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STORIA PADANA DI VIOLINI E BALERE.

ritratto di pier luigi baglioni
Pubblicato da pier luigi baglioni il Ven, 05/06/2009 - 09:41
  • Racconto
  • Società

 

                                Il violino di Serafino

                                                                          racconto

 

.             Ho sposato una ragazza di Gualtieri, cittadina della provincia di Reggio Emilia detta la "piccola capitale padana". Anzi ella è precisamente di Santa Vittoria che di Gualtieri è degna e importante frazione. Tutto piccolo meno la piazza principale, di bellezza inappagabile, che non sfigura di fronte ad ognuna delle metropoli europee che abbiano grandi centri storici più rinomati. Si chiama Piazza Bentivoglio dal palazzo che è un  gioiello architettonico del tardo cinquecento. 

Matilde, mia moglie, è però nata e vissuta a Genova. Era suo padre, della patriarcale famiglia Bagnoli che veniva da quel crocevia di case immerse tra gli argini del Crostolo,  che pare più un canale di irrigazione che un torrente. Si chiamava Serafino, stesso nome del nonno capostipite delle orchestre di violini (i cento violini di Santa Vittoria) che animarono per tutta la prima metà del secolo scorso, il novecento, le feste e i balli della Bassa Padana.

Tuttavia Matilde conosceva bene Santa Vittoria perché i genitori l'avevano portata e lasciata dai nonni durante tutto il periodo della guerra, quando, dai tre ai cinque anni, la tenero in custodia per toglierla dalla carestia, e le tessere alimentari 'a bollini' vigenti in città ma ignorati nella profonda campagna emiliana. Gualtieri, e Santa Vittoria, negli anni '40 erano paesi se non ricchi comunque senza la miseria delle terre verso il delta, nella Bassa più profonda, dove si cenava con la polenta al centro della tavola e  una aringa appesa al trave su cui tutti sfregavano le loro fette gialle fumanti.

Dopo finché fu adolescente ci passava le vacanze dalla scuola. Mi raccontava del Crostel dove il nonno pescava grosse carpe e pesci gatto. Dello zio casearo, marito dell’altra nonna, la Zorame una vera resdora, che l’aveva come una figlia non avendone alcuno. “Mi rimpinzavano di bocconi di grana reggiano, merende di frutta, e pasti giorno e sera coi  tortelen o e cannelloni ripieni alla panna.

 Sapeva di uno strano  personaggio, una specie di barbone che faceva il pittore itinerante lungo le strade e le rive del grande fiume con le sue tele. Si fermava di cascina in cascina, e che dava un quadro a chi lo faceva mangiare e dormire, tanto da riempire dei suoi quadri  -coloratissime tele di animali dalla gallina nostrana alla tigre africana, foreste paradisiache e terre infernali- tutte le pareti delle cascine intorno al Po. Si chiamava Antonio Ligabue, un corpo magro, trasandato, dagli occhi allucinati. Tutti lo conoscevano nella Bassa, con la Guzzi rossa, e la sua casa dentro il sidecar. Sembrava lo scemo del villaggio e invece seppe incantare il mondo con la raffigurazione di questa zona, immaginando foreste paradisiache e terre infernali. Vicine miserie e lontane ricchezze. Un genio come van Gogh anche se meno celebrato. E tuttavia, un giorno, prima che diventasse famoso, passarono in quella plaga del Po mercanti e incettatori, che rastrellando casa per casa comprarono tutti i suoi quadri quasi per nulla. Facendolo conoscere all'Italia ci ricavarono milioni su milioni.

Dei violinisti non ne fece mai cenno. Fu un collega di ufficio di Ferrara che me li fece scoprire parlandomi 'cinque violini cinque' di Santa Vittoria quando seppe che avevo sposato una Bagnoli originaria di quelle parti. "Era una orchestra di soli violini che girava di festa in festa chiamata a furor di popolo per le loro belle esecuzioni di tanghi, polche, valzer, e mazurke; 'folk' o 'liscio' come si direbbe oggi" mi disse entusiasta di avere l'occasione di rievocare quei musicisti della sua infanzia.  Ne parlava con sincera ammirazione: "Sai erano molto importanti, come Raul Casadei, oggigiorno". Insomma mi inoculò la curiosità di saperne di più.

Organizzammo una gita a Gualtieri ospiti dei parenti paterni che tra nonni e zii erano una discreta quantità. Noi scegliemmo la Zorame una tipica 'resdora' della Bassa, grassa e tonda che pareva una botte di lambrusco da spillare dal naso rosso a patata. Donna senza figli ci accolse con grande gioia e soddisfazione preparando per noi manicaretti che ricorderò tutta vita.

"Sai zia" le dissi "la nostra visita ha uno scopo. Mi è arrivato l'eco della fama antica dei cinque fratelli Bagnoli tutti violinisti e vorrei saperne di più". I suoi occhi si illuminarono: "Aspetta" e accompagnò con un segno della mano alla maniera di indicare 'alt'. Sparì nelle stanze e tornò dopo poco impugnando un violino con l'archetto: "Guarda qui, ho proprio il violino del povero Serafino che l'aveva lasciato al figlio e questi regalato a me per tenerlo come ricordo della famiglia. Tieni, te lo regalo".  Ne so poco di strumenti musicali, quindi non sapevo giudicare il valore dell'oggetto, né il suo stato di conservazione. Mi limitai a ringraziare ed incassare tutto contento del dono inatteso.

Prima di tornare a Genova sapevo molte cose sui violini di Santa Vittoria. Naturalmente in particolare della famiglia Bagnoli a cominciare dal capostipite Bagnoli Serafino che fondò nel 1904 la prima orchestra famigliare coi figli Arnaldo, Aristodemo, Amedeo, Valseno e Enea (i '5violinisti5' come li chiamai subito io dopo i racconti rievocativi di zia Zorame), e finire agli inizi del 1963 quando l'attività dei musicanti si spense. "Sai" raccontava Zorame "facevano il giro delle feste patronali, delle sagre. Li chiamavano per balli e matrimoni. Andavano a piedi percorrendo gli argini nei paesi vicini, in bicicletta sulle strade con la zimarra e il violino portato religiosamente come un fucile... Quando partivano tutti assieme era una festa nella festa; uno spettacolo che infondeva gioia e allegria solo a vederlo.                                          

Mettemmo il violino in sala come ornamento in un angolo della poltrona. Una sera stavo seduto al suo fianco riposandomi. Tanto per fare qualcosa provai a suonarlo, ma era del tutto scordato. E poi io non sapevo nulla di musica, neppure muovere l'archetto sulle corde. Che il 'bischero' fosse la manopola per tirarle lo appresi allora. Scrutandolo e osservandolo mi cadde l'occhio dentro le feritoie a forma di chiave musicale. In una vidi che appariva una scritta e per leggerla bene la illuminai con una torcia. Apparve incisa a fuoco sul legno la dicitura: 'Antonius Stradivarius cremonensis faciebat 1721'. Un colpo. Per la mia ignoranza in materia neppure mi passò per la mente che poteva essere il marchio di un modello di fabbrica. O la burla del vecchio Serafino che aveva chiesto l'incisione al liutaio a cui aveva ordinato lo strumento. Per me era un 'violino stradivari' senza alcun dubbio. La sote aveva voluto ribaltare completamente la mia vita che al momento la quotazione di mercato si aggirava ul miliardo di lire. Da vivere di rendita il resto della vita. Per un certo periodo io e mio moglie non pensammo ad altro. Vivemmo in perfetta comunione dei cinque fratelli Bagnoli che suonavano lo Stradivari senza dirlo a nessuno. Naturalmente l'illusione sbollì quando il custode del conservatorio Paganini, intenditore accordatore collezionista di violini, ci diede il verdetto negativo. Glielo avevo portato a vedere fasciato in un drappo di velluto rosso.

"Guardi" mi disse "lo fasci pure con la carta di giornale..." spiegando come non solo non era dell'eccelso cremonese, ma neppure era un violino di valore. Insomma me lo disprezzò talmente che da quel giorno il violino sta mesto mesto all'angolo della poltrona a ricordarmi (però) la bella storia dei 'cento violini di Santa Vittoria.

          

                                                                                                                                    Pier Luigi Baglioni   

 

########################################################

 

Nota di Ivonne Bagnoli sul CD "I Violini di Santa Vittoria" edito da L'Osteria del Foyonco:

 

 

 

Forse non ve l’ho mai raccontato, ma quindici anni fa ho trascorso un anno intero dedicandomi a un lavoro di riscoperta e rivalutazione della musica da ballo italiana, quella che sbrigativamente (e con tono stupidamente spregiativo) viene chiamata “ballo liscio” e che quasi tutti identificano con Raul Casadei. E’ stata un’esperienza molto istruttiva. Intanto mi ha tolto la puzza da sotto il naso: mi ha fatto scoprire un mondo ramificatissimo e vitalissimo, nel quale si muovono centinaia di orchestre che suonano 350 sere all’anno, ognuna delle quali mette insieme, in dodici mesi, un pubblico ben più numeroso di quello richiamato da una tournée di un medio gruppo rock o cantante pop o cantautore. Poi mi ha fatto capire molte cose sull’editoria musicale e sul potenziale reddito generato da una canzone “da ballo” per i suoi autori: perché, in quel mondo lì, quando un pezzo funziona lo suonano tutte le orchestre, non solo quella che l’ha lanciato, e i rientri SIAE sono sostanziosi assai. Poi, anche, mi ha fatto conoscere musicisti di grande generosità, di grandi doti tecniche, di grande professionalità, gente che sa suonare davvero e lo fa con l’umiltà di chi sa che per un uomo di spettacolo l’unico obbiettivo dev’essere quello di far contento il pubblico. Tutta roba, questa, che la maggior parte degli sbarbatelli che suonano nei gruppi rock non sa nemmeno dove stia di casa.
Ma non divaghiamo.
Dopo un anno di quel mio lavoro, la signora discografica che aveva entusiasticamente accettato la mia proposta di progetto se ne stancò di punto in bianco - cosa che le capitava e penso ancora le capiti abbastanza frequentemente. Di quel periodo, due fra i ricordi migliori che conservo sono di segno opposto. Uno, un trionfo del trash: un ampio servizio di un mensile maschile dedicato alle cantanti delle orchestre di musica da ballo fotografate in deshabillé, fortemente caldeggiato da me e che considero come uno dei miei traguardi professionali più significativi. L’altro, col quale non c’entravo nemmeno di striscio, sul versante “colto”: un Cd di Riccardo Tesi intitolato “Un ballo liscio”, in cui l’organettista rivisitava motivi da ballo di grande notorietà popolare, inclusa la celeberrima “Piccolo fiore”. Un disco per certi versi storico (Auvidis Tempo, 1995) che pionieristicamente rendeva omaggio e rivendicava dignità alla tradizione italiana, la quale (sia chiaro) non ha niente da invidiare al folk internazionale più celebrato (da quello irlandese a quello balcanico oggi così di moda).
All’uscita di “Un ballo liscio”, fui colpito dalla coincidenza di date - uscì proprio nell’anno in cui facevo il lavoro che vi ho sopra raccontato - e chiamai Riccardo Tesi, col quale scambiammo alcune opinioni - non da giornalista a musicista, ma fra amanti della musica (tutta la musica, quando è buona musica).
Così, quando ho saputo dell’uscita di questo disco ho praticamente preteso di recensirlo. E non me ne pento.
I Violini di Santa Vittoria sono una formazione d’archi (un quintetto: Davide Bizzarri, Roberto Mattioli, Orfeo Bossini, Luigi Andreoli, Filippo Pedol) regolarmente attivo nella provincia di Reggio Emilia, che in questo disco, progettato da Andrea Bonacini, collaborando con Tesi e con il sassofonista Claudio Carboni ripropongono musiche scritte nel secolo scorso da Arnaldo Bagnoli (1893-1965), violinista e compositore prolifico - ha firmato almeno trecento brani strumentali. Ci sono, nel Cd, anche un tradizionale (“Secondo Maggio” / “Primo Maggio”), un brano verdiano (il Preludio della “Traviata”), un originale di Tesi (“La mazurca del nonno”), uno di Carboni (“Vittoria”) e uno, “Tango del fojonco”, di Davide Bizzarri, che ha anche curato gli arrangiamenti dei brani. Ma sono così rispettosamente coerenti con le musiche di Bagnoli da risultare sostanzialmente indistinguibili da quelle.
Qui si va di mazurke, polke, valzer (balli che certi saputelli che si riempiono la bocca di “square dance” e di altre stranezze esotiche magari schiferanno, ma che appartengono invece pienamente alla nostra cultura europea - ricordate il Battiato di “Voglio vederti danzare”? “Nell'Irlanda del nord, nelle balere estive, coppie di anziani che ballano al ritmo di sette ottavi”, e poco dopo “nella bassa padana, nelle balere estive, coppie di anziani che ballano vecchi valzer viennesi”. E c’è anche una marcia funebre, “Ricordo” (un valzer, appunto).
“L’osteria del fojonco” è un disco senza genere, fuori da ogni “file under”: potrebbe stare nello scaffale della musica classica, in quello del folk e in quello della musica contemporanea, e non sfigurerebbe da nessuna parte.
Se ha un limite - e secondo me ce l’ha, benché sia connaturato alla scelta estetica, ma più ancora ideologica, degli esecutori - è che è “troppo” ben suonato, troppo preciso, troppo pulitino. Inappuntabile, e forse proprio per questo un po’ distaccato dal sentire popolare, o meglio popolano. E’ come, diciamo, ascoltare Gassman recitare Trilussa, o Carlo Porta, o Biagio Marin: bravo, bravissimo, ma non è il suo. Bisogna essere violinisti ruspanti, preferibilmente autodidatti, per far sentire il sangue (del maiale) e il sudore (dei contadini) e l’odore (del letame) in queste musiche da bassa padana.
Con tutto questo, ascoltare “Il Novecento”, un immenso, enorme, commovente valzer di Arnaldo Bagnoli, fa pensare che le tanto (anche troppo) celebrate composizioni di Ennio Morricone o Nino Rota o Nicola Piovani non siano poi così più meritevoli di peana critici delle umili, domestiche, popolari melodie create da quest’uomo di Santa Vittoria di Gualtieri al quale nemmeno Wikipedia dedica una voce. E che se la meriterebbe più di tanti altri.

 

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