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Frammenti

Pubblicato da Jerem il Ven, 03/07/2009 - 17:45
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                                                     Comunicazione

 

- D’accordo, ciao papà. - riaggancio la cornetta.

Compongo un altro un numero.

Il barista continua a lanciarmi brevi ed ostili occhiate, mentre Marina mi sta dicendo che non riesce ad uscire di casa.

- Chiama i vigili del fuoco, oppure forza la serratura. -

- Si, scherza, scherza... E’ inutile non ci riesco! E’ già mezzogiorno e sono qui che devo ancora lavarmi i capelli, e sono senza shampoo, e... -

- Senti Marina, questa conversazione mi sembra senza sbocco. -

- Hai ragione. - E riaggancia.

Fisso la cornetta, perplesso; a volte è strana; io le voglio bene, ma certe volte questa donna è veramente strana.

Esco dal bar e vengo aggredito da un vento freddo; freddo ma secco. Mi piace.

Adoro questo clima, è una giornata fantastica: limpida come solo le giornate di fine Gennaio sanno esserlo.

E comunque sono incazzato. Senza motivo. Una rabbia assoluta, pura, cristallina come questa luce di mezzogiorno.

Penso che magari potrei andare a trovarla. le compro lo shampoo, sfondo la porta... a lei basta poco per essere contenta; no, troppo vento per arrivare fin là; inoltre la mia rabbia e la sua pseudo-depressione non raggiungerebbero nessun tipo di accordo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Antonella mi sta dicendo che fra un’ora Federico ed il fratello saranno qui a prendere i mobili.

- Tutti e due!? Ma non posso, ti ho detto che avresti dovuto avvisarmi, per quell ’altro! -

- Ma io, il furgone, ce l’ho solo per oggi! Solo per oggi, capisci? Dopo non potrò più, 

  mai più! -                

- Dai, non essere così definitiva... -

Definitivo. Mi piace. Penso che dovrei cominciare ad usarlo più spesso, quest ’aggettivo.

Continuo a ripetermelo, pronunciandolo internamente: DE-FI-NI-TI-VO. Bello. E’ efficace, fluido; le sillabe scorrono fuori che è un piacere. Definitivo.

Fa molto “minimalista”.

Intanto Antonella sta continuando a parlare; “rientro” in quello che mi sta dicendo, anche se lo so già: mi ripete le stesse cose da oltre dieci minuti, ormai.

- Ma perché sei così definitiva? - le ripeto solo per assaporarne ancora il suono.

Sono soddisfatto; ormai non seguo più la conversazione, penso a come l’aver usato un termine così delizioso possa avermi, di colpo, risollevato il morale.

 

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

 

Richiamo Marina.

Lei riprende a parlare come se non si fosse mai interrotta; semplicemente PROSEGUE:

- ... cazzo, è saltata la lampadina! -

- Che lampadina? -

 

 

 

 

- ... mi capita sempre così, ci credi? Da un momento all’altro TUMP! e le lampadine si      fulminano; è successa la stessa cosa con quella dei faretti... questa però la ricompro... -

- Cosa vuol dire, che sei... -

- ... al buio. Sono completamente al buio, ormai. Senti, non è che ti trovi a passare da un elettricista? -

- No! - E riaggancio con violenza.

Scuoto la testa: non è possibile...non è possibile...

 

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

 

Richiamo papà:

- Ciao. -

- Oh, ciao. Allora: è per Lunedì, alle nove. -

- Va bene. -

- Mi raccomando, è un mio caro amico e non dovrebbero esserci problemi;  comunque, anche se è un colloquio informale, tu fatti vedere sveglio e volonteroso. -

SVEGLIO e VOLENTEROSO

- Ho capito, ma ti ha detto, in qualche modo, che dopo... -

- Non preoccuparti: fai un po' di pratica e poi ti assume, regolarmente.

   Mi raccomando, sii puntuale. Questa è un’occasione da non perdere. -

- O.K. Ciao. -

 

                                                         

 

 

                                                       Alternative

 

Arrivo a Campo de’ Fiori trafelato, quasi correndo.

Giordano Bruno è sempre lì, lo sguardo corrucciato sotto il cappuccio.

Sono in ritardo di un buon quarto d’ora; Cristiano mi saluta sorridente, non sembra alterato. D’altronde non lo è mai: la sua pazienza è qualcosa di indecente. Sempre disponibile, sempre accomodante. Sono convinto che potrebbe uccidere qualcuno con la massima naturalezza, il giorno che gli girino le palle. E non vorrei trovarmi là.

Cerco di spiegargli, frettolosamente, il motivo del ritardo; mi dice che non ha capito... beh, nemmeno io, del resto.

Ci muoviamo verso il “Caffè delle Lettere”; solo ora mi accorgo della “Minolta” che tiene in mano:

- E quella? -

- Volevo fare delle foto... -

- Grandioso, con questa luce fantastica... -

- Volevo fare una foto ad una cosa che ho in macchina. -

- Tra poco sarà buio, quando la prendi? -

- No, la foto la voglio fare DENTRO la macchina. -

- Oh, capisco... -

In realtà capisco che è meglio lasciar perdere; mi darebbe, al solito, spiegazioni incomprensibili.

Perché diavolo con questa giornata così limpida e questa luce “ideale”, lui debba fare delle foto all’INTERNO della macchina?!

Motivi imperscrutabili.

- Così hai finalmente trovato lavoro, eh? -

- Mah. Un amico di mio padre... fa il commercialista... -

- Oh! Li conosco bene i commercialisti. -

- Già. Comunque è una buona opportunità. Ho un appuntamento lunedì.-

- Ottimo! -

- Dio, sono così TESO.... -

Nel frattempo siamo arrivati al “Caffè delle Lettere”: CHIUSO. Per l’ennesima volta un viaggio a vuoto.

- Ti propongo un ’alternativa. -

Il bello di quest’uomo è che ha, sempre e comunque, un ’alternativa pronta.

- A Viale Eritrea c’è una presentazione di libri in edizione economica. -

- Fantastico, andiamo!-

Niente di meglio che un buon libro ad un buon prezzo.

Viale Eritrea è gonfia di automobili, autobus, motorini cavalcati da ragazzine ammiccanti al di sotto dei diciott’anni.

- Perché mi capitano solo donne al di sopra dei trenta? - si lamenta lui.

ma è una “sola” ! -

- Infatti. -

- Criss, queste edizioni si trovano in una qualsiasi edicola con un minimo di dignità. -

Ci infiliamo di nuovo nella “Uno” rossa, di nuovo nel marasma di Viale Eritrea.

                                       

 

 

                                             

 

 

                                               L’ Olandese e Schopenhauer

 

Il monumento è tetro. Nonostante sia ben illuminato, trasmette una sensazione angosciosa, però i gradini non sono sporchi, c’ è poca gente nei paraggi ed il vino è ancora fresco.

Stappiamo la seconda bottiglia.

- Questo è un Pinot  di Pinot. - annuncia, trionfante, Federico.

- Ottimo. - replico dopo una lunga sorsata. Passo la bottiglia a Marina.

L’ alcool accelera l ’euforia che mi attraversa le vene; sembriamo usciti da un racconto di Bukowski; lancio un’occhiata ad Antonella: pelliccetta bianca, gonnellina nera, tacchi a spillo... fa niente, lei neanche sa chi sia, C.B.; in compenso mi strappa la bottiglia di mano e tracanna un lungo sorso.

Marina la guarda preoccupata:

- Ti ricordi, vero, di essere astemia? -

- Per stasera farò un’eccezione! - tutta contenta, le gote già arrossate.

- Dobbiamo festeggiare la tua prossima assunzione! - sorridendomi.

- Ma quale assunzione, Antone’! -

Marina insiste:

- Ripensa a quelle rare volte che hai bevuto. -

Federico, al contrario, la incoraggia:

- Dai, che questo l ’ho trafugato dalla cantina di mio padre! - Probabilmente spera di allentarne le “difese”.

Lancio un’occhiata complice a Marina, che mi restituisce un sorriso malizioso.

Antonella comincia a ridacchiare; è difficile rintracciare il senso di quello che dice, perso tra le bollicine del “Pinot”.

La tentazione è veramente forte; mentre Federico prova affettuosi “approcci”, Marina ed io la incalziamo:

- Perché non ci racconti di quella volta che ti sei giocata a carte un ragazzo? -

Il sorriso di Federico è attraversato da una sottile tensione.

Antonella lancia un ‘ occhiata di traverso:

- Marina, glielo hai raccontato tu, vero? - fingendo di rimproverarla.

- Perché, invece, non gli hai detto dell’Olandese? -

- Di chi? - Sardonica, Marina chiede conferma.

- Ma si, non ti ricordi? Come si chiamava... Peter ... Soren...boh... comunque era bellissimo. - e giù un altro sorso. - ... si, stupendo. -

Il sorriso di Federico si fa sempre più “stretto”.

- Ma dai, raccontaci di quel tipo che ti sei giocata a carte! - la incito di nuovo.

- No, non è interessante. L’Olandese, piuttosto; ti ricordi Mari’: bello come il sole e anche colto; gli piaceva la musica classica. -

M’illumino! Marina mi ha già raccontato l’episodio: non me lo perderei per nulla al mondo:

- Ah, gli piaceva la musica classica, eh, e allora? -

Lei comincia a sghignazzare. Marina, infida e spietata, tace e aspetta.

- ...e così ci siamo ritrovati a parlare di musica; io non ci capisco molto, di musica classica, poi; però non potevo sfigurare: quando lui mi chiesto quali autori preferissi ho avuto un attimo di panico, poi mi sono ripresa, gli ho sfoderato un bel sorriso e: “Dunque, Beethoven, Mozart, e...Schopenhauer.” - e comincia a ridere a crepapelle.

Marina mi guarda, soddisfatta; io sono piegato sui gradini a tenermi la pancia; Federico ha una risatina di circostanza.

 

 

 

 

 

Antonella continua:

- Ed ero convinta, eh. Poi siamo tornate a casa, ci siamo messe a letto;

dopo un attimo riaccendo la luce sul comodino:

“A Mari’, ma chi era Schopenhauer?” -

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                          

                                                   

 

 

                                                

 

 

                                                              Mansioni

 

La lancetta del serbatoio è al di sotto del “rosso”; lo faccio notare ad Alessandra, che non si preoccupa più di tanto:

- Una volta, in queste condizioni, ho fatto trenta chilometri. -

Appoggio, sconsolato, la testa al finestrino:

- See... -

Sono le nove di sera, la strada che percorriamo è costellata di distributori, ma gli unici “24 ORE” sono sull’ altra carreggiata.

Dopo un’inversione ad “U” al limite del ritiro della patente, affianchiamo la pompa di benzina.

Il ragazzo dalla pelle scura si avvicina sorridente, Ale gli porge le chiavi:

- Diecimila. -

Il tipo “armeggia” con il tappo del serbatoio: è decisamente in difficoltà:

Lo faccio notare ad Ale:

- Dici sempre che è difettoso, perché non scendi a dargli una mano? -

- Ma stai scherzando? E’ il suo lavoro! -

IL SUO LAVORO!?

Sono decisamente perplesso.

- Ma, poverino, cosa vuoi che ne sappia? -

Niente. Lei è assolutamente convinta che la cosa sia di sua competenza.

 

Il ragazzo riesce ad aprire, fa benzina e tenta di riavvitare il tappo che proprio non ne vuol sapere; dopo un po’ sollecito Ale a scendere per dargli una mano.

La scena è desolante: Ale forza, con rabbia, il tappo del serbatoio, la chiave è incastrata, l’extracomunitario la guarda con un sorriso imbarazzato; lei è ormai imbestialita, suda e impreca all’indirizzo del tappo.

Il ragazzo non ha dismesso quella maschera un po’ tesa e sorridente che ha dall’inizio della vicenda.

Scendo, lancio un’occhiata rassicurante al ragazzo e provo a richiudere il maledetto tappo del serbatoio: niente da fare.

Comincio ad innervosirmi anch’io; poi, Ale mi spintona via indelicatamente, infila il tappo con decisione, lo chiude e risale in auto.

Sorrido. Allungo mille lire al ragazzo di colore che le afferra come qualcosa alla quale aveva ormai rinunciato.

Lo saluto ed entro in macchina, chiedendomi come si sentirebbe, lui, in uno studio da commercialista.

 

Ale parte, un po' alterata:

- Non capisco come possano essere così incompetenti! E poi, perché gli hai dato la mancia? -

Il dubbio, che prima mi aveva solo sfiorato, è ormai una certezza!

Voglio solo una conferma:

- Con che cosa credi che campi? -

- Ma come?! Con lo stipendio, no? -

La fisso un lungo istante: non c’è un’ombra di incertezza in quello sguardo.

- Ma quale stipendio?! - E comincio a ridere.

- Lo stipendio che gli dà il benzinaio per stare lì la notte. -

Sto soffocando dalle risate, è troppo divertente per fermarla.:

- Il benzinaio, eh? -

 

 

 

- Certo. -

- E perché diavolo il benzinaio dovrebbe pagarlo? -

- Perché c’è un sacco di gente che rinuncia ad usare i self-service, perché non è capace o non ne ha voglia... -

E’ assolutamente irresistibile; sono piegato in due.

- Ma che hai tanto da ridere? -

Tra le lacrime cerco di spiegarle il reale meccanismo della faccenda.

- Ma dai, veramente? Io ho sempre creduto.... -

- Guarda che è verde. - indicandole il semaforo.

Ingrana la prima e ripartiamo.

 

 

 

 

 

 

 

                                                     

 

 

                                                    

 

                                                    

 

                                                        “ Confessioni “

 

La “Testimone di Geova” mi si avvicina, sul marciapiede, insinuandosi tra le persone alla fermata dell’autobus. Mi chiede:

- Posso farle una domanda? - Il tono è “dolciastro”.

Sono preso in contropiede, le dico di sì.

- Lei quale pensa sia stata la persona che ha maggiormente influenzato, nel bene,  l’Umanità? - 

Mi chiedo come diavolo possa fare, questa donna, a formulare simili quesiti, in mezzo al traffico cittadino; penso che presto venderanno la Bibbia a fascicoli settimanali, dando magari, in omaggio col primo fascicolo, un paio di Indulgenze.

Uno sponsor per Dio!

Maledicendo l’inefficienza dei trasporti urbani, illudendomi di scoraggiarla almeno un po’, le rispondo:

- Karl Marx. -

Ma la bacchettona conosce il proprio mestiere. Ammortizzando bene il colpo, con un sorriso infido, comincia:

- Questo è interessante ; infatti per oltre settant’anni... -

Le persone intorno evitano accuratamente di avvicinarsi, mentre la tipa continua a sproloquiare sul “socialismo reale”; a tratti annuisco distrattamente, lanciando continue occhiate nella direzione dalla quale dovrebbe arrivare l’autobus; penso a tutte le volte che ho sentito, al Tg, l’ espressione “fondamentalismo islamico”, pronunciata con toni esorcizzanti.

Finalmente arriva il mio autobus, ma prima che mi sia defilato, l’invasata mi ha incollato tra le mani un libercolo dal titolo apocalittico.

 

 

 

 

 

Dopo un paio di minuti, l’autobus sta transitando in una viuzza alberata; passiamo di fronte ad un’immagine sacra; una signora, dall’aria insospettabile, si fa il segno della croce, con un gesto evidente. E’ troppo!

So già che dovrò sopportare un’ ulteriore, snervante attesa, ma non importa: mi faccio largo a gomitate e scendo dall’autobus.

Devo trovare un lavoro! Non foss’altro per comprarmi un’automobile ed evitare simili incontri.

                                               

                                             

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                         Venticinque minuti

 

La Camel che stringo tra le dita si va consumando lentamente, mentre alla TV, due imbecilli, seduti in una trattoria, scoprono di avere gli stessi gusti in fatto di acqua minerale: a lui piace frizzante, a lei, naturale: come la Gioconda.

Squilla il telefono:

-Pronto Marco? - La “R” dura, “francese”, di Cristiano, mi risolleva un po’ il morale:

- Ciao! -

- Senti, ho una proposta per stasera: un teatro, venticinque minuti. -

- Venticinque minuti? -

- Si; uno spettacolo di venticinque minuti! -

- E di che si tratta? -

- Ma... non lo so, veramente... -

- Come non lo sai, Criss?! -

- Ma che ti frega, dura solo venticinque minuti; è questo il bello! -

- Hai ragione: venticinque minuti si “reggono”, qualunque stronzata sia. -

- D’accordo allora: alle dieci esatte; dalle dieci alle dieci e venticinque. Ciao. -

 

La stradina è buia, vicino S.Pietro, l’ingresso del teatro, ancora più buio. Entriamo.

Sono le 22:05 : ci affrettiamo, preoccupati di aver perso ben un quinto dell’intero spettacolo. Ci accolgono due ragazzi dall’aria “alternativa”.

- E’ già cominciato? - chiede Criss, un po’ansioso.

I due si guardano, perplessi:

- No. Veramente siete i primi. -

Lancio a Criss un’occhiata eloquente.

Loro staccano due biglietti, riservandosi di rimborsarci qualora lo spettacolo non dovesse andare in scena.

Noi non ci perdiamo d’animo, prendiamo il programma ed entriamo nella minuscola sala.

- Se entro cinque minuti non arriva nessuno, ce ne andiamo. -

- D’accordo. -

Nel frattempo, alle nostre spalle, entra un tipo: con fare circospetto va a sedersi in prima fila, sulla destra.

Un attimo dopo arriva una giovane coppia; il tipo in prima fila si volta e li saluta cordialmente, mentre i due lo raggiungono.

Cinque persone in sala. Bene.

Il ragazzo del botteghino si affaccia e ci fa un cenno per dire: “tutto a posto.”

Lo spettacolo non è male: le “schermaglie” amorose di due giovani, nella Venezia settecentesca. In dialetto, ovviamente. Però comprensibile.

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

Ci incamminiamo verso la birreria dove ci attende Alessandra.

- Lunedì si avvicina, eh? -

- Non mi ci far pensare, ho attacchi d’ansia ogni mezz’ora! -

- Sta’ tranquillo, sarà una stronzata, vedrai; e poi, non è un amico di tuo padre?

- Si, però... -

- E comunque, all’inizio, qualsiasi cosa ti serva.... -

- Lo so, lo so: grazie: -

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

La birreria è semivuota, Alessandra ci fa un cenno con la mano.

Tra una Guinnes e l’altra, facciamo l’una.

Usciamo. Via della Conciliazione è deserta.

All’ improvviso, un ragazzo - calzoncini corti a fiori, borraccia e macchina fotografica appese al collo - sbucato da non si sa dove, ci si para davanti.

- Parlez vous francais? -

Ci guardiamo interdetti: Criss sta “rispolverando” il suo inglese, io ho dimenticato il mio ed Ale ha abbandonato il francese da tempo.

Il ragazzo ci chiede una sigaretta, col classico gesto universale; poi, tra frammenti di inglese di Criss e varie mimiche facciali, crediamo di capire che desidera andare in Vaticano.

- Vatican? -

- Yes! -

Non c’è alcun dubbio: non gli basta vedere S.Pietro, ben illuminata, con le fontanelle zampillanti, vuole proprio entrare in Vaticano.

Criss gli fa presente che è l’una di notte e ci sono due grossi Svizzerotti, con tanto di elmo ed alabarda, che non hanno un gran senso dell ’humour.

Il Francese ci guarda perplesso, evidentemente non capisce il perché di tanto “fiscalismo”. Io mi avvicino, tentando di fiutare tracce d’alcool nel suo alito, mentre questi estrae dalla borsa uno spray: - Ma io ho questa! - (in francese, naturalmente.).

Criss e Ale sono sempre più confusi; a me basta una rapida occhiata per capire che si tratta di una di quelle bombolette spray anti-aggressione, tanto in voga in Francia ma assolutamente illegali da noi.

- Oh, - sorride il ragazzo - it’s a joke... -

Nel frattempo sentiamo delle urla: tre ragazzini corrono verso di noi. Affannata e con forte accento americano, la più grandicella si rivolge ad Ale: - Do you speak English?- Gli Americani sono famosi per capacità di centrare i bersagli!

- No. Parla con loro! - ribatte Ale, indicando noi; mentre gli altri due continuano a chiamare:

 

 

 

 

- Alvin! Alvin!... - correndo intorno, la ragazzina ci spiega che hanno perso un loro amico: grasso e con gli occhiali (i gesti sono inequivocabili). Il Francese è ancora lì con il suo spray. E’ troppo! Salutiamo la piccola folla e guadagniamo la macchina.

 

Dopo aver transitato per vari “sensi unici”, ripassiamo per Via della Conciliazione:

i ragazzini americani sono ancora lì che corrono tra una viuzza e l’altra.

Mi sporgo dal finestrino:

- Did you find him?! -

- No! - mi gridano di rimando.

- Beh, - rimettendomi comodamente a sedere - cercatelo meglio... -

 

- Alvin!... Alvin!... -

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                          

 

                                          Apocalittici e assonnati

 

Il suono petulante del citofono irrompe, ottuso, nel sogno, dileguandolo.

Imprecando mi alzo dal letto e vado a rispondere.

- Buon giorno, il signor Felici? - Il tono è forzatamente gioviale.

- Si. -

- Bene. Buongiorno, il mio nome è Rossano. -

ROSSANO?!

- Si.- Non so se ridere o piangere.

- Senta, avremo piacere di parlare un po’ con lei. -

- Parlare.... -

- Si, ma non vorremmo disturbarla, forse ha da fare. -

- Dormivo. - Sono le otto di Domenica.

- Oh, mi scusi per il disturbo, però potrebbe concederci dieci minuti per dirci cosa ne pensa della guerra delle malattie della delinquenza della droga dell’ambiente e se crede che dobbiamo rassegnarci oppure ha fiducia in una vita diversa... -

08.00 di Domenica e ROSSANO vuol sapere se ho fiducia in una vita diversa

- Si, insomma, lei crede che possa esserci una possibilità di salvezza per l’uomo, che possa essere felice? -

Potreste cominciare voi, evitando di rompere i coglioni al prossimo specie a quest’ora del mattino!

- Ascolta, Rossano, io stavo dormendo. -

- Ho capito e sono mortificato, ma non potrebbe dirmi se esiste, secondo lei, una possibilità di salvezza... -

 

 

 

 

 

- Sto cercando di dirti che non sono abbastanza lucido per affrontare l’argomento.-

- Beh, magari ripassiamo tra qualche giorno... -

- Si. Addio. - Torno a letto. 

Ale sbadiglia:

- Chi era? -

- Rossano. -

- Chi? -

- Te l’ho detto: ROSSANO! -

- E chi è Rossano?! -

- Cosa vuoi che ne sappia... -

- Ma insomma, chi era? Che voleva? -

- Una POSSIBILITÀ’ DI SALVEZZA. -

- Cosa? -

- Lascia stare; dormi. -

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                La Prova

 

Apro gli occhi un istante prima che la sveglia cominci a suonare.

Sei e trenta del mattino. Cristo! Il pensiero che dovrò cominciare a farlo tutti i giorni mi schiaccia sul materasso: lo allontano saltando fuori dal letto, fin troppo rapidamente: inciampo sul comodino e la seconda bestemmia della giornata mi accompagna fino in bagno.

Prima di uscire do una sbirciata allo specchio: capelli corti, ben rasato, camicia stirata... sì, ho decisamente l’aria del bravo ragazzo. Sveglio e volenteroso.

Più che altro volenteroso.

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

L’autobus è affollato, ma le tre ragazze ROM riescono ugualmente a salire; tra i passeggeri cominciano i primi borbottii e “arricciamenti di naso”.

Davanti la porta centrale, una signora, grassa e volgare, mi guarda con acida complicità:

- Potrebbero starsene a casa loro! -

Ma quale casa, se sono nomadi, IMBECILLE!

- E poi vengono qui, a sporcare e a rubare, no? -

Convinta dei suoi argomenti, mi guarda aspettando un mio assenso; io le rimando un’espressione assolutamente NEUTRA.

Prima di scendere, non soddisfatta, vuole la mia approvazione, mi ripete:

- No? -

Io la fisso a lungo; poi le rispondo un “NO” secco e scendo dall’autobus.

 

Sono le nove meno cinque quando entro nell’androne del vecchio palazzo, sul lungotevere. Chiedo al portinaio l’interno dello studio del Dottor Piccirilli.

L’ascensore è guasto, per fortuna lo studio è al primo piano.

- Ho un appuntamento col Dottore. -

La ragazza che mi ha aperto è alta, porta capelli lunghi e gonna corta; ha dei grossi occhiali quadrati in montatura rossa:

- Prego, si accomodi; un ATTIMINO che avviso il Dottore. - e pigia un tasto dell’interfono sulla scrivania.

Da una porta sul lungo corridoio, esce un corpulento signore che mi viene incontro sorridente:

- Marco! Che piacere rivederti! Tu non puoi ricordarti, l’ultima volta avrai avuto sei anni! -

- Ehm... già. Come sta? -

- Benone,  benone! Senti, ti dispiace attendermi solo un istante? -

- Ma si figuri! -

Il tipo rientra nella stanza.

Squilla il telefono, la ragazza risponde:

- Si? Si, un ATTIMINO solo. -

E DUE!

La osservo, dietro la scrivania, e mi domando se, per le segretarie, gli occhiali siano richiesti quale requisito indispensabile per l’assunzione.

Suona l’interfono, lei si alza e, incamminandosi per il corridoio, mi sorride:

- Mi scusi un ATTIMINO. -

E TRE! Quanto reggerò?

 

 

Nel frattempo entra un ragazzo. Avrà circa ventidue anni; indossa un completo blu, camicia azzurrina e cravatta bordeaux; la ventiquattr ’ore stretta nella destra, il “cellulare” nella sinistra, (quando si dice raggiungere il proprio equilibrio...).

La segretaria, tornando, lo accoglie con un largo sorriso, (troppo largo, perfino per quella bocca); lo fa entrare nella stanza di Piccirilli.

Poi sembra ricordarsi della mia presenza:

- E’ questione di un ATTIMINO. -

E QUATTRO!

Dopo cinque minuti mi alzo:

- Senta, dica al Dottore che ripasso... -

- Ma no, aspetti... -

- No, non fa nulla. Lo richiamo io. Arrivederci. -

Sto per aprire la porta quando mi blocco, ritorno indietro, le sorrido amabilmente:

- Senta, me lo farebbe un favore personale? -

- Ma certo, dica pure. -

- Potrebbe NON dire: UN ATTIMINO?! -

Lei mi fissa stupefatta mentre guadagno l’uscita, defilandomi.

Appena in strada tiro un sospiro di sollievo.

 

Che dirò a papà?

Beh, quando mi chiederà spiegazioni, gli risponderò che devo pensarci...

...UN ATTIMINO.

 

 

 

 

 

                                                           Incontri

 

Nel vicolo del vecchio quartiere s’insinua un vento sottile, freddo. Una giornata limpida è scivolata in questa sera cristallina. Dicembre esordisce a tinte forti.

L’ingresso della birreria è ostruito da un gruppetto di persone ferme a chiacchierare. Cristiano mi precede di qualche passo:

 - Che cavolo! Neanche le dieci e già c’è ‘sto casino!-

 - Considera che è Venerdì -

Un’onda calda, densa di fumo e risate, mi investe gradevolmente.

 - Guarda, quelli si stanno alzando. -

Guadagniamo il tavolo che si è appena liberato e ci sediamo soddisfatti.

 - Vado io; che vuoi? -

 - La solita -

Cristiano si alza e si incammina verso il bancone della mescita.

 

Adoro questo locale: tavoli di legno, sedie di legno, niente luci al neon né televisori.

Sedute alla mia destra, due ragazze, di circa sedici diciassette anni, bionda l’una, mora l’altra, stanno chiacchierando fittamente.

Criss è di ritorno con le birre.

 - Scusate posso prenderne una? - la “moretta” allunga il braccio verso il mio pacchetto di Camel.

 - Certo. -

Liquidate le amenità di circostanza - Come vi chiamate? Venite qui spesso? - ci inoltriamo in una piacevole conversazione.

Le “due” si destreggiano tra Jazz e Bioenergetica con estrema disinvoltura. Io, che non nutro molta fiducia nelle nuove generazioni, sono sorpreso; Cristiano è entusiasta. Troppo: conosco quel luccichio nello sguardo; mi accosto al suo orecchio, abbassando la voce:

 - Criss, non avranno diciott’anni! -

 - Dici? Però sono simpatiche. -

 - Saranno simpatiche ma esiste un articolo del Codice “Adescamento di minore”, se proprio devo finire in galera che sia per motivi politici o al massimo per ubriachezza molesta. -

 - Ma falla finita. -

Nel frattempo la biondina sta richiamando l’attenzione di due “energumeni” appena entrati che la riconoscono e ci raggiungono.

Uno ha barba e capelli lunghi, abbigliamento anni ‘70 magro e molto alto; l’altro ha capelli cortissimi, giubbotto e “anfibi” neri, meno alto ma decisamente robusto.

Le ragazze fanno le presentazioni:

 - Alfonso... Ugo. -

Non sono antipatici e la conversazione riprende, più animata di prima.

Ad un tratto mi sento urtare un piede.

Mi accendo una sigaretta e, di nuovo, qualcuno mi urta sotto il tavolo; mi sistemo meglio sulla sedia.

Osservando il gruppo, mi accorgo che Alfonso, lo Skin-head, è poco partecipe alla conversazione.

Mi sento di nuovo toccare il piede e stavolta non ho dubbi che la cosa sia intenzionale. Percepisco lo sguardo di Alfonso che ha uno strano sorrisetto sulle labbra. E’ troppo!

 - Criss, ti sei scordato l’appuntamento? -

 

 

 

 

 

 

 - Cosa? Quale appun... -

 - Paola, ci aspetta alle undici e mezza... - con una  occhiata eloquente.

 - Ah... si è vero... beh, scusateci. - e ci alziamo frettolosamente.

 - Ma come, andate via? -

 - Si, sapete, questa nostra amica... ce ne stavamo  proprio dimenticando. -

 - Ciao. -

Appena fuori dalla birreria, Criss mi chiede spiegazioni.

 - Cazzo, erano cinque minuti che mi faceva “piedino”  sotto il tavolo! -

 - Ma chi, la bionda o la mora? -

 - Lascia perdere... -

 

 

 

 

 

                       

                                                            

 

                                                        

 

 

 

                                                                Insetti

 

La classe di Yoga è stata decisamente rilassante.

Mi vesto frettolosamente; Irene è già sulla porta della palestra pronta ad andare via. Incespicando mi allaccio le scarpe; mi sento un po’ in colpa: lei è così carina a darmi un passaggio ed io la sto facendo aspettare.

 

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

 

Saliamo in macchina; rabbrividendo mi strofino le mani.

 - Tu hai freddo... -

 - Veramente, FA freddo... - replico debolmente.

Ma come fa, questa donna, ad avere sempre tante attenzioni?!

Parte all’improvviso, senza far scaldare il motore, la guida un po’ nervosa.

 - Ti accompagno fino a casa, su... -

Il tono è suadente, irresistibile.

 - Noo... dai... - rispondo, senza convinzione.

 - Figurati, sono solo cinque minuti in più -

E’ tardi, fa freddo e sono affamato, penso a quanto dovrei aspettare quel fottuto “37” che non passa mai... è decisamente troppo!

 - Va bene, però mi secca che tu debba tornare da  sola, così tardi. -

 - Ho fatto di peggio, non preoccuparti. -

 - Guarda che se c’è una cosa alla quale mi abituo subito sono le comodità. - le dico, ammiccante.

 

 

- Io sono un tipo a cui piace coccolare... -

 - ... andiamo bene... -

Strappa le marce, taglia le curve, veloce:

 - Sai che una volta ho visto due cinghiali? -

 - Cinghiali?! Dove? -

 - Una stradina vicino la Cassia, era tardi, loro erano in mezzo alla strada, ho dovuto rallentare.-

 - Ah! E ti hanno molestata, che so.. apprezzamenti pesanti... -

 - Eh? No, poi sono scappati. Io ho un rapporto tutto particolare con gli animali. Le farfalle! Non   immagini cosa mi capita con le farfalle! -

Un brivido mi percorre la spina dorsale: odio le farfalle.

 - Che ti succede con le farfalle? - le chiedo terrorizzato.

 - Le attiro in un modo incredibile. Mi si poggiano addosso... -

Terribile! Neanche Dario Argento è arrivato a tanto.

 - Sai, la prima volta che mi è successo avevo dei pantaloni a fiori, così ho pensato... -

 - ... certo, che quelle li avessero scambiati per fiori veri... -

 - Già... -

 - E avevi le gambe tutte coperte di farfalle? - le chiedo, raccapricciando.

 - Cosa? -

 - Beh, immagino: un fiore, una farfalla, un fiore, una farfalla...terribile! -

 - Ma no! Una alla volta. - e sorride: - Esagerato!-

 - No, sai... Beh, io, da piccolo, le acchiappavo,le farfalle; mi ricordo che un amico mi insegnò una tecnica... - mi blocco; non vorrei perdere un ‘amica per degli stupidi insetti.

 - ... però le lasciavo libere subito dopo! - mi affretto a chiarire

 

 

 

 

- E le lucertole? - Mi chiede.

Cristo! questa donna mi legge nel pensiero: mi era giusto venuto in mente quando, da ragazzino...

 - Le cacciavo. Le uccidevo, sì lo confesso! Però non soffrivano, te lo giuro! -

La guardo, sta sorridendo. Fiuuu... è andata!

 

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

 

Siamo sotto casa.

 - Ah, senti, tra due settimane parto per la montagna quindi non potrò accompagnarti: volevo avvisarti.-

Mi sento un verme: ma come fa ad essere così gentile?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                    

 

 

                                                  Ambiguità

 

- Possibile che con te non si possa mai fare un discorso serio? -

Ridacchiando, getto un’ occhiata al bicchiere della mia Harp strong, dimezzato; mi schernisco:

- Ma non è vero, Sandra, tu ed io non abbiamo avuto molte occasioni per parlare,  così, a quattr’ occhi, e poi, con questo casino, che discorsi seri vuoi fare? -

Il pub, effettivamente, è affollato: militari rumorosamente in cerca di compagnia, Inglesine con la stessa intenzione, ma più discrete, Irlandesi ubriachi lerci.

- Guarda che sei stato tu a dirmi “ ti porto in un pub carinissimo dove spillano la birra più buona di Roma “ -

- Ma infatti. Perché, non ti piace questa birra? - non riesco a non ridere.

- Stupido! Ecco, lo vedi? -

- D’ accordo, d’ accordo. Parliamo seriamente. Parlami di te. - trattenendo a stento il riso con i denti.

Lei comincia a parlare, intermezzando disavventure sentimentali a lunghe sorsate di birra.

Io mi accendo una sigaretta, distratto.

Va bene che a Roma non c’é quasi più nessuno, che alla TV non c’ era un film accettabile, che avevo una sete impellente, ma proprio questa idiota dovevo chiamare? Che caspita ci faccio io, qui, adesso?

E mi chiede pure di essere serio!

Beh, ormai la cazzata l’ ho fatta, stiamo al gioco.

Sandra continua a parlare, la voce sempre più “strascicata”, le pause sempre più lunghe; poi, con un’ espressione maliziosa:

- Però, lo sai che non è affatto male, questa birra! - e giù a ridere a crepapelle,

così, all’ improvviso; come davanti ad una smorfia di Toto’.

Io mi guardo intorno, un po' imbarazzato.

 - Ehi, tutto bene? - avvicinandomi.

 - Si si. Sai, avevi ragione, questa birra è proprio ... - e giù un’ altra risata.

Solo adesso mi accorgo che della sua “media doppio malto” non ne è rimasto che un dito.

 - Va bene, adesso andiamo, su... - aiutandola ad alzarsi.

- Si andiamo... - con gli occhi lucidi e ammiccanti: - Guidi tu? -

Puoi giurarci!

 - Si, non preoccuparti. - Devo sorreggerla per quanto barcolla.

Lasciamo il locale tra mille occhi divertiti.

 

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

 

- Senti, ma tu mi trovi ambigua? -

L’ auto è parcheggiata in una viuzza tranquilla, al riparo da sguardi indiscreti.

Sandra sembra aver smaltito la sbornia.

 - Ambigua? -

 - Si, mi trovi un tipo ambiguo, che so, negli atteggiamenti, o... -

Meglio sbronza: se non altro aveva l’ alibi di uno stato di coscienza alterato; ma come fa ad infilare tante idiozie una dietro l’ altra?!

 - Qualcuno ti ha detto che hai degli atteggiamenti ambigui? -

 - Si, il dentista. -

Il dentista?!

 - Il tuo dentista? -

 - Si; durante una seduta, qualche giorno fa. -

Durante una seduta?!

Ma quanto può essere ambiguo, un premolare?!

 - Sai, ha cominciato ha fare strani discorsi, su certi miei atteggiamenti... -

Terrificante! Davanti a delle ganasce spalancate, con il gorgoglio del tubicino che risucchiava saliva, gengive sanguinanti, quell’ uomo riusciva a pensare agli “atteggiamenti ambigui” di questa cretina!

Un eroe!

Lei continua a raccontare, ( annichilendo Stephen King ), mentre, con una mossa ben studiata, ruota su se stessa, appoggiando la schiena allo sportello, mettendomisi di fronte, alzando appena la gonna, già corta.

Il mio disagio è ormai evidente.

 - Ma cos’ hai, sei nervoso? -

 - No, sai, i dentisti mi mettono sempre in agitazione... -

 - Su, piantala... vieni qui. - mi prende per le spalle e, con agilità sorprendente

allarga le gambe, mi adagia sul sedile e comincia a massaggiarmi il collo.

 - Dio quanto sei teso! -

 

Altro che teso! La situazione è ad un punto di non ritorno e io, che oltretutto non sono più neanche brillo, non ho nessuna intenzione di arrivare al solito, naturale epilogo di ogni circostanza simile.

Capisco che devo dare fondo a tutte le mie risorse; torno a sedere al mio posto, la guardo tenero e serissimo:

 - Sandra, ti ho mai raccontato quello che mi è successo a Beirut? -

 - Beirut?! Quando sei stato a Beirut? -

 - Nel momento peggiore... - qui mancava solo un “baby” alla fine ed era perfetto.

 - Sai, tra l’ ottantadue e l’ ottantaquattro sceglievano alcuni militari di leva,

   a caso, e li mandavano in Libano. -

Ma che sto dicendo, questa non sa neanche dove sia, il Libano.

 - Nel Libano a fare che? -

E infatti! Ma con chi diavolo sono uscito, con una ragazzina di “non è la rai” ?

Cerco di mantenermi calmo.

 - Senti, hai presente la Bosnia? -

 - Certo! Dove credi che viva, sulla luna? -

Ora la picchio!!

 - Beh, stessa cosa: dieci anni fa, nel Libano c’ era lo stesso casino; a dire la   

   verità il casino c’ è ancora, ma tra i giornalisti è passato di moda.                            

   Comunque: il nostro Governo decise di mandare un contingente di pace;

   così sono partito anch’ io: tre mesi a Beirut ... - lo sguardo perso nei ricordi:

 - ... e lì c’ era la guerra, quella vera! - Bogart sarebbe fiero di me.

 - Davvero?! -

Presa! Ormai nulla potrebbe distrarla o farla dubitare del racconto.

Libero ogni freno:

 - Beh, è chiaro che non eravamo in prima linea; siamo andati come supporto

   ai “caschi blu”, te l’ ho detto; comunque, le bombe ti assicuro che le sentivamo.

   Un giorno... un brutto giorno eravamo in perlustrazione, un po’ distanti dal

   Campo; io mi sono allontanato per qualche metro e ad un tratto...

   ... l’ esplosione! Il proiettile del mortaio sarà caduto ad una decina di metri; ricordo solo un fischio, un bagliore accecante... poi il buio. -

Sandra sta trattenendo il fiato, non riesce più neanche a fare domande.

Così posso continuare, serissimo:

 - Ho perso conoscenza per un paio d’ ore. All’ ospedale del Campo, i medici

   mi hanno visitato a lungo, hanno fatto tutti i controlli possibili: nulla; non mi

   sono fatto neanche un graffio. -

 - Fiuuu... meno male... - riesce a sussurrare.

 - Aspetta a dirlo... - qualche secondo di suspense è d’ obbligo.

 - Quando sono tornato, finito il militare, mi sono fatto visitare dal mio medico:

   era tutto normale... tutto tranne... -

 - Cosa?!  Dài, non tenermi così! Cosa!? -

 - Beh sai, all’ inizio pensavo fosse ancora lo shoc, ma dopo qualche mese ho

   cominciato a preoccuparmi... -

 - Piantala! Vuoi dirmi che cos’ hai? -

Un profondo sospiro, le sfodero il mio sguardo più vittimistico, e:

 - Da allora non riesco più ad avere un’ erezione! -

 - Oddio! - e si copre il viso con le mani.

Ho un istante di rimorso; forse ho esagerato... no! Se lo merita!

 

Lei mi sta guardando, amorevolmente imbarazzata:

 - Mi dispiace, mi dispiace veramente; non pensavo... -

 - Che vuoi farci. Ho provato di tutto, farmaci, psicoterapia... niente, non

   c’è niente da fare.

   Comunque, poco tempo fa, mi sono rivolto ad un bravissimo neurologo che

   mi ha dato qualche speranza; sto facendo una terapia... vedremo.

   Senti Sandra, mi accompagneresti a casa? -

 - Certo, tesoro. -

Mette in moto e partiamo.

 

                                                     

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                     Rientro

 

Il fetore l’ avevo sentito già sul raccordo, appena lasciata l’ autostrada.

Questa città puzza. Non solo lo smog rende l’ aria irrespirabile, (polmoni alternativi, altro che targhe alterne), ma un tanfo, leggero e persistente, staziona sulla biosfera di questa metropoli.

Piazza Vittorio riassume in sé tutti gli orrori della capitale.

Traffico a prova di esaurimento nervoso (sono convinto che qui ci facciano dei test psicoattitudinali per lavori particolarmente stressanti); Decibel che neanche i Deep Purple, ai tempi gloriosi dei Marshall da centomila watt sono mai riusciti a raggiungere; rifiuti antistanti i banchi del mercato che fanno impallidire i Quartieri Spagnoli di Napoli.

Di contro, c’è da convenire che le persone (la gggente), sono espansive e disponibili. E così, dopo una lunga e circostanziata descrizione del percorso che dovevo seguire, il giornalaio mi augura un buon giorno. Ahi, Cassandra!!

Venerdì mattina, un cielo azzurro, il sole inclinato delle undici, il clima mite di queste ultime frange d’ autunno.

Poi, voltato l’ angolo, improvviso, l’ Inferno!

E non, oltre lo Stige, come il Poeta ci ha informati. No. In una viuzza stretta, traversa di Via di Conteverde, in pieno centro di Roma.

E’ lì, è proprio lì, infatti, che ha sede il Provveditorato agli studi.

Aggressivo, irreale, grottesco!

“Brazil” di T.Gilliam ha, al confronto, la tranquillità di un prato inglese;

Villaggio, Parenti e Benvenuti hanno, con Fantozzi, appena sfiorato la burocraticità di certi luoghi.

E infine, mi perdoni la buonanima, Marlowe si trovava certamente al Provveditorato quando gemeva: “l’ inferno è questo e non ne sono fuori.”

La vita è una lotta continua, d’accordo, a volte anche fisica, ma questo è decisamente troppo.

Ringhiando e sgomitando cerco di guadagnare uno dei due ingressi, o forse l’ uscita... no, da questo posto non credo si possa uscire; inoltre, nessuno sembra averne la minima intenzione.

Sono riuscito ad entrare...

 

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

 

Ed è qui, nell’ androne più grande, dove le pareti sono tappezzate di elenchi di ogni genere con comunicati deliranti, dove alcuni uscieri sono trincerati in un “gabbiotto” di vetro, qui MI RENDO CONTO. Un lampo, un’ illuminazione, dopo aver percepito gli sguardi, i gesti, gli atteggiamenti delle persone che mi assalgono da ogni dove.

Questa gente CI CREDE! Queste ragazze, con scarpe nere lucide basse, o dai tacchi a spillo, o con le Clark sbiadite, con giacca e gonna abbinate o jeans e maglioni larghi, con borsette di coccodrillo o sacche di tela sulla spalla, queste donne dallo sguardo fermo e scostante o attento e curioso, beh, TUTTE LORO hanno negli occhi l’ intima convinzione che TUTTO CIO’ sia nell’ ordine naturale delle cose. Nessuna sembra avere il minimo dubbio che nelle graduatorie chilometriche, nei concorsi per cento posti e centomila candidati, negli anni passati a “supplire”, possa esserci qualcosa di fondamentalmente INSANO.

Il lavoro non c’è: è un fatto. Non ci si può permettere di “snobbare” nulla.

Qualsiasi occasione va presa al volo.

Ma QUI DENTRO, in questo marasma, negli sguardi, nei gesti, nelle voci alterate di tutte queste persone, è EVIDENTE una FOLLIA COLLETTIVA,

dalla quale, HO DECISO, voglio rimanere immune.

Il lavapiatti, il portabagagli alla stazione, il benzinaio, sono dignitosissimi lavori che, se questa è l’ alternativa, sono prontissimo a svolgere.

 

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

 

Piazza Vittorio è piena di sole, i banchi dei fiorai sono coloratissimi ed emanano mille profumi diversi, l’ aria è più limpida ed il traffico è diminuito; passeggio, lentamente, inspirando a fondo, portando passi lunghi e ben distesi.

.... e ne sono ancora FUORI.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                

 

 

                                                             Ordine costituito

                                Il poliziotto in borghese mi fa segno di fermarmi, agitando      insensatamente la paletta.

Cazzo! Ho percorso più di trecento chilometri, di cui dieci a passo d’ uomo grazie ad un imbecille di camionista che ha rovesciato il suo TIR carico di farina,

sono ore che sto in macchina, sono stanco e affamato; pioviggina ed è buio da tempo. Ho appena passato il casello: solo venti chilometri mi separano da Casalnuovo e la DIGOS deve rompermi le palle proprio adesso; mannaggia a quando ho preso questa Uno bianca!

Il poliziotto si guarda bene dal venire subito vicino al finestrino; gira attorno alla macchina, si ferma dietro, consultandosi con il collega. Se pensa di innervosirmi

con questi stupidi giochetti, beh... ci sta riuscendo.

Alfine si decide a venire dalla mia parte. Gli dico “Buonasera”, lui mi risponde:

 - Documenti. - Così, NATURALMENTE, come ci si può chiedere “come stai”;

quel “documenti” gli esce fuori che è un piacere, da attore consumato.

Che vuol dire “documenti”?, quali documenti, i miei, quelli della macchina, la licenza di pesca?

L’ ultima volta che mi hanno fermato erano due Carabinieri, in divisa; mi hanno salutato e mi hanno chiesto: - Patente e libretto, per favore. -.

E poi le barzellette le inventano su di loro!

Sono tentato di dargli il tesserino della mensa universitaria, poi penso che questa gente non ha il senso dell’ umorismo e gli allungo la patente ed il libretto.

Il poliziotto si allontana ed un istante dopo arriva il collega che mi chiede di scendere.

 - Allora, Felici, dove abita? - con un buon accento napoletano.

Pronuncia quel “Felici” con soddisfazione voluttuaria, per farmi capire di quale preziosa INFORMAZIONE sia venuto a conoscenza così rapidamente.

 - Mi sono trasferito da poco; ad Assisi. -

 - Si ma dove ABITA? -

Cristo santo!!

 - Sono di Roma, ma da un paio di mesi mi sono trasferito ad Assisi. -

Nel frattempo l’ altro poliziotto sta dando uno sguardo ai miei bagagli, gettati nel sedile posteriore, un po’ alla rinfusa.

 - Professione? -

Diavolo d’un uomo! Se gli dico che sono disoccupato andremmo avanti con questa brillante conversazione tutta la notte.

 - Studente. -

 - Studente? - con un’ espressione stavolta indecifrabile.

Si avvicina il collega e mi chiede di aprire il portabagagli.

E’ finita! Ancora devo levare dei libri e l’ argenteria che sono lì dal trasloco.

Mentre apro il portellone penso a cosa succederà una volta che i due poliziotti

vedranno quei sacchetti neri della spazzatura buttati lì.

Trattengo il fiato, aspettandomi reazioni scomposte e battute demenziali; invece

nulla: i due tutori dell’ “ordine costituito” (chi l’avrà costituito, poi, quest’ ordine? ) si limitano a dare un’ occhiata e dirmi di aprire i sacchetti, cosa che non faccio assolutamente spiegando loro che si tratta di roba vecchia che non so dove mettere nella casa nuova.

Il primo poliziotto mi restituisce la patente, (naturalmente, fuori dalla custodia), e

mi saluta.

Salgo in macchina mentre la pioggia si infittisce, parto e, con le ultime gocce di energia rimastemi, mi concentro sulle indicazioni in “blu” per Casalnuovo, cercando di non pensare al fatto che, alla nostra sicurezza, sono preposti simili SOGGETTI.

 

 

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ciao, il consiglio che posso

Pubblicato da controsenso il Sab, 04/07/2009 - 15:35.

ciao, il consiglio che posso darti è questo: cerca di evitare testi troppo lunghi, magari dividili in più parti perché altrimenti rischi che nessuno ti legga fino in fondo e te lo dice una persona che legge molto, però io ad esempio non riesco a leggere più di tanto davanti ad uno schermo....Full ti avrebbe detto: meglio usare un taglio web (ovvero più agile veloce breve) e mi troverei daccordo con lui anche se mi dispiace un pochino per questo tipo di andazzo...ciao..

"All'infuori del cane, il libro è il migliore amico dell'uomo. Dentro il cane è troppo scuro per leggere" G.M.
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