Guida autonoma

ritratto di Vecchio Mara

Nota dell’autore: ero indeciso se postarlo come fantascienza o noir. Poi ritenendo la guida autonoma quasi una realtà (i test sono già a buon punto) che sarà comunque tale fra pochi anni. Ho optato per: Noir. Buona lettura

Guida autonoma

Se le stazioni di ricarica superveloci: capaci di sparare 100 KW negli accumulatori in poco più di cinque minuti, furono il grimaldello che aveva permesso all’automobile elettrica di soppiantare l’inquinante motore a scoppio in poco più di un ventennio; la vera svolta verso una guida autonoma in grado di superare il quinto livello, limite sino ad allora ritenuto il non plus ultra, si ebbe con le nuove batterie al grafene ad altissima densità.
Le innovative batterie, in grado di immagazzinare il triplo dell’energia contenuta nello stesso spazio da una ormai obsoleta batteria al litio da 100 KW, avevano permesso, oltre che a incrementare l’autonomia di una singola ricarica, portandola abbondantemente oltre i mille chilometri, di trasformare l’automobile in qualcosa di molto più gratificante di un mezzo di trasporto dotato di autopilota: nel 2045, alcuni dei fortunati, danarosi ed entusiasti proprietari di veicoli dotati della guida autonoma di decima ed ultima generazione posta sul mercato, si erano spinti ad affermare, senza timore di cadere nel ridicolo, che le loro vetture erano dotate di un’anima!
Oltre che un mezzo di trasporto, l’automobile a quel punto dello sviluppo, venne considerata alla stregua di un segretario, un amico, un confidente (oserei dire, in alcuni morbosi casi, persino un oggetto del desiderio paragonabile ad un’amante), dai fortunati possessori delle fuoriserie dotate di guida autonoma di ultima generazione.

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Dopo un lungo corteggiamento, più o meno mascherato, Leonardo si era deciso ad invitare Susanna, la sua segretaria, a trascorrere un fine settimana nella sua villa al mare; ricevendo in cambio un, più o meno mascherato, due di picche!

“Non posso accettare, mi spiace, mia madre…”, esordì in evidente imbarazzo, prontamente interrotta con tono stizzito da Leonardo: “Un rifiuto, se ben motivato, lo accetterei senza batter ciglio… ma una balla, quella proprio no!”, puntò gli indici sul piano della scrivania e, gonfiando il petto, la mise in guardia: “Da qui, muovo milioni di euro. Non trattarmi come un ragazzino alle prime armi… se hai preso un altro impegno, dillo senza timore. Io non ne farò certo un dramma.”.
Susanna sospirò: “Hai ragione, scusami… io, e Roberto, abbiamo deciso di trascorrerlo al lago, questo fine settimana.”.
“Roberto… questo Roberto?”, chiese Leonardo indicando dei documenti da archiviare.
Susanna annuì abbassando il capo.
“Dunque, l’invito di quell’incapace… di quel topo d’archivio, vale più del mio?!”, sbottò, incredulo, Leonardo incendiandosi in volto.
“Hai detto che non ne avresti fatto un dramma.”, gli rammentò mestamente Susanna.
Leonardo serrò la mascella e, com’era solito fare, contando mentalmente fino a dieci recuperò un atteggiamento consono al suo ruolo e replicò acido: “Nessun dramma… anche perché stiamo discutendo di una farsa!”.
Si alzò dalla scrivania e, guardando fuori dalla finestra panoramica, la congedò: “Vai pure… divertiti al lago… a lunedì, ciao Susanna!”.
“Grazie, ciao Leonardo… a lunedì!”, replicò lei, prendendo dalla scrivania i documenti da consegnare in archivio.
Leonardo attese che la porta dell’ufficio si chiudesse alle spalle di Susanna; rimasto solo tornò ad accomodarsi dietro la scrivania, appoggiò i gomiti sul piano e, massaggiandosi le tempie con i polpastrelli, rifletté ad alta voce: “Sei troppo bella per accontentarti di un fine settimana al lago con quel morto di fame… saprò conquistarti, vedrai. Se non proprio con il mio, di fascino, con quello del potere… è una promessa, Susanna!”.

L’ultima, e forse sola volta, che rammentava di essere stato respinto da una donna, apparteneva a un tempo ormai sbiadito, quando ancora, da ragazzotto inesperto e impacciato, aveva osato dichiararsi alla più bella (a suo giudizio) del paese natio; fu la prima vera umiliazione della sua ancor giovane vita, un trauma che negli anni a venire, riemergendo prepotentemente dai meandri della mente, lo avrebbe spinto a calcolare maniacalmente traiettorie e ricadute del corteggiamento, prima di approcciarsi all’altra metà del cielo.
No, non l’aveva presa affatto bene quella volta, e il diniego di Susanna aveva riaperto la ferita.

Sfiorando il display dello Smartphone, controllò su Google maps dove si trovasse la sua automobile: “Carolina! Sei ancora per strada?”, chiese spazientito.
“Scusami, Leonardo… al punto di ricarica più vicino c’era la fila, così ho dovuto allontanarmi dal centro.”, rispose una voce soffice e rilassante.
“Ok, vedi di correre, stasera voglio cenare al mare.”, replicò lui ruvidamente.
“Tranquillo… dieci minuti, Leonardo. Dieci minuti e sarò da te… a dopo.”, ribatté senza scomporsi la voce della ragazza: timbro vocale femminile scelto personalmente da lui per comunicare con il computer che gestiva sia la guida autonoma che gli sfiziosi optional dell’automobile.

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Al momento dell’acquisto, Leonardo aveva trascorso l’intero pomeriggio nell’ufficio del suo amico, nonché concessionario, Luigi; per scegliere, ascoltando e mixando diversi timbri vocali, la voce di donna che più si avvicinasse a quella del suo primo e mai dimenticato amore adolescenziale, Carolina.
“Ok, Leonardo... vada per Carolina!”, aveva esclamato l’ormai esausto concessionario mentre digitava sulla tastiera del PC, dopo aver chiesto al cliente quale nome avrebbe desiderato usare per dialogare con la sua nuova fuoriserie. 
“Domattina potrai ritirare la tua nuova tuttofare.”, aveva poi concluso salutandolo, mostrando la chiavetta USB contenente il programma che, un tecnico, si sarebbe premurato di scaricare nella memoria del computer in dotazione alla vettura.

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“Ciao Carolina. Sono distrutto, portami via da qui.”, disse frettolosamente dopo essersi accomodato al posto di guida, tenendo le mani ben distanti dal volante.
“Hai una voce strana, qualcosa non è andato per il verso giusto in ufficio?”, domandò usando il solito timbro avvolgente, la voce proveniente dall’impianto stereofonico della vettura.
“No… beh… sì!”, rispose lui osservando il volante ruotare, mentre la guida autonoma manovrava per uscire dal parcheggio.
“Rilassati…”, proseguì la voce di Carolina inclinando lentamente lo schienale del sedile, sul quale, alla fine, Leonardo era passato da una posizione seduta a una distesa: “Un massaggio lombo cervicale ti rimetterà in sesto.”, aggiunse attivando i servocomandi delle sfere massaggianti inserite sotto il rivestimento in pelle del sedile e del poggiatesta, mentre una musica soffusa uscendo dall’impianto stereo invadeva l’abitacolo.
Leonardo chiuse gli occhi e si lasciò coccolare, mentre il computer di bordo, interagendo con quelli delle automobili circolanti lungo le vie della città, sceglieva il percorso meno congestionato per raggiungere l’autostrada.
“Un quarto d’ora e saremo in autostrada.”, lo informò poi.
“Grazie, Carolina… tu sì che non mi deludi mai.”, rispose Leonardo.
“Pene d’amore, presumo… ne vuoi parlare?”, nel chiederlo, la voce di Carolina parve incrinarsi.
Leonardo colse il cambiamento: “Gelosa?”, fece, sorridendo appena.
La telecamera celata nello specchietto retrovisore interno colse l’impercettibile movimento degli angoli della bocca: “Trovi divertente farmi soffrire?”, domandò allora Carolina, evidenziando una leggera increspatura nel tono.
Leonardo provò a immaginare l’espressione nascosta dietro quel tono, tornando con la mente all’estate in cui, l’allora dodicenne Carolina, invaghita di un suo compagno di classe, aveva chiesto proprio a lui, con il magone, se il tipo trovava così divertente tenerla sulla corda; al che, Leonardo l’aveva fatta piangere come una vite, informandola che Luca, così si chiamava il suo rivale in amore, gli aveva rivelato che era sì innamorato di una compagna, ma che non era lei la prescelta, - Dopo quella prima volta, non avrei più dovuto farla piangere… no, non avrei dovuto… maledetto me! -, meditò alla fine

Niente di nuovo, in realtà: viaggiando in automobile era per lui prassi normale, potremmo definirla routine, immaginare e sovrapporre un’espressione adatta alla circostanza, a volte gioiosa altre volte no, della ragazza che aveva segnato indelebilmente un tratto importante della sua formazione, sentimentale e non solo, nel conversare o discutere con la voce sintetizzata del computer di bordo.

“No, scusami Carolina…”, rispose contrito Leonardo: “Ti avevo parlato della mia segretaria, Susanna…”.
“E io te lo avevo detto di lasciarla perdere, che non era il tipo adatto a te. Ma tu hai voluto toccare con mano e ti sei scottato… ben ti sta!”, lo interruppe con tono tagliente.
“Ma su cosa basi il tuo giudizio!”, proruppe Leonardo sgranando gli occhi: “L’hai vista una sola volta, quando è salita in macchina per non più di mezz’ora! Giusto il tempo per andare dall’ufficio alla sede centrale della compagnia!”.
“E tanto mi è bastato!”, replicò a tono la voce del computer di bordo, arrestando e poi accelerando il movimento delle sfere massaggianti: “Quella smorfiosetta non ti merita... lasciala perdere!”, sentenziò lapidaria.
“Ehi! Che cosa stai facendo! Questi sono pugni nelle reni, non massaggi rilassanti! Se sei nervosa, lascia perdere, pensa a guidare e falla finita!”, la redarguì duramente Leonardo.
Carolina, ovvero, la sua voce, non replicò, arrestò le sfere massaggianti, spense la musica e riportò lo schienale del sedile in posizione eretta.
“E ora, che fai?”, chiese Leonardo guardando la strada scorrere davanti a lui.
“Quello che mi hai chiesto.”, rispose con tono imbronciato.
“Ok… ok… non fare la bambina.”, sbuffò Leonardo, tornando ad immaginare il volto imbronciato di una ragazzina lentigginosa.
“Se per caso non te ne fossi ancora accorto… t’informo che sono un’automobile, non la posso fare la bambina.”, replicò lei con acida ironia.
“Sei straordinaria, come farei senza di te?”, si chiese Leonardo ridendo di gusto.
“Semplicemente: andresti dal concessionario e ne prenderesti un’altra… sbaglio?”, rispose prontamente Carolina.
Leonardo si accigliò: “Ne abbiamo già parlato: verrà il momento che la dovrò pur sostituire, l’automobile… ma non la sua anima, quella, mi riferisco alla tua memoria, la trasferirò comunque sul nuovo modello.”.
“Speriamo sia davvero così.”, sospirò lei.
“Sarà così!”, affermò seccamente Leonardo: “Ora, se non ti spiace, desidererei cambiare argomento di conversazione.”.
“Hai ragione, a volte sono un po’ pedante… ma sentivo il bisogno di essere rassicurata, cerca di capire. Ora dimmi, di cosa vuoi parlare?”, chiese una finalmente rilassata Carolina.
“Chi si riconosce è grande!”, esclamò ironicamente Leonardo; la immaginò sorridere e aggiunse: “Ma ti comprendo. Ora, passando agli affari, mi piacerebbe avere un tuo parere su un’operazione finanziaria che dovrei concludere settimana entrante.”.
“Aspetta, levo il camice bianco della massaggiatrice, e indosso il tailleur grigio della consigliera.”, la voce ilare di Carolina lo trascinò al riso.
“Sei impareggiabile.”, fece Leonardo scuotendo il capo, prima di entrare nei dettagli dell’operazione.

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Il confronto, anche a muso duro, con l’intelligenza artificiale dell’automobile, era sì servito a chetare momentaneamente l’ossessione di Leonardo per Susanna, ma non certo a cancellarla dalla sua mente con un colpo di spugna.
Infatti, appena rientrato dal fine settimana al mare, aveva ripreso imperterrito le manovre avvolgenti per conquistare l’affascinante segretaria; manovre che, dopo tre mesi di assedio, portarono alla capitolazione di Susanna: Leonardo, grazie alla sua testardaggine, era riuscito finalmente a convincerla a trascorrere un fine settimana al mare.
Ora, doveva mettere in campo tutta la sua abilità di seduttore per ammaliare Susanna, -ti stupirò… e lo farò appena poserai quel bel culo sodo sul sedile di fianco al mio… metterò in scena degli effetti speciali che manco immagini, mia dolce ossessione. -, pensava sorridendo, pregustando il gran finale, osservandola di spalle mentre usciva dall’ufficio, immaginando di vederla cadere ai suoi piedi come una pera matura.
In effetti, il piano studiato da Leonardo sin nei minimi dettagli, sarebbe stato in grado di stupefare un buon numero di ragazze… ma Susanna, apparteneva a quel numero? Ancora due settimane d’attesa e di tormento per l’arrapato Leonardo; poi, durante il più lungo weekend della stagione estiva, avrebbe avuto tutte le risposte che andava cercando.

“Ciao Leonardo, com’è andata la giornata?”, chiese Carolina con tono soave, appena lui si fu accomodato.
“Ottima e abbondante!”, esclamò soddisfatto chiudendo la portiera: “Ho chiuso i tre contratti di cui ti avevo parlato l’altro giorno.”.
“Wow! Allora stasera c’è da festeggiare… dove desideri cenare?”, ribatté Carolina, con tono partecipato.
“E me lo domandi? Lo sai benissimo: nel posto dove festeggio ogni mio successo da quando stai con me.”.
“Lo so, Al McDrive… ma piace sentirmelo dire.”, fece la Carolina virtuale, esprimendo una stupefacente umana debolezza.

Ebbene sì, Leonardo, il manager di successo che si sarebbe potuto permettere il miglior ristorante della città, era solito festeggiare la chiusura di un contratto milionario mangiando le schifezze del McDrive seduto in macchina, raccontando a Carolina i dettagli della trattativa.

“Sei poco ciarliera… cosa ti disturba, Carolina?”, chiese tra un boccone e l’altro.
“Nulla… cosa dovrebbe disturbarmi?”.
“Non saprei, anche il tono mi pare diverso dal solito… mesto, direi.”.
“E’ solo una tua impressione, ti assicuro che sono felicissima.”, tagliò corto Carolina.
“Uhm…”, fece Leonardo addentando l’hamburger, dal quale sbordavano le foglie di lattuga che dividevano la carne macinata dalle due fette di pane. 

Carolina aveva ben presto imparato ad interpretare ogni inflessione del timbro vocale di Leonardo; e il tono, seppur allegro e piacione, con il quale la intratteneva durante la cena, aveva qualcosa di strano, di diverso dal solito, che ancora non le riusciva di mettere bene a fuoco: era questo che la disturbava.

“Ok, ho finito! Andiamo a casa.”, disse Leonardo buttando i resti della cena nell’apposito contenitore.
“Desideri distenderti?”, chiese Carolina mentre manovrava.
“Sì, grazie… e metti un brano di musica classica… scegli tu.”, rispose stiracchiandosi.
“Ah! Quasi me ne dimenticavo…”, aggiunse mentre lo schienale si abbassava: “Domani mattina fatti trovare sotto casa mezz’ora prima del solito… Luigi insiste per mostrarmi le meraviglie elettroniche della Tesla ultimo modello.”.
“Dunque, è questo! Ora comprendo cosa c’era di strano in questa serata: mi vuoi sostituire!”, tirò le somme Carolina, accelerando nervosamente.
Lui la immaginò strabuzzare gli occhi e serrare le mani attorno al volante, e questo, assieme al tono irritato, lo spaventò non poco: “Calmati, stai calma Carolina, non vorrai mica andare a sbattere? Ti assicuro che non è come pensi… te lo ripeto per l’ennesima volta: indossare un nuovo abito sartoriale, non significa cambiare anche l’anima… se la nuova carrozzeria mi soddisferà, se ti renderà ancora più affascinante… te ne farò dono, e con quella rivestirai la tua anima gentile… che, te lo giuro, non sostituirei con nessun’altra. Non ho mai, mai, mai nemmeno lontanamente pensato, di mollarti, credimi!”, provò a tranquillizzarla con voce suadente.
Rallentando dolcemente, Carolina rientrò nei limiti che consentissero di marciare in sicurezza su un tratto di strada particolarmente tortuoso: “Spero ardentemente, che sia come dici tu.”, concluse poco convinta.
“Spero?! Che significa: spero? Se dico che è così! Dev’essere così! Devi credermi!”, proruppe innervosendosi Leonardo.
“Ti credo.”, chiosò laconicamente Carolina, ma la reazione scomposta e poco credibile di Leonardo, aveva finito per influenzare anche il tono, solitamente fermo, di Carolina, evidenziando la sua titubanza.
-Mi conosce troppo bene… devo stare attento a non tradirmi… -, rifletteva Leonardo, mentre l’impianto stereo diffondeva le note della Terza sinfonia di Beethoven, stando ben attento a non muovere neanche un muscolo facciale: consapevole del fatto che, Carolina, attraverso le immagini della telecamera interna avrebbe potuto interpretare anche un’impercettibile movimento, una ruga d’espressione, come la prova di un inganno perpetrato ai suoi danni.
 
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“Eccoci arrivati!”, disse Leonardo quando Carolina arrestò l’automobile davanti alla concessionaria: “Wow! Niente male davvero!”, aggiunse entusiasta, lanciando un’occhiata al nuovo modello parcheggiato all’esterno.
“Che ne pensi, ti piacerebbe indossare quella carrozzeria?”, chiese, ridacchiando, a Carolina.
Carolina la osservò tramite la telecamera frontale. “Mah… se devo essere sincera, mi ha colpito soltanto il colore rosso fuoco.”, rispose senza troppo entusiasmo.
“Rosso come i tuoi capelli, eh?”, fece Leonardo inarcando un sopracciglio: riferendosi al colore della carrozzeria della sua automobile… e non solo.
“Rosso, come il colore della passione!”, precisò lei, sussurrando appena.

In realtà non era lo stesso colore dei capelli di una ragazzina lentigginosa, lo si poteva evincere tale, in quanto del tutto simile alla tinta della carrozzeria dentro la quale, ora, Leonardo stava conversando con un computer di bordo chiamato Carolina; ma una vernice rossa micalizzata, seppur perfettamente stesa dai robot su una lastra sagomata di alluminio, non avrebbe mai potuto copiare la naturale, calda bellezza dei capelli di una ragazzina lentigginosa.
Leonardo ne era ben conscio, ma quando si era trattato di abbinare la tinta alla voce scelta per il computer di bordo, sfogliando la cartella dei colori proposti dalla casa automobilistica, non avrebbe potuto sicuramente indicare il blu… e nemmeno il nero o altri colori micalizzati, metallizzati e non, disponibili a catalogo. 

“Va beh…”, fece Leonardo, vedendo il concessionario uscire dall’ufficio: “Vado a fare un giro di prova assieme a Luigi. Tu nel frattempo vai a al punto di ricarica, poi torna qui.”, ordinò aprendo la portiera. 
Carolina, mentre Leonardo e Luigi salivano a bordo del nuovo modello, voltò a destra e andò a posizionarsi sopra una delle piastre a induzione di ricarica, site dietro la concessionaria. 

“Allora, che te ne pare?”, chiese Luigi, mentre l’automobile con inserito il pilota automatico li scorrazzava lungo le vie trafficate della città.
“Pazzesca!”, esclamò Leonardo: “Sembra di viaggiare su un tappeto volante, non si riesce nemmeno a percepire il passaggio dall’asfalto liscio all’acciottolato sconnesso.”.
“Merito delle sospensioni ad aria a gestione elettronica di ultima generazione.”, ci tenne a precisare Luigi.
Leonardo diede un’altra rapida occhiata agli interni: “Ok! Mi hai convinto, quando puoi consegnarmela?”.
“Lo sapevo che uno come te non se la sarebbe lasciata scappare… conoscendo i tuoi gusti, ho fatto il diavolo a quattro con la casa madre, per averla di colore rosso.”, rispose gongolando Luigi.
“Non mi pare di averti mai detto, che la prossima auto sarebbe stata di colore rosso.”, obiettò Leonardo, gelando il largo sorriso apertosi sul volto di Luigi.
“Ma, come! E il colore dei capelli dell’unica donna che hai amato, che fine hanno fatto? Ora non mi dirai che ti basta udire la sua voce uscire dall’impianto stereo?”, domandò uno sconcertato Luigi.
“Infatti… ho deciso di cambiare anche il nome e il tono di voce al computer di bordo!”, rispose lasciandolo allibito.
“Ascolta, Luigi…”, proseguì girandosi sul fianco destro per guardare negli occhi l’ammutolito concessionario: “Siamo più che amici… sin dai tempi dell’università, ci siamo sempre scambiati i più intimi segreti. Non ti ho mentito, ero sincero quando ti confidai che Carolina è stata il mio primo e unico amore…”.
“E’ stata? Devo dedurre che non lo è più?”, lo interruppe Luigi.
Leonardo scosse il capo, sospirò, poi si voltò e guardando la strada scorrere davanti al lungo cofano rosso dell’automobile, rispose: “Credo che non lo sia mai stata!”.
“Come, come, come… e quando l’avresti capito?”.
Leonardo avvicinò i polpastrelli dell’indice e il pollice della mano destra, sin quasi a sfiorarsi l’un l’altro: “Un pezzettino per volta…”, spiegò: “in questi tre anni, viaggiando in compagnia della sua voce, ho iniziato a pormi domande.”.
“E, cosa avresti concluso?”.
“Che non l’ho mai veramente amata, Carolina. Non avendola mai potuta far mia, è stata solo l’ossessione di averla… diciamo pure, virtualmente, a reggere un sentimento posticcio per tutti questi anni.”.
Anche se a Luigi la confessione parve sincera, gli sembrava incompleta: “Non può esserci soltanto il tempo passato nell’abitacolo insieme a una voce di donna sintetizzata, o il rimando ai suoi capelli del colore rosso della carrozzeria… ci dev’essere qualcos’altro, qualcosa di molto più importante, dietro il tuo ravvedimento. Sbaglio?”.
“Credo di essermi innamorato veramente.”, rispose illuminandosi.
“Credi?”.
“Ne sono quasi certo.”.
“Chi è la fortunata, la conosco?”, chiese un sempre più incuriosito Luigi.
“Susanna, la mia segretaria!”.
“Lo sapevo!”, esclamò Luigi battendosi un pugno sulla coscia.
“A sì? E quando l’avresti capito? “.
“Da un po’… da quella sera che, conversando davanti a un aperitivo, mi dicesti che non capivi come Susanna potesse buttarsi via con un archivista… che non poteva essere veramente amore, perché lei, donna di gran classe, bella e intelligente, meritava molto di più… e via discorrendo. Mi facesti: ‘na capa tanta, con ‘sta storia.”.
L’espressione dialettale dell’amico strappò una sonora risata a Leonardo: “Se mi sono comportato come un pischello innamorato… allora dev’essere veramente amore.”, tirò le somme ricomponendosi.
“Già, pare proprio di sì.”, confermò Luigi, aggiungendo: “Presumo che il colore della carrozzeria, dovrà essere nero assoluto, come i suoi capelli.”.
“Presumi giusto… e la voce sintetizzata deve essere la sua… l’ho qui, registrata sullo Smartphone. La voglio stupire, lasciarla a bocca aperta già da quando si siederà accanto a me. Comprendi?”.
“Wow! Allora questo, è davvero ammmoooreee!”, esclamò Luigi sgranando gli occhi.
Risero entrambi, poi, mentre rientravano in concessionaria, Leonardo gli chiese: “Tempi di consegna? Tieni conto che avrei una certa fretta, eh!”.
“Uhm…”, fece Luigi lisciandosi la guancia: “Devi darmi almeno una settimana.”.
“Una settimana mi sta bene! Fai partire pure l’ordine!”, rispose Leonardo facendo schioccare i polpastrelli di pollice e medio della mano destra.
“Ok, andiamo in ufficio a stendere il contratto.”, replicò Luigi battendogli una mano sulla spalla.

-Beh, stavolta non c’è solo un nome e una voce da inserire in un computer di bordo… c’è anche cicca! E dove c’è ciccia… ci dev’essere per forza, amore! -, pensò Luigi sorridendo, digitando i dati da trasferire sul contratto; mentre Leonardo, esondando come un fiume in piena, si sperticava a tessere l’elogio della sua nuova fiamma, confidando all’amico: che sì, questa volta era davvero amore!
-Come lo era stato per Carolina? -, si domandò fra sé Luigi, prendendo il contratto dalla stampante, -Mah! Comunque vada, amore o no, la macchina l’ha presa. Poi, se un domani dovesse accorgersi di non amarla, ci sarebbe la possibilità di vendergliene una di un altro colore, con una nuova voce e un nuovo nome. -, concluse cinicamente.
Luigi era così: per lui, l’amicizia veniva anche prima della mamma… ma un pelo dopo gli affari!

“Toh, firma qui!”, esclamò Luigi, indicando con l’indice il contratto.   

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“Allora com’è andata la prova?”, chiese Carolina quando Leonardo salì a bordo.
“Bene.”, rispose laconicamente, chiudendo la busta con il contratto nel cassetto del cruscotto.
Dalla telecamera interna Carolina lo vide compiere l’operazione e rimase in silenzio.
“Cazzo! E’ tardissimo!”, sbottò Leonardo guardando l’ora sul display dell’automobile.
“Calmati, mentre ti attendevo, mi sono connessa per capire la situazione del traffico…”.
“E com’è?”, la interruppe Leonardo.
“Incasinato. Come sempre.”, rispose con tono pacato e professionale.
“Non arriverò in tempo all’appuntamento…”, tirò le somme sconfortato: “Preso com’ero a parlare con Luigi, mi sono scordato che avevo il tempo contato.”.
“Non disperarti, arriverai in tempo… al tuo appuntamento. Ho individuato una strada secondaria, sgombra di traffico, che in poco più di un’ora ci porterà al lago.”, lo rassicurò Carolina.
“E allora sbrigati! Cosa aspetti!”, esclamò euforico Leonardo.
“Volo, Leonardo, volo.”, rispose, anche se il tono estremamente calmo, sembrava esprimere tutt’altro.
“Brava Carolina. Se non ci fossi, dovrei inventarti.”, si complimentò Leonardo, rasserenandosi.
“Se non ci fossi… ne troveresti un’altra.”, chiosò lei con un filo di voce arrochito.
Solo allora, Leonardo si accorse che il tono usato era diverso dal solito… sempre pacato, ma diverso; c’era qualcosa che non gli tornava nell’inflessione della voce: “Carolina, c’è qualcosa che non va?”, provò a chiederle.
“No. Perché me lo chiedi?”, rispose senza variare il tono.
“Non lo so, c’è qualcosa nel tono che non mi convince… non mi sembra il solito.”.
“Potresti essere più chiaro?”.
“Non saprei come definirlo…” esordì, ci pensò un attimo: “più che pacato… direi… direi… rassegnato! Ecco, sì, rassegnato è la giusta definizione.”, rispose alla fine. 
Chiudendo gli occhi provò a immaginare un’espressione rassegnata palesarsi sul viso lentigginoso di Carolina, ma quello che vide la sua mente esprimeva tutt’altro: “Rabbia! Ira camuffata da rassegnazione! “, gli sovvenne agitandosi.
“Come, non comprendo… puoi essere più chiaro, Leonardo?”, chiese Carolina senza alterarsi, con un tono che, Leonardo, percepì soddisfatto.

E da lì, comprese: Carolina, mentre ricaricava le batterie, si era collegata con i computer di bordo delle macchine circolanti per informarsi sul traffico e scegliere il percorso più veloce per raggiungere il lago. E già che c’era, sospettosa come lo sanno essere le donne innamorate, era entrata nel computer dell’automobile in prova per ascoltare i dialoghi tra Luigi e Leonardo (I programmi chiusi, per una questione di privacy, all’insaputa del proprietario potevano scambiarsi solo informazioni sul traffico: va da sé che in questo caso, Carolina non avrebbe mai potuto ascoltare cosa si dicevano i due all’interno dell’altra automobile; ma i programmi dei computer di bordo delle automobili in vendita, per poter essere spostate, provate o mostrate, diavolerie elettroniche comprese, ai clienti dai concessionari, necessitavano di avere tutte le funzioni aperte)

“Fermati Carolina… accosta qui!”, ordinò spaventato.
“Non posso, faremo tardi. Dobbiamo arrivare al lago il più in fretta possibile, rammenti?”, rispose con calma esasperante.
Leonardo immaginò un ghigno satanico su un volto angelico: “Il cliente aspetterà! Fermati ora!”, proruppe provando a prendere il volante, pigiando con forza con il piede sul pedale del freno.
“Non funziona così. Devi disattivare vocalmente la guida autonoma, non ricordi?”, gli rammentò Carolina accelerando.
Leonardo, strabuzzando gli occhi, osservò la striscia d’asfalto correre via velocemente: erano oramai fuori città.
“Disattiva la guida autonoma… esegui il comando Carolina!”, sbraitò picchiando i pugni sullo schermo del computer.
“Non posso, devo portarti al lago, non ricordi?”, ribadì con voce calma.
Approfittando di un rallentamento, lo spaventatissimo Leonardo provò ad aprire la portiera per lanciarsi fuori dall’automobile in corsa: “Cristo! L’hai bloccata!”, urlò picchiando i pugni contro il vetro.
“Che vuoi fare, ammazzarti?”, chiese Carolina accelerando nuovamente.
Leonardo si afflosciò sul sedile come un sacco vuoto: “No, non voglio morire.”, sussurrò appena, puntò gli occhi dentro la telecamera dello specchietto retrovisore: “E tu? Cosa vuoi fare tu, vivere o morire?”.
“Vivere accanto a te… o morire con te.”, fu l’agghiacciante risposta.
“Tu sei pazza! Questa è pura follia! Te ne rendi conto?! Non si può morire così!”, urlò disperatamente Leonardo, avvicinando lo sguardo stravolto alla telecamera nascosta dietro lo specchietto retrovisore.
“Tanto, fra una settimana mi avresti comunque uccisa.”, ribatté rassegnata.
Leonardo guardò la strada scorrere di lato: “Purtroppo, l’ho già fatto, molto tempo fa… perdonami, Carolina”, bisbigliò.

Carolina forse non udì, o più probabilmente, cogliendo delle frasi smozzicate uscire dalla bocca di Leonardo mentre dormiva durante i lunghi trasferimenti autostradali, ne era venuta parzialmente a conoscenza. 

Fatto sta che resta in silenzio; abbassa delicatamente lo schienale e quando lui, chiudendo gli occhi, estraniandosi dal contesto si proietta in un altro tempo, un suo tempo remoto, e da lì inizia a narrare al presente, con voce scossa, di un pomeriggio assolato, dell’acqua di una roggia e di tutto il male che ne seguirà, rimane ad ascoltarlo fissandolo nello sguardo.

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“Carolina si confida, mi dice che domani andrà alla roggia del boschetto a fare il bagno con Armando. Io, che ero andato da lei carico, deciso a dichiararmi, ci rimango male… molto male, ma cerco di non darlo a vedere.
Passo una notte d’inferno, pensando che avrei dovuto dirle che l’amavo… maledico la timidezza, vorrei ammazzarlo, quel bastardo borioso! 
Ora sono al bar, è un maledetto, caldissimo pomeriggio di Luglio; arriva Armando in motorino e si siede a un tavolo dove ci sono tre suoi amici: -Che ci fai qui, non avevi un appuntamento con Carolina? -, chiede uno dei tre… gran risata di Armando: -Con chi? Con quella sfigata? Ma va’ là! E’ lei che mi ha tampinato… cazzo! Certe ragazze sono peggio delle zecche, quando si attaccano… così, per togliermela dai piedi, le ho detto di aspettarmi alla roggia. -.
-Le hai tirato un bel bidone! -, fa un altro, e giù a ridere tutti e tre.
-Se l’è meritato, così impara! Io oggi devo andare in piscina alle terme, mi aspetta l’Esmeralda… se qualcuno di voi se la sente di andare a consolare la Carolina, ha il mio permesso… ciao ragazzi, ci si vede. -, conclude arrogante, poi se ne va.
Origlio al loro tavolo, comprendo che nessuno dei tre ha il pomeriggio libero; corro a casa, indosso il costume e via, alla roggia: -Che ci fai qui! Armando potrebbe arrivare da un momento all’altro, vattene!”, mi urla dietro Carolina, seduta nell’acqua con indosso il suo costumino rosa.
Io, al riparo degli alberi, mi spoglio di jeans e maglietta; entro in acqua e le spiego il perché Armando non sarebbe venuto, né oggi né mai.
Lei inizia a battere i pugni nell’acqua piangendo istericamente… l’abbraccio… sì, la stringo per la prima volta; il suo seno è scosso dai singulti, trovo il coraggio di dirle che l’amo, che la proteggerò e che non la farò mai soffrire. Carolina smette di piangere… ora il suo sguardo, da stranito si fa irato… mi scarica una gragnuola di pugni sul petto, urlando con voce stridula: -Vattene via! Io non ti amo! Non ti ho mai amato! Mi fai schifo! -.
Sento le tempie pulsare, l’afferro per i capelli e le immergo la testa nell’acqua… lei si dibatte come un grosso pesce preso all’amo, sbatte mani e piedi… poi… silenzio… nulla si muove più, a parte l’acqua che scorre e il frinire delle cicale.
Le tiro fuori la testa dall’acqua… la chiamo… l’abbraccio… mi sembra di stringere una marionetta disarticolata… lascio che scivoli nell’acqua.
Spaventato mi guardo attorno… non c’è nessuno… nessuno mi ha visto; mi rivesto e corro a casa, prima che mia madre torni dal lavoro.
E’ trascorso un giorno, sono di nuovo al bar… Carolina, è l’argomento di conversazione, il suo nome è sulla bocca di ogni avventore… ascolto, sembrano tutti convinti che fosse da sola, che sia annegata per una congestione o qualcosa di simile… solo io conosco la verità… ma ora non me la sento di confessarla.”.

                                      *********************************

Cala un breve, opprimente silenzio nell’abitacolo; improvvisamente, le palpebre si spalancano scoprendo il bianco della sclera: è come se l’iride e la pupilla, rovesciandosi all’indietro, fossero rimaste ad indagare uno sconvolgente, oscuro passato.
E’ questione di pochi attimi, un battito di ciglia e una rotazione verso il basso del bulbo oculare rimette le cose al loro posto: ora Leonardo è nuovamente, con corpo e mente, nel suo reale, angosciante presente; portandosi le mani sul volto piange copiose lacrime e si libera definitivamente dell’insopportabile peso che si porta dentro come un’eterna condanna: “Quello fu l’inizio del tormento, che da allora non mi ha mai abbandonato… dovevo andarmene via… lontano dal mio incubo. Così, dopo la maturità, per sfuggire gli incubi ricorrenti, scelsi una facoltà il più distante possibile… ma i miei fantasmi erano sempre lì, nell’aula durante le lezioni piuttosto che ai piedi del letto o al tavolino del bar durante la colazione. Erano sempre presenti, lì o in qualunque altro posto andassi, schierati come una falange, pronti a rinfacciarmi quel momento di follia. Ormai ci avevo fatto l’abitudine, e dopo la laurea trovai una sistemazione in città, da dividere con loro… e condividere saltuariamente con qualche ragazza, da una botta e via! Soltanto per dimostrare a me stesso, che nonostante tutto non facevo schifo agli altri, ma, soprattutto… che non ne facevo a me stesso… e, di riflesso, al fantasma della donna che avrei voluto amare. No, non tornai mai più, laggiù, nemmeno a seppellire mia madre nel cimitero…”, sospira e conclude: “Chissà, magari riposa accanto a Carolina.”.
“Hai distrutto due vite… la sua… e la tua…”, esordisce la voce sintetizzata di Carolina, redarguendolo con un tono amorevole, che lui, immaginando uno sguardo comprensivo, percepisce quasi materno: “Ora, se come hai confidato a Luigi la ami veramente… non distruggere anche quella di Susanna.”.
“Potrei farla felice.”, prova a giustificarsi Leonardo.
“Il rimorso, l’incubo che ti porti dentro, non te lo permetterà… non mentire a te stesso.”.
Leonardo, tenendo gli occhi fissi sul padiglione di cristallo dell’automobile, osserva uno stormo di passeri volare lontano: “Vorrei poter volare via… via dal mio passato, dal mio presente, da tutto quanto… ma la paura dell’ignoto, mi frena.”, confessa con voce increspata.
“E’ l’unica possibilità, per lasciarti l’inferno alle spalle… ce ne andremo insieme… e non soffrirai.”, lo sprona la voce suadente che esce dall’impianto stereo: “Ormai ci siamo quasi… vuoi guardare in faccia la destinazione finale, o preferisci chiudere gli occhi?”, gli chiede poco dopo.
“No! Tirami su, voglio guardarli in faccia, i miei demoni, quando li fregherò!”, risponde rinfrancato.
Il ronzio del motorino elettrico riporta lo schienale in posizione verticale; Leonardo, guardando oltre il parabrezza, trattiene il respiro: gli pare di vedere il volto agghiacciato di una ragazzina con gli occhi sbarrati e i capelli rossi bagnati appiccicati alle guance; il cuore riprende a battere scompostamente, come in quel caldo, maledetto pomeriggio di un luglio di tanti anni fa. 
Poi, mentre il lungo cofano rosso varca la linea bianca di mezzaria puntando dritto verso lo strapiombo, vede il viso lentigginoso aprirsi al sorriso e si tranquillizza: ora il cuore ha ripreso a battere più o meno regolarmente, gli occhi della ragazza esprimono comprensione averso il proprio aguzzino. “Carolina!”, esclama illuminandosi.
L’automobile è ormai prossima ad uscire per la tangente: all’esterno dell’ampio curvone c’è una via di fuga, un ampio spiazzo erboso dove poter fermare la corsa prima di precipitare nel baratro.
Leonardo abbranca il volante, con le mani sulle nove e un quarto, le serra attorno alla corona sin quasi a sentire dolore: “Sono pronto ad assumermi le mie responsabilità!”, afferma rinfrancato.
Disattivando la guida autonoma, la voce sintetizzata a lui tanto cara gli parla per l’ultima volta: “Ora, sei padrone del tuo destino.”, lo informa con un tono rassicurante.
“Grazie… Carolina.”, conferma con un filo di voce.

Serra la mascella, tende i muscoli delle braccia e spinge il busto contro lo schienale tenendo fermo il volante; lancia lo sguardo lontano, sin oltre l’orizzonte acqueo del lago, affonda il piede destro sull’acceleratore: “Sto arrivando… stiamo arrivando.”, sussurra appena, rasserenandosi, un attimo prima che l’automobile spicchi il volo.

                                                                  FINE      

 

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Gradimento

ritratto di Rubrus

***

Tutto è cominciato con "Supercar", il telefilm degli anni '80. Del resto, il rapporto di molti uomini col proprio veicolo è talmente stretto che è quasi fatale che possa prendere una simile strada, nella fantasia e nella realtà.   

Mi è piaciuto in particolare dove hai messo il flashback, cioè quando ormai il lettore ha già capito dove si andrà a finire e pensa che non ci saranno più sorprese - e invece...  

ritratto di Vecchio Mara

questo racconto...

l'ho scritto dopo aver letto un articolo sulle automobili elettriche Tesla, dotate di una guida semiautonoma. L'articolo parlava di un incidente mortale, provocato dalla guida autonoma non aveva riconosciuto la sagoma bianca di un TIR che attraversava un incrocio, mentre il propietario, invece che stare attento alla strada come raccomandato dalle istruzioni, si stava beatamente godendo un film sulllo schermo del computer di bordo. Così, riflettendo sulle future implicazioni della tecnologia di bordo, ci ho ricamato sopra una storia fantascientifica che parla dell'amore, non corrisposto della  macchina per il  suo proprietario, aggiungendo  una spruzzata di noir sul finale. Ti ringrazio.

Ciao Rubrus

Giancarlo

wow.....

.....fantasia, realtà e realtà prossima (ma mica poi tanto.....) si intrecciano in un triangolo intrigante e genialmente costruito.

Ottimo pezzo, Giancarlo! Qui il protagonista si dibatte tra un futuro fin troppo prossimo ed un passato che non vuole andarsene proprio.

E alla fine, tutti i nodi giungono al pettine.

Anche quelli di tanto tempo fa.

Mi associo infine ai complimenti di Rubrus per il "bagno nella roggia"......

Un caro saluto.

 

ritratto di Vecchio Mara

convengo...

che il bagno nella roggia è il colpo d'ala che fa svoltare il racconto, il colpo di scena che muta una storia fantascientifica, ma non troppo visti i passi da gigante della guida autonoma, in un buon noir. Ti ringrazio.

Ciao Paolo

Giancarlo