Premonizioni

ritratto di Claudio Di Trapani

Macabro risveglio! Sono le sette del mattino e ho il presentimento di dover morire da un momento all'altro; tra un minuto, un'ora, o al massimo entro la mezzanotte, me n'andrò di filato all'altro mondo. È da folli, me ne rendo conto, va al di là d'ogni spiegazione logica; ma visto che finora il mio sesto senso ha sbagliato poco o niente, devo prendere dei provvedimenti. Ho trovato! Riempirò d'acqua fino all'orlo i vasi delle mie nove piante grasse: muoia Sansone con tutti i filistei! Ce n'è voluta di pazienza per rigenerarle. Quando le scovai ammassate in un cantuccio del giardino condominiale dove abito, non possedevano neppure un misero aculeo posticcio. Adesso mettono paura anche solo a guardarle, con tutte quelle spine fitte e ritte, come se fossero in procinto di giocare al tiro a segno col primo rompiballe di passaggio, senza preavviso alcuno e con la frenetica velocità di una mitraglia. Non mi garba l'idea che qualche condomino scaltro se lo porti appresso con la scusa del mio trapasso. Bisogna costruirseli i castelli di sabbia, con la paletta e il secchiello, proprio come insegnano i mocciosi sulla spiaggia. Dedicherò un poco di tempo anche al taglio delle unghie. Non gradisco che mi trovino stecchito con le unghie lunghe; lo sanno pure i sassi che le cellule morte seguitano a crescere anche ai defunti. I capelli sono corti abbastanza; dieci minuti di pulizia generale forse mi basteranno. Importante, devo mettere a soqquadro l'appartamento. Ho sempre invidiato chi non riesce a mantenere l'ordine. Mio nonno, uno zigano ungherese collezionista di cianfrusaglie, mi rammentava sempre un detto: "Se le cose stessero tutte al loro posto, gli uomini non avrebbero il piacere di trovarle." Risolvo d'accettarne il consiglio, tranne che per un coltello a serramanico in argento, l'unico rimastogli del vecchio; lo riporrò, per sicurezza, nel taschino della giacca. S'è fatto tardi, al diavolo i provvedimenti; spunterò solo le unghie strada facendo. Salgo in ascensore e comincio a scendere, ma mi blocco appena due piani di sotto. Ecco, precipiterò alla velocità di venti metri il secondo; le mie carni si spiaccicheranno inesorabilmente al piano terra! È chiaro come il sole che ancora non è giunto il mio momento, visto che abito al piano terzo. L'ascensore finalmente rinsavisce. Meglio sbrigarsi. Monto in macchina e mi dirigo, come il solito, al bar di Via dell'ammiraglio. Ah, l'ammiraglio... era geniale, anemico, collerico, grasso? Qualcuno ne ha imbrattato il nome sulla targa, e poiché abito nel quartiere da non molto... Basta con le elucubrazioni da strapazzo, il caffè m'aspetta. Sorseggio nervosamente due-tre volte; quindi mi precipito alla toilette come un ossesso. È il solito stimolo evacuante; mi succede ogni qualvolta trangugio la prima bevanda calda, caffè o cappuccino, a giorni alterni. Conto fino a venti e pare fatta, ma quando metto il culo sulla tazza del cesso, m'accorgo che mancano i rotoli di carta. Adesso, che m'invento? Non mi ci voleva proprio quest'intoppo; non voglio morire sporco! Chiamo Mario, il barista, una prima e una seconda volta, ma il bastardo non risponde. Un kleenex ancora integro, rimediato dal cestino dei rifiuti, mi risolve finalmente il dramma; posso avviarmi, quindi, verso l'ufficio che è giusto ad un isolato di distanza, teso come uno stoccafisso e attraversato da funerei presagi.

Mi guadagno il pane in una stanzetta al piano terra di un palazzo gigantesco, sessantadue metri d'acciaio, vetri rotti e cemento; faccio l'impiegato e non me ne vanto. Questo rudere infermo lo demoliranno presto, e ne costruiranno un altro, ancora più imponente: il paradiso dei suicidanti. È il pensiero fisso del mio vecchio direttore, un insano e spettacolare gesto contro la malasorte. Chi può dargli torto? Ne ha vissute di disgrazie! A causa di un incidente, l'autunno scorso, gli è venuta a mancare la seconda moglie (la prima era già morta d'infarto). L'aereo su cui viaggiava è esploso in fase di decollo, per colpa di un uccello intrufolatosi di soppiatto in un motore. Neanche il tempo d'asciugarsi gli occhi che parte per il paradiso anche la figlioletta Jessica, vittima di uno shock anafilattico provocatole dal morso di una zecca. Gli ennesimi e più recenti lutti, ieri l'altro: il barboncino cui era legata la piccola e il gattino siamese, morti dopo una rissa per una grassa lisca di pesce. Che disgrazie! L'una appresso all'altra! Non gli rimane che un solo figlio maschio del quale, a dire il vero, si sa poco o nulla. Giocava al luna park, il giorno del suo quinto compleanno, e bastò un momento di distrazione per perderne le tracce. La gente del quartiere disse che a rapirlo era stato un gruppo di zingari ungheresi accampati nei paraggi. Da allora, il vecchio Sanguinetti spende buona parte dei suoi soldi in schiere d'investigatori e chiromanti. Sono passati più di trent'anni e la voglia d'abbracciarlo ancora non gli passa. Squilla il telefono del mio ufficio. "Pronto. Chi parla?" Una voce dal tono poco rassicurante mi comunica che nello stabile c'è una bomba carta e sottolinea il fatto che non si tratta di uno scherzo. In un baleno, a centinaia ci ritroviamo fuori del palazzo: superiori e inferiori, passanti, cani e gatti; tutti a distanza di sicurezza; più divertiti che preoccupati, comunque. Qualcuno urla di aver notato un visitatore al cesso, qualcun altro giura di sapere con certezza dove sta l'ordigno. Passano le ore: due, tre, quattro. Finalmente, l'artificiere ci comunica d'aver trovato un mastodontico spinello in un cassetto dell'usciere Tiraboschi. Questi afferma di non saperne nulla e che è vittima di un complotto, essendo l'unico tra gli impiegati a non aver mai fumato nulla. Dopo avergli fatto firmare il solito verbale di circostanza, tra il becero disappunto degli astanti, lo lasciano libero di andarsene. Che strano, sono ancora vivo e vegeto, ma manca ancora molto alla mezzanotte. La pausa per il pranzo arriva giusto il tempo di studiare la pratica di un assicurato: un contadino siculo cui un'alluvione ha distrutto tutto il raccolto di patate. Seicento milioni d'indennizzo credo lo soddisferanno; tanto è solo una proposta, non gliene daranno al massimo che quattro. Salgo finalmente in mensa, pronto a rimpinzarmi di cibarie calde e fredde, quando qualcuno inizia a palesare atroci fitte al ventre. Potrebbe essere un parto prematuro o un'intossicazione alimentare, l'ennesima dell'anno. Essendo stufo d'aspettare, comincio a masticare. Arrivano altre ambulanze: tre colleghi maschi, nel frattempo, hanno accusato gli stessi sintomi. "Lei sta bene?" mi chiede Sanguinetti. "Sto benissimo, grazie." gli rispondo. Ingollo una bistecca al sangue. Due polpette. Una coscia di pollo ruspante. Dell'insalata di Mosca. Pasta rossa. Risotto giallo. Frutti di mare. Zucchero. Minestra. E il solito caffè corretto come dopo pasto. Sembro su di giri, ancora non è giunto il mio trapasso. Vorrei crepare almeno sazio. Alle quattro del pomeriggio, finalmente, stacco dal lavoro e faccio per andarmene dal palazzo; ma non appena metto il collo fuori dell'uscio, una moto di grossa cilindrata mi travolge. Appartiene al dottor Sanguinetti. "Ti sei fatto male?" "Solo un polso rotto; non è niente." "Scusami, ma è l'agitazione che mi bolle in corpo. Mi è stata comunicata una notizia: ho ritrovato mio figlio!" "È meraviglioso!" gli ribatto. "Direttore, è magnifico. Complimenti!" Il vecchio capo ha le lacrime agli occhi, mi sorride e trema tutto per la contentezza. "Caro, piccolo mio, " mi dice, abbracciandomi "finalmente posso stringerti forte a me ed accarezzarti!" È completamente andato fuori di testa; già, non si può rimanere sani di mente dopo tanti sinistri. In verità, le informazioni che comincia a passarmi collimano perfettamente con i dati anagrafici di cui sono in possesso e con i pochi ricordi di fanciullo. Un anello d'oro, con un pollo in miniatura sul frontale- lo stemma di famiglia e dei miei avi- pare esserne la prova evidente: Sanguinetti se l'è appena sfilato dal dito e me lo offre. Non mi è per nulla estraneo quel monile buffo. Com'ennesimo segno di riconoscimento, che libera il campo d'ogni dubbio, mi racconta di un buco nel prepuzio. All'età di tre anni, me lo procurarono accidentalmente con una grossa spilla da balia; al tempo in cui i pannolini moderni non apparivano bene accetti. Pavento la fine, ho un attimo di smarrimento; la notizia mi ha scombussolato non poco, e il polso fratturato mi procura ancora delle dolorose fitte. È meglio che mi tocchi i genitali... il mio vero padre è così sfigato che potrei davvero crepare da un momento all'altro. Alla mezzanotte mancano circa otto ore e il mio sesto senso -bisogna che lo ammetta- non ha mai toppato, almeno fino all'altro giorno. Spero d'aver presagito male, questa volta. Ma ho un grosso difetto: sono testardo e presuntuoso, fino al parossismo, purtroppo.

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Gradimento

ritratto di Vecchio Mara

mi è...

piaciuto assai quest'impiegato disincantato e paranoico, convinto che sia, per lui, giunto il giorno del giudizio. Il ritmo serrato con il quale il protagonista racconta la sua disgraziata odissea giornaliera, te lo fa leggere d'un fiato, e il finale che non t'aspetti (anche se devo dire che un piccolo dubbio m'era venuto leggendo da chi era stato rapito il figlio, ma grazie al ritmo svelto del narrato l'avevo poi scordato) l'è proprio una chicca che ti lascia soddisfatto.

Ciao Claudio

Giancarlo 

ritratto di Claudio Di Trapani

Felice che

tu abbia apprezzato il raccontino, Giancarlo. Si tratta di un brano molto vecchio. Probabilmente, si tratta proprio una di quelle profezie che si autoavverano.

Salutone

Claudio

ritratto di ivan bui

A dir il vero ...

viene il dubbio che a portare sfiga non sia il tuo "ritrovato" padre. A parte il kleenex (vero colpo di fortuna), tutto quello che hai incrociato si é dissolto o quasi. Non so se c'é una morale, di sicuro c'é un avvertimento, almeno per me: starti alla larga.

Scritto bene, scorrevole e divertente. Originale il soggetto, anche se abbastanza ... pericoloso.

Piacere di conoscerti.

PS. Se leggerò altri racconti, vorrà dire che le tue premonizioni erano errate.

ritratto di Claudio Di Trapani

Ti ringrazio

per la lettura e il commento, Ivan.

Il piacere di conoscerti è anche mio. 

Saluti

Claudio

ritratto di paola_salzano

Cioa Claudio, a me è parso

Cioa Claudio,

a me è parso che l'impiegato in questione sia diventato così proprio grazie alla frustazione, dovuta forse al suo ripetitivo e frustrante lavoro...purtroppo la mente è una "sfoglia di cipolla", come diciamo dalle nostre parti, per cui spesso gioca brutti scherzi...ahahaha!!

A pare l'ironia il ritmo incalzante ti cattura e ti porta dritto al finale inatteso o quasi...e piaciuto anche il proverbio del nonno zigano, davvero saggio ;-)

Dai che la tua ironia fa bene a tutti qui...

Un saluto,

Paola

ritratto di Claudio Di Trapani

Ringrazio

anche te, Paola. Scusami per il ritardo... ma è un periodo... beh, spero che passi più in fretta possibile.

Salutone

Claudio