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L'ultima corsa

Pubblicato da michele davalli il Ven, 24/11/2006 - 09:20
  • Altro
  • Racconto
A 38 anni compiuti nella vita sei al massimo. A 38 anni compiuti nello sport sei vecchio e se non sei mai stato un campione, lo sei irrimediabilmente. Questo pensava Oscar Pedale che, segnato dal proprio nome, era un ciclista professionista, ma non di quelli che alzano le braccia al cielo tagliando il traguardo perché hanno vinto, lui le alzava perché finalmente era arrivato alla fine. Era solo un gregario. Era quello che aiutava il campione a vincere, gli tirava le volate, lo aspettava in salita, gli dava la bici se lui forava. Fare il gregario significa che anche in pianura o in discesa è sempre salita; vuole dire vivere in un limbo tra notorietà ed indifferenza: troppo bravo per non essere nessuno, troppo scarso per essere qualcuno. Una fulminante e brillante carriera da dilettante lo aveva proiettato nel mondo professionistico e lui, capendo dopo le prime gare che i campioni sarebbero stati gli altri, ci sbatté come contro un muro. Fu forse quell’impatto a rendere triste lo sguardo dei suoi occhi azzurri come il cielo di un tappone dolomitico. A 38 anni era all’ultima stagione, glielo aveva detto il patron della squadra, niente rinnovo di contratto, nulla di personale, ma bisognava portare nuova linfa nelle file della squadra, dare un nuova immagine. Lui avrebbe avuto comunque una collocazione all’interno dell’organizzazione: coordinatore degli atleti, un ruolo importante per la coesione del gruppo. In pratica avrebbe dovuto fare il cameriere per i suoi ex – colleghi, pensò lui. Venne il giorno della sua ultima gara, l’ultima occasione per lasciare un segno negli annuari del ciclismo. La gara partì. Il gruppo pareva svogliato, si era a fine stagione ad autunno inoltrato con i polpacci logorati dai chilometri macinati fino ad allora e con l’acido lattico che ormai ti usciva dalle orecchie. Cinquanta chilometri e ancora tutti insieme. In quel momento Oscar avvicinò il suo capitano: - Ciao. - Ciao. - Volevo chiederti … sai io sono di Vidiciatico … - Allora? - E’ che oggi ci passiamo con la corsa, c’è il gran premio della montagna - E’ vero che sei emiliano, di Bologna. E quindi? - Ti chiedevo se mi facevi andare avanti a vincerlo, così faccio bella figura con i miei compaesani, poi oggi è la mia ultima gara, poi mancano ancora trenta chilometri alla fine … Il capitano rifletté e pensò che sarebbe stato un bel ritorno di immagine concedere la vittoria di un gran premio della montagna ad un suo vecchio gregario. - Vai, vai, lo dico io al gruppo Oscar cambiò rapporto e scattò. Ci fu un momento di subbuglio nel gruppo, ma il capitano spiegò ai corridori vicini cosa stesse succedendo e la tranquillità ritornò. Oscar aveva già preso cinque minuti di vantaggio, spingendo come un pazzo sui pedali, facendo i cinquanta all’ora in pianura, affrontando le curve come se stesse correndo una gara motociclistica. Il gruppo intanto pedalava pigramente certo della possibilità di recuperare lo svantaggio che aveva da un gregario a fine carriera. Pedale continuava quasi incredulo dell’opportunità ricevuta. Sette minuti e mezzo e la salita stava iniziando. Le ammiraglie segnalarono la situazione, i capitani, in testa fecero finta di nulla ed il gruppo continuò a procedere blandamente come una fiera troppo sazia. Il fuggitivo intanto faticava sui tornanti e nonostante avesse scelto un rapporto agile, non riusciva spingere quei maledetti pedali che sembravano avere instaurato con lui un lotta personale. Il vantaggio diminuì di colpo. Cinque minuti. Il capitano informato del distacco disse ridendo:”Sarà meglio rallentare altrimenti lo riprendiamo prima che arrivi in cima”. Un collega di rimando:”A proposito, prima dell’inizio della salita c’è la trattoria della sorella del marito di mia cugina. Potremmo fermarci a salutare ché ci tengono, tanto quello là stramazza prima.” Tre minuti e mezzo. Oscar pensò di non avere più possibilità, le gambe erano diventate due tronchi, le ruote parevano incollate all’asfalto, la vista si stava annebbiando ed aveva già vomitato due volte per lo sforzo. Dopo le foto di rito, i proprietari della trattoria insisterono per fare assaggiare il vino nuovo e, un po’ per il consumo delle calorie, un po’ per la sete, i ciclisti non si fecero pregare. Dieci minuti Era già da quattro tornanti che Pedale si era ripromesso che quello sarebbe stato l’ultimo, si sarebbe ritirato, a culo il gran premio della montagna, la corsa, il ciclismo. Quindici minuti. Alzò gli occhi e vide lo striscione che come un colpo di spugna ad un rifornimento gli lavò via la fatica e lo sconforto. Ricordò il tracciato della gara, ora mancavano dieci chilometri di discesa e venti di pianura al traguardo finale. Era riuscito nel suo intento. Dopo la sosta, mentre stavano risalendo in sella qualcuno del gruppo chiese: - Ma chi è che è andato in fuga? - E’ Pedale, un mio gregario. Mi ha chiesto di mandarlo avanti perché c’è un gran premio della montagna al suo paese. Ci teneva: è la sua ultima corsa poveretto. – rispose il capitano - Ma il gran premio della montagna non è a Vidiciatico? - Ecco sì, a detto proprio quel paese. So che è di Bologna - Sì è di Bologna, ma non di Vidiciatico, è di Budrio, dove le uniche salite sono le rampe dei garage. - Quindi? - Quindi ti ha preso per il culo per vincere la gara. Venti minuti Si lanciarono all’inseguimento proprio mentre iniziava la salita nello stesso momento Oscar Pedale volava sull’asfalto a più di cinquanta all’ora. I suoi occhi azzurri scintillarono come l’argento della coppa che lo stava aspettando all’arrivo.
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