Il seme dell'incubo

ritratto di Vecchio Mara

Il seme dell’incubo

Fu quella della maturità, l’estate del primo vero sprazzo di libertà, da godere condividendola con il mio grande amico Lucio.
Rammento che entrambi avevamo superato brillantemente gli esami e, come premio, avevamo chiesto e ottenuto dai nostri genitori di comprarci gli zaini e i sacchi a pelo (per la canadese a due posti, invece, ci saremo arrangiati chiedendola in prestito al fratello maggiore di Lucio, che quell’estate aveva scelto di trascorrere le ferie con la fidanzata storica in un confortevole hotel, in quel di Rimini), oltre al permesso di poter trascorrere una settimana da soli, immersi nella natura tra boschi, sentieri, monti, valli e ruscelli scroscianti, in terra incognita e lontana… invero non troppo lontana, se devo essere sincero: le montagne del mistero s’ergevano maestose a poco più di cinquanta chilometri dall’ameno borgo natio.
E nemmeno tanto incognita, per dirla tutta: era tradizione consumare lassù il picnic ferragostano insieme alle rispettive famiglie.
Ma quella volta sarebbe stato molto diverso, perché invece di un solo pomeriggio, avremmo potuto trascorrere ben sei giorni e cinque notti in quell’incanto, mangiando al sacco e dormendo in tenda.
Eppure, in quel luogo praticamente fuori dall’uscio di casa, avremmo scoperto cose… che nemmeno a un milione di miglia: entità, forme di impalpabile vita venute da un passato remoto… forse da Marte… o da Giove… o financo da una lontana galassia… probabilmente, l’universo intero ne potrebbe essere pregno; e se così fosse, basterebbe interpretare i sogni con gli occhi ingenuamente incantanti di un fanciullo per comprendere che ci sono luoghi dove misteriose e per certi versi affascinanti forme di vita, nascono al calar di ogni tramonto e muoiono al sorgere di ogni nuova alba.

Ora, forse oltre alla mia, devo aver confuso anche la vostra di mente; quello che posso aggiungere, prima di iniziare a raccontare i fatti, è che per tentare di sbrogliare la matassa, dopo quella breve avventura scelsi d’iscrivermi ad una facoltà che mi avrebbe concesso di penetrare i meandri più reconditi e oscuri della mente umana, nell’utopica convinzione di riuscire a disvelare il rabbrividente arcano, ma il problema si rivelò troppo fantasticamente complesso, per riuscire a spiegarlo razionalmente.
Quello che posso e mi resta da fare, è narrare l’incredibile; per lasciare un segno tangibile degli accadimenti che, in quel lontano tempo, sconvolgendo il presente mutarono il futuro di due ragazzi. 
Sperando che qualcuno, interpretandoli, possa finalmente svelare al mondo: cose che soltanto in sogno… 

                                                     **************************

Il primo agosto, alle otto del mattino, uscivo di casa seguito da mia madre che, ansiosa come lo sanno essere le madri in certe situazioni, si sperticava in raccomandazioni.
Nella stessa via, a qualche uscio di distanza, Lucio faceva altrettanto, preceduto nel suo caso dalla madre, che accarezzandolo, con voce rotta condivideva, usando più o meno le stesse frasi, i timori di mia madre.
Dell’atteggiamento, più o meno preoccupato dei nostri padri, invece non ne avemmo contezza: se n’erano usciti alle prime luci dell’alba per recarsi al lavoro, quando ancora noi eravamo tra le braccia di Morfeo.
Dopo un ultimo commosso saluto, le nostre madri restarono a guardarci mentre noi due, con gli zaini in spalla e gli scarponcini ai piedi che risuonavano sul selciato, ci incamminavamo lungo la via in discesa per recarci alla fermata della corriera.
A bordo della corriera, oltre all’autista che fungeva anche da controllore, non v’era anima viva; così scegliemmo di sederci dove più ci aggradava.
“Guarda cos’ho portato, Sandro.”, disse Lucio attirando la mia attenzione quando ci fummo accomodati sul sedile in fondo alla corriera, mostrandomi la macchina fotografica, abbastanza datata, che suo fratello gli aveva passato dopo averne presa una digitale di ultima generazione: “Mio fratello mi ha assicurato che c’è dentro un rullino nuovo da ventiquattro… e poi mi ha dato pure queste…”, aggiunse orgogliosamente, traendo dallo zaino una scatola contenente otto lampade flash a corredo dell’apparecchio.
“Urca! Si è sprecato.”, feci ironicamente, sgranando gli occhi come a restarne flashato.
“Beh, meglio di niente, no?”, replicò lui imbrunendosi, riponendo con cura i preziosi reperti nello zaino.
“Meglio di un calcio nelle palle, sicuramente.”, confermai trascinandolo al riso.
Ancora non mi era dato sapere, che senza quelle preziose, obsolete lampade, probabilmente non avrei mai potuto narrare, né questa né nessun’altra sconvolgente storia.

La dotazione di modernariato elettronico a nostra disposizione, oltre all’attrezzatura fotografica, comprendeva anche due vecchi cellulari, da usare con parsimonia per la scarsa autonomia delle batterie ormai esauste, solamente per scattare, in piena luce, qualche poco nitida fotografia, o per chiamare in caso di bisogno: operazione per altro impossibile, dato l’assoluta assenza di campo nella zona dove eravamo diretti; ma questo lo avremmo scoperto soltanto in loco.

Un’ora e mezza dopo, la corriera ci lasciò nello spiazzo in terra battuta dove gli escursionisti parcheggiavano gli automezzi prima di affrontare uno dei molti sentieri che s’inoltravano nella montagna.
Io e Lucio, zaini in spalla ed entusiasmo alle stelle, prendemmo il sentiero percorso altre volte assieme ai nostri genitori per raggiungere l’altipiano prativo dove trascorrevamo il ferragosto.
Lì giunti, ci attardammo a leggere i tempi di percorrenza sui cartelli che indicavano i sentieri che si inoltravano nel bosco: “Direi che questo può andare… sei d’accordo?”, chiesi a Lucio indicando un cartello che così recitava -VILLAGGIO DI PIETRA H 2,30¬-
Lucio diede prima un’occhiata all’orologio, poi fece due conti: “Ci arriveremo per mezzogiorno… il nome promette bene, ma sì, direi di andare!”, concluse battendo con le nocche sul cartello di legno.
E così, seguito come un’ombra da Lucio, iniziai a risalire lo stretto e ripido sentiero che si dipanava in mezzo a una selva di abeti.
“E ora?”, feci ansimando appena uscito dal bosco, osservando il sentiero che, facendosi meno arcigno, si divideva girando attorno a una macchia di pino mugo.

Il paletto di legno marcio era lì, davanti a noi, pendeva quanto la torre di Pisa, ma avrebbe potuto svolgere egregiamente il proprio lavoro, forse anche per l’intera stagione estiva, se nella parte alta non fossero rimasti solo i chiodi rugginosi che per troppe stagioni avevano retto la tavoletta di legno che indicava la via da seguire; tavoletta che ora giaceva su una pietra inclinata puntando verso il cielo, indicando un altrove immenso invece che il sentiero da seguire. 
Ah, Lucio, Lucio… se avessi indicato per di là…

“Per di qua!”, rispose Lucio indicando la biforcazione alla sua sinistra.
“Conosci il posto?”, mi sovvenne, sorpreso dall’insolita rapidità decisionale.
“No!”, ribatté lui indicando il Sole: “Ma quello picchia duro, meglio non averlo negli occhi.”.
Annuendo m’incamminai su un sentiero ora più largo e agevole, che mi permise di tenere Lucio alla mia destra… e il Sole alle spalle.
Si procedeva nel maestoso silenzio della montagna, osservando meravigliati ogni centimetro quadrato di natura intonsa, domandandoci e poi provando a ipotizzare, a quale specie appartenesse la flora d’alta quota, a noi per lo più ignota, che spuntava tra le rocce ai due lati del sentiero.

Se chiudo gli occhi, mi pare di rivederlo ancora, il mio amico Lucio, esclamare stupefatto: “Il luogo merita di consumarne almeno un paio!”, levarsi lo zaino dalle spalle, prendere la macchina fotografica e scattare non due ma ben quattro foto; avvicinando l’obiettivo ora a delle Genziane, più avanti a dei Ranuncoli di montagna, piuttosto che a un gruppo di Stelle Alpine.
“Meno quattro!”, faccio io alla fine, mostrandogli il dorso della mano con il pollice chiuso contro il palmo: “Fai bene i conti se non vuoi restare senza munizioni nel mezzo della battaglia.”.
“Mi restano venti colpi… basteranno per vincere la guerra!”, replica lui a tono, mostrandomi l’indice e il medio divaricati, con le altre dita strette contro il palmo.
E giù a ridere come scemi… no, non è giusto sminuire un bel momento… ridiamo come fanno i ragazzi spensierati, prima di fare il salto di qualità… e capire come va il mondo; ridiamo per esorcizzare la responsabilità, la paura di diventare uomini, mentre Lucio, dopo essersi rimesso lo zaino in spalla, passandosi il cinghietto sopra la testa lo va ad appoggiare sulla spalla sinistra, sistemando poi la custodia di cuoio della macchina fotografica sul fianco destro, all’altezza dell’anca: un gesto che mi riporta alla mente l’immagine del pistolero che sfiora il fodero della sua Colt prima del duello finale, scena madre, trita e ritrita, di ogni film western che si rispetti.

                                 **********************************************

Dopo ogni passo il sentiero davanti a noi si presentava sempre più sconnesso; grosse pietre appuntite affioranti dal terreno ci obbligavano ad avanzare cauti, ponendo attenzione a dove posavamo i piedi. 
E quando iniziò a scendere in ripida pendenza, costretto fra due pareti di roccia scura, il timore di scivolare e rotolare giù come sassi, ci obbligò ad avanzare tenendo gli occhi ben fermi sul sentiero, pronti ad infilare la punta dei bastoni da trekking tra una pietra e l’altra, prima di compiere il passo successivo.

Man mano che si scendeva, le pareti di roccia di fianco al sentiero, oltre a crescere in altezza, andavano restringendosi: in una specie di effetto imbuto.
“E quello? Che ci fa quassù!”, esclamò stupefatto Lucio, osservando un bastione realizzato con pietre di diverse dimensioni stagliarsi davanti a sé.
Il bastione, che calcolai alto circa sei metri, si andava ad incastrare tra le due pareti di roccia laterali, distanti in quel punto una quindicina di metri l’una dall’altra.
Soffermandomi sull’apertura centrale, larga e alta abbastanza per lasciare l’agio necessario al sentiero e a chi lo percorresse di proseguire oltre, notai dei grossi cardini spolpati dalla ruggine: “Dev’essere un bastione difensivo, eretto in epoca remota dai valligiani a protezione del villaggio.”, tirai le somme: “il portale è ormai andato perduto.”, aggiunsi indicando i cardini con il bastone.
“Sbagliato! Non per proteggere, ma per proteggersi, dal villaggio!”, la voce arrochita alla nostra destra ci fece sobbalzare.
Poco più in alto, seduto su uno dei gradini scavati nella roccia della parete dove batteva il Sole, un vecchio con capelli e barba bianca, stringendo una pipa di radica tra le labbra ci stava osservando incuriosito: impegnati lungo la discesa a tenere lo sguardo sul sentiero per non cadere, non lo avevamo notato.
-Uguale al nonno dell’alpe-, mi sovvenne abbinando, oltre al volto, l’abbigliamento al nonno di un celebre cartone animato: Heidi.
“Difendersi dal villaggio?!”, proruppe incredulo Lucio, dopo l’attimo di sbandamento iniziale.
L’uomo afferrò la pipa per il fornello e, indicando con il cannello i cardini, spiegò: “Se vi soffermaste sui cardini, notereste che il portale si sarebbe potuto aprire da una sola parte…”, ci lasciò il tempo per osservare e riflettere, e proseguì: “precisamente, da dove siete arrivati.”.
Io e Lucio ci lanciammo uno sguardo interrogativo, poi, voltandoci verso di lui, lo vedemmo scuotere il capo: “No è?”, fece puntando il cannello della pipa sul bastione: “Mettiamo pure che la porta non sia una prova decisiva… ma il camminamento con il parapetto difensivo rivolto all’interno del villaggio, secondo voi, a cosa sarebbe servito? A far piovere petali di rosa sulle ragazze vergini, prima del rito d’iniziazione?”, ci chiese ironicamente.
Io e Lucio ci lanciammo una seconda occhiata perplessa.
Il vecchio, senza lasciarci il tempo materiale per imbastire una risposta, ci incalzò con un’altra domanda: “E dei gradini scavati nella roccia per salire sul camminamento, sempre dalla parte esterna, cosa mi potete dire?”.

In effetti non si era mai visto, nemmeno nei più scalcagnati film di cappa e spada, che per difendersi dagli assalitori, i difensori… che ne so… facciamo di Troia, tanto per citare l’assedio più celebre, fossero costretti a spalancare la porta, uscire allo scoperto, salire i gradini scavati nella roccia, appostarsi sul camminamento e poi… acquattati dietro il parapetto, attendere che le orde greche fossero entrate in città per colpirle dall’alto.

“Ma allora, chi è perché a costruito quel muro?”, chiesi indicandolo con il bastone.
“Te l’ho detto, figliolo… pastori, contadini… insomma la gente del villaggio.”, rispose riportando il cannello della pipa tra le labbra.
“Per difendersi dal villaggio, l’abbiamo capita.”, sbuffò innervosendosi Lucio.
“Cos’hai capito, figliolo?”, gli chiese con tono paterno il vecchio, innervosendolo ulteriormente.
“Niente! Perché non c’è niente da capire!”, proruppe Lucio.
Fu in quel momento che, guardando un paio di gradini sotto quello in cui il vecchio aveva posato i piedi, Lucio sbiancò: “Ah! Una vipera!”, urlò alzando il bastone sopra la testa, preparandosi a colpirla.
“Fermo lì! Non ti azzardare!”, ordinò con tono perentorio il vecchio, puntando il cannello della pipa in mezzo allo sguardo attonito di Lucio.
“Ma è velenosa.”, si giustificò Lucio abbassando il bastone.
“Non più di te, il giorno in cui ti dovessi sentire minacciato… o tradito dal tuo miglior amico.”, ribatté il vecchio indicandomi; poi si mise ad osservare la vipera con uno sguardo così intenso, da farmelo percepire come affettuoso: “Vuole solo riscaldarsi un po’ al sole… poi se ne andrà da un’altra parte a dormire.”.
“Sì, in qualche casa del villaggio!”, tirò le somme Lucio.
“No, non varcherebbe mai quella porta…”, rispose il vecchio indicandola: “Non c’è più vita di là dal muro… almeno, non come noi la intendiamo.”, concluse criptico.
Osservandolo lessi un’ancestrale terrore nel suo sguardo, e questo mi fece correre un brivido lungo la schiena.
Ma prima che avessi il tempo di chiedergliene conto, mi bruciò sul tempo, domandandomi: “Hai mai avuto incubi, ragazzo?”.
La domanda mi lasciò allibito: “Non so… non ricordo. Forse sì… mi pare che una volta sognai di cadere da un grattacielo, ma non mi spiaccicai sul selciato… mi svegliai prima, con il cuore in gola.”, risposi rammentando vagamente un sogno di quand’ero bambino.
“Niente di pericoloso, ci può stare… ci può stare.”, fece lui voltandosi verso Lucio.
“A me è capitato di sognare un serpente… grosso e verde che di notte s’infilava nel mio letto.”, anticipò la domanda Lucio, facendomi sorridere.
-Vuole giustificare la sua reazione scomposta di fronte alla vipera. -, pensai in quel momento, prendendola per una storia inventata.
“Uhm… Questo invece è già più complicato.”, disse il vecchio corrugando la fronte; poi indicò gli zaini: “Sacchi a pelo?”, chiese.
“Abbiamo anche una tenda.”, confermò Lucio.
Al che, il vecchio ci chiese se fosse la nostra prima volta in tenda, ottenuta risposta affermativa, con una punta di sarcasmo dispensò un non richiesto consiglio: “Non riuscirete ad addormentarvi. Fossi in voi tornerei indietro e cercherei una camera con vista monti in una pensioncina a valle.”.
Punto sul vivo, il fumino Lucio reagì d’impeto: “E invece dormiremo come ghiri! E sai dove la pianteremo la tenda? Eh?! Beh, se non lo sai te lo dico io: la pianteremo proprio in mezzo a quel villaggio!”, concluse acceso in volto indicando il bastione.
“Che coraggio!”, esclamò il vecchio alzando un sopracciglio: “Specialmente tu, che te la fai sotto davanti a una piccola vipera, ne devi avere di fegato per passare la notte nel villaggio.”.
“Non ci sono vipere oltre quella porta… l’hai detto tu.”, obiettò preoccupato Lucio.
“Tranquillo, ragazzo…”, lo rassicurò sorridendo: “l’unica forma di vita che potresti incontrare di là dal muro… oltre a quella del tuo amico, è quella effimera dei tuoi incubi.”.
“Cosa vuoi dire… sii più chiaro!”, replicò sempre più teso Lucio.
Il vecchio scese i gradini, evitando quello su cui la vipera avvolta nelle proprie spire si crogiolava al sole: “Ora devo andare, domani ne avremo di cose da raccontarci… buona fortuna, ragazzi.”, ci disse mentre risaliva il sentiero.
“Sei solo un fanfarone che vorrebbe mettere paura, e invece riesce soltanto a far ridere!”, gli urlò dietro Lucio.
“Calmati Lucio, è solamente un vecchio pastore.”, provai a dire abbassando il tono, trattenendolo per un braccio.
Ma Lucio era fuori di sé: “Non me ne frega un cazzo!”, proruppe divincolandosi con uno strattone. Poi fece tre o quattro passi in direzione del vecchio, e quando lui si voltò, fissandolo con uno sguardo torvo gli urlò in faccia: “Io stanotte dormirò nel tuo villaggio misterioso… è una promessa, vecchio!”.
“Bravo figliolo… domani mi racconterai com’è andata.”, chiosò pacatamente il vecchio, prima di voltarsi e riprendere il cammino.
Lucio rimase a guardare allibito il vecchio che risaliva il sentiero, mentre io, poco più in basso, osservavo lui, domandandomi se non fosse stato opportuno scegliere un altro posto per trascorrere il resto della giornata e l’intera notte.

“Un altro posto? Dove? E perché? Perché un vecchio pazzo si è divertito a spaventarmi? No, Sandro, nemmeno se laggiù ci dormissero tutti i demoni dell’Inferno, ora la darei vinta a quel vecchio!”, proruppe quando gli esposi le mie perplessità.

                             *****************************************************

“Pare di stare a Pompei”, fece Lucio guardando prima a destra poi a sinistra, mentre transitavamo in mezzo a dei casolari di pietra addossati alle pareti verticali di quella specie di canyon.
La luce perpendicolare del mezzodì, penetrando negli ambienti privi di copertura da tempo immemore (da quando l’orditura lignea dei tetti era collassata all’interno) usciva dalle aperture di porte e finestre.
“Uhm… direi più a Machu Picchu.”, obiettai, osservando che le opere murarie in pietra a vista delle case si presentavano praticamente intatte.
“Faccio un paio di foto.”, disse Lucio tirando fuori l’apparecchio dalla custodia.
“Fai pure, io intanto preparo i panini.”, risposi tirando fuori le provviste dallo zaino.
Mentre pranzavamo provai a chiamare casa, così da rassicurare mia madre che avrebbe provveduto a rassicurare la made di Lucio; constato che non c’era campo, decidemmo di comune accordo di soprassedere, rinviando al giorno dopo: quando saremo risaliti dal canyon in cui ci eravamo cacciati per dimostrare a un vecchio quanto eravamo coraggiosi.

“Mi sa che quaggiù la sera arriverà molto presto.”, disse Lucio indicando l’ombra che, poco dopo l’una, aveva iniziato a risalire la parete alla nostra destra.
“E l’alba molto tardi.”, completai osservando il Sole migrare sopra l’alta parete di roccia a ovest.
“Mi sa che il freddo arriverà ben prima che giunga la notte. Sarà meglio scegliere il posto e montare la tenda in fretta.”, aggiunse Lucio. 
“Lì andrà benissimo.”, dissi indicando l’interno di una casa libero da detriti.

Steso nel sacco a pelo, dentro la tenda illuminata da una lampada da campeggio, osservavo Lucio armeggiare con la macchina fotografica: “Cosa stai facendo?”, gli chiesi incuriosito.
“Monto un flash, poi m’infilo nel sacco a pelo.”, rispose mostrandomela, e prima che potessi chiedergliene conto, aggiunse ridendo: “Se qualche animale notturno entra nella tenda, lo metto in fuga con uno scatto!”.
Lo presi quasi per uno scherzo: ritenni che, nonostante quello che ci aveva detto il vecchio e nonostante non si sentisse volare una mosca, lui sperasse ancora di fotografare qualche forma di vita dentro quel budello di pietra.

“Ehi… Sandro, svegliati.”, lo udii bisbigliare lontano mentre scuoteva il sacco a pelo.
“Cosa c’è, che ore sono?”, chiesi agitandomi, spalancando gli occhi.
“Lo senti anche tu?”, mi domandò tendendo l’orecchio.
“Sì… cos’è?”, chiesi uscendo dal mio caldo bozzolo.
“Non so, andiamo a vedere.”, fece accendendo la torcia elettrica prima di passarmela: “Aspetta! Prendo questa.”, aggiunse afferrando la macchina fotografica.
Dopo aver lasciato la tenda, avanzando con titubanza uscimmo dalla casa e ci posizionammo in mezzo al sentiero; un sibilo profondo, l’ansare intermittente di un respiro spingeva verso di noi un odore fetido e penetrante: un cocktail di ammoniaca e carne in putrefazione.
“Viene di là:”, sussurrò Lucio.
Portai la mano che reggeva la torcia più in alto possibile, in modo da illuminare una maggior porzione di sentiero: “Mio Dio! Lucio! Cos’è quella roba che striscia?!”, urlai sgranando gli occhi.
“Una specie di serpente grosso come un’automobile!”, rispose agghiacciato.
Ipnotizzati da due occhi gialli, grossi come due fanali, eravamo come paralizzati in mezzo alla via: “Ci sta venendo addosso, dobbiamo scappare!”, urlai più forte, quando il rettile dalla pelle viscida e squamosa, color verde fluorescente, sibilando era ormai giunto a pochi metri da noi. 
Ma i piedi non ne volevano sapere di staccarsi dal suolo, eravamo come inchiodati lì, in attesa degli eventi.
Quando lo strano essere spalancò le fauci, mostrando la nera lingua biforcuta che danzava in mezzo a una ressa di denti affilatissimi, gli lanciai contro la torcia che, rimbalzando contro i denti cadde a terra e si spense: ora la scena, illuminata soltanto dalla luce algida della luna piena, aveva assunto connotazioni spettrali. 
A quel punto, constata l’impossibilità di fuggire, non ci rimase che chiudere gli occhi e riaprirli sperando che fosse solo un brutto sogno.
“Ehi! Tu! Sono io il signore della notte!”, la voce roboante e il suono di sonagli che invase il canyon ci spinse a riaprire gli occhi… quello che videro, fu qualcosa che fatico ancora a credere sia accaduto realmente.

“Un buffone?!”, esclamò Lucio: “no… non è possibile… dove siamo finiti.”, balbetto osservando la figura che, seppur ingobbita, superava agevolmente due metri in altezza.
“E’ solo un incubo.”, mi sovvenne restando ad osservare impietrito la scena, convinto che da lì a poco ci saremmo svegliati dentro i nostri sacchi a pelo.
Una roba così incredibile, non poteva essere vera, no… assolutamente, non lo poteva, pensavo senza riuscire a distogliere lo sguardo, mentre lo scampanellio del berretto a sonagli, muovendosi all’unisono con la testa del buffone che affondava e ritraeva le fauci strappando pezzi di carne e liquido verdastro dal corpo serpentiforme che si sbatteva contorcendosi dal dolore in un sibilo muto, si faceva assordante.
A cavalcioni della carcassa sventrata della preda, affondò, come il becco di un avvoltoio, la faccia tra le viscere, strappò il cuore ancora pulsante del serpente e lo divorò, fu allora che notò la nostra pietrificata presenza.
Rimase lì, immobile per un interminabile attimo, a studiare le nuove prede con sguardo truce; all’improvviso, con un balzo si rizzò in piedi sopra la carcassa verdastra, poi, compiendo una spettacolare capriola in avanti balzò dalla carcassa e atterrò davanti a noi: “E’ finalmente giunta l’ora, di banchettare con i vostri cuori!”, declamò stentoreo puntandoci contro l’indice della mano destra, mentre con la sinistra si toglieva il liquido verdastro dall’insopportabile afrore che colava dagli angoli delle enormi labbra vermiglie.
Spalancandola senza fretta, la bocca si allargò a dismisura, arrivando ad occultare la punta impomatata di rosso del naso del buffone; bulbi oculari color del peltro, attraversati da rivoli vermigli, zanne ingiallite da tigre in primo piano su sfondo rosso violaceo dell’enorme cavità orale, questa è l’immagine che più mi è rimasta impressa di quella notte.
Singhiozzando rassegnato, mentre il mostro, piegandosi in avanti, avvicinava le fauci al mio sterno, ebbi il tempo di dire a Lucio: “E’ finita!”.

-Non è mai finita, fino a quando non è veramente finita. -, mi sovviene ora, rivivendo la scena a distanza di anni.

Senza la prontezza di riflessi del mio amico, non l’avrei mai potuta raccontare questa folle storia.
Quando le fauci dell’essere mostruoso, furono ormai prossime al mio petto; Lucio, istintivamente levò la mano che teneva distesa lungo il corpo, gli puntò la macchina fotografica negli occhi e scattò!
Con un urlo terrificante il buffone rimbalzò all’indietro di parecchi metri: non saprei quantificare quanti, comunque abbastanza per sparire nel buio della notte.
“AAAAAHHHHH! MALEDETTIIIII! MI AVETE ACCECATOOO!”, la vibrazione sonora prodotta dalle urla inumane che si allontanavano, fu così potente da far staccare qualche instabile frammento roccioso dalle pareti del canyon.
“Andiamo! Nascondiamoci prima che torni!”, proruppe Lucio, trascinandomi per un braccio all’interno della casa dove avevamo montato la tenda.
Si guardò attorno: “Mettiti lì, in quell’angolo non ci potrà prendere alle spalle.”, ordinò una volta dentro.
Tremando come una foglia mi accucciai nell’angolo indicato, a ridosso della parete di roccia.
“Dove vai, Lucio?”, gli chiesi ansando, vedendolo abbassarsi per entrare nella tenda.
“Ssst! Arrivo subito.”, bisbigliò portandosi l’indice davanti alle labbra.
Pochi secondi, più o meno mezzo minuto che a me parve un’ora, trascorse prima che Lucio uscisse dalla tenda trascinando i sacchi a pelo e gli zaini: “Fa freddo, buttati addosso questo.”, bisbigliò tirandomi il sacco a pelo, che afferrai al volo e usai come una coperta.
“Ora che stai facendo?”, gli chiesi con un filo di voce, guardandolo trafficare nel suo zaino.
“Preparo le munizioni… se mai dovesse tornare, ci troverà pronti.”, rispose mostrandomi la scatola contenente i flash: “Tieni, bevi.”, aggiunse poi passandomi una borraccia.
Ne avevo davvero bisogno: l’odore di ammoniaca e altre schifezze, ancora ben presente nell’aria stagnante, mi aveva irritato occhi, naso e gola.
Dopo averne sorseggiato un po’, mi sciacquai occhi e bocca; Lucio, dopo aver sostituito il flash bruciato con uno integro, fece altrettanto.
Poi, impugnando la macchina fotografica come un’arma, si sedette accanto a me, e mentre si copriva con il sacco a pelo mi spiegò: “Da qui riusciamo a controllare porte, finestre…”, indicò la parte alta delle pareti: “e i muri… se dovesse tornare gli sparò un’altra fotografia e lo faccio secco.”, concluse puntando l’arma impropria in direzione dell’entrata, strappandomi, nonostante la situazione non propriamente rosea, un sorriso.
Passarono cinque lunghi e silenziosi minuti: “Lucio.”, feci, attirando la sua attenzione; ottenuta la quale gli posi un quesito di non poco conto: “Non possiamo restare qua per sempre… come faremo a toglierci da qui, se quel… mostro, è la fuori che ci aspetta?”.
“Bella domanda…”, convenne Lucio: “Ci stavo riflettendo pure io.”.
“E, cosa avresti concluso?”, gli chiesi.
“Che quel… mostro, sparirà insieme alla notte. All’alba potremo andarcene tranquillamente.”, rispose, provando ad essere convincente, almeno nel tono.
“Sei sicuro?”, insistetti poco convinto.
Lucio ci pensò un attimo: “Sicuro, sicuro… no! Ma quasi.”, replicò gettandomi nello sconforto.
“E su quali basi appoggerebbe… quel: quasi?”, lo incalzai: pur capendo che non lo poteva fare volevo che mi assicurasse, dicendomi che ce la saremo cavata.
“In prima battuta, su quello che ci siamo detti con il vecchio… in seconda, su quello che ha detto il buffone entrando in scena.”, rispose con la baldanza di chi sa ciò che va affermando.
-Forse lo fa per tenermi su di morale. -, pensai sul momento: il vecchio aveva detto tante incomprensibili cose, ma ora ricordavo solo che aveva detto che ci saremo rivisti all’indomani, e questo mi rassicurò, almeno in parte… ma, il mostro, il buffone cosa aveva detto di così trascendentale per la nostra sopravvivenza?
“Lucio.”, sussurrai appena, attirando la sua attenzione: “Cos’ha detto, il mostro?”.
“Ehi! Tu! Sono io il signore della notte!”, rispose imitando a basso volume il tono roboante del buffone.
Annuii leggermente sollevato; non valeva certo quanto un’assicurazione ai Lloyd’s, ma poteva avere un certo peso per chi è disposto ad aggrapparsi pure all’aria per non precipitare.
Lucio guardò l’orologio: “Anche tenendo conto che quaggiù arriva sempre come un accelerato, manca poco ormai all’alba, coraggio, si torna a casa, amico mio!”, mi rassicurò battendomi una mano sulla spalla.
Non ero certo dell’umore giusto per interpretare le sue metafore; così ci misi qualche secondo più del solito a capirla: “Come un accelerato… sempre in ritardo.”, bisbigliai alla fine sorridendo.

Il mostro buffone, non tornò a riempire con altro orrore la notte; così, quando l’accelerato dell’alba ci raggiunse, dopo aver raccattato in fretta e furia le nostre cose, lanciando un’occhiata circospetta al sentiero restammo favorevolmente sorpresi notando che la carcassa del rettile non ostruiva più la via: come in ogni incubo che si rispetti anche la più insignificante traccia dell’orrore era svanita insieme alla notte e dell’epico, mortale scontro, era rimasto soltanto un indelebile ricordo nella mente di due ragazzi terrorizzati.  
“La via è libera, i mostri sono tutti a nanna.”, sentenziò sorridendo Lucio, mentre ci incamminavamo con passo svelto sulla via del ritorno.

                                  *******************************************

Affiancati, silenti e pensosi, iniziammo a risalire il sentiero; voltandoci ad intervalli regolari nel timore di essere inseguiti da qualcuno o qualcosa di misterioso.
“Pensi che si sia tratto solo di allucinazioni… oppure sono passati gli operatori ecologici a ripulire il sentiero?”, mi chiese improvvisamente Lucio, sdrammatizzando il quesito con un velo d’ironia.
Scossi il capo: “Non lo so, Lucio… è ancora tutto troppo presente… dovrò dormirci sopra molte notti, se ci riuscirò, per derubricare quello che abbiamo visto entrambi a semplice incubo.”, risposi allungando il passo.
Lucio trasse un sospiro: “E’ tutto vero, Sandro… purtroppo è tutto, irrazionalmente vero.”, affermò convinto; poi provò a stemprare l’atmosfera plumbea chiosando con una battuta: “A meno che… non fossimo su scherzi a parte!”.

Sarà stato perché non ero nelle condizioni psicofisiche ideali per ridere, fatto sta che non mi parve un gran che, la giudicai inopportuna; ma gli regalali comunque un sorriso di circostanza, un atto dovuto perché la battuta non andasse sprecata, un premio all’impegno profuso per provare ad alzare il morale, finito sotto i tacchi, della truppa.

“Ecco là il muro, incubo o meno, presto ci lasceremo questo posto alle spalle.”, dissi indicandolo con il braccio teso, sperando di chiudere, almeno per un po’, la faccenda.

Ma di là dal muro, qualcuno attendeva, ansioso di riaprirla, la faccenda: “Oh, no!”, fece Lucio alzando lo sguardo.
Nonostante il trambusto, non ci eravamo scordati dell’appuntamento con il vecchio, ma speravamo ardentemente entrambi che non si fosse fatto vivo; invece lui era lì, seduto esattamente sullo stesso gradino, nella stessa postura, stringendo la stessa pipa nello stesso angolo delle labbra: se non fosse stato per l’assenza della vipera e per il Sole che a quell’ora non aveva ancora raggiunto i gradini, l’avrei detto un déjà-vu.
“Allora, ragazzi, dormito bene?”, ci chiese, facendo dell’ironia a buon mercato con la solita voce arrochita.
“Da Dio!”, rispose a tono Lucio, continuando a camminare.
Il vecchio parve subire il colpo: “Uhm, bene, bene.”, fece lisciandosi la barba: “Nessun incubo notturno?”, aggiunse poi.
“No!”, rispose seccamente Lucio, mentre gli passavamo davanti.
Il vecchio, capendo che non ci andava proprio di stare lì a parlare di mostri, veri o presunti, e che non vedevamo l’ora di tornarcene alle nostre case; mise sul tavolo il carico da undici: “Dunque non avete incontrato Rigoletto! Strano.”, buttò lì con noncuranza quando ormai lo avevamo lasciato alle spalle.
“Rigoletto!”, esclamai sbalordito arrestando il passo, subitamente imitato da Lucio che mi guardò perplesso: “Ecco chi mi ricordava quel mostro! Il buffone di corte dell’opera di Verdi!”.
Lucio fece mente locale: “Hai ragione!”, esclamò illuminandosi; si voltò, corrugò la fronte e, indicando il vecchio che ora sorrideva sornione, si chiese: “Ma lui non c’era, come lo può sapere?”.
Già, come lo poteva sapere un vecchio, che si presume stava dormendo tra due guanciali, cosa avevamo visto laggiù? Ci stavamo chiedendo entrambi. 
Non riuscendo a darci una risposta convincente, facemmo dietrofront e gliene chiedemmo conto.
“Lo so perché, paradossalmente, dovrei esserne il padre!”, fu la raggelante risposta del vecchio.
-Questo ci prende per il culo. -, pensai innervosendomi: “A sì? E chi sarebbe la madre… Aida o Tosca?”, domandai con sarcasmo.
Il vecchio non sorrise, indicò con il cannello della pipa il portale: “Il villaggio.”, rispose serafico.
“Senti, vecchio… se vuoi prenderti gioco di noi, ti avverto che non è proprio giornata, eh?”, replicò con fare minaccioso Lucio, serrando i pugni.
“Non ho più l’età per mettermi a giocare con degli sbarbatelli…”, iniziò a dire, notò che Lucio stava per interromperlo e alzando per la prima volta il tono lo zittì: “Stai buono e calmo, giovanotto! Lo dico a entrambi… e lo dirò una volta sola! Se non volete impazzire, rimuginando giorno e notte su quello che vi è capitato… io sono qui per aiutarvi a capire… ora decidete voi, se stare ad ascoltarmi, oppure andarvene senza conoscere la verità…”, ci fissò nello sguardo e concluse, rimettendo la pipa nell’angolo della bocca: “Allora… sto aspettando?”.
Lucio mi guardò, io mi limitai ad annuire: “Ok, parti forte e vai fino in fondo!”, esclamò Lucio facendo schioccare il pollice contro il medio della mano destra, rivolgendosi al vecchio come si fa con un amico o un compagno di scuola.
“E’ una storia che parte da molto lontano… ma prima di iniziare vorrei capire cosa avete visto laggiù… uno di voi, se la sente di raccontare come si svolsero i fatti?”, chiese allora il vecchio, rivolgendosi ad entrambi.
Ci guardammo l’un l’altro; interpretando lo sguardo dubbioso di Lucio: una via di mezzo tra il perplesso e l’impaurito, non mi parve troppo propenso a ricordare; così, iniziai io, e davanti allo sguardo del vecchio, che ascoltò compunto senza mai interloquire sino alla fine, sciorinai velocemente, come se si trattasse di un fardello di cui liberarsi in fretta perché troppo pesante da portare da solo, quel che videro i miei occhi e udirono le mie orecchie… e come, grazie alla prontezza di spirito del mio amico Lucio, uscimmo indenni dal regno degli incubi.

“Il serpente verde, è quello del tuo incubo, presumo.”, disse il vecchio dopo aver ascoltato e riflettuto, indicando Lucio; il quale confermò con un cenno del capo.
“Ottima idea quella di spaventare Rigoletto puntandogli il flash negli occhi! Sei sveglio, ragazzo.”, proseguì il vecchio complimentandosi.
“Spaventato?! A me sembrava molto più che spaventato!”, saltai su contrariato: “Non si è più fatto vivo, e ce n’era di tempo prima dell’alba… Secondo me potrebbe anche essere morto.”.
Il vecchio mi regalò uno sguardo pregno di compatimento: “Nemmeno un graffio, gli avete procurato!”, sentenziò, spiegandoci che: “Per come la vedo io, il flash colpendo in pieno gli occhi, occhi in grado di vedere nitidamente nella notte più buia e per questo estremamente sensibili alla luce, lo ha accecato momentaneamente, procurandogli anche un dolore lancinante, che lo ha spaventato al punto da farlo scappare… ma sono certo che ora, nascosto in qualche misterioso anfratto in attesa che giunga la notte, mentre si lecca le ferite sta meditando vendetta, tremenda vendetta.”.
“E su chi o cosa si vendicherà, visto che non abbiamo nessuna intenzione di tornare laggiù?”, chiese Lucio, rinvenendo dall’apatia dentro cui sembrava essere precipitato.
“Mio giovane e ingenuo ragazzo, cui la vita non ha ancora insegnato che la vendetta è un piatto che si serve freddo… stai sicuro che prima o poi, qualcun altro avrà la brillante idea di passare la notte al villaggio.”, rispose il vecchio, senza aggiungere null’altro.
Infastidito dalla risposta, un misto tra il saccente e il sarcastico, Lucio reagì a tono: “Chissà perché, mi viene da pensare che non sarai tu quel qualcuno.”.
“Oh, lo potrei anche essere, ma la mia presenza non servirebbe a placare la sua sete di vendetta. Credimi, ragazzo, la mia presenza è molto più utile qui.”.
“Utile a cosa?”, insistette Lucio.
“Utile a mettere i guardia i giovani leoni dalla testa dura che vogliono visitare il villaggio… ma purtroppo, non sempre i giovani ascoltano i consigli dei vecchi.”, concluse deluso, sospirando.
“Cazzate!”, sbottò Lucio: “Secondo me ti stai aggrappando agli specchi per nascondere la tua fifa nera.”.
Il vecchio sorrise: “Sei troppo giovane per capire, ragazzo mio… ce ne ho passate di notti, là dentro. Quello che non sai, è che il tuo incubo, il serpente intendo, se non fosse sopraggiunto Rigoletto, avrebbe fatto scempio del tuo amico, ma a te, non avrebbe torto un capello… che ci creda o no, ci rispettano, i nostri incubi.”.
“Aspetta un attimo!”, intervenni: “Vuoi farci credere che ci vai per parlare con lui?”.
Il vecchio annui: “Sì, ci andai per porgli domande e avere risposte.”.
“E… le hai avute?”, insistetti sempre più affascinato dal mistero che il vecchio si divertiva a svelare in piccole dosi.
Lui, il vecchio, parve comprendere l’incontenibile desiderio di conoscenza insito nelle nostre domande: “Partiamo dall’inizio…”, disse allora, ruotando l’indice davanti allo sguardo come a voler spostare all’indietro le lancette sul quadrante di un invisibile orologio: “Da quando, ancora bambino, vidi mio nonno morto, steso nel suo letto con le mani congiunte e lo sguardo terreo.”.
Trasse un lungo respiro, guardò il cielo e iniziò: “Rammento come fosse adesso: le donne che recitavano il rosario sedute in un angolo, mia madre che piangeva accanto al letto… ed io, che osservando da vicino il volto cinereo, mi spavento e sposto lo sguardo sulla parete di fronte, lancio un urlo e scappo via.”
“Cosa c’era sulla parete?”, chiese Lucio, mentre il vecchio si era fermato per prendere fiato.
“La locandina di un’opera lirica, che mio nonno aveva incorniciato e teneva da anni appesa in camera.”.
“Rigoletto!”, mi sovvenne.
“Rigoletto!”, confermò il vecchio: “L’avevo vista chissà quante altre volte quella stampa: un ritratto a mezzo busto del buffone con le gote e la punta del naso impomatati di rosso e gli angoli delle labbra piegate all’ingiù, un’immagine che esprimeva una profonda prostrazione. 
Ogni volta che entravo nella sua camera, l’occhio mi cadeva là; osservavo rapito lo sguardo malinconico del buffone per un tempo indefinito, poi chiedevo a mio nonno, appassionato melomane che nutriva una devozione quasi religiosa per il cigno di Busseto, di raccontarmi per l’ennesima volta la trama dell’opera… e lui era ben felice di poterlo fare, accennando, qua e là, le arie più note.”, irripetibili momenti narrati aprendosi al sorriso; poi, lo sguardo del vecchio s’imbrunì e la voce s’incrinò: “Ma quel giorno, già tristissimo di suo, accadde qualcosa di estremamente angosciante: improvvisamente ebbi come l’impressione che le labbra e il mento del ritratto vibrassero di un commosso dolore. Sgranando gli occhi atterriti, vidi la lacrima dipinta sotto l’occhio sinistro del buffone scivolare lungo la gota, uscire dalla cornice del quadro e cadere sul pavimento con un rintocco grave: da campana a morto. L’immaginazione di un bambino, che per la prima volta vede la morte dipinta sul volto del nonno, aveva innescato una reazione esagerata. Rimane il fatto, che un triste evento generò l’incubo che avrebbe tormentato molte mie notti negli anni a venire.”.
“Sempre lo stesso incubo?”, chiese un interessato Lucio.
“Poteva cambiare l’ambientazione, variare la trama, ma il ruolo di primo attore, spettava immancabilmente a lui, Rigoletto!”, rispose, poi puntò l’indice contro Lucio: “Come lo è il serpente nei tuoi, di incubi.”.
Lucio, colto alla sprovvista, rimase sbigottito: avrebbe voluto negare, ma non lo poteva fare.
“E’ inutile negare, lo sappiamo entrambi in che razza di incubi siamo precipitati.”, proseguì il vecchio, come se avesse letto nel pensiero di Lucio: “Avevo all’incirca la tua età, quando sentii il bisogno impellente di trascorrere la notte nel villaggio. Ma non fummo noi a decidere, furono loro, gli incubi, a guidarci… noi siamo stati inconsapevoli strumenti di qualcosa di troppo grande e misterioso per poterci opporre.”.
“Ma ora il mio incubo non esiste più, il tuo, Rigoletto, l’ha sbranato come un cotechino alla brace.”, precisò Lucio, strappando un sorriso al vecchio.
“Sarebbe comunque svanito all’alba… sono creature fragili, la loro effimera vita, si consuma dentro un’unica, terrificante notte.”, ci tenne ad informarci il vecchio.
“Mah! Rigoletto…”, feci, e prima che potessi concludere il vecchio saltò su gelandomi il sangue: “Rigoletto è un eccezione… un incubo mutante, nel pieno di una metamorfosi.”.
“Che tipo di metamorfosi?”, mi sovvenne di chiedergli.
“Muterà in una coloratissima farfalla, e non romperà più i coglioni al prossimo.”, rispose ridendo Lucio.
Provai a trattenermi, non mi sembrava il momento adatto, ma alla fine scoppiai a ridere anch’io.
Il vecchio attese con sguardo atono che ci ricomponessimo, prima di proseguire senza alterarsi: “Il giorno che i suoi occhi riusciranno a sopportare la luce del giorno, e i suoi polmoni respirare aria diversa da quella del villaggio… Rigoletto sbranerà il mondo!”, sentenziò freddamente.
“Ehi, vecchio! Mica penserai di spaventarci con queste barzellette!”, reagì a muso duro Lucio.
-La reazione, pronta e proporzionata, di Lucio, ha spaventato il vecchio. -, ebbi a pensare al momento, ma subito dopo, quando il vecchio proseguì nel suo racconto facendo mostra di non aver sentito; dovetti ricredermi: eravamo noi quelli spaventati, lui lo aveva compreso ed era passato oltre. 
E mentre narrava con voce partecipata, modulando il tono attorno a un’ampia scala di sentimenti contrastanti; percepivo a pelle il bisogno che aveva di condividere il suo terribile segreto con qualcun altro.
“Avevo come l’impressione che qualcuno mi stesse osservando, la prima notte che trascorsi nel villaggio. Mi svegliai di soprassalto e lui era lì, davanti a me; sul momento mi prese un colpo, ma quando lo vidi piangere a dirotto, chiedendomi perché l’avessi generato, presi ad osservarlo con altri occhi: -Perché non mi hai tenuto nella tua mente, qua fuori non durerò oltre la notte. -, esordì singhiozzando, parlandomi poi del concepimento e dell’effimera vita che lo attendeva. E nel suo sguardo lessi paura e tristezza: la consapevolezza che assale ogni essere mortale poco prima del passo finale. Dialogammo per gran parte della notte, e all’approssimarsi dell’alba, m’implorò di lasciarlo solo… non voleva che lo vedessi svanire per sempre, dentro l’alba.”, concluse commosso.
“Ma lui non è mica svanito, è sempre lì… com’è ‘sta storia?”, lo incalzò Lucio.
“Quando lasciai il villaggio ero convinto di non incontrarlo mai più…”, iniziò a spiegare il vecchio, corrugando la fronte radunò ricordi ed emozioni e proseguì: “Erano trascorsi più di due mesi. Nel primo pomeriggio un pastore, transitando per il villaggio, aveva scoperto il cadavere orrendamente dilaniato di un escursionista che aveva passato la notte là dentro: sbranato da un branco di lupi! Sentenziarono gli agenti della forestale. Ma in quel budello di roccia dove non cresceva nemmeno un filo d’erba, dove nessun animale si sarebbe avventurato, che ci sarebbero andati a fare i lupi?”, ruotò l’indice all’indietro e proseguì: “La sera prima avevo sognato Rigoletto che si avvicinava al letto e mi sussurrava: -Padre… padre… sono vivo. -. Collegai i due fatti e la notte tornai nel villaggio. La mia intuizione si rivelò esatta. Rigoletto era sopravvissuto molte notti di troppo per un incubo. Ed ora, grazie alla sua straordinaria tempra, si credeva un semidio. Così, quando gli chiesi conto del ragazzo che aveva dilaniato la notte prima, gonfiando il petto si mise a urlare: -Io sono il signore della notte! Chi invade il mio regno sarà sterminato! -, ora il suo sguardo fiammeggiante esprimeva l’arroganza cattiva dei potenti; era come impazzito, piroettava girandomi attorno ridendo e scuotendo la testa come un forsennato per alimentare lo scampanellio dei sonagli appesi al berretto. Andò avanti alcuni minuti; quando con l’ultima piroetta si arrestò davanti al mio sguardo, gli intimai, puntandomi l’indice in mezzo al petto: -Avanti! Sbrana pure me, strappami il cuore, maledetto mostro! -. Poi chiusi gli occhi e attesi, trattenendo il fiato, che lo scempio si compisse.”.
Trasse un lungo respiro, guardando lontano i suoi occhi liquidi e chiari andarono alla ricerca delle immagini dell’ultimo duro confronto con il suo incubo: “La sua reazione non fu quella attesa. Posandomi delicatamente una mano sulla spalla, usando un tono che percepii affettuoso, disse: -Tu puoi venire quando vuoi, hai il mio permesso… ora vai, fra poco sarà l’alba. -. Ammutolito, domandandomi come potesse un mostro che la notte prima aveva sbranato un ragazzo esprimere affetto, lo guardai allontanarsi: -Non verrò mai più, mai più! Hai capito?”, gli urlai dietro riemergendo dallo sbigottimento; lui si voltò: - Non importa… sto imparando a guardare in faccia il Sole, e a respirare aria diversa… poi, ti verrò io a cercare… addio padre. -, rispose in tono sommesso, poi alzò la mano in segno di saluto e sparì nel buio della notte. Sconvolto meditai di andare a denunciarlo alla forestale. Ma poi, riflettendoci bene, realizzai che nella migliore delle ipotesi si sarebbero fatti quattro risate; nella peggiore, mi avrebbero preso per pazzo furioso e rinchiuso in manicomio.”.
“E così, da quella notte non lo hai più incontrato.”, tirò le somme Lucio 
“No, non l’ho mai più incontrato, anche perché là dentro non ci sono più stato, nemmeno di giorno… arrivo fin qui, mi siedo e aspetto, sognando di vederlo salire il sentiero alla luce del sole, per affrontarlo a muso duro e ributtarlo da dove è venuto… dentro la mia testa!”, rispose battendo con rabbia le nocche contro il cranio; meditò un attimo e proseguì: “Il guaio è che dentro la mia testa, sento che sta diventando ogni giorno più forte… Dio non voglia che un giorno lo diventi al punto di sentirsi il signore del giorno, oltre che della notte!”.
L’ipotesi sconvolgente di poterselo trovare davanti nella piazza del paese uscendo da messa, ci turbò non poco: “Ma ci sarà pure un modo per uccidere quel…”, stavo per dire mostro, poi riflettendo sul fatto che per il vecchio potesse essere qualcosa di diverso, mi morsi la lingua: “coso!”.
“Vi giuro che se lo sapessi… l’avrei già fatto, senza delegare nessun altro!”, replicò in tono accorato il vecchio, fissandoci negli sguardi.
“Come si concepisce un incubo… hai detto che Rigoletto te lo ha spiegato, magari capendo il metodo, si può trovare l’antidoto… come avviene?”, gli domandò Lucio.
Il vecchio si batté il cannello della pipa contro la tempia: “Da quel che ho capito, dovrebbe avvenire tutto qua dentro… cercherò di esemplificare, usando come pietra di paragone il concepimento umano.”, rispose, prima di deliziarci con un esempio elementare di facile comprensione; capace, a tratti, di farci pure sorridere, nonostante l’argomento sin troppo serio non lo consentisse: “Posto che l’incubo notturno sia l’ovulo da fecondare… e la testa l’utero che lo contiene… il seme per fecondarlo non può che trovarsi all’esterno… nell’aria... ci siete?”.
“Ci siamo!”, rispondemmo all’unisono, lasciandoci scappare un risolino dopo esserci scambiati un’occhiata complice.
“Molto bene… in questo caso l’atmosfera fungerebbe da liquido seminale: il veicolo che si prende in carico il seme proveniente dallo spazio profondo e lo distribuisce in ogni angolo del globo. Così, di notte, mentre l’incubo si manifesta nella testa, il seme sparso nell’aria trasportato dal respiro va a prendersi l’incubo per mano e, mentre espiriamo, lo conduce fuori dall’utero…”.
“Si vede che ci hai lavorato sopra a lungo, eh vecchio?”, fece Lucio, interrompendolo con una stoccata sarcastica: “Ma se è così, perché funziona soltanto qui?”.
“Sono anni che me lo chiedo, ho passato mesi giù in pase, dentro la biblioteca a sfogliare libri su libri, leggendo praticamente tutto il leggibile: dai testi scientifici, ai romanzi fantastici fino ai cartelli appesi alle pareti che invitavano al silenzio. Mi sono fatto venire dei gran mal di testa per capirci qualcosa.”, rispose il vecchio serrando una mano attorno alla fronte.
“E alla fine, non hai cavato un ragno dal buco.”, tirò le somme Lucio, aggiungendo come suo solito una stoccatina sarcastica: “Beh, almeno ti sei fatto una cultura, vecchio.”.
Troppo preso a spiegare la sua tesi, perché una battuta da cabaret lo potesse tangere: “Non sempre il liquido seminale degli uomini risulta fertile, ho pensato alla fine. Così, ho concluso che la composizione dell’aria c’entri qualcosa… se ci riflettete, converrete che l’aria in fondo al canyon qualcosa di strano lo deve avere; non si spiegherebbe altrimenti l’assoluta assenza di vegetazione, o le serpi che arrivano sino a qui, annusano l’aria con la lingua biforcuta e tornano indietro. Se qualcuno si prendesse la briga di analizzare la composizione dell’aria, credo che si troverebbe davanti a degli elementi sconosciuti.”, tirò le somme il vecchio, alzandosi dal gradino.
“Ora avete una base da cui partire, siete in due, giovani e forti, trovatela voi la soluzione dell’enigma. Buona fortuna, ragazzi!”, concluse portandosi in mezzo al sentiero.
“Ciao, vecchio… ci lavoreremo sopra.”, fece Lucio battendogli una mano sulla spalla.
“Poi ti faremo sapere.”, aggiunsi annuendo.
“Non è importante che me lo facciate sapere. Se trovate il sistema per fermarlo, vi consiglierei di non tergiversare e di agire in fretta prima che sia troppo tardi.”, ci spronò con tono grave, iniziando a scendere in direzione del villaggio.
Fu a quel punto che mi sovvenne di non avergli ancora chiesto come si chiamasse: “Ehi, vecchio!”, esclamai attirando la sua attenzione: “Qual è il tuo nome?”, gli chiesi quando si volse
Si tolse la pipa dalla bocca e, con un sorriso aperto disegnato sul volto, rispose: “Vecchio lo trovo perfetto… ragazzo.”, riportò la pipa tra le labbra e s’incamminò.
Restammo a guardarlo finché non lo vedemmo varcare il portale del villaggio, - chissà quanto tempo è passato dall’ultima volta? -, mi chiesi, prima di riprendere il cammino verso casa.

“Secondo me, avviene per impollinazione anemofila!”, esclamò illuminandosi Lucio, riemergendo da un lungo silenzio mentre attraversavamo la radura per raggiungere il parcheggio.
“Cosa?”, feci, osservandolo stranito.
“Il vecchio ha inteso male…”, rispose arrestandosi; indicò il prato e proseguì: “L’esempio calzante per spiegare il metodo usato dagli incubi per traslare dall’onirico nel reale, non è quello in uso nel regno animale.”.
“Ecco laggiù il parcheggio. Sediamoci un momento a riposare.”, dissi levandomi lo zaino dalle spalle: “Avanti, spara!”, esclamai quando ci fummo accomodati nell’erba.
Lucio riordinò le idee, poi partì in tromba: “Penso agli incubi come l’immagine tridimensionale di un sogno, proiettata all’esterno dalla mente. Un’immagine destinata a svanire nel nulla col risveglio se non s’imbattesse nella polverina magica, il soffio capace di mutare l’onirico in reale.”.
“Deve trattarsi di qualcosa che fluttua nell’aria del villaggio, presumo!”, mi sovvenne istintivamente.
“Presumi bene!”, esclamò Lucio, indicò il cielo, azzurrissimo: “Microscopici semi del male, giunti da chissà quale remota dimensione.”.
“Beh, in fin dei conti la tua teoria non si discosta poi molto dal quella del vecchio.”, giunsi a concludere, allungando lo sguardo verso il parcheggio.
“Se per te, il concepimento: è solo un piccolo, insignificante particolare… allora sì!”, sbottò indignato Lucio.
“E’ così importante, conoscere il meccanismo che ha prodotto il mostro?”, gli chiesi, usando un tono pacato per non irritarlo ulteriormente.
“E me lo domandi anche! Mi meraviglio di te! Se lo si vuole combattere, con qualche speranza di poterlo vincere, certo che lo è!”, trasecolò inorridito.
“La corriera sta arrivando, è ora di andare.”, tagliai corto per evitare di scornarci, alzandomi da terra.
“Ma come fai a non capire che…”, fece appena in tempo a dire alterandosi, prima che lo zittissi alzando anch’io la voce: “Ora basta! Ne ho piene le tasche di mostri e roba simile, per oggi non ne voglio più sentir parlare! Me lo spiegherai un’altra vota come e cosa intendi fare con Rigoletto!”. 
Poi afferrai lo zaino e mi diressi al parcheggio.
Lucio abbassò lo sguardo, si alzò, prese il suo zaino e mi seguì senza fiatare.    
 

                                        *******************************************

Sono trascorsi molti anni; quell’avventura, che finì per indirizzare il mio futuro; lasciò strascichi profondi nella mente di Lucio: il ragazzo solare dalla battuta facile, aveva ceduto il passo all’uomo tormentato e tormentoso.
Il mio caro amico dedicò il resto della sua esistenza a combattere il mostro invincibile del villaggio di pietra.
Quando Lucio decise di restare in paese per combattere la sua battaglia contro i mulini a vento, pur perdendoci inevitabilmente di vista restammo in contatto; lui mi informava telefonicamente o tramite internet sulle teorie che elaborava per risolvere l’enigma, io lo ascoltavo e gli offrivo la mia opinione in merito.
E quando gli domandai chi o cosa glielo facesse fare, mi rispose, tra il serio e il faceto: “Quel bastardo, s’è divorato il cuore del mio miglior incubo!”.
-Il ragazzo scanzonato che ho conosciuto, è tornato. -, pensai in quel mentre; ma fu solo un’illusione, un amaro, struggente canto del cigno.

Il giorno che mi confessò di essere ormai pronto a sconfiggere il mostro, provai a dissuaderlo, invano; allora gli raccomandai di stare molto attento e di non andare laggiù da solo, ma di chiedere al vecchio se poteva accompagnarlo: “Il vecchio era già abbastanza vecchio quando lo abbiamo conosciuto, di lui ormai saranno rimaste soltanto le ossa.”, mi rispose, riportandomi malinconicamente alla realtà: non eravamo più ragazzi spensierati, ma uomini maturi.
Lo implorai di aspettare, che tempo tre mesi, durante le ferie estive, sarei tornato in pase e ci saremo andati insieme, come la prima volta e com’è giusto che sia, laggiù.
Lui mi rassicurò, ci salutammo ridendo e scherzando, fantasticando su come l’avremmo ridotto, il mostro vestito da buffone di corte… da quel giorno non ci siamo più sentiti… settimana scorsa ho appreso che un pastore, transitando per il villaggio ha trovato il sentiero ostruito da un corpo orribilmente straziato dai lupi.

Ed ora, dopo essermi recato al cimitero per un ultimo saluto al mio caro amico Lucio, promettendogli che avrei vendicato la sua morte e salvato il mondo dalla terrificante profezia di un vecchio oracolo incontrato, non saprei quanto per caso, in mezzo ai monti molti anni prima… sto scrivendo queste ultime righe, prima di andare incontro al mio destino, da troppo tempo rimasto sospeso nell’incertezza… tra l’agire e il fuggire.

                                                  FINE

  

 

     
               

 
 
   

Questo testo è protetto contro il plagio. Questo testo è depositato ed esiste una prova certa della sua data di deposito e/o pubblicazione. Chi ne fa un uso improprio è soggetto alle sanzioni di legge.

Gradimento

Incubi che.....

....traslano dal mondo onirico a quello reale per mezzo di qualcosa di particolare che si trova solo là......

E che non potrà mai essere svelato, così come la natura stessa degli incubi.

E che, alla fine, ci aspetta per farci pagare il conto.

Bravo chef Giancarlo, ricetta stupenda!

Trovo solo qualche passaggio un po' troppo prosaico, ma per il resto la narrazione fila e ci conduce per mano fino dentro a quel villaggio misterioso.

Piaciuto molto

 

ritratto di Vecchio Mara

questo racconto...

l'ho scritto nel mese di agosto mentre leggevo It... è il primo romanzo che ho comprato di King, e ne sono rimasto talmente affascinato che, probabilmente, l'ispirazione è tracimata impetuosa da lì: leggevo con avidità un bel po' di pagine e, subito dopo, sentivo il desiderio impellente di buttare giù un altro pezzo di questo lungo racconto. Alla fine, rileggendolo mi è parso un buon racconto horror senza eccessi di sangue o squartamenti vari. Così ho deciso di proporlo su Net. Ti ringrazio.

Ciao Paolo

Giancarlo

ritratto di Claudio Di Trapani

I tuoi incubi è come

se fossero un rito di passaggio... una prova da superare per diventare adulti. Il genere horror non l'ho mai amato, ma la lettura del tuo racconto l'ho trovata accattivante. Forse è solo da sfoltire un po'.

Bravo

Un saluto

Claudio

ritratto di Vecchio Mara

già...

un rito, ragazzi che sfidano le loro paure per diventare grandi...  hai ragione. Ti ringrazio.

Ciao Claudio.

Giancarlo

ritratto di Rubrus

***

Confesso che avevo storto un po' il naso con l'incipit che, comunque, mi appare tuttora piuttosto confusionario. Successivamente il racconto prende vita e l'idea del "coso" e della sua origine è singolare e efficace - anche se ricordo un tuo racconto in cui c'entrava un labirinto di specchi che era ancora più efficace. Tutta l'eziologia è invece un po' una zavorra. Stai leggendo "It" ho visto: ebbene, guarda quante righe King, in un romanzo di oltre 1200 pagine, dedica alla spiegazione dell'origine del mostro (lo dice, oh sì, lo dice). Evita certi maniersimi come "derubricare" un sogno (non è mica un'infrazione al codice della strada!) Il tuo racconto comunque fonde bene due archetipi come il brutto posto - con tanto di "guardiano" - e gli incubi. Piaciuto, ciao. 

ritratto di Vecchio Mara

questo racconto...

è sicuramente un gradino o forse anche più d'uno, sotto a quello che hai rammentato e che io considero il mio miglior racconto horror: La casa degli specchi.  Il fatto è che l'ho scrivevo così come mi sgorgava leggendo It, così, essendo il romanzo bello lungo e le idee che m'ispiravano molte, ogni giorno implementavo la trama aggiungendo particolari che magari lo hanno un po' appesantito. D'altronde, praticandolo poco, i meccanismi di un buon horror mi sono poco noti... diciamo che scrivendo a naso, a volte il mostro mi riesce bene, altre volte un po' meno bene. Ti ringrazio.

Ciao Rubrus

Giancarlo