La foto del carnevale.

ritratto di Elisabeth

Da piccola la gente era solita dirle che era bella. Eppure Sarita non  si vedeva cosi. 
Nella fotografia del carnevale precedente stava in mezzo ai suoi nonni, alle spalle le pareti della casa erano incrostate di un color ruggine, indossava il vestito da spagnola, rosso con le balze di tulle nero, lo stesso da sempre che sua mamma le aggiustava sui fianchi e sulle spalle. 
Guardava  la fotografia dentro la cornice argentata, custodita sopra la mensola di cucina, insieme alle altre foto di parenti ormai scomparsi, tra lumini accesi. Se non fosse stato per la presenza dei suoi genitori nel giorno del matrimonio, messi in bella posa dal fotografo, Sarita avrebbe pensato di essere anche lei defunta. La osservava cercando di individuare nelle curve del proprio corpo e nelle pieghe del vestito qualcosa di vagamente somigliante a quel dire, cioè all'essere bella. Senza trovarla, neppure nello sguardo che non si incrociava, essendo i suoi occhi rivolti verso il basso.
Aveva sette anni e guardando se stessa vedeva un essere senza forme, non orribile ma neppure aggraziato, più simile a un essere capace di suscitare repulsione, un po' come avviene con gli scarafaggi o i rettili che quando si avvicinano l'istinto reclama di schiacciarli. 
Che era bella glielo ripeteva anche la maestra Thèresa, le sorrideva  aggiungendo l'orgoglio per il rendimento scolastico di Sarita. Prendere bei voti a Sarita veniva facile, concentrando le sue ore migliori del giorno durante la scuola. In aggiunta quello delle lezioni era un tempo in cui non le sarebbe accaduto niente di male, poteva tenere l'attenzione su formule e miti, su regole grammaticali e confini geografici anziché sulle strategie di autodifesa.
Anche su questo ultimo punto non era più così sicura. Iniziava a dubitare di se stessa e a giustificare le sue percezioni false, dettate sicuramente dal fatto che, appunto, gli esseri ripugnanti possedevano una percezione non reale, ma distorta dal loro stesso pensiero.
Doveva essere così per forza, dato che solo lei vedeva certe cose e gli altri che ruotavano intorno alla sua casa non si rendevano conto di niente.  Entravano e uscivano i parenti e i vicini, dando il buongiorno e salutando con la stretta di mano come accadeva per tutte le altre famiglie. Mai un dubbio, una esitazione sulla parvenza che avevano appena incontrato.
 Sarita li stava a guardare.
Provò a darsi la spiegazione che di sicuro anche la mamma di Marica, affranta dalla stanchezza, ogni tanto la minacciava di spedirla in collegio.
Marica era sua amica e spesso invitava Sarita a fare merenda. Sarita però non ci andava sempre, vinta dal timore di dover contraccambiare per buona educazione e di dover prima o dopo  mostrare all'amica del cuore,  cosa era capace di dire sua madre.
Non che la sgridasse a voce alta, ma le comunicava con determinazione le proprie intenzioni a cose già fatte: "prepara le tue cose Sarita, tra un po' vengono a prenderti quelli del collegio, li ho chiamati stamani", oppure era un ceffone mollato all'improvviso ma in verità le mani le alzava poche volte. Se le alzava di rado, significava che le voleva bene.   Una volta aveva appena sussurrato tra i denti  "se tornassi indietro non ti partorire!",  lo aveva detto col viso contratto che sembrava di pietra. Con nessuna flessione delle rughe. Sarita si domandò se esisteva un modo per spingersi i figli in dentro, farli risalire nella pancia, proprio nel momento in cui scivolavano silenziosi  oltre quella strana entità che avevano le donne tra le gambe. Marica le spiegò che non era possibile, e che ne era sicura dato che sua mamma aveva partorito in tutto sei figli. L'unico modo era non farli nascere, lasciarli morire nel ventre, ma non sapeva dire come. 
Sarita si fece seria e disse a se stessa che aveva frainteso le parole di sua madre. Era certa che le volesse bene dato che ogni anno nuovo le riadattava con cura il vestito da spagnola, così poteva farsi fare una foto ricordo e la gente poteva sussurrare di come fosse bella Sarita. 

Carlos, faceva ridere la mamma. O meglio la mamma s'illuminava tutta quando c'era Carlos per casa. Aveva sedici anni, nove in più di Sarita e sembrava non rendersi conto di avere una sorella, tranne che in rare occasioni. Quando la sera andavano a dormire nella stessa stanza, Carlos si avvicinava al letto di Sarita e le mormorava che nel sonno l'avrebbe uccisa, fatta a pezzi, messa in un sacco e data in pasto a Onga. Onga era la cagna del vicino ed era diventata mordace da quando le avevano tolto i cuccioli appena dopo il parto, per questo stava sempre alla catena con un movimento di circa tre metri. Sarita chiudeva gli occhi e sfidava le lunghe ore della notte rimanendo sveglia. Lo disse a sua madre che avanzò l'ipotesi che Carlos le volesse molto bene, fino all'ossessione, per questo si comportava a quel modo. Aveva il sorriso sulla bocca e Sarita si strinse nelle spalle facendo scudo a uno strisciante senso di colpa per aver pensato male di suo fratello. In fondo, le voleva bene sul serio dato che le passava i vestiti usati e la mamma li accorciava per lei. 

La maestra Thèresa chiese a Sarita come mai dormisse sul banco che non era cosa da lei, Sarita non rispose, ma incastrò gli occhi in quelli della maestra sperando che ci leggesse dentro la verità dei fatti senza bisogno delle parole. Non avvenne. Marica, dal primo banco fece finta di guardare fuori dalla finestra perché la situazione era imbarazzante.
Sarita aveva quasi dieci anni e, di settimana in settimana, Il suo rendimento correva in discesa libera.
La maestra si convinse che la cosa migliore era convocare la madre di Sarita che, di certo, siccome le mamme sapevano sempre tutto delle figlie, avrebbe avuto una spiegazione da riportare. E infatti ce l'aveva. Raccontò che la figlia era diventata volubile per via della crescita, che di giorno e di notte i suoi ormoni impazzivano e per questo perdeva il sonno. Poi, disse che da li a una settimana avrebbe fatto la prima comunione e che un evento così importante era motivo certo di agitazione.
Quello stesso giorno e il giorno seguente non rivolse parola a Sarita.
Al terzo si presentò alla figlia con un cucciolo di cane, consegnandoglielo come regalo per la comunione.
Era un piccolo bastardo col pelo nero e la coda lunga, leccava Il pavimento e guaiva di esuberanza. Sarita piangeva. Provava commozione,  gratitudine verso sua madre per amarla tanto da regalarle un cane. Lo chiamò Sansone.

Il padre di Sarita rientrava a casa da lavoro a orario regolare che poi era mezzogiorno. Faceva l'aiuto medico nell'ospedale pubblico e aveva il pallino per la caccia che praticava con lunghissimi preliminari: lucidare la canna del fucile, mettere in fila sul tavolo le cartucce, spazzolare i pantaloni mimetici e il giubbotto multitasche che tirava fuori solo in quella occasione. La mamma lo seguiva in quei movimenti, in religioso silenzio.
Quando rientrava da lavoro si sedeva a tavola con lo sguardo allegro e che aveva cose da raccontare, mangiava con appetito, domandava alla moglie come andavano le cose in casa; Carlos non lo guardava mai in faccia, al contrario non perdeva di vista la madre.  A Sarita pareva un brav'uomo, onesto e fiducioso verso la vita. Anche lui le ripeteva spesso che era bella, dandole pizzicotti sulle braccia e sul sedere.
La foto del carnevale però stava sempre lì a ricordare  a Sarita di essere una creatura senza forma.
Perse molto tempo chiusa nel bagno e davanti allo specchio, ma non trovò niente di quello di cui parlava  la gente.  Trascorreva i pomeriggi dopo la scuola a correre con Sansone e Marica, pensando che in fondo se sua mamma le aveva regalato un cane del bene per lei doveva provarlo. Sansone era un bravo compagno di giochi.
Qualche volta suo padre lo aveva portato a caccia cercando di addestrarlo a fare il cane da riporto di prede, ma Sansone quando sentiva partire il botto dal fucile, fuggiva spaventato a rifugiarsi tra la macchia. Ci volevano ore per ritrovarlo.

La comunione passò ch'era maggio e poi finirono le lezioni con la maestra Thèresa.
Nell'ultimo giorno di scuola, salì le scale di casa con un forte odore di disinfettante nell'aria. 
Aprì la porta e vide che suo padre era già rientrato. Si strofinava le mani nel lavandino di cucina. Sua mamma spazzava via dei peli scuri dalle fughe del pavimento. Carlos fischiettava, che la vita per lui negli ultimi tempi si era ridotta a una sommatoria di ragazze da conquistare e abbandonare due giorni dopo.
Per terra, vicino al tavolo, disteso su un lenzuolo bianco c'era Sansone, con metà della coda staccata, inanimata a trenta centimetri dalle sue zampe. 
La mamma continuava a girare per casa e diceva:- Non ha sentito dolore... eh, così sarà un buon cane da caccia.
Suo padre era soddisfatto del lavoro appena effettuato su Sansone, incrociò gli occhi di Sarita e le sorrise come niente fosse accaduto. Il cervello di Sarita ebbe un sussulto come se avesse sbattuto contro un muro in una serie di contraccolpi.
Carlos aveva un ghigno dipinto sul viso nel vedere la faccia di Sarita bianca come il lenzuolo dove era steso Sansone con la metà della coda.
Sarita si stese sul lenzuolo, vicino a Sansone aspettando che si svegliasse del tutto da quella che era stata una anestesia improvvisata. 
Avevano mozzato la coda al suo cane e lo avevano fatto da traditori, attendendo  che lei fosse a scuola. Per farlo si erano anche accordati nei giorni precedenti, ora si spiegava quel bisbigliare prima di andare a dormire.
Prese in braccio Sansone e lo portò sul terrazzo, lontano dai suoi aguzzini. Le vertigini le agguantarono la ragione, voleva urlare ma nella gola aveva solo silenzio e odore di disinfettante.
Pianse e chiese a Sansone perdono per non averlo potuto difendere.
Poi pianse ancora e Sansone con lei. 
"Smetterò di mangiare, Sansone", disse Sarita carezzandolo tutto.
Sansone le leccava le dita, senza avere ancora la forza di alzarsi sulle zampe.

- - -

Il medico per cui il padre lavorava disse che quindici chili in meno in un mese erano troppi e che bisognava spingere Sarita a nutrirsi, altrimenti andava ospedalizzata.

-Lo fa, disse il padre, -ma non assimila e poi capita che vomita.
Quello stesso giorno la madre ripeté che era vero il fatto che non avrebbe dovuto partorirla perché almeno l'aveva già pianta e sepolta; lo disse quando in cucina c'era solo Carlos che corse a consolarla. 

Di là, nella stanza da letto, Sarita con gli occhi incassati sopra le punte degli zigomi guardava il soffitto.
Sansone stava disteso al suo fianco e respirava cercando di non tradire il ritmo cardiaco di lei.
Sarita lo massaggiava sulle orecchie e chiedeva: -sono bella ora, vero Sansone?
Il cane muoveva il moncherino della coda, che voleva dire sì. 
Respirarono ancora insieme. Per un po'. Poi il cane cercò da solo il proprio ritmo.

Tre settimane dopo, il vestito da spagnola, rosso con il tulle nero fu regalato a Marica.

La maestra Thèresa chiese di adottare Sansone perché nella sua casa c'era il giardino e si capiva che quello non era mai stato un cane buono per la caccia.

 

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Gradimento

catene

di anaffettività producono, nella migliore delle ipotesi, nuova anaffettività moltiplicantesi (salvo catarsi personali, possibili ma difficili); nella peggiore, veri mostri. Forse la spiegazione (una, spiegazione) dei dolori del mondo, è qui, e parte dalle vite personali della gente... il che purtroppo non risolve niente.

Mi è piaciuto il racconto, muove un dolore dentro che è com-passione vera. Trovo il finale un po' tronco ma, forse, è perché vorrei sapere Sarita, in un domani imprecisato, capita e voluta-bene...

ritratto di Elisabeth

Ciao Gabriella, grazie per la

Ciao Gabriella, grazie per la tua lettura. Hai centrato il punto, ovvero l'anaffettività. Hai compreso anche il finale, che è netto volutamente, in quanto ci si auspica che Sarita possa trovare conforto nel futuro, ma non può come spesso accade a meno (appunto come dici tu) di una catarsi. Mi fa piacere che ti sia piaciuto.

Tra settimane dopo.....

.....il vestito venne regalato a Marica e Sansone fu adottato dalla maestra.....

Ecco, io non sono uno psicologo e non so scrivere di psicologia, ma in queste poche parole c'è dentro tutta l'essenza del racconto.

Un racconto che vola via leggero, tra una fotografia e l'altra, e dipinge un mondo triste, solitario e senza alcun affetto dentro il quale la protagonista cerca di tenersi a galla come può.

Ma, come ci insegna Guareschi, le prigioni sono per il corpo e il corpo conta poco.

Sarita lo ha capito, e le parole finali (che ho riportato all'inizio del commento), intrise di orrenda normalità che stride con quello che è appena avvenuto (e che l'autore, apposta, non cita nemmeno) piombano, pesanti come macigni, a chiudere "degnamente" un quadro orribile, che non si vorrebbe mai smettere di leggere e rileggere.

Brava (as usual.....).

ritratto di Elisabeth

Paolo, mi fa piacere che

Paolo, mi fa piacere che anche questo racconto ti sia piaciuto. Ne hai compreso il senso in pieno e quello che non c'era bisogno di scrivere perchè consegnato al lettore in altra forma (di sospensione) ma che si capisce benissimo. Un saluto e grazie per il tuo commento.

ritratto di Lysi

"Respirarono ancora insieme.

"Respirarono ancora insieme. Per un po'. Poi il cane cercò da solo il proprio ritmo"....

per me invece è qui il punto di forza finale. in quel "per un po' '", ed é perfetto senza altro dire. spiega tutto semplicemente intuendo.

bellissima scrittura, emotiva come poche. 

 

ritratto di Elisabeth

Lysi, sono contenta che tu

Lysi, sono contenta che tu abbia apprezzato il racconto e che riesca ad evocare (anche nella sua costruzione) sentimenti, pur se di inquietudine in questo caso. Grazie per la tua lettura. Un saluto.

ritratto di Rubrus

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Il racconto è parvaso, dall'inizio alla fine, da un senso si predestinazione e solitudine, come spesso fai narrato di sguincio, sì che i personaggi paiono non vedere Sarita per quello che è se non per contrapporsi, sporadicamente, a lei. La scelta di Sarita è congruente con il suo "non essere" di cui all'inizio. Piaciuto, ciao. 

ritratto di Elisabeth

Ciao, Rubrus. Sì, tutto si

Ciao, Rubrus. Sì, tutto si muove nella costruzione intorno a Sarita. Più che tutto, mi viene da dire quello che non c'è. Mi fa piacere che ti sia piaciuto. Ben tornato. 

ritratto di Mauro Banfi

Un racconto pieno di dolore ma anche di fiducia

...nello sguardo interiore che ogni essere umano coltiva dalla nascita, e che è la sua forza e la sua magia speciale per affrontare il dolore, che è qualcosa che non si può rimuovere, perchè sta alla base dell'esistenza.
Lo sguardo che portiamo sul mondo non è il mondo stesso, ma il mondo quale noi lo percepiamo attraverso il prisma della nostra sensibilità, delle nostre emozioni, del nostro spirito, della nostra cultura. Se il mondo ci appare triste o ostile, trasformiamo il nostro sguardo e ci apparirà diverso.
E' solo attraverso un lavoro interiore, psicologico e spirituale, che possiamo cambiare davvero e far evolvere la nostra percezione del mondo esterno, e non appoggiandoci alle stampelle e ai trampoili delle ideologie e delle figure familiari "autoritarie".
Allora scopriamo che la gioia e la tristezza non dipendono tanto da cause esterne quanto dal nostro stato d'essere.

Ho visto in questo piccolo grande racconto una sorta di apologia dellla sensibilità interiore: in fin dei conti Sarita e Sansone passano attraverso un processo di crescita ma non sono sconfitti dalle avversità circostanti: li ho visti passare con gioia, nella narrazione, dall'incompiuto al compimento, dall'incoscienza alla coscienza, dalla paura all'amore.
E questo movimento dalla paura all'amore controbilancia tutta la pena della vita e si trasforma in gioia invincibile, in vittoria sommessa e non gridata, ma non per questo piccina e falsa.
Tutto questo è bellissimo e fulgido il tuo talento, e tutto in te e nella tua scrittura suona così meravigliosamente autentico.

 

ritratto di Elisabeth

Mauro, mi viene da dire

Mauro, mi viene da dire soltanto Grazie. (non occorrono molte parole).