I giochi dell'infanzia: 3 - giochi di carte, giochi da tavolo, monopoli, reginetta del ballo e cubo di Rubik (tratto da "I racconti del cuculo" 3° serie)

ritratto di davecuper

Il pomeriggio, quando non dovevo fare i compiti di scuola, mi ritrovavo spesso a giocare a carte con mio padre.
Egli mi aveva insegnato diversi giochi di carte, proprio con lo scopo di diventare il suo sparring partner ed avere qualcuno con cui giocare quando tornava dal lavoro.
I giochi da carte in cui ci sfidavamo erano Briscola, Scala 40 e Ramino.
Divenni, in poco tempo, un discreto giocatore di carte e spesso battevo mio padre in interminabili partite che si prolungavano anche fino a dopo cena.
I giochi di carte diventavano poi protagonisti assoluti durante le festività natalizie.
In particolare era consuetudine, per la mia famiglia, il primo giorno dell'anno, andare a giocare a carte a casa di una zia di mio padre. Questa era una accanita giocatrice di Petrangola e coinvolgeva tutti i parenti in questa sua passione.
Quando ci preparavamo per andare a giocare contro l'accanita giocatrice, sapevamo già che avremmo perso parecchi soldini. Infatti la zia di mio padre era anche una accanita bara che voleva a tutti i costi vincere. Per questo usava tutti i trucchi possibili, oltre che segni convenzionali con cui comunicava con un'altra zia.
Io mi accorgevo delle smorfie che le due zie facevano per comunicare tra di loro, ma dovevo seguire gli ordini impartiti da mio padre, cioè fare finta di non vedere e lasciare la zia godere di quei piccoli momenti di felicità che le riempivano la vita e le rendevano il capodanno una festa indimenticabile.
Altri giochi con cui mi divertivo in casa erano i giochi da tavolo, tra cui “la battaglia navale”, “la roulette” e il “monopoli”.
Il monopoli era il gioco più intrigante, ma aveva delle regole un po' complicate.
Quando ci giocavo con mio padre, insofferente alle regole già dai tempi in cui aveva fatto il militare, il monopoli si riduceva ad una specie di gioco dell'oca: si tiravano i dadi e ci si spostava tra le varie caselle secondo il numero che usciva dal lancio dei dadi.
Il monopoli giocato così era molto riduttivo e non faceva emergere né la capacità imprenditoriale del giocatore, né la sua capacità di gestire il denaro.
Mi affidavo allora a mia sorella con cui potevo giocare a Monopoli sul serio.
Per contraccambiare il piacere che mia sorella mi faceva, giocando con me a Monopoli, io mi prestavo a giocare con lei quando rimaneva in casa e non era in compagnia delle sue amiche con cui, solitamente, condivideva le sue attività ludiche.
Mia sorella, come le altre bambine dell'epoca, giocava con le bambole, in particolare con la barbie. Lei si divertiva a vestirla, truccarla e metterle le scarpette.
Io mi annoiavo a vestire e truccare la barbie, pertanto, dopo un po', prendevo la piccola bambola e la trasformavo in acrobata e contorsionista, facendole fare le spaccate, storcendole i bracci e ruotandole la testa di 90° gradi.
Mia sorella non era molto contenta del trattamento che riservavo alla sua barbie. Per questo, per mantenere l'integrità della bambola, decise di toglierla dalle mie mani e puntare su un gioco da tavolo in cui la barbie era sempre protagonista, ma non era più una bambola bensì una pupazzetto di cartone.
Il gioco da tavolo si chiamava “Reginetta del ballo” ed era un gioco prettamente femminile.
Attraverso il lancio dei dadi, la barbie si andava a posizionare in una delle varie caselle dell'apposito tabellone. Qui era indicato ciò che doveva o poteva fare.
Il gioco consisteva nel permettere alla barbie di arrivare al gran ballo con un vestito e soprattutto con un boyfriend. Questo veniva scelto tra quattro differenti tipologie di maschio: Ken dai capelli rossi, Alan il bello, Bob il lentigginoso e Tom l'occhialuto.
Se la barbie non era soddisfatta del boyfriend che la sorte aveva scelto per lei, con un altro lancio dei dadi poteva scambiarlo con quello di un'altra giocatrice (o giocatore nel mio caso).
Insomma, la barbie, in questo gioco, appariva come una ragazza che se la tirava e che poteva girare i boyfriend a colpi di dadi, fino a che non trovava quello giusto.
I boyfriend erano, nel vero senso della parola, dei pupazzetti alla mercé della bambola.
Alla fine, scelto il vestito ed il Boyfriend, la barbie era pronta per andare al gran ballo ed essere proclamata la reginetta del ballo.
Tra gli altri giochi da tavolo, con cui passavo i miei pomeriggi, ricordo in particolare “Pippo olimpionico” e “ Sky”.
Il primo era un gioco in cui i giocatori si cimentavano in dieci discipline olimpiche, attraverso l'utilizzo di tabelloni, segnalini, fiches, lancia fiches, catapulta, asta e ostacoli di plastica.
Il secondo era un gioco con un lungo tabellone verticale in cui erano disegnate delle piste da sci.
I due sciatori, che erano due pupazzetti con dei sci al posto dei piedi, venivano lanciati lungo il percorso attraverso il movimento provocato da una calamita a contatto con i loro posteriori.
Uno degli ultimi giochi che mi appassionò in quegli anni fu un gioco che non si poteva definire da tavolo, bensì da poltrona: il cubo di Rubik.
Il cubo di Rubik era formato da nove quadratini per ognuna delle sue sei facce. I quadratini erano di sei colori differenti mischiati fra di loro. Il gioco consisteva nel completare ogni faccia con nove quadratini dello stesso colore. Per fare questo si cominciava a girare e rigirare le parti movibili del cubo.
Il cubo era stato acquistato da mia sorella e non era un gioco semplice. Era un rompicapo che appassionò, oltre me, anche mio padre che trovò così, nel girare e rigirare le parti del cubo, il modo di dare sfogo alle sue ossessioni compulsive.
Il cubo rimase un rompicapo insoluto fino a che non mi venne la brillante idea di staccare i quadratini adesivi dal cubo e mettere quelli dello stesso colore sulla stessa faccia, in modo da avere le sei facce, ciascuna con nove quadratini dello stesso colore.
In questo modo il rompicapo fu finalmente e definitivamente risolto.

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