L'ansia patologica

L'ansia è un emozione e come tale è una reazione valutativa rispetto a qualcosa a cui temiamo di non essere in grado di far fronte. 

L'ansia di cui parliamo è quella che raggiunge livelli eccessivi ed invalidanti sia a livello mentale sia sul piano corporeo. L'ansia fisiologica non è esclusiva della specie umana, ma è rilevabile nei mammiferi in quanto funzione adattativa (valutazione automatica della minaccia alla sopravvivenza). Le recenti scoperte hanno dimostrato che negli esseri umani la reazione d'ansia scatta prima a livello viscerale e poi subentra quella cognitiva. Probabile che questo sia dovuto a meccanismi che riguardano l'evoluzione, visto che le funzioni cerebrali sono più "giovani" di altre, più basilari e meno complesse. Una ulteriore precisazione: ansia patologica e stress sono correlabili solo quando si è in presenza di stress cronico.

L'ansia patologica (da ora in poi chiamata ansia) al contrario di quanto sostengono le persone che ne soffrono, non vive di vita propria , è sempre legata ad altre due situazioni tra loro distinte ma interconnesse: paura e minaccia percepita (reale o immaginata).

Paura e minaccia a loro volta diventano percepibili solo quando si attiva, sia nell'uomo che negli animali, la reazione d'allarme definita e denominata "fight or fly" da Walter Bradford Cannon nel 1932.

Hans Selye è colui che per primo descrisse lo stress. Nella sua originale concettualizzazione che chiamò "general adaptation syndrome", Selye distinse lo stress fisiologico da quello patologico definendolo "distress". Nel gergo comune viene usata la parola stress per indicare uno stato di affaticamento eccessivo e non desiderabile, sia di tipo psicologico sia fisico,  quasi sempre causato dallo stato delle situazioni esterne all'individuo. Nell'ansia invece è lo stato interno a giocare un ruolo decisivo, perchè non coincide e non trova riscontro nella situazione esterna. Possiamo dire che due persone alla stessa identica situazione ambientale rispondono in modo non soltanto diverso, ma addirittura opposto. La risposta è sempre di tipo comportamentale, perchè attraverso le modifiche dell'atteggiamento e del comportamento varia sia la percezione che la relazione con la minaccia.

Chi soffre di ansia è sempre in stato d'allarme o di pre-allarme, i clinici lo definiscono "arousal eccessivo". In pratica l'arousal è un termometro della vigilanza, che ha un suo livello ottimale e livelli intermedi che vanno da basso ad elevato. Il livello ottimale si identifica con lo stato di equilibrio che l'individuo ricerca costantemente con comportamenti attivi. Un basso livello di arousal corrisponde  alla calma, mentre quello elevato indica uno stato di eccitazione e vigilanza marcati, con relativo comportamento per ristabilire la quiete interiore. Tutto il processo avviene grazie alla mobilizzazione di ormoni e neurotrasmettitori che producono un cambiamento fisico istantaneo.

Nell’ansia tutto ruota nella risposta non appropriata agli stimoli, interni o esterni. Questo perchè alla base troviamo una incapacità di regolazione affettiva: la capacità di esperire e regolare gli affetti viene acquisita nei primi anni di sviluppo dell’individuo ( G.J. Taylor).Gran parte dei disturbi psicologici dipendono dal deficit di regolazione delle emozioni (dall’ansia patologica al disturbo borderline).

L’incapacità di vivere e regolare l’affettività è strettamente connessa ad altri fattori interreagenti:

  • mentalizzare: ovvero la capacità della persona di esaminare, di auto-osservazione, di introspezione e infine di intuizione; la sua capacità di riconoscere e di vedere i legami tra i suoi attuali problemi ed il rapporto che instaura con gli altri, ed infine come valuta (o non valuta) quanto gli è accaduto nel suo passato. È necessario distinguere la mentalizzazione (psicologica) dalle intellettualizzazioni e dalla ruminazione ossessiva sui propri problemi interni (aspetto che non è di aiuto nella psicoterapia, ed è un segno di resistenza).
  • alessitimia: inadeguato riconoscimento ed incapacità a verbalizzare adeguatamente le proprie emozioni.
  • stile di pensiero caratterizzato da scarsa immaginazione.
  • l’esercizio cognitivo è maggiormente orientato all’esterno dell’individuo

Date le premesse, chiarisco la mia posizione: la capacità di auto-regolare le emozioni dipende dallo stile di attaccamento della persona. Come ricorderete, lo stile di attaccamento si determina nel rapporto iniziale tra genitori e figli (da 0 a due anni di età). Quelli disfunzionali (evitante, ambivalente, disorganizzato ed insicuro) predispongono allo sviluppo di patologia in epoca successiva, e l’innesco in genere è un trauma subito o anche solo avervi assistito. Anche l'autostima e l'auto-efficienza percepita dipendono dalla relazione primaria con i caregivers. Tutti insieme questi fattori determinano lo stile di pensiero dell'individuo e conseguente comportamento.

La questione della soggettiva percezione e valutazione dello stimolo, sollecita fortemente la psicologia e le neuroscienze, ma l’interesse a comprendere il fenomeno ansia si estende anche ad altre discipline quali la filosofia e la sociologia. Comunque a destare maggior sete di comprensione sono le modificazioni mentali e comportamentali che l’ansia comporta, piuttosto che l’insieme delle reazioni fisiche associate.

Perché una funzione  adattativa come l’ansia si trasforma nel suo contrario?

Al momento non esiste una risposta che soddisfi anche parzialmente i requisiti scientifici. Da rigorosi studi sui gemelli, sappiamo che l’importanza della genetica nei disturbi psicologici è relativamente bassa. Se utilizziamo il concetto di causa-effetto osserviamo che risulta inadeguato, come anche in altre patologie funzionali ed organiche. Infine abbiamo valutato se e come le neuroscienze possano offrire un valido contributo a spiegare l’eziologia del disturbo d’ansia. Valutando lo stato di avanzamento delle scoperte ed i metodi utilizzati in questa disciplina, non riteniamo che attualmente le neuroscienze siano in grado di fornire alcun aiuto per identificare l’eziologia dei disturbi psicologici. Le motivazioni di questa esclusione sono esposti in un’altra nostra pubblicazione reperibile on-line (link all’articolo).

Riteniamo pertanto che l’approccio osservazionale, seppur non rigorosamente scientifico, sia l’unico praticabile al momento.

 Autore: dott Giancarlo Barbini

 Roma, 01.09.2017

Il tuo gradimento: Nessuno (1 voto)