La cassiera del Bar Evergreen

~La cassiera del Bar Evergreen                   di Grazia Valente

 

La visione di Anna, seduta dietro la cassa del bar, se la porta ancora negli occhi, anche se sono passati un sacco di anni da quell’estate. La memoria le rimanda adesso un viso  dalla carnagione chiara, con gli zigomi sporgenti, i capelli biondi vaporosi e il seno ben evidenziato da una maglietta bianca attillata.

A quel tempo, Giulia aveva sedici anni ed era innamorata di Emilio. Anche lui sembrava ricambiare il suo amore. Si vedevano ogni giorno, all’uscita dal lavoro.
Giulia da qualche mese aveva lasciato la scuola e trovato quel lavoro di poco conto,  in una “officina d’arte” (si chiamava proprio così), in via Ormea. Lì aveva il suo piccolo ufficio, dove svolgeva lavori da segretaria, in attesa di un impiego vero, vale a dire definitivo e ben retribuito.
Emilio aveva vent’anni e lavorava alla contabilità di una grande azienda di via Madama Cristina, non lontano dall’ufficio di Giulia. Veniva a prenderla in bicicletta, ma poi camminavano a piedi. Emilio portava i capelli a spazzola e aveva occhi scuri e ardenti. A lei piaceva il suo sguardo, che la attirava ma le incuteva anche soggezione. Era uno sguardo da uomo che la faceva avvampare.
Un giorno d’estate che i genitori di Emilio erano assenti perché in vacanza Emilio la fece salire a casa sua.
Giulia era imbarazzata, impregnata com’era di “avvertimenti” sulla pericolosità di rimanere sola con un ragazzo, in luogo appartato, e cercava di nascondere l’imbarazzo chiacchierando senza sosta.
Arrivati nell’appartamento, che le parve subito molto grande, avvolto nell’oscurità a causa delle persiane tenute chiuse per conservare fresche le stanze, Emilio la fece entrare nella sua camera, una piccola stanza con un letto alla turca addossato alla parete, una libreria, uno scrittoio. Si sedettero sul letto, mentre Emilio incominciò a mostrarle alcune fotografie di famiglia e poi, repentinamente, le fotografie di una ragazza abbracciata a lui. Giulia le guardò appena, senza toccarle.
Questa è Anna, disse lui con noncuranza, la ragazza che avevo prima. Fa la cassiera al bar Roby (era un bar lì vicino). Mi ha lasciato. Mi ha restituito tutto, lettere e fotografie. Ecco, guarda. Tirò fuori un pacco di lettere che le mise davanti agli occhi, senza pudore, sparpagliandole sul letto. Giulia ne raccolse una, come fosse stata calamitata.
Iniziava con “dolcissima Nin”. La posò. Ne prese un’altra, lesse: “mia adorata Ann”. La lasciò cadere sul letto. Sentì un punteruolo dentro lo sterno.
Si alzò lentamente e uscì sul balcone.
Si trovava al quinto piano di una casa d’epoca – come si chiamano oggi. Strinse la ringhiera in ferro e si accorse che era un po’ arrugginita. Le aveva sporcato le mani.
Guardò in basso. Il balcone si affacciava su un corso alberato, a due passi dalla collina. Desiderò violentemente precipitare tra quegli alberi. Rientrò. Non ricordava nient’altro di quel giorno.
Una persona capace di tanta infantile crudeltà avrebbe dovuto essere allontanata in modo definitivo. Ma non andò così. Infatti si sposarono, e il matrimonio durò abbastanza a lungo.
Prima che accadesse, però, Giulia era passata davanti a quel bar. Voleva vedere Anna. La intravide dalla vetrina, seminascosta dalla cassa, con lo sguardo abbassato, forse intenta a guardare qualcosa in un cassetto. Doveva avere qualche anno più di lei. Notò i suoi capelli chiari e vaporosi, gli zigomi sporgenti in un viso roseo, dai lineamenti regolari, e il seno che sporgeva visibilmente dentro la maglietta bianca attillata. Era una bella ragazza, notò con dolore.
Le sarebbe piaciuto, non sapeva perché, poter sentire la sua voce, ma le gambe le tremavano e non ebbe il coraggio di entrare.

Oggi è un giorno d’autunno. Giulia sta camminando su strati di foglie gialle a forma di cuore. Non sa quasi nulla di botanica, chissà come si chiamano gli alberi con quel tipo di foglie.
E’ in anticipo, l’inaugurazione della mostra della sua amica Adina è prevista alle 17, manca più di mezz’ora. Decide di fare una lieve deviazione e di passare davanti alla vecchia casa di Emilio. E’ sicura che sia rimasta la stessa, una vecchia solida casa d’epoca. E quasi immediatamente si ricorda del Bar Roby. Chissà se Anna … Oh dio, dopo tutto quel tempo, che sciocchezza, immaginarsi che tutto sia rimasto identico, come fosse il replay di un film. Tra l’altro, non è sicura di ricordare dove si trovasse quel bar, a volte i ricordi che sembravano nitidi sono in realtà falsi ricordi, ritoccati nel tempo dalla nostra immaginazione e dalle nostre provvidenziali amnesie.
E invece, eccolo lì, il piccolo bar. Certo, adesso ha cambiato nome, e piante di sempreverde ne ornano l’ingresso, completamente ristrutturato. Ma il bar è quello, ne è sicurissima. Il nuovo nome è Bar Evergreen.

Giulia decide di entrare.  Il banco del bar è stato spostato sul lato destro. Giulia si rivolge al barista e ordina un caffé poi, con noncuranza, volge lo sguardo alla cassa, che adesso si trova in una rientranza, sul lato sinistro, e non è più visibile dall’esterno. E vede Anna, quasi identica, o così le pare. Adesso porta gli occhiali, i capelli biondo cenere sono raccolti all’indietro, il viso è forse un po’ più arrotondato ma gli zigomi sono gli stessi, e così il colore chiaro della pelle.
Il cuore di Giulia ha come una battuta d’arresto, poi ricomincia a pulsare, più rapidamente. Pensa subito: avrà sposato il padrone, per essere ancora qui, dopo tutto questo tempo.
Mentre Giulia beve il caffé Anna si rivolge a uno dei baristi, il più anziano, e la voce risuona alta, lievemente imperiosa mentre gli chiede di badare alla cassa, tra poco.
Giulia le si avvicina per pagare. Nota i suoi occhi verdi, la camicetta dello stesso colore. Sussurra: un caffè, mentre avrebbe voluto dirle: se sapessi quanto ti ho odiata!
Anna le dà rapidamente il resto.
Intanto sulla porta del bar si è affacciata una ragazza con il camice bianco da parrucchiera. Rivolta ad Anna chiede: “Signora Teresa, può venire adesso?”
Lei annuisce. Escono insieme.
Giulia rimane immobile, davanti alla cassa deserta.
Sente la tensione stirarle i muscoli del collo, i polpacci irrigidirsi dentro il collant.
Stupida! Stupida! , si insulta sottovoce mentre si dirige verso l’uscita.
Esce e ripercorre lentamente la strada, respirando profondamente.
Intravede tra gli alberi la vecchia casa di Emilio. Hanno pulito la facciata, sembra diversa. Alza gli occhi, ma non riconosce l’antico balcone.
Si sente, come spesso ormai le accade, inesorabilmente vecchia e sciocca e disgustosamente sentimentale.
Calpesta nuovamente le foglie gialle a forma di cuore. Il sole che inizia a calare le avvolge di una luce dorata. Deve informarsi sul nome di quegli alberi. Improvvisamente le sembra molto importante conoscerlo. Anzi, le sembra la cosa più importante.

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