A COLLOQUIO CON IL COBRA
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D’improvviso ogni cosa intorno a me si affloscia: il cielo grigio, i palazzi, le mura, le automobili, il cemento, le strade, le persone. Tutto sembra smaterializzarsi, o meglio, liquefarsi come un blocco di ghiaccio scaldato da una fiamma, per essere assorbito e fagocitato dalla terra, dal prato verde in cui ora poggiano i miei piedi nudi. Non indosso più jeans e felpa, ma uno stupendo abito bianco con una lunga e ampia gonna. Mi trovo all’estremità di una vasta radura; tutt’intorno a me alberi e fiori, mentre il sole splende in un cielo azzurro e limpido. Giro lo sguardo attorno e respiro a pieni polmoni, sono felice. Poi, all’altra estremità del prato, scorgo d’un tratto una figura umana, tutta vestita di nero: appunto lo sguardo e vedo che si tratta di L.. Come nella sigla finale di un programma televisivo degli anni ’70 di Vianello e Mondaini, inizio a correre leggiadra sull’erba in direzione del mio amato. Lui sembra rimanere fermo ad aspettarmi. Ma davanti a me noto un corso d’acqua che taglia in due il prato; giunta all’argine, mi rendo conto che quel fiume è largo una decina di metri e che nelle sue acque nuotano minacciosi e in gran quantità dei piccoli pesci dai colori vivaci: sono piranhas. “Se lo amo davvero,” penso riferendomi a L., che continuo a osservare con la coda dell’occhio, “devo affrontare e superare anche questa prova.” Indietreggio di qualche passo, prendo la rincorsa e salto di slancio l’ostacolo del fiume, lasciando i piranhas a bocca asciutta (e a bocca aperta).
Atterro a piedi uniti pochi centimetri più in là dell’argine opposto e, con rinnovato entusiasmo, riprendo a correre con le braccia spalancate verso il mio innamorato: conto di abbracciarlo nel giro di pochi istanti, il cuore mi scoppia di felicità.
Ma lui non muove un dito, è sempre immobile e mi osserva con un ghigno.
Mancano pochi metri, sto per gridare “Amore!” ma tutt’a un tratto mi sento mancare il terreno sotto i piedi e piombo in una fossa la cui apertura è celata alla mia vista da fogliame, rami sottili e ciuffi d’erba: l’ennesima trappola. Ma stavolta non cado nel vuoto per la durata di una notte, bensì per un paio di secondi al massimo; e atterro sul soffice materasso di un elegante letto matrimoniale, con lenzuola e federe ricamate. Faccio per sedermi in mezzo a quel letto, quando vedo di fronte a me una luce che illumina la roccia grezza che mi circonda. Dentro quella luce si materializza un uomo con un sorriso dolcissimo; indossa un saio marrone e mi osserva come nessuno mi ha mai osservata. Poi scompare, e al suo posto, in quel cono di luce, appare un cobra nero, eretto, con la restante parte del corpo acciambellata su una lucida lastra di marmo circolare, sostenuta da un colonnino di pietra. E’ a poca distanza dai piedi del letto, ma io non ho paura di lui, e lui lo sa. Nondimeno mantiene dilatata la pelle ai lati della testa e rimane a fissarmi nella sua posa classica, oscillando impercettibilmente. Ha una stretta fascia di colorazione bianca appena sotto il mento, come una specie di collare, e di tanto in tanto la sua lingua vibra nell’aria, come per sondare il mio stato d’animo. Coi suoi occhi minuscoli e neri mi perfora il cranio e penetra nel mio spirito.
“Voi umani, di solito, non capite nulla: così mi tocca rivolgermi a te usando il tuo linguaggio.”
“Se fossi un’umana come gli altri, ti risponderei sarcastica: ‘Grazie per la stima.’ E invece non mi sento offesa. ‘Con me sfondi una porta aperta,’ direbbero sempre quelli.”
“E non hai paura di me?”
“No, neanche un po’. Sei un animale: perché dovrei avere paura di te? E’ dell’essere umano che bisogna aver paura.”
“Questa è una banalità.”
“Per molti miei simili non lo è affatto. Loro credono di essere buoni, civili, intelligenti, giusti, coscienziosi…”
“E tu questo non lo pensi?”
“Certo che no! Perché me lo chiedi? Dovresti saperlo da te, dato che mi hai invitata quaggiù.”
“Non sei felice di vedermi?”
“Sì, lo sono. Ciò che spesso mi rende infelice è l’appartenere al genere umano. Ci sono giorni in cui addirittura me ne vergogno. Ti amo tanto, cobra…” e qui comincio a singhiozzare per l’emozione. “Amo te e tutti gli animali e i fiori e gli alberi, insomma la natura. Il pensiero che esseri simili a me vi stiano distruggendo la vita, mi fa impazzire di dolore.”
“Non affliggerti, prendi esempio da noi. Resisti. Bisogna sempre coltivare la speranza che i tuoi simili giungano alla resipiscenza.”
I suoi occhi sfolgorano per un istante, poi lui svanisce, si dissolve. Anche la luce in cui è apparso si spegne. Allora mi distendo sul letto, nel buio, e mi stropiccio le palpebre umide con i polpastrelli. Quando li faccio lentamente scivolare lungo le tempie e riapro gli occhi, sopra di me rivedo il cielo azzurro e il sole. Ora sono distesa sull’erba del prato, non mi trovo più in quella specie di pozzo. Una sagoma scura s’interpone all’improvviso fra me e il sole. Faccio solecchio e vedo che si tratta di L.. Mi sorride.
“Ti sembrano scherzi da fare?” mugugno immusonita.
Lui mi risponde con un paio di versi di Borges:
“Sia lodato l’amore che non ha né possessore né posseduta, ma entrambi si donano. Sia lodato l’incubo che ci rivela che possiamo creare l’inferno...”
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Brava!
(Mi faccio il commentino da sola, perché so che nessuno verrà a commentarmi)
mi è piaciuto molto
e lo dico con sincerità....Luisa
Che fine ha fatto...
Che fine ha fatto il tuo racconto Luisa? Lo cercavo per rileggerlo :(
ti sottovaluti invece...
Bel racconto!
Come vedi anche qualcun'altra ha letto (con piacere) e ha voluto lasciare una traccia.
Di complimenti a iosa sono nauseata anch'io e non intendo più sprecarmi.
Un saluto.
NOOOO....
.... la scena di Raimondo e Sandra! Non ci credo!...
Quale commistione tra sacro e profano! :-)
Brava Barbara, continua.
Sara
Lo sai
che sono io la vera moglie di Vianello...