosto tra fratelli e, abbastanza spesso, unendosi alla luce del sole con cugini dal primo grado in giù.
 
Il bubbone, l’odio viscerale che molti nutrivano per il diverso, era destinato a deflagrare… in farsa all’interno di una tragedia, subito dopo l’armistizio; quando il colonnello Kasperg e la sua truppa furono mandati ad occupare le postazioni lasciate in fretta e furia dalla guarnigione italiana che, approfittando della confusione che regnava sovrana nell’alto comando dopo l’otto settembre 1943, cantando a squarciagola un eroico motivetto composto sul momento e adatto alla bisogna, che così recitava: “La guerra è finita, e se anche non lo è, che se la sbrighi il Duce, Badoglio oppure il Re!”, se l’era data a gambe prima dell’arrivo dei i loro ex alleati tedeschi; lasciando lo sbraitante podestà e il suo manipolo di fascisti, letteralmente in mutande: il podestà stava dormendo e per provare a fermare la colonna dei fuggiaschi era sceso dal letto correndo in strada così come si trovava (e come il suo Duce aveva ridotto l’Italia) senza avere il tempo d’indossare l’orbace d’ordinanza.

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-Mi sta pigliando un crampo… e sbrigati, no! Mangiapatate a tradimento! -, pensava il podestà Romualdo Frescaccia, inchiodato da quasi un minuto nella plastica esibizione del saluto fascista, nell’ufficio del colonnello Rudolf Kasperg; il quale, seduto dietro la scrivania intento a firmare ordini, non lo degnava di uno sguardo.

Si era presentato nel suo ufficio, con un po’ di timore, per spiegare al colonnello la situazione.
Per l’occasione aveva indossato l’orbace da parata, con tanto di fez nero e stivaloni lucidissimi… un figurino nel vero senso della parola: mascella volitiva, alto un metro e sessanta, per un peso lordo completo di orbace, stimato in chilogrammi novanta, pareva la miniatura del Duce gonfiata con l’elio.
Appena aveva messo piede nell’ufficio, petto e pure panza in fuori, aveva sbattuto i tacchi e si era irrigidito nel saluto fascista; il colonnello, alzando un sopracciglio, lo aveva osservato con un’espressione compassionevole; poi, senza proferir verbo, era tornato alle sue carte lasciandolo lì a soffrire sotto il peso del proprio flaccido braccio, impegnato nell’improbo compito di reggere la mano tesa inguantata di nero, sin oltre il limite del dolore fisico.
“Comodo, signor Frescaccia!”, esclamò il colonnello in un buon italiano contaminato, quando ebbe finito di firmare le minute: “Si sente bene?”, gli chiese poi, notandolo sudare copiosamente.
“Benissimo, colonnello!”, rispose con un tono di voce degno di un tenore, irrigidendosi nuovamente nel saluto fascista, con relativa battuta di tacchi.
“Signor Frescaccia! Mi sta rompendo i timpani!”, proruppe il colonnello battendo un pugno sulla scrivania: “Abbassi il tono… e pure il braccio già che c’è.”.
Il podestà ottemperò all’ordine.
“Bene, ora mi faccia capire: a parte lei, mi posso fidare di qualcun altro in paese?”, proseguì il colonnello.
Il podestà si avvicinò alla scrivania: “Ebrei o partigiani, non ne troverà… quaggiù siamo tutti fascisti. Posso giurarlo sul mio onore.”, rispose con tono grave e sguardo tagliente.
Il colonnello sorrise obliquamente: “Fascisti, come i soldati della guarnigione?”.
Se l’aspettava una domanda del genere, per questo prima di uscire aveva fatto le prove davanti allo specchio dell’armadio con indosso la divisa: “Signor colonnello, quelli sono dei bastardi venuti da chissà dove, non appartengono alla mia gente! Vigliacchi senza patria né onore, che non hanno nemmeno trovato il coraggio di spararmi, qui!”, rispose battendosi il pugno inguantato sul petto: “Quando mi sono parato in mezzo alla strada per fermare la colonna degli automezzi.”.
“Un comportamento degno di un soldato tedesco!”, si complimentò il colonnello; osservò lo sguardo compiaciuto del podestà, strinse il mento fra l’indice e il pollice della mano destra e, aggrottando le sopracciglia, domandò: “Ma poi, visto che degli automezzi e dei soldati non c’è rimasta traccia… come hanno proseguito, mettendola sotto?”.
Il sarcasmo del colonnello non lo sfiorò, aveva preparato con cura il copione da seguire, e avrebbe proseguito su quella linea usando un tono stentoreo, anche a costo di cadere nel ridicolo: “Scesero in tre dal primo autocarro. Il capitano, puntandomi la pistola alla tempia, mi ordinò di scostarmi dal centro della strada. Ottenendo in cambio, null’altro che un fiero rifiuto fascista! Allora ordinò ai due militari di spostarmi con la forza. Dopo una breve colluttazione, i due ebbero ragione della mia strenua difesa, Fu così che, di fronte alle soverchianti forze messe in campo dai due energumeni, mi vidi costretto a cedere. Le due carogne mi alzarono di peso e dopo avermi sbattuto spalle al muro, lì mi trattennero contro la mia volontà, finché non ebbe a transitare l’ultimo automezzo… dopodiché, saltarono sul cassone e se ne andarono.”.
“Che storia! Degna di una medaglia al valore.”, si complimentò il colonnello sgranando gli occhi ammirato.
“Ho fatto solamente il mio dovere di fascista, colonnello.”, gongolò il podestà.
“Non sia modesto, un altro al posto suo se la sarebbe fatta negli stivali.”, disse con un certo stupore, osservando il sessantenne e sudaticcio podestà narrare la favola dell’eroico fascista.
-Ma che bel boccalone… ora lo faccio schiattare raccontandogli che ho saltato pure nel cerchio di fuoco. -, pensò allargandosi oltremisura.
E lo avrebbe fatto, e chissà quali e quante altre fesserie si sarebbe inventato per stupire il camerata tedesco; se questi non avesse spento sul nascere i suoi sogni di gloria.
“Il fatto è…” esordì il colonnello, trasse un sospiro e proseguì: “che tra i suoi compaesani… che lei mi assicura tutti fascisti, dunque non tacciabili di disfattismo. Tra loro, dicevo, gira voce che sia sceso in mutande e che, al primo colpo di pistola sparato in aria da bordo della camionetta dal capitano, lei sia corso dentro casa… provando a fermare l’autocolonna lasciando una macchia liquida in mezzo alla strada… i suoi cari compaesani, tutti fascisti, eh! Sarebbero anche pronti a giurare, che non fosse né nitroglicerina né nessun altro tipo di esplosivo liquido.”.
Il povero podestà sbiancò, di fronte al sarcasmo scientifico del colonnello, avrebbe voluto sgonfiarsi e scomparire dentro l’orbace; ammutolito, fissando con sguardo atono i propri stivali, realizzò che la situazione in cui si era cacciato non era certo piacevole, - ora mi farà fucilare. -, tirò le somme iniziando a tremare.
Ci pensò il colonnello, impietosito da quel piccolo uomo nero che si atteggiava ad eroe, a toglierlo d’impaccio: “Ma queste sono solo voci dettate dall’invidia… e io non ho tempo da dedicare ai pettegolezzi di paese. Se non ha altro d’aggiungere, direi di chiudere l’argomento frivolo e passare alle cose serie.”.
“No… no… nient’altro d’aggiungere… prosegua pure, colonnello.”, biascicò il podestà, riacquistando un po’ di colore.   
 
“Tanto per cominciare, vorrei sapere se c’è qualche disfattista in paese… qualcuno che va insinuando che la guerra è persa o cose del genere.”, spiegò il colonnello.
“Non mi risulta, colonnello.”,
“Dunque, mi par di capire che non lo esclude categoricamente?”.
-E ora che faccio… cosa rispondo? -, si domandò il podestà, temendo di incorrere nelle ire del colonnello: “No, non lo escludo, colonnello.”, confermò alla fine con un filo di voce.
Il colonnello trasse un profondo respiro: “Le spiego la mia situazione: se dovessero verificarsi atti sovversivi, l’alto comando mi punirebbe per non essere stato in grado di riportare l’ordine… probabilmente sarei degradato e spedito sul fronte russo.”.
“Spero che non debba mai accadere, colonnello.”, si premurò di fargli sapere il podestà.
“Ecco, bravo… ma non speri soltanto… si attivi, anche, perché non debba accadere.”, ribatté il colonnello; piegando l’indice a uncino lo invitò ad avvicinarsi, il podestà fece un passo in avanti e piegando il busto avvicinò il volto a quello del colonnello: “Se dovessi deludere i miei superiori, le prometto che prima di lasciare il comando… la farei fucilare per alto tradimento.”, concluse abbassando il tono.
Il podestà si sentì mancare, barcollò, appoggiando le mani al bordo della scrivania riuscì ad evitare di schiantarsi al suolo: “Mi attiverò immediatamente…”, esordì con voce tremula; fu in quel preciso istante che, sentendosi perduto, ebbe la gran genialata che, ne era certo, gli avrebbe permesso di entrare nelle grazie del colonnello: “Ma già da ora, le posso dire che sarà molto difficile trovarne soltanto uno che dubiti della nostra vittoria…”.
“Beh, se le cose stanno così… non riceverò certo un encomio per aver arrestato qualche sovversivo e aver riportato l’ordine in paese, ma non finirò nemmeno sul fronte russo.”, lo interruppe soddisfatto il colonnello.
“Se mi permette, colonnello. Avrei un piano che credo, anzi ne sono certo, le farebbe ottenere ben più che un encomio, stilato da un semplice generale.”, proseguì il podestà.
“Uhm… quando dice: da un semplice generale, intende…”, domandò ingolosito il colonnello senza concludere la frase, mimando un paio di baffetti portandosi l’indice e il medio della mano destra sotto le narici.
“Intendo proprio lui… interessa l’articolo?”, ormai certo di tenerlo in pugno, rispose concludendo con una punta d’ironia
-Questo faccione da culo, si sta prendendo gioco di me. -, pensò il colonnello, -Sono proprio curioso di capire dove andrà a parare, questo viscido leccapiedi. -.
“L’argomento mi interessa, vada avanti.”, lo spronò corrugando la fronte.
Il podestà sorrise soddisfatto: “Ci sarebbero una ventina di persone… non ariane, su, a Mosti di sopra.”.
“Ebrei… zingari, o cosa?”, chiese incredulo il colonnello, fingendosi sempre più interessato.
“Non di pura razza ariana… gente con tare fisiche e mentali che, tra parentesi, non disdegnano di prendersi gioco dei gerarchi fascisti, ma soprattutto, nazisti.”, spiegò il podestà, sgranando gli occhi inorridito da cotanto affronto.
“La faccenda si fa interessante… e chi sarebbero i destinatari dei loro lazzi?”.
“Un ritardato mentale che pesa centottanta chili affetto da aerofagia, da loro ribattezzato: maresciallo dell’aria Hermann Göring.”, rispose il podestà.
Il colonnello trattene a stento un moto di riso: “Ma pensa te, cosa si sono inventati per dileggiare il condottiero della luftwaffe.”, fece, scuotendo il capo.
“E non è finita…”, proseguì il podestà calando il secondo e decisivo carico: “C’è un piccoletto emaciato, affetto da zoppia, che amano apostrofare tendendo il braccio, esclamando: “Saluto il fulgido esempio di razza ariana, il ministro della propaganda Joseph Goebbels!”.
“Un nido di innocui reazionari, direi. Considerando il fatto che, mi par di capire, date le loro condizioni psicofisiche, se ne stanno lassù, limitandosi a prendere per i fondelli i potenti, senza impicciarsi troppo di quel che succede quaggiù.”, tirò le somme il colonnello.
“Un nido di serpi velenose!”, obiettò il podestà: “Indegni e infetti esseri inferiori!”.
“Sa che non lo riesco a proprio comprendere tutto questo astio, signor Frescaccia.”, disse il colonnello scrutandolo nello sguardo.
“Si sbaglia, signor colonnello. Non si tratta di astio, ma della semplice costatazione che non appartengono alla razza ariana.”, obiettò il podestà.
“Al contrario di lei che ne sarebbe un fulgido esempio, sarebbe il sottinteso.”, fece il colonnello squadrandolo il lungo e in largo.
“E anche di lei, colonnello.”, si premurò di fargli sapere il podestà.
“Già!”, fece questi tamburellando con le dita sulla scrivania: “Quello che mi sfugge, è cosa si aspetti che io faccia.”.
“E’ molto semplice: mandi su un drappello di soldati, li carichi su un camion e li spedisca in Germania, in un campo di lavoro… almeno torneranno utili alla causa.”, rispose il podestà.
Il colonello lo ascoltò allibito: “Sa cosa sono queste?”, gli chiese poi, indicando il colletto della giacca.
“Mostrine militari, signor colonnello!”, rispose prontamente il podestà.
“Appunto! Siamo soldati della Wermacht, non degli aguzzini! Per chi ci ha preso?!”, sbottò il colonnello trapassandolo con occhi fiammeggianti.
“Mah… io credevo… pensavo che…”, biascicò intimorito il podestà.
“Lei non deve né credere né pensare, ma solo eseguire gli ordini che le impartirò! Sono stato chiaro!”, lo interruppe urlando, pestando un pugno sulla scrivania.
“Chiaro.”, bisbigliò appena il podestà, abbassando il capo.
“Cosa? Non ho capito, alzi il tono e pure la testa quando risponde!”.
“Chiarissimo!”, esclamò allora il podestà, tirando su lievemente la testa.
“Molto bene, ora le dirò cosa mi aspetto che lei faccia.”, iniziò a spiegargli, dopo essersi calmato.

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La sera stessa il podestà riunì i fascisti duri e puri del paese (sei bolsi camerati della prima ora) e spiegò loro cosa si aspettava il colonnello: “I tedeschi possono assumersi l’onere di difendere il paese dagli americani e dalle incursioni dei partigiani, ma non possono prendersi pure il compito di far rispettare le regole del buon vivere all’interno della nostra comunità: mansioni svolte egregiamente dal maresciallo e dai due carabinieri, prima che quei vigliacchi scappassero insieme ai militari.”.
“E allora? Vieni al punto!”, sbottò un vecchio sugli ottanta col respiro corto.
-Cosa posso chiedere a uno come te, che pare rantolare ad ogni respiro? -, si domandò il podestà osservandolo con tristezza: “Il colonnello ci chiede di mettere in piedi una sorta di milizia cittadina per mantenere l’ordine. Chi accetterà di guidarla, sarà autorizzato ad assumere le misure necessarie… e ne risponderà solamente a lui.”, rispose poi.
“Una specie di sceriffo!”, precisò il vecchio; il podestà annui: “E il suo referente sarà il colonnello.”, aggiunse il vecchio; il podestà annuì nuovamente.
Il vecchio tirò alcuni catarrosi colpi di tosse e, dopo essersi asciugato la bocca con il fazzoletto, concluse con un filo di voce cupa e rauca: “Tu non conteresti più niente, mi par di capire.”.
Il podestà allargò le braccia: “Purtroppo, questo è il prezzo del tradimento perpetrato dal Re e da quel figlio di puttana di Badoglio!”, confermò rabbioso.
“Perché non lo fai tu?”, saltò su un camerata un po’ meno vecchio seduto in disparte.
“Cosa dovrei fare?”, chiese il podestà posando, al pari degli altri, lo sguardo su di lui.
“Lo sceriffo!”, rispose alzandosi, trascinando la sedia accanto al tavolo: “Così riacquisteresti tutto il tuo potere… e pure qualche extra.”, concluse sedendosi.
“Non se ne parla!”, tagliò corto il podestà: “Ho già troppi impegni.”, girò lo sguardo all’intorno, sperando che qualcuno si alzasse.
“E’ inutile che ti guardi attorno, troverai soltanto sguardi di vecchi delusi. Se non lo vuoi fare tu, che sei il più giovane di tutti, come puoi pretendere che lo faccia uno di noi.”, disse un settantenne magro come un chiodo dalla pelata lustra.
Il podestà rifletté a lungo, mentre gli altri aspettavano in silenzio: chi tossendo e sputando catarro nel fazzoletto, chi fumando il sigaro e chi cercando di tenere aperti gli occhi.    
“Il problema è uno solo…”, esordì il podestà: “accettando l’incarico, passerei di fatto agli ordini del colonnello… e se le cose dovessero mettersi male, alla fine sarei chiamato a risponderne al pari suo.”.
“Mettersi male, come?”, chiese il solito vecchio dalla voce rauca e la tosse catarrosa.
“Se per ipotesi dovessimo perdere la guerra, già come siamo messi, bisognerà cercare di tenere un profilo bassissimo per salvare la ghirba. Meglio evitare di esporsi inutilmente.”, rispose il podestà.
“Ma a quello non interessano le tue esternazioni da disfattista. Vuole una risposta, e se non lo accontenti, mi sa che ci pensa lui alla tua ghirba.”, ribatté il vecchio, passandosi l’unghia del pollice sopra la carotide.
Un brivido corse lungo la schiena del podestà: “Dobbiamo assolutamente trovare qualcuno che si prenda l’impegno, senza porsi troppe domande.”, realizzò alla fine.
“Se non tra di noi, dove lo possiamo trovare un incosciente pronto a mettersi la stella da sceriffo sul petto?”, si domandò il vecchio, tirando un robusto colpo di tosse.
“All’osteria!”, proruppe un altro, che fino a quel momento si era limitato ad ascoltare con sguardo riflessivo.
Tutti si volsero a guardarlo con sguardo interrogativo: “Ulisse Zorfanelli!”, esclamò allora.
“Quell’ubriacone! Mah, sei impazzito!”, sbottò il podestà.
“Nient’affatto…”, ribatté accigliandosi: “quello per una bottiglia di rosso scadente, sputerebbe in faccia al nostro colonnello… e pure al duce al fuhrer e a tutti noialtri. Sarà facile convincerlo. Datemi carta bianca, e domani ci sarà un nuovo sceriffo in paese.”.  
Fu così che, dopo un breve conciliabolo, il podestà e i suoi camerati, affidarono l’improbo compito ad Armando Scappellotti.

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“Uhm…” fece Ulisse Zorfanelli, coetaneo del podestà, grattandosi la barba incolta sotto il mento: “Mi pare un lavoro abbastanza complicato. So mica se lo saprei svolgere con perizia.”.
“Ma che ti frega della perizia! Basta che fai un po’ di su e giù per le vie del paese con sguardo truce… dammi retta, c’hai solo da guadagnarci da questo impiego.”, insistette Armando Scappellotti mentre l’altro, seduto davanti a lui, buttava giù il terzo bicchiere di rosso.
Ulisse, mentre riempiva il quarto bicchiere, gli domandò: “Ma perché ti saresti rivolto proprio a me, mi domando, che di politica non mi sono mai voluto interessare… perché non hai pescato tra i vostri?”.
“In primo luogo: perché ci serve uno che sappia perlomeno scrivere… e tu, mi pare che te la sia sempre cavata egregiamente con la penna.”, rispose Armando.
“So leggere, scrivere e, alla bisogna, potrei anche toglierti l’appendicite.”, confermò ironicamente Ulisse.

E non mentiva, era stato un giovane chirurgo di belle speranze, prima della guerra; ma i quattro anni passati al fronte a rimettere visceri al loro posto, amputare arti maciullati e ricucire corpi squartati senza anestesia in un ospedale da campo, buttando giù grappa a litri per ovattare le urla di dolore dei soldati da operare stesi su teli lordi di sangue e umori corporali, lo avevano sconvolto a tal punto da non riuscire più a reggere un bisturi tra le dita senza iniziare a tremare: troppi ne aveva visti spirare, nonostante il suo strenuo spendersi, su quel maledetto tavolo operatorio!
Alla fine del conflitto, poi, aveva ricevuto il colpo definitivo: tornando a casa aveva trovato la ragazza che avrebbe voluto impalmare, già belle sposata con un suo amico, figlio del farmacista, che grazie agli ammanigliamenti politici del padre era riuscito a sfangarla, l’orribile mattanza.
Che qualcosa non filasse per il verso giusto, l’aveva subodorato da più di sei mesi: da quando le sue lettere spedite dal fronte all’amata non ricevettero più risposta.
Sfidando l’evidenza aveva provato ad essere positivo, imponendosi di pensare, nonostante le missive della madre gli arrivassero regolarmente, che le lettere dell’amata per un qualche accidente nello smistamento, non riuscissero a raggiungere il destinatario; ma in seguito, notando che i militari ricoverati ricevevano, più o meno regolarmente, oltre alle missive delle madri pure quelle delle fidanzate, aveva cominciato a dubitare fortemente di ritrovare la sua Caterina sul marciapiede della stazione a spandere lacrime di gioia, dubbio che si era trasformato in certezza tornando in paese.

“Purtroppo i giovani che sanno scrivere, sono tutti al fronte.”, sottolineò sospirando Armando.
“Quelli che non sono scappati.”, precisò Ulisse.
Armando annuì: “Tutti meno quei pochi vigliacchi.”.
“Mica tanto pochi. Qui in paese se ne contano una decina di quelli che tu chiami vigliacchi, ed io giudico furbi.”, obiettò Ulisse.
Armando sbuffò: “Senti Ulisse, non sono venuto qui per litigare, ma per offrirti un lavoro. Dimmi soltanto se accetti o no, non farmi perdere altro tempo.”.
“Come vuoi, veniamo al punto… la paga?”.
“Equiparata a quella di un carabiniere, inoltre avrai pranzo e cena garantita, e…”, indicò la bottiglia di vino ormai agli sgoccioli: “una bottiglia sempre piena in tavola.”.
“Un’offerta davvero allettante. “, fece Ulisse umettandosi le labbra, ci pensò un attimo e rilanciò: “Per la bottiglia sempre piena, sarei d’accordo… ma la paga, dovendo prendere il posto del maresciallo, deve essere… che espressione avevi usato?”, corrugò la fronte, fece mente locale e concluse: “Ah, sì: equiparata a quella del maresciallo.”.
“Uhm, mi pare un po’ troppo. So mica se al podestà andrà a genio. Non ti pare di esagerare?”, gli chiese con fare dubbioso Arturo.
“No!”, ribatté deciso: “Prendere o lasciare! Ma devi farlo ora, l’offerta resta valida fintanto che non uscirai dall’osteria!”, chiosò buttando giù un altro bicchiere di vino.
-Come si può mettersi nelle mani di uno che sarà sobrio un’ora al giorno… d'altronde, o lo fa lui, oppure toccherà a uno di noi. -, rifletteva mentre Ulisse attendeva la risposta girando l’indice attorno al bordo del bicchiere.
“D’accordo!”, esclamò Arturo allungando la mano aperta sul tavolo: “Presentati domani, alle nove, nell’ufficio del podestà per l’investitura ufficiale.”.
“Sarò puntale!”, fece Ulisse, stringendogliela.
-Spero anche sobrio. -, pensava Armando sorridendo, mentre le mani, serrandosi, siglavano il patto scellerato.

Ulisse si presentò in lieve anticipo, sbarbato, con indosso il vestito buono che emanava sentore di naftalina (era quello delle grandi occasioni, tirato fuori dall’armadio dove giaceva da anni) e, fatto che lasciò allibiti Armando e il podestà, incredibilmente sobrio!
Dopo aver espletato le formalità, il podestà lo condusse al comando tedesco per presentarlo al colonnello; dopodiché lo accompagno a prendere possesso del suo ufficio all’interno della caserma, ora deserta, dei carabinieri.
“Da ora, considerati a tutti gli effetti un pubblico ufficiale in servizio permanente.”, lo informò il podestà, mentre gli infilava la fascia di stoffa bianca con la scritta nera: Guardia civica, sopra la manica destra della giacca: “Ti ricordo che, se riuscirai a trovarli, puoi assumere due ausiliari.”, concluse il podestà salutandolo.
“Non ti preoccupare, me la caverò benissimo anche da solo.”, lo rassicurò Ulisse.    

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 Il podestà, e anche i suoi compaesani, erano più che convinti di dover fare il giro delle osterie, per poter comunicare con la guardia civica Ulisse Zorfanelli, e lui ne era ben conscio; e forse fu questo lo stimolo, il desiderio di stupirli dimostrandosi affidabile, che dal giorno dell’investitura lo spinse a concedersi non più di mezzo bicchiere a pasto.
Fatto sta, che trovava esaltante percorrere a passo lento le vie del paese con la fascia al braccio, salutando i passanti che, rispettosi del ruolo, ricambiavano volentieri fermandosi, a volte, anche per due chiacchiere: erano gli stessi passanti che fino al giorno prima incrociandolo abbassavano il capo e, osservandolo in tralice, allungavano silenti il passo.
D’altronde, la guerra pareva essersi scordata di Mosti di sotto… e pure di quello di sopra, dove occupanti e occupati, in attesa del precipitare degli eventi, cercavano di non pestarsi i calli vicendevolmente.
-Più che un lavoro, lo definirei un divertimento… e pure ben pagato. -, pensava soddisfatto Ulisse durante la consueta ronda notturna, dopo aver salutato militarmente due soldati tedeschi usciti dall’uscio di una prostituta; i quali avevano ricambiato sorridendo e chiamandolo per nome.
Era consapevole che la guerra, quella vera, sarebbe arrivata prima poi a sconvolgere il cheto vivere del borgo, -finché dura, me la godo… poi… si vedrà. -, fu la filosofica conclusione che trasse da quell’incontro, mentre s’infilava dentro il letto dopo aver concluso il giro di ronda.
Ma prima della guerra, sarebbe giunto qualcosa che, a memoria d’uomo, la gente del borgo ricordava non essere mai accaduta: un delitto, un giallo, un rompicapo, un caso da risolvere affidato alla guardia civica Ulisse Zorfanelli.

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Il vento gelido sembrava ululare infilandosi tra le case del paese: “Vento di tramontana.”, decretò Ulisse Zorfanelli tirando su il bavero del pastrano, uscendo dalla caserma alle dieci di sera per l’ultimo giro di ronda.
Mentre attraversava la piazza, illuminata da una luce smorta emanata da una lampada che dondolava appesa a un cavo teso tra due case, vide arrivare dall’altro lato il colonnello Rudolf Kasperg e il suo attendente infagottati nei lunghi pastrani militari.
“Colonnello!”, fece scattando sull’attenti, salutandolo militarmente quando s’incrociarono.
“Comodo, Ulisse, comodo.”, rispose questi fermandosi: “Se la poteva risparmiare l’ultima ronda… con questo gelo, chi vuole che si avventuri per strada di notte.”.
“Beh, due li ho appena incontrati, e non somigliano a orsi polari.”, ribatté Ulisse indicandoli.
Il colonnello rise, imitato dall’attendente, poi indicò l’orologio del campanile: “Dieci minuti e c’infileremo sotto le coperte… le consiglio caldamente di fare altrettanto.”.
“Prima del piacere, viene il dovere, colonnello.”, obiettò Ulisse sorridendo.
“Giusto, Ulisse… giusto…”, fece il colonnello annuendo ammirato; stava per aggiungere qualcosa, ma l’eco di uno sparo lo fece trasalire.
“Vieni di là!”, proruppe l’attendente indicando la direzione.
Il colonnello estrasse il revolver, l’attendente fece altrettanto: “Andiamo!”, ordinò: “Ci segua Ulisse!”, aggiunse mettendosi in moto.
Avanzando con circospezione armi in pugno: volgendo lo sguardo all’intorno vedevano gli sbuffi dei loro respiri farsi vapore spinto lontano dal vento impetuoso.
“Da che parte?”, si chiese e chiese il colonnello, arrestandosi davanti a una biforcazione illuminata ormai soltanto da una grande luna piena: “Proviamo di qua.”, si rispose subitamente.
Dopo pochi passi Ulisse lo richiamò: “Colonello, di qua…”, mormorò indicando una strettoia in mezzo alle case: “Mi pare di aver sentito dei rumori.”.
Il colonello annuì e fece cenno all’attendente di andare avanti, mentre puntando il revolver nel buio gli copriva le spalle.
L’attendente piegò a destra e sparì dietro la recinzione che delimitava il giardino sul retro della farmacia.
Trascorsero interminabili secondi, prima che l’attendente si facesse sentire: “Venga pure, colonnello.”.
Il colonnello avanzò, seguito come un’ombra da Ulisse; senza proferire verbo osservò un corpo steso prono nell’erba, in mezzo al cancelletto spalancato che divideva il giardino dalla prima collina. 
Abbassandosi vide la larga chiazza vermiglia allargarsi sotto il petto; badando di non sporcarsi lo afferrò da sotto con le mani inguantate e lo rivoltò; ora il cadavere giaceva supino, gli occhi sbarrati, illuminati dalla luna piena, esprimevano un misto di stupore e terrore.
Dopo averlo osservato attentamente, il colonnello si tirò su e rivolse lo sguardo alla figura con le mani alzate tenuta sotto tiro dall’attendente: il fucile Carcano modello 91 che aveva lasciato cadere prima di alzare le mani giaceva nell’erba ai suoi piedi.
“Dottor Dragone!”, esclamò il colonnello, avendolo identificato come il farmacista: “Come si spiega questo casino?”.
“Posso abbassare le mani?”, chiese calmo il farmacista.
Il colonnello annui, Dragone le abbassò e dopo aver riordinato le idee provò a spiegare l’accaduto: “Stavo per addormentarmi, quando ho sentito cigolare il cancello. Non è la prima volta che qualche ladro entrando da lì prova a forzare la porta sul retro della farmacia per arraffare i medicinali da rivendere al mercato nero.”, indicò la finestra, il tono da distaccato si fece sprezzante: “Solitamente quei bastardi appena mi affaccio puntando il fucile se la danno a gambe. Ma questo cretino, nonostante gli intimassi di andarsene se ne stava lì, quasi volesse sfidarmi. Gli urlai che se non se ne fosse andato gli avrei sparato… per tutta risposta lo vidi puntarmi contro quella che nel buio mi parse la canna di un fucile.”, inspirò a fondo scuotendo il capo contrariato: “In certi casi mica puoi stare a cincischiare, chi spara per primo spara due volte… una per uccidere l’altra per salvarsi. L’ho sentito gemere, poi l’ho visto mollare quello che credevo un fucile, cadere faccia in giù… e restare lì.”, indicò il bastone accanto al corpo: “Quando scesi, avvicinandomi mi accorsi che non brandiva un’arma, ma un semplice bastone da passeggio…”, sospirò, allargò le braccia e concluse con tono desolato: “Mi spiace, se lo avessi saputo… è andata così.”.
Il colonnello alzò lo sguardo, puntandolo in direzione della finestra al primo piano dove una figura femminile, illuminata dalla luce fioca di un’abatjour, li stava osservando: “Chi è?”, chiese al farmacista tenendo lo sguardo fermo su di lei.
“Mia moglie… è rimasta scioccata.”, rispose. 
“Immagino.”, fece il colonnello, tornando a guardare il cadavere: “Lo conosce?”, chiese ancora. 
Il farmacista, piegandosi in avanti, avvicinò lo sguardo: “Mai visto prima d’ora.”, rispose scuotendo il capo.
“E lei, Ulisse, lo conosce?”, domandò allora il colonnello, invitandolo ad avvicinarsi.
Ulisse, che aveva seguito la scena defilato, si fece avanti: “Ciao Giulio.”, disse salutando il farmacista: “Ciao, Ulisse.”, replicò questi mestamente.
Abbassandosi, piegando la testa osservò il volto terreo; trasse un lungo sospiro: “Pierino Torti… detto Goebbels. Dopo la morte di sua madre vive da solo. A Mosti di sopra.”, indicò il bastone: “Quello lo usava per alleggerire il peso sulla gamba offesa, la destra.”.
“Ferita di guerra?”, domandò il colonnello.
“Aveva cinque anni all’epoca, pochini per essere arruolato… poliomielite!”, rispose Ulisse.
“Che lei sappia, è un delinquente abituale?”, chiese ancora il colonnello.
Ulisse scrollò la testa: “No, signor colonnello! Non se la passava male, sua madre gli ha lasciato la casa e un gruzzoletto con cui tirare avanti degnamente.”.
“Cosa gli sarà passato per la testa?”, si chiese il colonnello: “Mah! “.
“Mi scusi, colonnello. “, s’intromise il farmacista attirando la sua attenzione: “Se la mia presenza non è più necessaria, andrei su da mia moglie… è molto scossa.”.
“Comprendo, vada pure, dottore.”.
“La ringrazio.”, fece il farmacista abbassandosi per raccogliere il fucile.
“Quello lo lasci dov’è! lo prendiamo noi.”, gli intimò il colonnello.
Il farmacista annuì e si ritirò.
“E lui? Se le indagini sono concluse, sarebbe da sistemare nella camera mortuaria.”, disse Ulisse indicando il cadavere.
“Lei aspetti qui insieme all’attendente, manderò un automezzo a prelevarlo.”, rispose il colonnello incamminandosi; fece un paio di passi e si voltò: “Le indagini non sono affatto chiuse… le affido il caso, Ulisse.”.
“Come! E cosa ci dovrei fare del caso?”, proruppe sconcertato Ulisse.
Il colonnello allargò le braccia: “Il suo dovere… indagare e formulare un’ipotesi.”.
“Quale ipotesi?”.
“Che ne dice di: omicidio? Lei rappresenta la legge in paese. Faccia le sue indagini e stili un rapporto da presentare al giudice che deciderà in merito. E, mi raccomando… senza farsi condizionare dall’amicizia che lo lega al dottor Dragone.”, concluse il colonnello salutandolo militarmente.
-Ma quale amicizia… se potessi lo strangolerei. -, pensò Ulisse serrando la mascella.

“Sei pazza! Pazza come tua figlia!”, apostrofò la moglie digrignando i denti, entrando in camera a sporn battuto con gli occhi fuori dalle orbite: “Vieni via da quella finestra, Caterina!”.
Caterina si ritrasse a capo chino: “Scusa Giulio.”, mormorò intimorita.
Il farmacista gli si avvicinò, con la sinistra le alzò il capo e con la destra le ammollo uno schiaffone che, risuonando come lo schiocco di una frusta, la fece rotolare sopra il letto: “Fammi capire cosa volevi fare: osservare con nostalgia il tuo vecchio amore… o farmi arrestare?”, le chiese sedendosi sul letto, avvicinando la bocca all’orecchio sinistro.
Stringendosi il volto tra le mani, tra un singulto e l’altro, fece cenno di no.
“Ti pare possibile che debba sempre usare le maniere forti per farmi ascoltare? Ti avevo detto di chiuderti a chiave nella camera di Anita, di tenerla d’occhio.”, aggiunse sconsolato.
“Scusami, sono stata una stupida… ma Anita si era addormentata… sentivo la tua e altre voci in giardino ma non riuscivo a capire chi fossero; così sono uscita, ho chiuso la porta a chiave, e mi sono accostata un attimo alla finestra.”, si giustificò piangendo Caterina.
Il farmacista alzò gli occhi al cielo: “E se Caterina si fosse svegliata e avesse iniziato a urlare? Come avresti fatto a zittirla?”.
“Con l’iniezione che gli hai fatto, nemmeno una cannonata l’avrebbe svegliata.”, gli rammentò Caterina.
In un moto d’ira, il farmacista alzò la mano per colpirla, ma stavolta riuscì a trattenersi: “Non mi ascoltava più… anche dopo che l’avevo duramente battuta, mi si è rivoltata contro… “ si giustificò con voce affranta accarezzando la testa della moglie: “Senza quell’iniezione, ora sarebbe chissà dove, insieme a quell’essere ignobile concepito contro natura da una madre degenere accoppiandosi con il fratello, se non addirittura con il proprio padre.”, concluse con un’espressione schifata impressa sul volto.
Si alzò dal letto, si avvicinò alla finestra e lanciò un’occhiata nel giardino, Ulisse e l’attendente erano ancora lì: aspettavano accanto al cadavere che arrivasse l’autocarro. 
“Vai da lei… se si sveglia avvertimi. “, disse tirando le tende.
“Fino a quando pensi d’inebetirla somministrandogli sonniferi e calmanti?”, gli chiese prima di lasciare la camera.
“Non ti preoccupare, domani l’accompagnerò da mia sorella, a Firenze, ci resterà finché le acque non si saranno calmate… o fino a quando non avrà scordato quello squallido omuncolo passato a miglior vita.”, rispose il farmacista, lanciando un’ultima, livorosa occhiata al cadavere nel giardino.          
                              
                               **************************************************

E sì che Giulio, durante il corteggiamento, per riuscire a strapparla all’ignaro Ulisse aveva usato il delicato trasporto del perfetto innamorato. 
Ma appena dopo il matrimonio, aveva cambiato repentinamente atteggiamento; aveva iniziato con l’urlarle in faccia che non sapeva tenere in ordine la casa, per passare alle vie di fatto qualche giorno dopo, assestandole un manrovescio perché aveva fretta di uscire e non le aveva ancora stirato la camicia.
Ma il culmine della nefandezza, lo aveva toccato qualche mese più tardi, colpendo Caterina con un pugno scagliatole con rabbia al ventre durante l’ultimo mese di gravidanza; solo perché, provata da una gravidanza non facile e stanca di sentirlo sbraitare, sospirando le era sfuggito un malinconico: “Chi me l’ha fatto fare di sposarti… avrei dovuto aspettare Ulisse.”.
Con Anita invece, non c’era mai andato giù pesante; anche perché bastava che alzasse la voce perché lei si rannicchiasse impaurita in un angolo, e crescendo il rapporto fra i due non era certo migliorato, visto che bastava uno sguardo, un’alzata di sopracciglio del padre per terrorizzarla.
No, non l’aveva ancora picchiata prima di quel tragico giorno; quando Caterina, che entrando nella sua camera l’aveva beccata a togliere gli abiti dall’armadio e buttarli in fretta e furia dentro una valigia, aveva dato in escandescenze. Al che, il farmacista era corso di sopra e, sbraitando come suo solito, le aveva chiesto cosa avesse intenzione di fare. Fu a quel punto che la mite e remissiva Anita, stanca di vivere nel terrore, aveva trovato il coraggio di dirgli in faccia che quella sera stessa il suo ragazzo sarebbe passato a prenderla per portarla via da lì.
Allora c’era andato giù davvero pesante, il farmacista, pestandola a sangue per farsi spiegare chi fosse il tipo, dove abitasse e l’ora che sarebbe passato a prenderla.
Alla povera Anita, pesta e sanguinante, per non lasciarci la pelle davanti a quella furia cieca, non era rimasto che rispondere al terzo grado messo in atto dal padre.
Confessione che le valse un’ulteriore dose di sganassoni, quando era riuscito finalmente a capire chi fosse e da dove provenisse Pierino Torti.
Durante il durissimo confronto scontro, Caterina era rimasta rannicchiata in un angolo a piangere e pregare il marito di smetterla, che così avrebbe finito con ammazzarla; ma quando questi le aveva spiegato chi fosse e da dove arrivasse il suo futuro genero; sgranando gli occhi inorridita gli aveva dato man forte, inveendo anch’essa contro la figlia.
Poi, una volta sedata e messo a dormire Anita e ordinato alla moglie di starle accanto; il farmacista era andato nella sua camera e aveva tirato fuori dall’armadio il fucile acquistato per partecipare alla marcia su Roma: comprato da un camerata che vendeva a caro prezzo armi ai miliziani; e con quello si era appostato dietro la finestra, in attesa del precipitare degli eventi.
 
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-L’umidità della notte, non è riuscita a cancellarla. -, pensava Ulisse, osservando la chiazza di sangue rappreso marrone scuro che aveva occultato il verde dell’erba sotto il cancello del giardino.
Era tornato lì prima delle nove e si era messo ad osservare con sguardo indagatore il giardino, lanciato qualche rapida occhiata di squincio alle finestre della farmacia al piano terra piuttosto che a quelle dell’abitazione al primo piano.
Pareva attendere che qualcuno, affacciandosi, lo notasse; e in effetti era proprio così, e sarebbe rimasto lì anche un’ora, se fosse stato necessario. 
-Eccolo finalmente! -, esultò dentro di sé, quando vide il farmacista affacciarsi alla finestra del pianterreno, - avanti, esci, vieni a chiedermi che ci faccio fuori da casa tua. -, pensava fremendo dalla voglia di farglielo sapere.
 Quando vide il farmacista in camice bianco uscire in giardino e venire verso di lui, gli occhi di Ulisse s’accesero di una luce sinistra.
“Ciao Ulisse, stai cercando qualcosa di particolare?”, gli chiese arrestandosi prima della chiazza scura.
“Prove.”, fece lui con noncuranza, continuando ad osservare con attenzione il cancello.
“Prove… di cosa?”, domandò con un po’ di timore.
Ulisse, alzando lo sguardo puntò due occhi carichi di odio dentro quelli del farmacista: “Di un delitto, Giulio.”, disse con un tono colpevolizzante che fece rabbrividire l’altro.
A quel punto, il farmacista comprese cos’era venuto a fare: sicuramente non a cercare prove lì, dove non ne avrebbe mai trovate, ma a fargli sapere che lo teneva in pugno e che lo avrebbe perseguito fino a che non lo avesse visto rinchiuso in una cella.
“Sei sicuro che le mansioni di una guardia civile, consentano di svolgere indagini, delicate e complesse, come lo possono essere quelle di un presunto delitto?”, provò a domandargli pacatamente il farmacista, sforzandosi di mantenere la calma.
“Sarai felice di sapere, che ho la benedizione del colonnello, me l’ho ha affidato lui il caso…”, rispose con studiata perfidia: “Scusami, ma ora devo andare.”, aggiunse senza lasciargli il tempo di ribattere.
Il farmacista lo guardò allibito girare sui tacchi e prendere il sentiero della collina; quattro passi appena, poi si voltò e, indicando con l’indice le case di Mosti di sopra, gli spiegò: “E’ una bella scarpinata… ma un’indagine seria prevede anche di ascoltare amici e conoscenti della vittima. Hai visto mai, che abbia confidato loro qualche inconfessabile segreto?”.
“Non otterrai nulla! Nulla!”, proruppe il farmacista aggrappandosi alle sbarre del cancello: “Devi fartene una ragione, fallito! Caterina è mia moglie, e nessuna indagine te la potrà ridare.”.
“Ma io, mica voglio lei…”, ribatté calmo Ulisse.
“E allora cosa vuoi… la mia pelle?”, lo interruppe il farmacista.
Ulisse accolse la domanda con un sorriso, anzi, con un ghigno: “Fare bene il mio lavoro… questo e null’altro voglio.”, rispose, e si allontanò senza attendere replica alcuna.
Il farmacista, osservandolo risalire il sentiero, rifletteva sul modo per levarselo dai piedi.
“Ci penserà Romualdo!”, realizzò alla fine rientrando.

Due ore dopo era seduto nell’ufficio del podestà a spiegargli in che situazione si era venuto a trovare.
“Cosa vuoi che faccia, Giulio?”, gli chiese alla fine il podestà.
“Spiegargli quali sono i paletti che deve rispettare. E se non lo vuol capire, mandalo a spazzare le strade!”, rispose con tono alterato il farmacista.
“Non lo posso fare, mi spiace, Giulio.”.
“Siamo dunque arrivati al punto, che il podestà conta meno di un ubriacone che gioca a fare l’investigatore.”, tirò le somme incredulo il farmacista.
“E’ così, ora il pallino ce l’ha in mano il colonnello Kasperg. E a quel che mi risulta, è stato lui ad affidargli le indagini.”, confermò il podestà.
“Te lo ha confermato lui?”, chiese il farmacista.
“Non il colonnello. Ulisse. Stamane alle otto era venuto a informarmi che c’era un cadavere nella camera mortuaria da sistemare al cimitero, e mi ha raccontato l’intera faccenda.”.
Il farmacista si mise a tambureggiare nervosamente con le dita sulla scrivania; allora il podestà provò a calmarlo, dicendo: “Chiederò al colonnello di togliergli l’indagine. Ma non ti assicuro di riuscirci.”.
“Ti ringrazio… raccontagli l’intera faccenda dall’inizio, cerca di fargli capire che Ulisse è corroso dall’astio, da un desiderio smisurato di vendetta. Che un’indagine così delicata non può essere lasciata nelle mani di chi è accecato dall’odio nei miei confronti… la giustizia non può essere ridotta a un fatto personale.”, lo istruì accorato il farmacista; poi si alzò e, prima di uscire, aggiunse: “Mi raccomando, conto su dite! Ciao Romualdo.”. 
 
Naturalmente lo spendersi del podestà presso il colonnello, che avendolo inquadrato sin dal primo incontro come un incapace, viscido politicante voltagabbana, nutriva nei suoi confronti niente più che un profondo disprezzo, non andò a buon fine.

Erano trascorsi cinque giorni dal tragico fatto; in quel breve lasso di tempo Ulisse si era recato per ben tre volte a Mosti di sopra a raccogliere testimonianze utili alla sua indagine; e l’ultima: quella di un’anziana vicina di casa del povero Pierino, aveva mandato a carte quarantotto l’ipotesi investigativa che stava prendendo forma nella sua testa, aprendone al contempo un’altra, forse più realistica.

-Devo assolutamente interrogare la figlia. -, pensava l’investigatore che era dentro Ulisse, mentre con ampie falcate si recava in farmacia.
Il farmacista, guardando dalla vetrina, lo vide spuntare in fondo alla via con una baldanza inusitata, -di sicuro sta venendo qua, lo si evince dallo sguardo da iena affamata. -, pensò.
No, non aveva proprio voglia di farsi ancora il sangue amaro; ma se anche avesse esposto il cartello - CHIUSO – il tignoso Ulisse non si sarebbe comunque perso d’animo e sarebbe tornato più tardi; così, ritenne opportuno toglierselo dai piedi il prima possibile.
“Ciao Giulio.”, disse entrando, puntando gli occhi nello sguardo distaccato del farmacista, che l’attendeva in piedi dietro al bancone con le braccia incrociate sul petto.
Attese qualche istante, e non ottenendo risposta, andò subito al sodo: “Devo parlare con tua figlia, la puoi chiamare?”.
A quel punto si sarebbe aspettato che l’altro, agitandosi, gli domandasse il motivo, dandogli così modo di rigirare il coltello nella piaga; ma il farmacista mandò deluse le sue aspettative; rimanendo impassibile rispose con un laconico: “Anita è a Firenze.”.
“Ah!”, fece Ulisse, accusando il colpo: “E, quando torna?”.
“Fra qualche mese, penso.”, disse con distacco, voltandosi per sistemare i medicinali nella scansia; un segnale per far capire all’altro che non aveva tempo da perdere e di conseguenza non avrebbe sprecato altro fiato.
Ulisse comprese: “Quando torna, fammelo sapere. E’ importante per l’indagine.”, provò a stuzzicarlo ancora.
Il farmacista non rispose e continuò a spostare scatolette sugli scaffali, innervosendo Ulisse che, senza aggiungere altro uscì dalla farmacia a testa bassa.

-L’ha mandata a Firenze, perché teme che possa tradirsi, ne sono sicuro. E’ lei la chiave per chiudere definitivamente l’indagine. -, pensava deambulando con il passo stanco dello sconfitto.
Doveva riuscire a parlare con lei, già, ma come fare? Non aveva il potere di obbligarla a rientrare da Firenze; lui no, ma forse, qualcun altro sì! Aveva concluso allungando il passo.
 
Era seduto in corridoio da più di mezz’ora, ma avrebbe atteso pazientemente anche per l’intera giornata se fosse necessario, e quando l’attendente si affacciò sulla porta dell’ufficio del colonnello, invitandolo ad entrare, un sorriso gli attraversò lo sguardo, - vediamo se è possibile chiudere il cerchio. -, pensò entrando.

“Si accomodi, Ulisse!”, esclamò il colonnello indicando la sedia davanti alla scrivania; finì di firmare le minute, lasciò cadere la penna sui fogli e, appoggiandosi allo schienale, domandò: “Allora? Come stanno andando le sue indagini?”.
“Alla grande, colonnello!”, rispose entusiasta Ulisse: “Mi manca tanto così, per chiudere il caso.”, aggiunse avvicinando l’indice al pollice.
“Lei è un genio!”, esclamò il colonnello sorridendo: “Sono curioso di sapere a quali conclusioni è arrivato… ma purtroppo non ho molto tempo da dedicarle, mi potrebbe fare un breve riassunto delle indagini?”.
Ulisse annuì: “Il giorno dopo il ritrovamento del corpo, mi recai a Mosti di sopra. Lì, ascoltando gente che lo conosceva, mi convinsi che Pierino Torti fosse l’amante della moglie dell’indiziato.”.
“Del farmacista.”, precisò il colonnello.
“Già! Convinzione rafforzata il giorno seguente parlando con gli amici della vittima… e cassata definitivamente il terzo giorno che andai a Mosti di sopra.”.
“Cos’era accaduto di tanto eclatante?”, domando sconcertato il colonnello
“Una donna anziana, amica della madre di Pierino, mi disse che la settimana prima aveva ridipinto d’azzurro la camera della madre, e che, il giorno prima del tragico fatto, le aveva chiesto se poteva aiutarlo a cambiare il corredo del letto matrimoniale, perché ci avrebbe passato la notte con la sua fidanzata. E quando lei le chiese se intendesse solo per una notte; lui rispose anche tutte le altre, perché si sarebbero sposati al più presto.”, concluse Ulisse.
“Dunque, se non poteva essere la moglie…”, realizzò il colonnello aggrottando le sopracciglia.
“Era sicuramente la figlia.”, chiosò compiaciuto Ulisse.
“Le ha parlato?”.
“Non ancora.”, rispose deluso Ulisse.
“E quando intende farlo?”.
Ulisse sospirò: “E’ per questo che sono venuto da lei… il farmacista l’ha mandata a casa di sua sorella, a Firenze.”.
“Mi faccia capire: vorrebbe che mi interessassi presso il comando di Firenze?”.
“L’idea sarebbe questa.”, confermò Ulisse.
“Non lo posso fare… siamo sotto pressione, il fronte scricchiola.”, rispose sconfortato il colonnello: “Se mandassi un dispaccio al comando di Firenze, chiedendo loro di rintracciare una ragazza, per motivi estranei all’ambito militare… l’indomani sarei su un treno per il fronte russo!”.
“Se neanche lei può nulla… allora ha vinto lui.”, si rammaricò un delusissimo Ulisse.
“Lui chi? Giulio Dragone?”.
“Già, il farmacista assassino!”, confermò con rabbia Ulisse.
Il colonnello lo osservò allibito: “Mi sta deludendo, Ulisse…”.
“Mi spiace, ma senza il suo aiuto è così che finirà.”, lo interruppe Ulisse.
“Non è questo che intendevo!”, proruppe zittendolo il colonnello: “Mi lasci finire!”.
Ulisse abbassò il capo ammutolendosi.
Il colonnello trasse un lungo respiro e proseguì: “Il podestà era venuto a chiedermi di toglierle l’indagine. Mi aveva raccontato il motivo della ruggine che c’è tra lei e il farmacista, dicendosi certo che stesse agendo mosso dal desiderio di vendicarsi. E’ un uomo da niente, mi ero detto allora, non vale nemmeno la pena starlo ad ascoltare. Ora lei viene da me, e sputando tutto il suo astioso risentimento, conferma ogni parola detta da quell’inutile, viscido personaggio!”.
Ulisse rimase in silenzio.
“Non ha niente da dire in sua discolpa?”, domandò allora il colonnello.
Ulisse scosse il capo: “Ha detto tutto lei. Ero un chirurgo che ricuciva soldati al fronte, sognando di tornare da Caterina. Giulio era un figlio di papà che grazie al denaro e alle conoscenze non l’ha manco indossata la divisa. Ma non l’avrei mai odiato per questo, era mio amico e almeno lui era riuscito a evitare lo strazio della guerra. E poi, se avessi potuto l’avrei fatto anch’io. Ma aver profittato della sua posizione privilegiata e della mia assenza per circuire Caterina… questo no! Non gliela potevo perdonare!”, inspirò, si schiarì la voce e proseguì: “E quando mi si è presentata l’occasione per vendicarmi… è vero, l’ho fatto abusando del mio potere: brandendo la spada della giustizia come una scure nelle mani di un barbaro.”.
“Ammettere le proprie debolezze, i propri errori, non è facile… averlo fatto le rende onore.”, sentenziò Il colonnello, dopo aver ascoltato con attenzione la confessione di Ulisse: “E credo che dopo questo sfogo, potrà continuare le indagini con spirito sereno.”.
“No, colonnello, quando parti con il piede sbagliato, è difficile recuperare. E’ anche possibile che Giulio avesse detto la verità, quella notte. Che lo abbia scambiato veramente per un ladro che gli puntava contro il fucile. Ma io volevo fermamente che non fosse così.”.
“Le due ipotesi sono tutt’ora valide. Continui a indagare se vuole conoscere la verità.”, lo spronò il colonnello.
Ulisse scosse la testa: “Questo lavoro ha tirato fuori il peggio di me…”, constatò amaramente sfilandosi la fascia dalla manica del pastrano: “Questa… la dia pure a qualcun altro.”, concluse posandola sulla scrivania.
“E’ sicuro? Non vuole rifletterci su un giorno o due?”.
“Non sono mai stato così sicuro di una scelta in vita mia!”, affermò alzandosi.
“E ora? Cosa farà?”, gli chiese il colonnello alzandosi anch’esso.
“Tornerò alla mia vita… a fare del male solo a me stesso.”, rispose amaro Ulisse.
Il colonnello, girando attorno alla scrivania si pose di fronte a lui: “Una prospettiva agghiacciante, se mi permette.”.
“Trovo molto più agghiacciante la guerra… se mi permette, colonnello”, obiettò Ulisse fissandolo negli occhi.
Il colonnello rimase un attimo interdetto, poi, dopo aver riflettuto, espresse il suo rammarico: “Sa qual è il problema? Che un secondo dopo che sarà finita, staremo già preparando la prossima, di guerra.”; poi allungò la mano e, stringendo quella di Ulisse, lo congedò: “Buona fortuna, Ulisse.”
“Cerchi di portare a casa la ghirba, colonnello”, chiosò Ulisse facendolo sorridere.

                                 *******************************************

Prima che i tedeschi, incalzati dagli alleati lasciassero il borgo, Giulio Dragone e sua moglie Caterina si rifugiarono a Firenze; tornarono in paese con la figlia quando gli animi esacerbati si erano chetati: un paio di mesi dopo la fine della guerra.

Romualdo Frescaccia, il podestà, da politico navigato, dopo aver tenuto il basso profilo per qualche annetto si riciclò come democratico devoto, conquistando uno scranno senatorio, nella parte centrale dell’emiciclo.

Il colonnello Rudolf Kasperg, la ghirba la lasciò tra le macerie di Berlino, poche ore prima del cessate il fuoco.     

Ulisse Zorfanelli, tra un bicchiere e l’altro, vide partire e poi tornare il farmacista e sua moglie insieme alla figlia; l’ex podestà, ora senatore, pontificare al telegiornale; la cirrosi aggredire il suo fegato e mandarlo al creatore, affermando nel delirio finale: che Pierino Torti avrà giustizia solo quando il paese si chiamerà Mosti, senza sopra e senza sotto!

                                                                   FINE

Questo testo è protetto contro il plagio. Questo testo è depositato ed esiste una prova certa della sua data di deposito e/o pubblicazione. Chi ne fa un uso improprio è soggetto alle sanzioni di legge.

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WOW....!! Sono il primo a commentare!

Una storia, nella storia, nella storia.....

Molteplici vicende si incrociano sullo sfondo di uno scenario terribile.

Ma, pur nella  vergogna della guerra e del tradimento, ecco che l'autore riesce a dipingere a ciascun personaggio la giusta aureola, di odio o di umanità.

Ma brutta o bella che sia non importa: ogni tessera del mosaico è collocata al punto giusto e si incastra alla perfezione snodandosi in un domino che è come una melodia che non si vorrebbe mai finire di ascoltare.

Molto bravo!

 

P.S. e la salute? Come procede la convalescenza? La bicicletta freme......

ritratto di Vecchio Mara

e come sempre...

alla fine, i veri mostri della situazione, ne escono impuniti oppure trovano il modo di riciclarsi, guadagnandoci pure un bel titolo da senatore. Questo è uno dei tre racconti che ho scritto nel mese di agosto, temevo per la lunghezza ed ero indeciso se postarlo in due parti o meno. Ma dal tuo giudizio mi par di capire di aver fatto la scelta migliore. Settimana prossima posterò un horror altrettanto lungo, e poi ne ho in serbo un altro da 5000 e rotte parole che non so ancora come taggare, è una via di mezzo tra il fantascientifico, il noir e la psicologia. Ti ringrazio.

Ciao Paolo

Giancarlo

P.S. la salute va bene, ogni mattina faccio la mia bella oretta di camminata a un buon passo. Fra una quindicina di giorni avrò il controllo e sentiremo cosa dice la dottoressa.

 

ritratto di paola_salzano

Ciao Giancarlo, ho letto con

Ciao Giancarlo,

ho letto con attenzione questo tuo giallo, che, come ha scritto Paolo,  ha come scenario un momento terribile della nostra storia, ma il cui racconto presenta una propria autonomia ed è ben costruito nello svolgersi degli avvenimenti. In particolare sei riuscito ( ma questa è una tua peculiarità) a costruire sapientemente i tre/quattro personaggi principali evidenziandone soprattutto le debolezze e i punti di forza, scolpendone le figure.

Ma ha colpito in particolar modo la frase del colonnello :" Sa qual è il problema? Che un secondo dopo che sarà finita, staremo già preparando la prossima, di guerra.,"..... perché tremendamente vera, purtroppo.

Che dire.... piaciuto molto e mi stai facendo venire la voglia di scrivere un giallo....un giorno forse!

 

p.s. Mi fa piacere leggere che la salute va meglio.... avanti così!!

Buona giornata.

Paola.

ritratto di Vecchio Mara

purtroppo è davvero come dice il colonnello...

l'uomo ancor prima di concludere la precedente, ha già messo in cantiere la prossima, di guerra. Mi fa piacere aver stimolato la tua voglia di provare a scrivere un giallo.  Una volta scritto l'incipit, il resto viene da sé. Quando deciderai di cimentarti, ne uscirà sicuramente qualcosa di grande... non vedo l'ora di leggerlo. Per quanto riguarda l'incitamento per la mia salute, invece... vedrò di non deluderti. Ti ringrazio

Ciao Paola

Giancarlo