Nando l'Abate D'Adda

ritratto di Anto Mansueto

Nando l’Abate D’Adda

Mi chiamo Ferdinando, ma gli amici mi chiamano Nando. Per gli altri sono l’Abate D’Adda. Singolare figura, dicono quelli che non si fanno i fatti loro nemmeno a pagarli!

Non ero proprio un simpatico...Ritroso, scontroso, timido, solitario. Restio alla vita mondana. Impaurito dalla femminea beltà! Fuggiasco dalla vita mondana milanese e rinchiuso spesso per intere settimane in questo palazzo perso tra le verdi colline!

Sono morto nel 1808, e quindi non ho una bella cera, sono anche piuttosto sciupato, ma forse come linea ci ho guadagnato: ero piuttosto rotondo e anche calvo...ora guardate come sono migliorato! Sono io che ho fatto costruire questa villa, la Montagnola, su questa bellissima collina, e ci ho vissuto per ben 50 anni, deliziosi e terribili: qui, in queste meravigliose campagne, nella mia prigione di lusso! Prigioniero del mio destino!

Mio padre, Costanzo, uomo di vasta erudizione, abitante in Milano, in cui ricoprì numerose cariche pubbliche (e –per sua fortuna secondo lui stesso- qualche privato viziuccio) mi diceva sempre: Nando, non ti fare illusioni, tu sei cadetto, e meno male, perché sei una frana di figlio! Sarai dunque Abate, e dovrai rinunciare alla maggior parte dell’eredità, ma in cambio non avrai la sventura di dover sopportare una moglie e, peggio ancora, una suocera e, peggio ancora, dei bambini!

Così fui avviato alla carriera ecclesiastica, e nel 1749, anno in cui il mio gentil padre morì, ebbi la commenda dell’abbazia di Sant’Antonio di Carpianello, carica che mi consentiva il godimento di una rendita senza obbligo alcuno verso comunità monastiche. Una rendita cospicua perché l’abbazia era situata in quel di Lodi ove l’agricoltura prosperava alquanto. Una pacchia, pensai: e invece no! Una noia mortale. Non dovevo far nulla! Nulla altro da fare che leggere, magari studiare senza scopo. Mi sentii presto inutile.

Mi trasferii ad Arcore e feci subito costruire questa Villa. Vicino ai prati e lontano dal confuso traffichio di Milano.

Ho studiato a lungo e ho pubblicato i miei pensieri come: Le riflessioni critico filosofiche esposte in dialoghi sopra diverse materie scientifiche e letterarie… in pratica un po’ di tutto e di più, e chi più ne ha più ne metta, d’altra parte in qualche modo dovevo impiegare il tempo… poi scrissi Considerazioni sopra lo scritto che ha per titolo “Dei pregiudizi del Celibato ovvero Riforma del clero Romano”…orrore, capite, orrore, volevano far sposare i preti! L’unico aspetto positivo del mio ruolo! E poi Discorso sopra l’eccellenza e l’utilità della morale cristiana. Dovreste leggerlo tutti. Io lo conosco a memoria e ricordo come l’erba gioiva sotto i miei piedi che camminavano mentre io solitario lo concepivo guardando la mia amata Villa silenziosa, mentre nel mondo infuriavano le battaglie.

Da quando il Comune di Arcore l’ha comprata Il mio spirito è rimasto chiuso nelle stanze oscure dalle finestre sbarrate per ben 26 anni. Non che questo abbia peggiorato il mio fato, ma oggi la Villa riapre e sono pieno di orrore e speranza! Il cielo libero mi fa impazzire! I prati che ho amato mi fanno impazzire! Questo intruglio di gente, guazzabuglio di umanità putrescente che calca i pavimenti della mia amata e odiata dimora mi fanno impazzire!

Ci sono dei bambini? Ci sono? Io odio i bambini! Mi fanno paura! Mi vogliono tirare i tre capelli che mi sono rimasti e strillano, ridono, giocano, mentre io sono triste! Bambini! Esplosioni di vita che mi spaventano!

Mio fratello Francesco, come primogenito, aveva ricevuto il grosso dei beni del mio babbo e la missione di scalare anche lui le cariche civiche: deputato, decurione, Vicario, e poi Ciambellano di Sua Maestà Imperiale…ebbe l’incarico di stendere un piano per nuove strade a Milano e in provincia. Arrivò ad essere al settimo posto dei grandi proprietari terrieri. E morì, nel 1780, senza lasciare figli. E mi lasciò solo, senza padre, senza figli, senza nipoti! Non che in vita mi avesse degnato, se non di qualche rara e veloce visita! Era troppo impegnato nei suoi traffici, nelle sue riunioni e serate di gala!

Mio fratello Lorenzo era morto in guerra e delle mie tre sorelle, tutte monache di monasteri in Milano, chi ne seppe mai nulla. E così un’altra gran fetta del patrimonio passò, per ironia della sorte, a me, e mi fece ricchissimo, io uomo di studi e di solitudine, senza famiglia, senza appetiti mondani, senza discendenti!

Salvo mio cugino Febo, che ne ebbe in eredità una parte minore…

,,,mio cugino Febo, che razza di tipo, quello là! Io calvo, lui capellone! Io grasso e sedentario, lui agile e muscoloso! Io erudito e solitario, lui a lusingare l’Abate Parini tanto da divenirne l’allievo prediletto, senza far altro che correre appresso alle fanciulle, sinché, sposato, prolificò ben 15 volte!

Voi direte: bene! Avevi 15 nipoti! Nossignore! Erano 15 pesti scatenate!

Ma come! Io curavo il verde della collina, loro lo sfasciavano! Strilla schiamazzi, continue litigate, non si poteva più stare in pace! Il parroco Vismara mi diceva: Abate Nando, non ti crucciare! Porta pazienza! Sono creature di Dio! Ma io li avrei presi tutti e appesi per i piedi ad una quercia e lasciati là per una settimana! Avevo brutti pensieri. Ero cattivo, cattivo, cattivo! E allora stavo in casa e non uscivo. E poi ogni tanto mi venivano intorno e mi tiravano la veste e allora io giravo, giravo come una trottola in tondo, tanto che cominciarono a chiamarmi zio Tondo! Tondo lo ero e in tondo giravo!

E Febo! “Il mio D’Adda” lo chiamava il Parini, e si rallegrava che quel bel tomo di mio cugino andasse nella sua modesta abitazione a chiedergli parere sulle sue composizioni!

Parini fece persino un’ode dedicata a Febo: “Alla Musa”, si chiamava, e fu considerata il testamento poetico del Parini. "Per Febo d'Adda caro alle Muse ed a tutti i buoni” c’era scritto a margine della pubblicazione! Ed alla giovane moglie di Febo, l’ode diceva:
"Giovinetta crudel, perché mi togli
Tutto il mio D'Adda, e di mie cure il pregio,
E la speme concetta, e i dolci orgogli
D'alunno egregio?
Costui di me, de' genii miei si accese
Pria che di te. Codeste forme infanti
Erano ancor, quando vaghezza il prese
De' nostri canti.
Ei t'era ignoto ancor quando a me piacque.
Io di mia man per l'ombra e per la lieve
Aura de' lauri l'avviai ver l'acque
Che, al par di neve...
...che sfacciataggine. Persino il giorno della sua morte volle intrattenersi prima con mio cugino, per addolcire il trapasso.

Quel mio cuginastro Febo era un tale affabulatore che riuscì ad avere cariche sotto il governo napoleonico, e poi, caduto questo, ad avere successo anche con gli austriaci, dai quali fu nominato Vice Presidente della Lombardia. Sorte volle che il colera se lo portasse via nel 1839.

Ed io? Io cosa ho fatto in 50 anni tra queste prime colline? Ho risistemato la Villa bassa, ho fatto costruire la Villa alta, ma certo non era disgustosamente frivola, con tutti questi svolazzi e questo liberty, come è diventata grazie ai lavori fatti fare da Giovanni, figlio di Febo, e Emanuele d’Adda, attorno al 1880, anch’egli probabilmente pervaso, come tutta la Brianza dal brivido di farsi corte essendo divenuta Monza sede regale…era l’epoca in cui il re Umberto I e la regina Margherita trascorrevano volentieri diversi mesi all’anno nella superba villa di Monza; e poi d’autunno specialmente vi tenevano, una o due volte alla settimana, inviti e riunioni della principale nobiltà dei dintorni. Spesso, dopo tali convegni, il Marchese D’Adda invitava parenti ed amici a pranzo nella sua non lontana villeggiatura di Arcore. Vi si recavano coi loro equipaggi, e occorreva quindi una scuderia più ampia. In un anno si demolì l’antica e se ne costruì una nuova capace di venti cavalli.

Tornando alla mia epoca e ai miei 15 nipoti, tra loro c’era poi quel Carlo, uno dei più piccoli e insolenti, era terribile! Un vero terrorista. E infatti si fece Carbonaro insieme a quel certo Giuseppe Mazzini che voleva inventare l’Italia così su due piedi e quattro galoppate e schioppettate. Fece scavare gallerie per fuggire dalla Villa, che da allora si sono popolate di sorci di scheletri e di fantasmi. Ancora ora non esiste qualcuno che le abbia interamente esplorate, anzi oggi sono in parte sbarrate da mura che io, se fossi in voi, non oserei abbattere! Una sta là, un’altra là, e un’altra là sotto ai vostri piedi!

Beh, tornando a me stesso, a Nando l’Abate, l’Abate solo soletto, l’Abate che il suo babbo mica lo voleva tanto bene. L’abate senza principessa e senza pecorelle. Beh, tornando a me, quando morì mio fratello mi trovai solo e ricchissimo, con proprietà ad Arcore, Camparada, Vimercate, Cavenago, Settimo Milanese, ed altre ancora.

Ero solo, ricco, ma non avevo il coraggio né di godermi né di donare le mie ricchezze.

Presto la tristezza mi prese. Mi sentivo isolato e in pericolo. Sapevo che i miei pari non mi volevano bene. Dicevano che io fossi pazzo, perché scrivevo al ministro degli interni del Regno d’Italia di provvedere per favore alla mia incolumità; chi altri poteva e doveva farlo! Gli scrivevo ché la mia Villa da molti anni era turbata dall’agitarsi frenetico di strani e misteriosi volatili, da repentine ed inspiegabili correnti d’aria! Forse anche da loschi individui inviati a spiarmi, che restavano nell’ombra, ma di cui percepivo la presenza!

Che qualcuno mi aiuti! Che qualcuno mi salvi! 113 stanze di tormenti, trappole, terrore! 113 possibili volte ucciso!

Ma niente! Io avevo chiuso il mondo dei notabili fuori della mia porta, e loro avevano dimenticato me! E meno male che c’era Padre Vismara, parroco di Arcore, cui avevo dato tante elemosine e avevo fatto restaurare la Chiesa Parrocchiale.

Sono morto in un torrido agosto. Lo ricordo bene. Di notte c’era stato un temporale, ma al mattino faceva di nuovo molto caldo e il mio cuore era stanco. Mi diedero i sacramenti e al mio funerale parteciparono 66 sacerdoti: non vi dico che allegria.

Pochi mesi prima di morire avevo fondato la Causa pia D’Adda e le avevo donato tutti i miei beni. Finalmente ne ero stato capace.

A quel disgraziato di Febo, comunque sangue del mio sangue, avevo concesso di comprare la Villa, se lo voleva, ad un prezzo da lui stabilito. Ma donargliela, proprio no. Questa soddisfazione non gliela volli dare. Fosse mai venuto una volta a parlare dei miei trattati con me! E lui, il disgraziato, la comprò la Villa.

E così la Villa crebbe e divenne come è oggi: due Ville, un grande parco all’inglese, una meravigliosa cappella per ricordare una fanciulla soave morta troppo giovane, ed infine le nuove scuderie, per ben 20 cavalli. Il laghetto là in fondo fu fatto un anno in cui infuriava il colera. E la ghiacciaia buia profonda e immensa che sta nelle segrete della villa mi rinfresca tutta l’estate. Gallerie labirintiche e sinistri volatili a parte.

La Causa Pia che ho fondato…doveva destinare -e così ha fatto- i suoi denari ai poveri della zona, alla cura della loro salute, agli orfani, e a dare dote alle zitelle povere.

Perché proprio le zitelle povere? Perché come in vita niuna donna sposai, in morte volli sposare e prender cura di tante povere donne di cui, per loro sfortuna o per loro carattere duro, niuno si volle prendere cura e far carico.

Unico affetto di donna che in vita ebbi davvero caro e profondo, quello della mia povera nutrice, una zitella, appunto, dedita alla mia famiglia. Mi amò sino alla sua morte, come se fossi suo figlio, senza averne altro in cambio che amore freddamente nascosto dietro i miei capricci di uomo senza sfogo, senza affetto, senza combattimento, senza ambizione possibile, se non quella di rendermi utile in morte a tutti quelli che in vita non avevo servito.

Ebbene la mia villa è oggi qui, per Voi, spaventose e vomitevoli genti di ogni genere e colore! Ma non aspettatevi di poter scacciare da questi luoghi e da queste stanze di delizia i miei umori lunatici, le mie prediche, i miei furori e le mie paure, come non scaccerete i volatili infernali e le ombre da questa mia dimora, luogo di consumo delle mie chiuse, pensierose e tormentate sofferenze terrene! E ne troverete, più di quanto basta e avanza, anche per voi!

A voi che lottate oggi in milioni di inutili e frivole battaglie, a voi icari di turno, io, l’Abate Ferdinando D’Adda, Nando per gli amici soltanto, auguro, senza orgoglio e malizia, speranza e tolleranza.

Vi consiglio inoltre di godere delle cose semplici, del vostro respiro stesso, di questi prati di primavera, della vastità dei cieli, delle carezze dei bimbi e della luce del sole.

Siatene consapevoli e non perdetevi dietro le mille inezie che vi paiono importanti, perché non durerà in eterno il vostro respiro!

Ed ora, cari signori, Vi lascio, perché in questo mio giorno di libertà, tutto ciò che in vita non feci, farò: lazzi, sollazzi, svolazzi e schiamazzi!

(Fugge nelle sue stanze da cui ogni tanto appare correndo di luogo in luogo, piagnucolando, strillando, leggendo, ridendo, facendo strane evoluzioni, capriole, scappando da volatili immaginari, da strane ombre, ovvero apparendo e fermo scrutando il pubblico silenziosamente, e interrompendo i silenzi con alcune sibilline frasi).

Il tuo gradimento: Nessuno (2 voti)

Ti è piaciuto questo testo? Condividilo su Facebook o su Google+
usa il pulsante sotto per condividere il testo!

Condividi