ANIMA e CORPO

ritratto di Davide Cantino

«In omni composito ex contrariis necesse est quod sit inaequalitas, secundum philosophos. (…) Inaequalitas autem est principium corruptionis ex necessitate, quia id quod est fortius corrumpit id quod est debilius». [Tommaso: Il male – Bompiani, Milano 2001 – a cura di Fernando Fiorentino – Quest. 5, Art. 5 – 12]

 

E, infatti, è proprio per il fatto di considerare l’anima razionale contraria al corpo materiale, che si può arrivare a dire che l’essere umano è un composto eterogeneo la cui eterogeneità è causa di corruzione: la realtà mostra che il corpo materiale ha sempre la peggio; questo però non significa che esso sia peggiore dell’anima razionale.

Se ad aver la peggio fosse sempre il peggiore, si dovrebbe concludere che ad avere la meglio è sempre il migliore, il che è notoriamente falso. Dunque, il fatto che in realtà il corpo abbia sempre la peggio (cioè che abbia sempre a morire) non dimostra affatto che questo avvenga per effetto di una causa che ha la possibilità di avere sempre la meglio (cioè che possa non morire per sempre): non c’è, nell’essere umano, una parte debole che soccombe sempre alla parte più debole, e questo perché l’uomo non è diviso in due parti, ma è indiviso e indivisibile, cioè, latinamente: individuum.

La fede nell’immortalità dell’anima si fonda sull’opinione che essa possa essere più forte del corpo, che possa avere la meglio essendo migliore, ma non è chi non veda l’uso equivoco del verbo «potere»: si spera che l’anima possa avere la meglio e se ne conclude che l’anima «può» avere la meglio; una condizione sperata come possibile condiziona una condizione creduta come reale. Alla radice di ogni fede nel possibile è radicata una ragione creduta reale. Di fronte alla realtà, inconfutabile, che il corpo muore, si evoca la possibilità, confutabile, che la sua animazione possa non morire. La fede degenera nella possibilità, la ragione genera la realtà; la fede sconfina nella possibilità, la ragione si confina nella realtà.

Il confinamento della ragione è dettato dai limiti stessi del reale, non della ragione; per cui, la ragione non può sconfinare oltre i limiti del possibile. La fede si degenera nella possibilità, la ragione si genera nella realtà, ma se la ragione vuole generare una possibilità, degenera essa stessa nella fede: la fede è una ragione senza ragione. La realtà indica alla ragione ciò che è possibile, la possibilità dedica alla fede ciò che è impossibile: la possibilità è una dedica che la speranza fa alla fede.

 

La legatura tra realtà e ragione diventa, nella speranza, rilegatura di possibilità e fede: ogni religione fa una elegante rilegatura soprannaturale come una sovraccoperta della naturale legatura di ragione e realtà. Ma la rilegatura della fede rilega un libro senza pagine, un libro senza contenuto cartaceo. La realtà è il contenuto della ragione, la possibilità ne è solo una bella rilegatura. La rilegatura della fede relega la ragione ai margini della realtà, legandola a una possibilità della ragione stessa emarginata. La ragione emargina ogni possibilità che non si dimostra reale, la fede emargina ogni realtà che non si mostra ideale. L’Idealità è la rilegatura con cui la fede racchiude una brutta realtà in una bella possibilità, con l’evidente scopo di renderla appetibile. Le pagine di un libro ne precedono la rilegatura, ma la fede vuole stravolgere l’ordine naturale dell’editoria (gene)razionale editando una copertina prima del suo contenuto ed anche senza contenuto, se è il caso.

E allora, tornando al De malo di Tommaso d’Aquino, l’eterogeneità tra “id quod est fortius” e “id quod est debilius”, è quella di una fede che ad onta dell’«omen» augurato dal suo «nomen» cattolico, ricopre i contenuti della ragione con la patina di un’anima assai più appetibile del corpo che rilega, sì che il credente è un po’ come un potenziale lettore che non apre mai il suo libro, soffermandosi perennemente a contemplarne la rilegatura. Il contenuto del libro umano è la realtà di cui la ragione è a conoscenza, la copertina è la possibilità di cui la fede ha coscienza; la fede teme che l’uomo apra il libro, perché sa che la conoscenza della realtà potrebbe ostacolare la coscienza della possibilità. La fede ha coscienza del fatto che una realtà disperata può rendere poco credibile la conoscenza di una possibilità sperata; per ciò, la fede censura la ragione e consiglia di tenere chiuso il libro della natura: perché questa snatura la soprannatura della sovraccoperta.

Lo Spirito è la sovraccoperta di cui l’anima è la copertina; il corpo è coperto da entrambe. La fede cattolica impone di credere che il corpo dei “caratteri” umani non è leggibile se la copertina animale non s’è lasciato ricoprire dalla sovraccoperta spirituale. Il dannato è un libro illeggibile, dal suo stesso Autore, e quindi da qualunque lettore. L’esistenza sfoglia le pagine della vita umana sperando di trovare, al fondo, un lieto fine. La desistenza, nel dubbio del lieto fine, si astiene da girare pagina.

 

Il lieto fine, inconfessato, della desistenza, sta nel non aprire il libro; il lieto fine, confessato, dall’esistenza, sta nel chiudere il libro dopo averlo letto tutto. La desistenza getta il libro della vita prima ancora di averlo potuto leggere; l’esistenza rigetta il libro della vita solo dopo averlo dovuto leggere. La desistenza non prende libri in prestito, perché ama possedere ciò che leggerà; l’esistenza li prende in prestito, perché ama restituire ciò che ha letto. Chi ha fede, vuol credere che la vita sia un caro dono; chi ha ragione, sa che la vita la si paga cara. Per chi ha fede, la vita non ha prezzo; per chi ha ragione, ha, invece, un prezzo troppo alto.

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