Lady Darkness

Morire non è poi così male. Chiudi gli occhi e sei da un’altra parte. Spesso non te ne accorgi nemmeno.

A volte, però, capita che lo spirito rimanga intrappolato nella sottile ragnatela del presente e per qualche motivo si ha bisogno di battere le ciglia più volte per liberarsi.

Tuttavia, per quanto io avessi battuto le ciglia, non mi ero ancora liberata dal mio presente ed ero costretta a vagare tra i due mondi, non vista, percepita, temuta.

 

Percorrevo i corridoi di quel palazzo bislacco da ore, giorni. Anni, forse. Il tempo non aveva più importanza.

C’erano altri come me, ognuno perso nel proprio presente.

Alcuni si accorgevano degli altri; certi, invece, giravano su loro stessi come se stessero pagaiando con un remo solo, ciechi, persi nella propria disperazione.

Delle mie spoglie mortali  non era rimasto nulla, se non una pallida eco, il ricordo di come ero stata e di come i miei occhi spenti erano abituati a vedermi.

Alcuni viventi percepivano la nostra presenza e tremavano quando accidentalmente attraversavano la nostra sagoma inconsistente.

Di tanto in tanto giuravano persino di averci visti, ma secondo me erano tutte fandonie: quando guardi la morte dritta in faccia, la tua anima cambia e l’ultima cosa che vorresti fare è raccontarlo ai quattro venti.

 

Nel maniero – non ricordavo come ci fossi arrivata – gli esseri come me conducevano una non-vita piuttosto regolare: interagivano, discutevano di ciò che ricordavano, fingevano di avere ancora qualcosa per cui valesse la pena vivere.

Forse era per questo che non ci eravamo spenti come la maggior parte di chi muore. Avevamo bisogno di vivere ancora un po’, avevamo bisogno di sentire quel brivido, di sentire l’adrenalina pompare nelle vene.

Un’illusione, certo. Ma ci ostinavamo a cercarla, come un cercatore d’oro solitario sulle sponde di un fiume.

 

Alcuni dei defunti che popolavano il maniero incutevano un timore reverenziale, al contrario di altri che erano considerati poco più che aria fritta. Tra tutti questi, da che ne avevo memoria, solo una era in grado di scuotere i nostri animi, sprofondandoli nel baratro più oscuro della non-esistenza.

Era chiamata “La Vedova”.

 

La Vedova pattugliava il maniero ogni giorno. Al suo passaggio ogni creatura vivente e non vivente assaggiava il freddo della morte.

Se gli occhi sono considerati lo specchio dell’anima, il fantasma della Vedova era il riflesso della morte nella sua più terrificante concezione.

 

«Silenzio. Sta arrivando», disse l’esile figura al mio fianco.

«Shhhh»

«Non guardatela… non guardatela negli occhi»

 

All’inizio non capivo perché tutti gli spettri chinavano lo sguardo al suo passaggio. All’inizio, appena morta, appena arrivata in quel posto così strano, così diverso da tutto ciò a cui ero abituata, mi adeguai. Pensai ‘forse è così che deve essere’. Poi un giorno mi stancai, non volevo omologarmi, non volevo fare quello che facevano tutti solo perché, beh semplicemente perché lo facevano tutti. Così, durante uno degli avvistamenti della Vedova nel corridoio ovest, alzai lo sguardo e sfidai il suo.

Si avvicinava. Non avevo mai visto nessuna creatura vivente o meno muoversi a quell’andatura.

Era mostruosa. Le sue gambe, ormai incorporee, si muovevano a scatti, a rallentatore, ma riusciva a spostarsi a una rapidità tale da far girare la testa. Impossibile da descrivere, nessun cervello umano avrebbe sopportato la vista di una tale atrocità.

Quello che mi aveva colpita all’inizio però, fu niente paragonato al suo viso.

 

Quando qualcuno pensa alla morte, la immagina come un cranio, la sagoma di uno scheletro incappucciato.

Bene, lei era la morte, ma il suo volto – o quello che ne rimaneva – non era semplicemente uno scheletro, non era volto, non c’erano cavità oculari o vaghi ricordi di pupille. L’insieme di quello che componeva il suo volto, era la negazione dell’esistenza. Il vuoto, l’oblio. Uno specchio che rifletteva un marciume in grado di risucchiarti, di farti perdere nella più profonda perversione e malignità dell’animo umano.

 

La Vedova era il niente e allo stesso tempo era il tutto. L’oscurità e le stelle. Il gelo, la morte, l’odore del sangue, il rumore sordo del contorcersi di vermi, la depravazione, l’odio, l’amore accecante, pulsioni fuori controllo, ira, distruzione.

 

Ero in bilico. La mia anima era sospesa, in punta di piedi, sull’orlo della circonferenza che si riversa nell’infinito.

 

«Abbassa lo sguardo, ragazza. Abbassa lo sguardo, prima di perderti per sempre», sussurrò una voce alle mie spalle.

 

La voce dietro di me mi attirò come un magnete. Mi voltai e la seguii. La seguii oltre le pareti di spessa pietra, la seguii su per le scalinate, attraverso a pertugi, in fondo al pozzo, fino al salice piangente.

 

«E’ tua la voce che mi ha parlato nel lungo corridoio?», domandai al fantasma accucciato sotto alle fronde.

«Sì, ragazza, era la mia voce»

«Chi sei?»

«Non lo so. E tu chi sei? Te lo ricordi?»

«Forse… Mi chiamavano Dee. O forse era solo una parte del mio nome»

«Siediti con me», disse indicando una zolla erbosa accanto a lui.

«Stiamo sognando?», chiesi dopo un lungo silenzio.

«No, siamo solo morti. Stiamo scomparendo. Non rimarrà più niente di noi»

«Ma, io avrei voluto vivere ancora un po’», protestai.

«A che scopo?»

«Io amavo»

«Chi?»

«Non lo so più… ma so che amavo, era il mio dono»

«Il tuo “dono”?», domandò scoppiando in una risata di scherno.

«Sì, il mio dono!», risposi arrabbiata.

Ero arrabbiata. Livida. Furente. Finalmente!

Balzai in piedi e puntai i miei occhi sui suoi. Erano trasparenti, color del caramello. Era bello.

«Il mio cuore batteva e poi sono morta. Ma il mio cuore non batteva e basta! Il mio cuore batteva per qualcuno! Io amavo!»

L’esile figura si alzò e venne verso di me.

«Ti invidio, sai? Io non ho mai amato», rispose triste.

Poi alzò una mano e la sua sagoma sfiorò quella della mia guancia.

Lo guardai di nuovo ma questa volta il livore si era dissolto. Ora avevo di nuovo uno scopo. La mia scintilla.

«Ama me»

Difficile dire se quelle parole fossero uscite dalle mia labbra come un ordine o più come una supplica, so solo che in quel momento un legame sottile si creò tra noi e crebbe.

Crebbe ogni giorno sempre di più.

Ogni giorno la mia anima si raccontava alla sua e la sua si raccontava alla mia.

Spesso non avevamo bisogno di parlare.

Era sufficiente attraversarsi, diventare una sola anima.

Diventare una sola cosa.

Un’anima dentro a un’anima.

Era tutto quello che ci era concesso, era tutto quello che ci era rimasto.

 

«Ti amo», gli dissi un giorno.

Lui sorrise.

 

Poi un giorno, era primavera, credo, aprii gli occhi e non lo trovai.

Lo cercai per tutto il maniero, gridai, supplicai, vagai solitaria per i corridoi.

 

Gli spettri mi guardavano ansiosi, in procinto di parlare, ma incapaci di farlo, come se qualcosa li trattenesse.

Cosa sapevano tutti che io ignoravo?

 

«Perché mi guardate? Cosa diavolo avete da guardare? Di cosa avete tanta paura?», urlai in faccia a un gruppetto di spettri che sgombravano velocemente il passaggio davanti a me.

 

Fu il fantasma di un nobile uomo a interrompere le mie grida.

«Vieni con me», disse.

 

Mi portò lungo una scalinata fredda e ingrigita dal tempo che sembrava condurre a un sotterraneo.

In quel punto del cortile, nessun fantasma che si fosse affacciato o avesse attraversato il giardino sarebbe stato in grado di scorgerci.

 

«So cosa è successo al fantasma che ti seguiva dappertutto»

Fui attraversata da una scossa, ma non dissi niente. Attesi che l’uomo proseguisse.

«La Vedova… Insomma… lui si trovava nel corridoio sbagliato nel momento sbagliato», disse in fine.

L’universo vacillò per un instante.

«Cosa vorresti dire?», domandai conoscendo già la risposta.

«La Vedova l’ha preso dentro di sé»

 

Avevo guardato negli occhi della Vedova. Si era perduto. Ma perché? Perché l’aveva fatto? Sapeva che doveva evitarla.

 

Avrei voluto piangere, ma non avevo lacrime.

 

«Dov’è Lei adesso?»

 

Avevo amato. Avevo amato di nuovo, non avevo più motivo di restare impigliata lì. Incontrare lo sguardo della Vedova era l’unico modo per andarsene.

 

«Cosa vuoi fare?», chiese l’uomo, preoccupato.

«Andarmene»

«Non puoi»

«Perché?»

«Perché non saresti mai veramente libera. Dentro alla Vedova albergano inquietudine e disperazione. La sua e quella delle anime che ha preso con se. Se vuoi veramente salvarlo, devi distruggerla, non unirti a lei»

Salvarlo?

Io volevo distruggere me, non avevo nemmeno pensato che esistesse la possibilità di salvare la sua anima…

Però, se ci fossi riuscita…

«Ritornerebbe da me?»

«No, ma se tu la distruggessi, tutti le anime troverebbero la pace»

«E io?»

«Cosa intendi dire?»

«Troverei la pace? Ho amato ancora, ho amato per l’ultima volta. La mia anima non dovrebbe essere già in pace?»

«Forse non era quella la tua missione. Forse non era quello il motivo per cui sei rimasta impigliata al presente»

«E allora qual è il motivo?»

«Non posso saperlo. Solo tu puoi scoprirlo. Ma se vuoi distruggere La Vedova, se hai davvero il coraggio, io posso aiutarti»

«E come?»

«Io… io conosco il suo segreto»

«Parla!»

 

Mi raccontò della Vedova. Di quanto fosse bella, di quanto fosse bello il loro castello.

Erano felici all’inizio, vivevano nello sfarzo, davano ricevimenti, banchetti, erano circondati dalla crema della società. Una società d’oro, con il cuore marcio. La Vedova ebbe dei figli, si assicurò l’eredità dell’uomo, poi l’avvelenò con l’arsenico, durante uno dei loro tanti soggiorni nel casottino di caccia.

La Vedova prese il denaro ed ereditò le proprietà, ma per essere certa che nessuno si intromettesse nella sua vita dissoluta, trascorsa in compagnia di voluttuosi amanti, uccise i propri figli e li fece servire come portata principale durante uno dei suoi banchetti orgiastici.

Tuttavia conservò le ossa del marito e dei piccoli in un baule, giù da qualche parte nelle luride cantine del maniero.

Il fantasma dell’uomo mi assicurò che quelle ossa mi avrebbero protetta se fossi riuscita a portare a termine il piano.

 

L’odio per La Vedova cresceva sempre di più dentro di me. Non solo per quello che aveva fatto alla sua famiglia, ma anche perché il pensiero di quelle povere anime risucchiate nel baratro, non mi dava pace.

 

Ci facemmo aiutare da alcuni fantasmi fedeli al marchese, alcuni servitori che avevano preferito morire piuttosto che servire quella cagna infame.

 

Le ossa vennero trovate e trasportate nel luogo convenuto. Poi dovetti solo aspettare.

 

Pattugliava i corridoi ogni giorno, con lo stesso ritmo, seguendo lo stesso percorso. Non fu difficile.

 

«Sei sicura di farcela?», chiese in fine.

«Devo»

 

La Vedova svoltò l’angolo e imboccò l’estremità opposta del corridoio. Tra noi solo una manciata di fantasmi dimessi che si appiattiva contro le pareti.

L’uomo che un tempo fu suo marito era qualche passo dietro di me, sentivo il gelo del suo spirito.

Mormorii si levavano di tanto in tanto, mentre l’essere malvagio incedeva verso di noi senza alcun sospetto.

 

Poi, per qualche motivo, si fermò. Annusò l’aria, guardò dritto davanti a sé e fece una cosa strana. Sorrise.

Ma l’orrore che quel sorriso scatenò, fu indescrivibile. Ogni fantasma presente si dissolse, persino i fantasmi del suo seguito, tremarono e scomparirono.

Rimanemmo solo noi tre e il baule delle ossa.

 

«CoSA-haI-PorTaTO-ragAzzA?»

La voce distorta sembrava provenire da un altro tempo. L’aria filtrava attraverso di lei come onde che si infrangono sulla battigia. Tentava di fiutare ogni minimo dettaglio presente nella stanza. Lei non poteva vederci…

Lei non aveva più gli occhi.

 

Feci scattare velocemente il baule ai miei piedi e con sforzi incredibili sollevai le ossa delle sue vittime e le tenni strette più che potei mentre mi dirigevo verso di lei.

 

Quando solo un passo ci separava avvicinai la mia bocca alla sua e gridai. Gridai con tutta la rabbia che avevo dentro, gridai tutto il mio odio verso le ingiustizie, verso una morte che non avevo cercato, verso la corruzione.

 

«TU DEVI MORIRE»

 

Ficcai le ossa tra le sue vesti e respirai. Respirai come se avessi avuto ancora i polmoni.

La Vedova cominciò a gridare a sua volta. Grida ultraterrene che mandarono in frantumi i vetri del corridoio. Il suo fantasma si contorceva e si dimenava come un verme attaccato all’amo.

Respirai.

Respirai.

Respirai.

Respirai tutto. Inghiottii i suoi delitti, inghiottii le sue morbosità, i suoi capricci, le sue delusioni, i suoi dolori, le sue depravazioni, i suoi segreti, le anime che aveva assorbito.

Inghiottii tutto, finché di lei non rimase altro che un granellino di polvere che implose davanti ai miei occhi.

 

La Vedova era stata sconfitta.

 

«Ti senti bene?», domandò il fantasma del marchese.

 

Non risposi. Un tumulto di sensazioni si agitava dentro di me. Ma non impiegai molto a capire che non erano sensazioni ma erano le anime che cercavano di liberarsi.

Così chiusi gli occhi, spalancai le braccia e lasciai che le anime uscissero dal mio petto.

Le vagliai una a una, salutandole al loro passaggio.

Un’anima mi accarezzò, aveva gli occhi color del caramello. Mi sorrise, gli sorrisi e lo liberai per l’eternità.

Quando rimasi sola e tutte le anime furono libere, lasciai il corridoio e tornai nella stanza dove solitamente trascorrevo le giornate.

 

Perché io non potevo essere libera? Cosa mi tratteneva ancora il quel posto?

 

Passarono i giorni o gli anni…

 

Il senso di oppressione che provai nel petto quando distrussi La Vedova, non mi aveva mai lasciata del tutto.

Anzi, peggiorava di giorno in giorno. La mia anima era sempre più vuota, sempre più devastata. Ero alla continua ricerca della mia salvezza.

Avevo fame di quella salvezza.

Vagavo per i corridoio, in preda al mio dolore, alla mia disperazione. Avevo cominciato a vestirmi di nero, un disperato tentativo di attirare la luce.

Mi muovevo svogliata attraverso i corridoi, i fantasmi bisbigliavano. Mi temevano. Di tanto in tanto vedevo un’anima più luminosa davanti a me e la bramavo, forse era quella la mia salvezza.

Ma quando infine me ne cibavo, smetteva di brillare.

Faceva sempre così freddo intorno a me…

 

Forse avevo dimenticato quale fosse stato il mio nome da viva, ma di certo sapevo come i fantasmi avevano cominciato a chiamarmi: Lady Darkness.

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ritratto di Vecchio Mara

originale...

mi è piaciuto molto questo racconto di anime imprigionate nel presente... bello davvero. E' la prima volta che ti leggo, sei davvero brava.

Ciao Ladee

Giancarlo

Grazie!

Ti ringrazio molto per il commento positivo! È passato molto tempo dall'ultima volta che ho postato un racconto, quindi tornare dopo una lunga assenza e trovare subito riscontri favorevoli, fa davvero molto piacere! :)