Trasferta 21 - Atterraggio Sfidante

ritratto di rvicentin

Già a Parigi il tempo non è ottimale: cielo scuro, scrosci di pioggia alternati da sole spaccapietre, inframezzati da timidi arcobaleni. Con orrore, scopro che il terminal dove sono atterrato non è solo all’altro capo dell’aeroporto, ma è proprio un terminale staccato dall’aeroporto, unito con quest’ultimo da un simpatico autobus da 10 posti in piedi.

Esco da questo “satellite”, mi scaravento dentro l’autobus insieme ai miei bagagli, insieme ad altre persone. Un’anziana signora, deduco in semplice attesa di qualcuno, viene risucchiata dal flusso di borse, valigie ed esseri umani e si ritrova davanti a me, con lo sguardo allucinato di chi ha visto la morte in faccia, chiedendomi disperata se l’autobus ritorna poi al punto di partenza: lei non ci doveva salire.

Le rispondo che non lo so e lei, con una mossa a sorpresa, ruota su se stessa ed incomincia a sbraitare in qualcosa che sembra solo più un idioma vicino al francese, ma molto più espressivo nelle espressioni. L’autobus quindi si ferma dopo pochi metri, la lascia scendere scarmigliata e con i vestiti scomposti, mentre la borsetta resta impigliata nel groviglio di persone e cose. Lei lotta, l’autista chiude le porte, lei urla dando feroci calci, gente da dentro urla, le porte vengono riaperte e la borsetta graffiata ritorna tra le mani della gentile anziana, che ora sembra passata attraverso un autolavaggio.

Problema: con una sbarra orizzontale sul ventre ed un trolley fisso ed immobile nelle parti delicate della zona riproduttiva, osservo il percorso e scopro che il simpatico mezzo fa fermate a tutti i terminal. Il mio è alla prossima fermata.

Con una mossa da giocatore di football, mi giro, abbasso la testa e, buttando fuori dall’autobus alcuni incauti giovani, scendo al mio terminal ed inizio una corsa disperata verso il mio punto d’imbarco. Il controllo bagagli è severo, molto severo: devo togliermi le scarpe.

Quando riesco a passare il controllo, correndo con le scarpe e la cintura in una mano e tenendomi i pantaloni con l’altra, riesco ad entrare nel corridoio che mi porta all’aereo, dove mi rivesto. Il volo giustifica pienamente la perturbazione a cui inesorabilmente e cocciutamente voglio andare incontro. Dopo circa un’ora di volo sufficientemente movimentato da non riuscire neanche a bere un sorso d’acqua, con le hostess congelate in un sorriso che ci avvisano che siamo dentro un breve (un’ora abbondante a me sembra qualcosina di più di “breve”) ma intensa (e su ciò io ed ogni parte del mio corpo, soprattutto l’apparato gastro-intestinale, siamo pienamente d’accordo), finalmente una voce incomprensibile dà inizio al tentativo (e qui chiedo al mio vicino, che terrorizzato, conferma che si tratta di “tentativo”) di atterraggio, viste le pessime (e qui non chiedo neanche più al vicino, visto che sta pregando) condizioni atmosferiche.

Inizia quindi una fase dove i rumori si susseguono, insieme alle litanie che scaturiscono all’unisono tra me ed il vicino. Poi dal finestrino vedo la pista di atterraggio… Perché vedo la pista di atterraggio nella sua lunghezza, se sto guardando da un finestrino laterale? L’informazione giunge al cervello con solerzia quasi inaspettata per le mie normali reazioni, scatenando in me l’incontrollabile desiderio di andare alla toilette dell’aereo, azione sconsigliabile e sconsigliata in questa situazione.

Poi l’aereo riprende quota e la pista scompare dietro le nuvole.

La voce gracchiante dell’altoparlante, con sottofondo di altre voci concitate, ci informa che il pilota (cioè quello che parla, che si vede ora parla in terza persona per un effetto di sdoppiamento della personalità) effettuerà un secondo tentativo.

Prego.

Rivedo la pista, questa volta più vicina, poi riscompare tra le nuvole.

Adesso vorrei invitare l’impavido Barone Rosso a lasciar perdere: a me, di arrivare a destinazione, non importa. Le vere priorità, che ogni volta scopro quando ho le palpitazioni e sono in iperventilazione, sono portare la mia pelle a casa.

Ma la voce imperterrita annuncia un ultimo tentativo, causato (ma perché eccedere nelle informazioni: spesso l’ignoranza fa vivere più che la conoscenza) anche dalla mancanza di carburante per raggiungere un altro aeroporto.

E quindi deciso come un’oca azzoppata e con l’ala rotta, l’aereo si butta di traverso sulla pista. Quando il veicolo si tocca la pista di atterraggio, con rumori devastanti e vibrazioni bestiali, capisco che siamo atterrati con l’aereo di traverso e raddrizzato all’ultimo minuto.

Un anziano signore applaude così debolmente che penso che sia un riflesso condizionato dovuto alla tensione.

Nel fragore dei motori, che contrasta al silenzio dei passeggeri, le delicate hostess ci danno il benvenuto a Nantes, augurandosi di averci ancora a bordo. La reazione comune è ringraziare, rifiutare l’invito, mentre la maggior parte dei passeggeri porge il sacchetto sanitario perché venga smaltito.

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