Il racconto è morto - 14) Scalata sociale

ritratto di KadnasRusan

Come al solito a destarmi fu il lacerante sibilo della tromba marina.

Stavolta apparteneva a una chiatta che stava risalendo il fiume con la stessa grazia di una donna grassa che affronta una salita in velocipede. Il lento natante, carico di carbone, era diretto verso uno dei tanti porti della City sul Tamigi. Tempo una mezz’ora e sarebbe arrivato presso il molo di Bloomberg scaricando, oltre che dodici tonnellate di torba, anche una decina di assatanati marinai vogliosi di birra, donne e risse, con al seguito una nutrita dote di piattole da distribuire con equanime disinvoltura alle quindici puttane che scaldavano gli intirizziti membri dei clienti presso la casa di piacere gestita dalla signorina Cleaff. Se strizzavo un poco gli occhi miopi lo potevo vedere il casino, laggiù, nascosto da un paio di campanili; del resto fino a non molti anni prima ne ero stato un affezionato e assiduo frequentatore; aveva il tetto in tegole verdi, come la stalla di un ippodromo, ed era uno dei pochi edifici dal cui camino usciva almeno un timido ectoplasma di fumo. L’inverno era alle porte e i primi morsi del freddo cominciavano ad azzannare le chiappe di chi non aveva neppure una ghinea per comprarsi almeno una fascina di legna. Erano tempi duri e, se vi interessa qualche ragguaglio sull’epoca, leggetevi Dickens, anzi, se vi dovesse capitare di incontrarlo di persona, offritegli una bottiglia: vi racconterà di quei bei tempi andati, soprattutto elargendovi molta letteratura riguardo miss Cleaff e le sue ragazze. Notizie di prima mano, intendo.

La chiatta scomparve dietro un’ansa del fiume. Mi sollevai a fatica dal giaciglio notturno composto da foglie secche, erba strappata e due vecchie copie del Times, sbadigliai ed emisi un sonoro peto che spaventò una coppia di gabbiani che si stava abbeverando poco lontano. Mi voltai su di un fianco alla ricerca del cordone del campanello, volevo tirare la cordicella per suonare e chiamare la servitù. Le vecchie abitudini sono dure a morire. Mi capitava ancora di avere atteggiamenti che nulla più avevano a che fare con la mia nuova realtà. A volte, durante i miei vagabondaggi per Londra, mi capitava di passare inavvertitamente davanti al mio vecchio club e di posare le scarpe lerce e informi sui primi due scalini per poi rendermi conto di non essere più uno dei soci emeriti. No, non lo ero, visto e considerato che non più tardi di otto giorni prima ero stato preso a calci dall’energumeno che stazionava davanti all’entrata. La mia colpa consistette nel non essermi fermato in tempo e di aver salito tre scalini invece che due soltanto. Chissà, magari non ero neppure stato bandito dal circolo, magari ne ero ancora membro effettivo. Del resto la lettera di espulsione non mi era mai stata recapitata, ma non credo che il pur efficiente servizio postale di Sua Maestà faccia pervenire la posta anche ai senza fissa dimora.

Per colazione ero riuscito a procurami una consistente porzione di formaggio. L’avevo sottratta da una trappola per topi nella quale mi ero imbattuto, rischiando di rimetterci un braccio, mentre rovistavo tra i rifiuti, nel retro di una locanda nei pressi di Soho. L’oste, evidentemente infastidito dai grossi ratti che infestavano la sua cantina, aveva costruito un ridicolo trappolone usando semplicemente una tagliola per selvaggina e un dardo acuminato. Per essere credibile, al marchingegno mancava solo un buon pezzo di formaggio. Quel dannato oste aveva pensato bene di metterne un boccone, ammuffito e puzzolente, mezzo roso dai vermi e somigliante più a stracchino che a un pezzo di buon emmental. Ad ogni modo non sottilizzai troppo: con le dovute cautele sfilai il formaggio dal dardo, defecai sulla trappola un voluminoso cilindro di solida merda e, con un bastone, feci scattare il marchingegno. Era solo una piccola vendetta nei confronti di quel maledetto oste. Mi sarebbe davvero piaciuto vedere la sua faccia il mattino dopo, ossia nel momento in cui si sarebbe accorto di aver catturato non un topo, ma un grosso stronzo. Mentre consumavo la mia colazione, mi sovvenne che ero stato uno stupido: perché limitarsi a sottrarre l’esca quando avrei potuto avere anche la preda? Da quel giorno infatti, invece di limitarmi a rubare il formaggio dalle trappole, decisi di attendere che prima arrivasse il topo. La mia dieta ne avrebbe certamente guadagnato in proteine.

Un tempo non mangiavo ratti a colazione. Fino a qualche anno prima ero conosciuto e riverito in società col titolo di marchese di Suffolk. Vivevo beato nel mio castello tra piaceri, lussurie, bevute, orge, scandali, dormite, feste, balli, duelli, tornei, poker e donne. Già, soprattutto quelle. Tutto procedeva secondo i piani stabiliti in gioventù: possedere ogni donna senza averne neppure una. Tenni fede ai miei precetti fino al funesto giorno in cui conobbi la contessina Liliana. La sua virginale espressione era pari solo alla sua depravata indole. Fui immediatamente conquistato da lei. Maestra dei piaceri più vergognosi e infami, docente delle perversioni più atroci e disgustose, esimia professoressa delle depravazioni più degradanti e immorali, la impalmai in sciagurate nozze dopo appena due settimane di fidanzamento. La stessa sera dello sposalizio mi tradì con il reverendo che ci aveva unito in matrimonio. Pretese che il pastore presenziasse alla nostra prima notte di nozze in qualità di Gran Cerimoniere di Satana. Non vi elencherò la nutrita lista di efferatezze a cui dovetti sottostare mentre quei due maledetti si vendevano al demonio, vi basti sapere che il mattino dopo, disgustato da quegli infami eccessi, partii per la Scozia adducendo come scusa l’urgenza di alcuni improrogabili affari che mi attendevano a Edimburgo. Partii solo, ripromettendomi, durante il lungo viaggio a cavallo, di riflettere sulla mia nuova disgraziata condizione.

Fino ad allora ero sempre rimasto con i piedi ben piantati per terra, mi rendevo protagonista solo nelle naturali baldorie tipiche della mia età, ossia assecondando i normali comportamenti che caratterizzavano i giovani nobili ventenni. Scorrazzavo tra casini e teatri, pub e salotti, campi di cricket e ippodromi. Disponevo di fondi illimitati ricevuti, in qualità di unico erede, alla morte di un mio vecchio zio, roso dall’alcool e dalla crapula. Della mia famiglia non rimaneva che un lontano cugino che aveva fatto fortuna in America appena prima che la schiavitù fosse dichiarata illegale. I miei genitori erano morti quando io non avevo che pochi mesi, durante una tempesta che si era abbattuta sulla nave che li conduceva verso le Canarie. Di loro mi restavano solo alcuni ritratti che tenevo appesi a testa in giù nella mia palestra, e che rimiravo mentre ero intento nell’esecuzione dell’esercizio ginnico denominato “pipistrello”. Della genealogia dei miei avi non mi importava nulla come nulla mi interessava della storia politica della mia famiglia. Durante quegli anni non mi occupavo molto neppure della situazione istituzionale inglese, né di storia presente o passata. Sapevo che vivevo in un sistema monarchico, e questo era più che sufficiente. Non avevo mai messo piede in continente, la Francia era solo una terra di ubriaconi, e i paesi calvinisti e luterani, infestati da gente pallida vestita di nero, erano soltanto tristi borghi da evitare come la peste. Forse mi sarei trovato bene in Italia, soprattutto nei territori del Papa, in mezzo a lussi e sfarzi, ma correvano voci della presenza in Vaticano di una troppo nutrita schiera di sodomiti, inquietante notizia questa che sopì immediatamente qualsiasi mia velleità a visitare quei luoghi caldi e lontani.

Conobbi Liliana una sera che, come tante altre, venni invitato a un ballo presso la dimora estiva del conte B. Durante la festa avrebbe avuto luogo la rappresentazione di una farsa teatrale, una pantomima grottesca che ricreava l’arrivo della peste nera, di cui in quel periodo si celebrava il triste anniversario. Mi recai quindi in riva al laghetto prospiciente il castello del conte in compagnia degli altri astanti, tutti curiosi e desiderosi di assistere allo spettacolo. L’atmosfera notturna era ravvivata da grossi lumi disposti lungo l’enorme parco. A un certo punto dal laghetto si fece avanti una zattera addobbata con cartapesta, in cui si riconosceva un bastimento genovese e dal cui ponte provenivano canti osceni e bestemmie in italiano. Si trattava ovviamente della raffigurazione dell’arrivo a Londra della nave infetta che, secondo la leggenda, aveva portato per prima sul suolo inglese l’originario ratto impestato dal morbo. Appena l’imbarcazione ebbe attraccato ne sbarcarono, con grande e piacevole sorpresa di noi tutti, decine di ragazzine senza veli, le migliori fanciulle che avessi mai visto, seguite da altrettanti adoni, veri indemoniati affetti da satiriasi, destinati a compiacere le signore presenti alla festa. La parte teatrale della mascherata ebbe immediatamente termine. I signori, già mezzi sbronzi, non seppero trattenersi e si gettarono con ferocia pari solo alla loro impotenza su quelle finte verginelle pronte a tutto, e alle imprecazioni di prima seguirono rantoli, gemiti e ansiti di indubbia origine. Mentre anche gli adoni fottitori (veri priapisti affetti da stallonite cronica), facevano la loro eroica parte, coprendo con decorosa abnegazione i lombi di rinsecchite vecchiette e disgustose grassone (tra le quali spiccava la mia adorata cuginetta Margaret), a me toccò una fanciulla dalla bellezza incredibilmente insolita: Liliana. Era la figlia di un conte toscano, andato in sposo a una delle discendenti del barone di W.; si trovava in Inghilterra in visita dai nonni ed era stata reclutata per quella festa insieme a molti altri ragazzi del circondario. Mi resi subito conto che nelle sue vene doveva scorrere una buona percentuale delle tare del ramo più dissoluto della famiglia Medici, ma allora interpretai questo come un elemento positivo, perlomeno per il prosieguo di quella serata. Effettivamente Liliana era intraprendente, non mi diede neppure il tempo di calarmi le brache che fui assalito dalla sua spumeggiante esuberanza. Mi staccò con un solo morso il baffo destro e lo sputò a terra, calpestandolo.

“Farò lo stesso col tuo misero cazzo, pezzo d’imbecille, se non ti sbrighi a levarti questi ridicoli pantaloni e fottermi a sangue”.

Questa fu la frase con la quale Liliana si presentò al suo futuro maritino, ossia al sottoscritto, allora marchese di Suffolk, allora uomo felice.

 

Durante il mio viaggio in Scozia ebbi modo di riflettere sulle umane miserie in cui ero incappato. Mi chiesi quale stupido motivo mi aveva condotto a impalmare quella disgustosa puttana senza neppure riservarmi un decente periodo di riflessione. Arrivai alla conclusione che Liliana mi aveva stregato, forse facendomi ingerire delle polveri particolari che portavano alla lenta obnubilazione della mente. Quelle polveri esistevano. Si trattava di sostanze provenienti soprattutto dall’oriente e poi chimicamente raffinate in certe regioni italiane, luoghi entrambi storicamente affetti dalla mania dell’avvelenamento come risoluzione primaria delle diatribe. Probabilmente i nonni paterni di Liliana avevano insegnato alla giovane fanciulla segrete alchimie per sbarazzarsi di possibili nemici. Evidentemente io ero uno di questi. Quando si ha una rendita di settantamila sterline si è per forza di cose nemici di qualcuno, soprattutto dei parenti più stretti. O della propria moglie. A dire il vero queste sono eventualità che ciascuno mette in preventivo, nessuno vive nel limbo e le invidie, le gelosie e l’odio fanno parte dei naturali rapporti della vita. Quello che invece non avevo messo in conto fu ciò che trovai al mio ritorno da Edimburgo: la totale rovina. Il mio patrimonio era scomparso e il castello ridotto a un cumulo di ceneri, bruciato dalle fiamme della degenerazione dopo una notte di sabba a base di lussuria, sangue e feci. Troppo orgoglioso per mendicare aiuti, mi diedi immediatamente alla macchia, fuggendo dai creditori fino a che non raggiunsi la mia tenuta di campagna in Galles. Giunto che fui, ebbi la spiacevole sorpresa di sapere che ero stato preceduto dall’Ufficiale Giudiziario il quale, dimenticando ben presto di essere stato sovente un mio gradito ospite e di aver fornicato, grazie a me, con le migliori puttane d’Inghilterra, mi aveva con sospetta solerzia sequestrato la tenuta per far fronte ai debiti che Liliana aveva contratto a Londra nei mesi precedenti. Fu il buon vecchio Henry, il mio ex fedele maggiordomo, a chiudermi il portone in faccia. Non gliene voglio, del resto non ero più io il padrone della fattoria.

Prima di scomparire per sempre dalla società civile e darmi all’accattonaggio feci un ultimo tentativo presso una mia vecchia amante, la duchessa G., memore del legame che, fino all’anno prima, ci aveva unito come assidui frequentatori. Per mia sfortuna la duchessa era in viaggio per le Indie al seguito del marito ordinato di fresco vice governatore a Bombay. Mi vidi quindi costretto dalla realtà dei fatti a diventare un mendicante. Cosa che feci immediatamente e senza nessun tentennamento.

 

Terminata dunque la colazione a base di formaggio marcio mi diressi verso la riva del fiume per spruzzarmi acqua sul viso e lenire il gonfiore dovuto ai postumi del sonno. Il traffico fluviale era in pieno fermento e innumerevoli natanti solcavano le rigogliose acque del fiume avanzando con solenne lentezza. Mentre ero chino a pulirmi il grugno, giunse alle mie orecchie una risata femminile, un suono che ben conoscevo perché altro non era che lo sguaiato latrato di quella lurida cagna. Liliana era a bordo di un battello passeggeri, abbracciata a un damerino talmente giovane che ancora si cacava nei calzoni. Ebbi pietà di lui perché non era suo complice, ma sua vittima. La barca percorse ancora alcune anse del fiume, nascosta della vegetazione che cresceva lussureggiante lungo la riva. Seguii l’imbarcazione camminando veloce lungo la sponda, tenendomi al riparo dietro ai cespugli, accortezza probabilmente inutile, dato che quella puttana difficilmente mi avrebbe riconosciuto, visto il mio stato, ma comunque preferivo agire con cautela. Pochi minuti dopo il battello attraccò al molo di Rehoboth per scaricarvi il sacco postale. Senza farmi vedere salii sulla chiatta e mi diressi verso quella schifosa baldracca.

“Eccoti finalmente, puttana!”, urlai.

Alle mie parole il cicisbeo fuggì lasciando Liliana sola alla mia mercé. Fu un attimo: le ruppi l’osso del collo e la gettai nelle cupe acque del Tamigi. La mia adorata ex mogliettina non aveva avuto neanche il tempo di stupirsi. Nessuno vide nulla, neppure quel cacasotto del suo amante. Pensavo fosse più macchinoso uccidere un essere umano, e invece fu solo questione di un istante. Forse perché Liliana non era un essere umano.

 

Quella stessa sera, mentre me ne stavo sdraiato sotto il Ponte dei Frati Neri, mi parve di veder andare alla deriva un cadavere putrido e mezzo smozzicato dai pesci. Presi un bastone, attirai il corpo a riva e vidi senza nessuna sorpresa che si trattava di Liliana. Sembrava una crosta di pane lasciata a mollo nell’acqua bollente. Brandelli di carne le erano già stati strappati via come ghiotti bocconi di polpa lessata, mentre un piccolo pescegatto le stava attaccato a un capezzolo come un orrendo neonato deforme intento a suggere veleno dal seno materno.

La guardai per l’ultima volta cercando di vedere su quel volto rigonfio e lucido i rimasugli della sua perversa bellezza.

Incredibilmente ve li ritrovai.

Mi slacciai le brache e sodomizzai la salma tra rantoli e bestemmie. Era quello che si meritava quella puttana. Poi festeggiai scolandomi una bottiglia. Era quello che meritavo io.

La mia scalata sociale al contrario era ora definitivamente completata.

Gradimento