Vita di coppia 54 – IKEA

ritratto di rvicentin

Se dico: “Billy”, solo i più scaltri intuiscono.

Se dico IKEA insieme a Billy, solo i più frustrati capiscono.

Sono vicino all’auto di famiglia e sto abbassando il sedile del conducente, quasi fosse un letto, per permettere alla lunga libreria smontata di entrare nell’abitacolo ed essere trasportata a casa. Già cercare sul computer la posizione geografica sugli scaffali è stata un’impresa. La scarpiera che volevo prendere e di cui ho perso le coordinate durante la mia transumanza attraverso il percorso guidato nel grande magazzino ha un nome impronunciabile e quindi rinuncio a cercarla ancor prima di digitare le prime lettere sullo schermo del mio assistente all’acquisto.

Individuare poi sugli scaffali tutti i componenti, neanche fosse un come un robot giapponese di antica memoria, sfibra, soprattutto perché spesso, e non a causa degli addetti, ma di clienti poco inclini all’ordine, pezzi diversi sono posti nella posizione sbagliata. Quando infatti una fioriera si materializza al posto dell’anta destra, un piccolo e sfuggevole dubbio  di un errore mi è balenato nella testa, subito fugato dalla mia dolce consorte che ha apprezzato l’inconveniente ed ha acquistato anche la fioriera.

Se poi ci si reca alle casse SELF il gioco è fatto: oltre a dovertelo cercare e montare, il mobile te lo devi anche gestire al momento dell’acquisto. Tanto vale che resti dove sia, paghi e te ne vai.

Ma un’addetta, colta da evidente pietà da quell’uomo di oramai mezz’età che sudando cerca un codice a barre nascosto, si avvicina, digita qualcosa sullo schermo e miracolosamente non mi resta che pagare.

Mentre esco dall’area delle casse, come un antico guerriero, le lunghe assi di legno infilzano, facendo cappottare, un’arzilla vecchietta che sta guardando alcuni incomprensibili barattoli nella zona antistante, dove si vende salmone (ma non si chiama salmone), marmellata di mirtilli, ma solo la foto aiuta, e così via, come un gioco che usavo con mia figlia, dove sopra c’era un disegno e solo un vocabolo.

Mi dirigo all’ascensore, ma l’impresa di frenarmi mi risulta impossibile: la mia fortuna è che le porte del suddetto si aprono mentre entro lancia in resta, obbligando che doveva uscire a rimanere nel cubicolo metallico e ridiscendere con me alla zona dei parcheggi.

E quindi sto caricando le assi in auto.

Nonostante il mobile sia un insieme di colla e legno, pesa. Tanto. Grugnendo, riesco ad infilare le assi nell’abitacolo, occupando tutto il lato destro dell’auto.

Quindi la mia allegra famigliola sale in auto e partiamo per raggiungere il nostro appartamento, non prima di una veloce sosta, cioè un paio d’ore, ad un’inaugurazione di un nuovo centro commerciale, con tanto di pupazzi, musica e dolci, oltre che una mostra canina.

Arrivati a casa un po’ sfatti, scarico le assi e cerco di farle risalire sulla breve rampa che conduce all’ascensore: prima provo a tirarle e rischio un carpiato. Poi provo a mettermele sotto l’ascella, ma quasi mi si stacca il braccio. Allora punto i piedi u un gradino e spingo come un forsennato dal basso: finalmente le assi si muovono verso l’alto della rampa. Una strana sensazione però mi colpisce al tallone, come un formicolio. Ma oramai ho quasi raggiunto l’ascensore ed insisto, mentre la sensazione si fa più graffiante.

Quando finalmente le assi sono dentro l’ascensore, mi guardo i piedi e scopro che la tomaia è scivolata indietro rispetto alla suola ed i talloni appoggiano per terra.

Nel mentre sopraggiunge la mia vicina di pianerottolo, che gentilmente, mentre io risistemo la scarpa in una posizione più consona, mi chiede: “Posso salire con lei od aspetto il prossimo giro?” un po’ timorosa per il mio sguardo, il mio viso paonazzo per lo sforzo e forse perché mi sto tenendo le due suole in mano, nel tentativo di risistemare le mie scarpe.

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