Ci vuole tempo

~Ci vuole tempo                                                                 Grazia VLENTE                                                                         

La pizza nel piatto virava tutta sul rosso e formava sontuosi disegni che debordavano appena un po’ nel fondo bianco latte. Poteva essere margherita o napoletana,  sempre prevaleva il rosso. Non era il suo colore preferito, anche se qualche volta aveva acquistato capi di abbigliamento di quel colore, ma era così tanto tempo fa che faceva fatica a ricordare.
Era il suo primo appuntamento con lui, quello che sarebbe diventato – come si dice – l’uomo della sua vita (veramente, era il secondo uomo della sua vita ma, per fortuna, era stato l’ultimo e, per fortuna, abbiamo una sola vita).
La pizzeria si trovava in centro, lei lì non era mai stata, troppo elegante, metteva soggezione con quei camerieri inappuntabili e le luci leggermente soffuse. Un posto da primi appuntamenti? Si guardò intorno, non c’erano soltanto coppie, anche qualche gruppo di amici, no, famiglie con bambini no, se ne stavano alla larga da un posto simile.
Guardava la pizza come fosse stata un’opera d’arte, un capolavoro del Louvre.
Non mangi?  chiese lui un po’ preoccupato.
E’ così bella questa pizza, è un peccato rovinarla. Ora la taglio.
Sentiva il suo sguardo incuriosito, l’avrebbe considerata una donna strana, troppo strana? Eppure lei si sentiva così normale, forse a volte un po’ infantile, ma stava cercando di correggersi, anche se in fondo non desiderava diventare troppo adulta, se diventare adulta significava non stupirsi più di niente, non credere più  in niente, vedere la pizza per ciò che era, un impasto di farina farcito. Non voleva diventare così adulta, cioè cinica.

Stava entrando sotto i portici, aveva incominciato a piovere, non sembrava un temporale, sarebbe piovuto a lungo, forse tutto il giorno. Si diresse verso la piazza, lì si fermavano parecchi tram, sarebbe salita sul primo che capitava, erano tutti tram comodi per arrivare a casa.

Dopo quella sera non  avevano più messo piede in quel locale, ma quando passavano lì davanti si guardavano negli occhi e si stringevano le mani, come per un segnale: ti ricordi?
Adesso tutto appariva lontano, lontanissimo. E già scriverne, rievocare quel momento le faceva mancare il respiro. Adesso che era rimasta sola evitava con cura i posti che avevano un legame con lui. A volte durante una passeggiata le capitava di imbattersi in quel certo ristorante all’aperto, oppure in quel caffé con i grandi ombrelloni bianchi, a due passi dalla libreria preferita. A quella vista  si bloccava automaticamente, come si trovasse di fronte un ostacolo, poi tirava dritto,  con gli occhi bassi. Subito dopo incominciava a piangere, per fortuna la gente ti passa vicino e nemmeno ti vede, e poi gli occhiali nascondevano gli occhi.
Quanto tempo era passato? Non aveva importanza, quando perdi un braccio o una gamba importa forse  sapere quando l’hai persa? Quello che conta è  l’adattamento che il corpo intero deve fare per riprendere una parvenza di normalità.
Quando parlava con qualcuno della sua nuova  condizione le dicevano tutti la stessa cosa: ci vuole tempo. Un tempo così non lo puoi quantificare, prendere un metro, tirare una linea, un giorno via l’altro, ieri-oggi-domani, ti senti come un automa, vai avanti e indietro a comando, annuisci a comando, apri la bocca a comando e quelle che ti escono sono parole ma tu non le stai dicendo veramente, è come mettere il pilota automatico. Il tuo tempo interiore è ribelle, fa i comodi suoi, è un mare che può portare detriti come dopo la burrasca oppure posare delicate conchiglie sulla sabbia.

Era arrivata alla fermata del tram, come sempre piena di gente. L’invenzione geniale dello smartphone rendeva tutti quieti, tranquilli, assorbiti dal display luminoso. Guardava  quelle facce estranee,  quei corpi che si sfioravano nella ressa, ognuno con la propria vita, con il proprio fardello.

Un giorno era passata senza accorgersene davanti a quella pizzeria.  L’insegna era cambiata, grandi cartelli reclamizzavano le specialità: hazado, gaspacho, churritos, ma servivano ancora le pizze cotte nel forno a legna. Dalle finestre aveva intravisto dei tendaggi rosso scuro, i pavimenti in cotto. Non le sembrava che il locale fosse cambiato molto. Non voleva guardare, non voleva ricordare.

Forse avrebbe dovuto comperarsene uno anche lei, di quegli aggeggi che tenevano calma la gente, forse sarebbe stato un modo per riprendersi la vita, per entrare nel grande flusso della normalità, in sintonia con il suo tempo.  Ma poi, sarebbe riuscita a pensare, così come stava facendo adesso? Non pensare! la rimproverava sua madre quando da ragazza se ne stava sdraiata sul divano-letto con gli occhi spalancati. Per sua madre si trattava di un’attività riprovevole, addirittura pericolosa e forse lo era. Ma ancora oggi, dopo tanto tempo, pensare era rimasta la sua attività preferita. Sprezzo del pericolo?

Non mangi?
E’ così bella questa pizza!

Salirono tutti sul tram ordinatamente, senza spingersi.  Si chiusero le porte. Il tram ripartì.

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