Il mulino dal camino dipinto

Vorrei fermare il tempo.
E anche il mio respiro.
Affinché tutto rimanga per sempre così: fermo e sublime.
Così, come ora.
Così come ora per sempre.
Sento di appartenere a tutto questo.
Ogni strada, ogni casa, ogni pietra che mi accompagna qui, fa parte di me.
Questa insegna arrugginita che col vento ha un lugubre cigolio.
Questa siepe trascurata.
La ruota del mulino.
La serratura troppo vecchia.
La porta di legno, gonfiata dalle abbondanti piogge.
Tutto questo fa di me una donna felice.
In pace con me stessa. In pace col mondo.
Finalmente in pace.
Il mio silenzio è la mia energia, la carica necessaria per uscire, poi, da qui,
ed affrontare la giungla, il mondo.
Per affrontare il resto.
Stella

Ed era proprio in quelle fredde sere d’inverno, quando il vento le pungeva le guance, fino a renderle insensibili, e le faceva piovere i lunghi capelli rossi sul volto, da non riuscire a trovare la serratura, che Stella amava ancor di più iniziare a lavorare. Lavoro… Sì, per gli altri era considerato un lavoro. Per lei no. Per Stella era la sua vita. Arrivava un’ora prima degli avventori, si richiudeva la porta alle spalle e lì, in silenzio, aderente alla porta, se ne stava ad occhi chiusi, ad annusare il buio per una manciata di minuti. Mandava un profondo sospiro di sollievo, quasi fosse un secolo che non vi metteva più piede, per poi cominciare la sua corsa ad accendere le decine di candele con i lunghi fiammiferi da camino che non le bruciavano più le dita. La sua era come una danza. Una muta, solitaria ed eccitata danza prima dell’ora di apertura: le dieci. Questa era la sua vita.
A lei piaceva così.
Dopo anni di sofferenze, prove fallite, superiori troppo poco sensibili, Stella si era conquistata un posto in paradiso con questa sua nuova avventura. Il mulino dal camino dipinto. Così si chiamava il locale. Era il mulino ad acqua di Moncione ereditato dallo zio Angelo e trasformato in bar da Stella.

Soltanto ciò che non insegna,
ciò che non chiede a gran voce,
ciò che non convince,
ciò che non accondiscende,
ciò che non spiega
è irresistibile.

William Butler Yeats, poeta irlandese

Questa era la prima cosa che i clienti vedevano, entrando nel locale.
Prima di Stella. Del suo sorriso. Dei suoi occhi.
Non appena entravano, leggevano la sua anima in corsivo, con un’elegante calligrafia, sul muro bianco, dietro al bancone del bar.
Ma irresistibile era lei. Con il suo modo di fare. La sua inconsapevole femminilità, la sua dolcezza. Il suo paziente modo di ascoltare gli altri, senza mai interrompere, senza giudicare, senza altro aggiungere. Sapeva ascoltare con attenzione, senza noia e sempre

con nuovo interesse, anche quando qualcuno la sua storia l’aveva già raccontata, dall’inizio alla fine. Ma per Stella era sempre come la prima volta. I suoi occhi, le sopracciglia, i muscoli del viso accompagnavano la storia con entusiasmo, davano il ritmo a quella musica, perché per lei lo era, che dolcemente le entrava nelle orecchie, per fissarsi indelebile nella memoria. Era come se, ascoltando, vivesse insieme a colui che raccontava l’intera storia. Mentre il suo corpo rimaneva lì, coi gomiti appoggiati sul bancone ed il mento fra i palmi delle mani. E davanti alle fiamme di quel meraviglioso camino, dipinto sulla parete più grande del bar, fra un sorso di vino e l’altro, il cliente raccontava la sua vita. Spesso le storie erano tristi, morti, abbandoni, tradimenti, o fallimenti. Il vino dava coraggio e, anche se di effimero sollievo, aveva il potere di alleggerire quei poveri cuori devastati da tanto peso. Ascoltando, Stella dimenticava. Riusciva a dimenticare la sua storia, ciò che era stato prima di questa nuova esperienza. Prima del mulino. Prima di iniziare ad ascoltare la vita degli altri. Perché solo portando la sua attenzione sugli altri, riusciva a non pensare a sé. E, dando coraggio agli altri, riusciva a dar coraggio a se stessa. Stella aveva in sé un tale struggimento da non riuscire a parlare. Sapeva ascoltare, mescere il vino e dar coraggio. Ma alla consueta domanda: Come ti va la vita? Lei, in risposta, gonfiava i suoi polmoni d’aria, si riempiva un bicchiere di vino e, senza berlo, rimaneva con gli occhi bassi fissi sul bicchiere. Poi li alzava, quei meravigliosi occhi, e li piantava diretti su quelli del suo interlocutore, rispondendo: Tu, tutto bene? Cos’hai da raccontarmi? E l’altro, dimentico della domanda fatta, iniziava a raccontare qualcosa.
Non tutti, però amavano raccontarsi. Perlomeno, non da subito.
C’era chi entrava, chiedeva un bicchiere di vino e poi se ne andava. C’era chi, invece, si metteva in un angolo, lontano dagli altri, e, sorseggiando il suo bicchiere, ascoltava la vita degli altri. C’era un ragazzo sui trent’anni di nome Sandro che camminava avanti e indietro con nella mano sinistra un libro e nella destra il suo bicchiere. Era alto e portava sempre un paio di jeans, maglietta bianca attillata e dei pesanti occhiali con rotonda montatura dorata. Sembrava sapersi ben isolare. Sembrava non ascoltare mai niente, tanto pareva assorto nella lettura. I suoi libri erano molto alti e mai gli stessi. Riusciva a leggerli con una velocità impressionante. Quelle pagine giravano e finivano in una sola serata. Poi chiedeva il conto e se ne andava. Senza lasciar traccia di sé. Beveva e leggeva in piedi, da una parete all’altra, senza mai alzare lo sguardo dal libro.
Finchè un giorno arrivò Mauro che per quaranta anni aveva lavorato come doganiere a

Genova e a Barcellona. Avendo iniziato molto presto a lavorare, a cinquantacinque anni decise di ritirarsi per tornare all’Elba. Era magrissimo, con pochi capelli ed amava portare una lunga e incolta barba grigia. I suoi occhi parevano anguille che continuamente guizzavano da una parte all’altra del suo volto scavato. La sua andatura curva sembrava portare il peso di tutta una vita fatta di lavoro e sacrifici. Aveva una figlia avuta con una collega che, improvvisamente impazzita d’amore per un altro uomo, gli lasciò tutti i suoi averi e la piccola Elena. Mauro fu un padre esemplare e allevò la figlia meglio di qualunque altra madre. Dopo qualche anno, Milena, abbandonata dal suo grande amore, ritornò per riappropriarsi dei suoi averi e della piccola Elena. E forse anche di Mauro. Ma Mauro la allontanò dal suo mondo, permettendole soltanto di vedere la bambina una volta al mese. Da quando Milena lo aveva lasciato, Mauro non era più riuscito a trovare una nuova compagna. Allevare la piccola Elena era diventata la sua missione. Di altro non avrebbe potuto occuparsi. Terminato il lavoro di doganiere, tornò all’isola e riscoprì un vecchio amore: la fotografia. Era bravo e lo divenne ancor di più. Era molto richiesto per matrimoni e battesimi. E tutto ciò che riusciva a guadagnare serviva a far crescere Elena in maniera decorosa. Poi, all’improvviso, l’arcobaleno entrò nella sua semplice e solitaria vita. Orietta.
Se ne innamorò perdutamente.
Orietta che all’età di cinquantotto anni vantava ancora la sua verginità, incontrato Mauro decise di disfarsene senza rimorsi.
E Mauro la sposò.
Un semplice rito religioso nella chiesa di S. Piero con banchetto al mulino che, dopo un anno di racconti sofferti, aprì loro le porte per benedire la sospirata unione con sane gocce di vino rosso.
In quella occasione Sandro che sembrava isolato nella lettura di un nuovo libro ed estraneo a tutto quel corteo di gente che venne ad applaudire Mauro e Orietta, decise di fare un discorso. Un lungo e tenero discorso per quella coppia che meritava solo pace, amore e tranquillità. Una nuova unione benedetta da Dio e dagli uomini, da esempio a coloro che avevano perso la speranza e la fede. Non smetteva più di asserire che Dio esiste e che si manifesta, prima o poi, anche ai più disperati.
“Dio c’è e vi assisterà, prima o poi!”
“Sappiatelo tutti. Io, già lo sapevo.”
Finito il suo discorso, Sandro riaprì il libro e si immerse nella consueta lettura.

Seguì un grande applauso che, però, non sembrò turbare la sua concentrazione. Sandro aveva parlato, ma era ora di tornare a leggere e non perdere altro tempo.
Stella gli riempì il bicchiere e lui, senza alzare la testa, se lo bevve tutto d’un fiato.

Un altro personaggio che puntualmente arrivava ogni giovedì sera era Primetto. Fingeva di raccontare di un suo amico che non andava d’accordo con la moglie e per questo motivo, la tradiva. Tutti sapevano che parlava di sé, ma lui continuava la sua storia fingendo di disapprovare le avventure dell’amico che, carente d’affetto, cercava conforto nei rapporti occasionali con donne di altri paesi che si concedevano anche per pochi spiccioli. Si sentiva incompreso e solo, sebbene la sua unione con Marta gli avesse regalato la bellezza di ben otto figli. Si sentiva abbandonato e messo in disparte da Marta che, poverina, dedita alle cure di un figlio dietro l’altro, non aveva avuto neanche il tempo di accorgersi della crisi esistenziale del marito. E, comunque, non avrebbe potuto fare altrimenti. Povere donne!
Stella per quanto cercasse di portare sulla retta via questi uomini persi, il risultato era comunque lo stesso: Tanto lei non mi capisce. Pensa solo a sé e ai suoi figli. Non pensa a me come uomo, ma solo a me come padre.

“Ma che caspio!” Diceva Stella. “Almeno provate a mettervi nei loro panni!”

“Nei loro panni mi ci metterei io! E, magari, sotto!!”
Questo era Michele.
Entrava gonfio d’audacia ed eccitazione così come il gallo, entrando nel pollaio, sa che la sua visita sarà un successo. Si appagava ancor prima di entrare, certo che la sua effervescenza avrebbe dato piacere e buon umore a tutta la combriccola. Michele, arguto e frizzante, era sempre il benvenuto. Aveva la testa che era un brillante. Di umili origini, era riuscito ad accumulare più terre lui di Napoleone. L’Elba era quasi tutta sua. Aveva cominciato con un piccolo terreno che quasi gli regalarono a causa del suo scarso rendimento. Lui, invece, lo fece fruttare trasformandolo da terreno incolto a sorgente acquifera. Era certo che, scavando, l’acqua, prima o poi, avrebbe zampillato davanti ai suoi occhi. Sua madre prima di morire gli aveva lasciato in eredità una bacchetta di silicio a forma di y che serviva ad individuare falde acquifere e giacimenti minerari. Michele, che non aveva ancora sperimentato quella bacchetta, decise di farne buon uso,

confidando nel Signore e nel dono che da sua madre avrebbe potuto ereditare.
La rabdomanzia non sempre passa di madre in figlio. Non sempre. Ma nel suo caso sì. Quella memorabile mattina erano in trecento su quel terreno che, a stento, riusciva a contenerli tutti, dato il suo modesto perimetro. Sembravano avvoltoi intorno alla preda, pronti ad esultare per il suo insuccesso. Erano in molti, infatti, i possessori dei terreni circostanti che si auguravano di trovare l’acqua nei propri appezzamenti per non dover pagare l’acqua a “quel nullatenente”, a “quell’ultimo arrivato figlio di padre contadino e madre strana”. Quel famoso cinque marzo entrò nella memoria di molti perdenti, gli avvoltoi, e di molti vincenti, la stragrande maggioranza, che trovò lavoro e dignità grazie all’impiego offerto da Michele. Ma Michele non si fermò qui. Con i denari ottenuti dalla vendita dell’acqua comprò altri terreni. Alcuni li bonificò e li coltivò, garantendo frutta e verdura tutto l’anno per sé e per i paesi limitrofi. Altri terreni li destinò all’estrazione del ferro, risorsa di cui l’isola vantava la propria ricchezza. Il suo patrimonio era sempre più ingente ma Michele rimase lo stesso. Non si fece inquinare, accecare dalle ricchezze accumulate. Lui rimase sempre lo stesso, umile e generoso come ai tempi della scuola quando divideva con i più bisognosi la sua merenda fatta di pane e marmellata, arrivando a cena affamato, ma comunque contento. Alto, con riccioli biondi e un cuore d’oro era stato l’orgoglio di sua madre. Gli altri quattro fratelli non erano come lui. Non buoni ed intelligenti come lui. Lo amavano sì, ma, allo stesso tempo, lo guardavano con un sentimento misto d’ammirazione e invidia. Lui lo sapeva ma non rifiutò mai di porger loro una mano nei momenti di bisogno che capitavano piuttosto spesso. Forse se ne approfittavano, ma poco importava. Michele li aiutava per il solo piacere di farlo. Lui era un puro. Un angelo che aveva impiegato la sua vita ad aiutare gli altri con le sue ricchezze, accantonando, però, la ricerca di una brava ragazza che potesse poi diventare sua moglie.

Ma un giorno al mulino giunse Stellina.
Una fresca e leggiadra ragazza con lunghi capelli color grano e occhi grandi e azzurri come il cielo. Le sue lunghe dita affusolate, la sua andatura eretta ed elegante, il suo sguardo dolce e assorto in pensieri lontani, fecero innamorare Michele. Inizialmente Stellina arrivava al mulino, si sedeva, chiedeva dell’acqua e, dopo aver spento quell’arsura che aveva in bocca, chiedeva il conto e se ne andava. In seguito, più rilassata, cominciò a bere il vino, ascoltando distratta le storie degli altri. Fu prima di

Natale che Michele, eccitato dall’arrivo della festa, pagò da bere a tutta la combriccola. E porgendo il bicchiere a Stellina colse l’occasione per presentarsi e chiederle cosa ci facesse una splendida creatura come lei a Moncione. Stellina, allora, si alzò in piedi, sorseggiò due gocce di vino ed iniziò a declamare:

Stella, stellina, che brilli di mattina
Torna serena e abbandona la iena.
C’è un mondo brillante che sorride all’istante.
Tu lasciali fare quei tre pecoroni
Che non sanno, haimè, niente
Di quanto sian belle le stelle.
Tu sei una di loro e, perciò…
fanne tesoro…

Sorseggiò altre due gocce di vino e baciò la mano di Michele che era rimasta sospesa in aria, prigioniera dell’incantesimo.
Le conversazioni erano d’un tratto cessate e l’attenzione era ora rivolta solo su Stellina che, in realtà, si chiamava Emma, ma che da quella sera fu Stellina per tutti i presenti e gli assenti. Michele, in piedi davanti a lei, non riusciva a staccarle gli occhi di dosso. Quella fata, quell’eterea creatura lo aveva stregato. Stella uscì da dietro il bancone, si tolse il grembiule sgualcito, ed abbracciò Stellina, commossa per la bella poesia. Una poesia che ognuno poteva far sua.
Semplici e concise parole che avrebbero potuto dar pace al cuore di chiunque.
La saggezza di Stellina era la ricompensa di un’infanzia e di un’adolescenza passate in orfanotrofio. I suoi genitori l’abbandonarono alla tenera età di sei anni perchè non avevano i soldi per comprare un terzo biglietto in terza classe sulla nave che da Genova li avrebbe portati a Caracas. Il viaggio della speranza che, però, non includeva Stellina. Stellina era destinata a non sperare, a non tentare la fortuna in un altro continente oltre oceano che ai più meritevoli aveva assicurato una tranquilla vecchiaia. Questo destino non toccò a Stellina che non arrivò mai a Genova. Il suo viaggio si fermò a Livorno. Nonostante il dolore per l’abbandono, Stellina, con la sua solarità, seppe conquistare il cuore di tutto l’orfanotrofio. Dal personale che lì lavorava a quelle povere creature abbandonate ad un triste destino. Lei seppe infondere la speranza e la fiducia in giorni

migliori. Seppe trasmettere l’amore, quello incondizionato, che premia sempre. L’amore per il prossimo, buono o cattivo. L’amore anche per quei genitori che, senza esitazione, li avevano abbandonati con la stessa facilità con cui ci si disfà di un sacchetto di rifiuti. Con la stessa facilità con cui alziamo la mano per difenderci da un improvviso raggio di sole che offende i nostri occhi. Con la stessa facilità con cui calciamo un sasso davanti ai nostri piedi. Con la stessa indifferenza con cui imprigioniamo una lucciola in un barattolo, per il gusto di vederla brillare solo per noi, senza preoccuparci del suo lento ed inesorabile spengersi per asfissia. Senza pensare. Senza amore. Senza parole.
Stellina insegnò loro la giustizia divina. Il rispetto per il prossimo. L’amicizia. Sentimenti necessari alla base di qualunque tipo di rapporto. Nessuno le aveva insegnato tutto questo. Ma Stellina, comunque, già sapeva cosa c’era da sapere. Sapeva osservare, ascoltare e discernere il bene dal male. A dispetto di quei genitori che l’avevano dimenticata a Livorno, Stellina era diventata forte. Per sé e per gli altri. Stellina che non sapeva, e questa era la sua fortuna, che la nave con cui i suoi genitori avevano salpato il porto di Genova era affondata. Lei ogni notte pregava per quei genitori che pensava a Caracas senza di lei, ma felici e più ricchi di prima. Quei genitori che, invece, avevano fatto poca strada, finendo in fondo al mare e che, come la lucciola, avevano esaurito le risorse d’aria e si erano abbandonati ad un imprevisto destino voluto forse da una superiore giustizia divina che sempre premia o sempre toglie.
Dipende.
Nello stesso orfanotrofio di Stellina c’erano due ragazze dell’Elba che, scappate di casa, vi avevano trovato lavoro come stiratrici. Lorella e Sabina, figlie dello spazzino di San Piero, avevano vissuto un’infanzia molto triste. La loro madre era morta di cancro dopo lunghi anni di alcolismo. Lo spazzino tornava spesso a casa ubriaco e cercava la lite con la moglie per poi umiliarla e picchiarla davanti alle figlie. Un pomeriggio Alice, un’amica delle bambine, andò a giocare a casa loro e assisté impotente ad una scena raccapricciante. Le bambine stavano divertendosi con il gioco dell’oca in cucina dove la mamma stava preparando la cena. L’atmosfera era piacevole e la mamma sorrideva guardandole giocare con gusto. All’improvviso entrò lo spazzino che, come al solito, era ubriaco. Chiese se la cena era pronta. La moglie, sottovoce, rispose che si doveva aspettare il tempo necessario per friggere il pollo e le patatine. Ma lui, impaziente, diventò furioso. Prese la padella e rovesciò l’olio bollente sulle gambe di sua moglie. Poi uscì. Senza una parola. Sconvolte, le bambine corsero verso la donna che, sdraiata sul

letto, piangeva sconsolata. Implorò Alice di andare a chiamare il dottore. Lei uscì e corse verso l’abitazione del Dott. Rolandi che però si rifiutò di soccorrere quella disgraziata. Sarà di nuovo ubriaca, commentò. Ed alzando le spalle in segno di menefreghismo, si ritirò in casa. Alice, scioccata, tornò dalla signora che, immaginando il consueto rifiuto del dottore, continuava a piangere e a chiedersi cosa aveva fatto di male per meritarsi quel martirio. Aprì il cassetto del comodino, tirò fuori una bottiglia e cominciò a bere, cercando con l’ebbrezza di placare il dolore che le galle le stavano infliggendo. Ma, allo stesso tempo, rinunciando alla sua dignità. Al suo diritto di esistere. Come donna. Come essere umano. Ma nessuno ha il diritto di abbrutire ed annientare un suo simile. Anche se questo nessuno è il marito ed il suo simile la moglie. Una donna che, pur non lavorando fuori casa, provvedeva comunque alla famiglia come moglie e come madre.
Non come schiava.
Ma lei questo non lo sapeva.
Lei pensava che fosse quello il suo destino, ciò che doveva sopportare. La sua croce. Un calvario per lei ben più pesante del cancro che, alla fine, la liberò tagliando le sue catene e dando pace a quel tanto devastato cuore con l’eterno sonno.

Stellina, anche se aveva trovato un impiego a Portoferraio, era rimasta in contatto con Sabina e Lorella. Ogni tanto si scrivevano e si scambiavano gli auguri per le feste con lunghe telefonate, difficili da interrompere. Quando si condivide tanto dolore, traghettando nel mare della sofferenza, si diventa fratelli. Un vincolo più forte del sangue e di qualunque parentela. Da compagni di ventura a fratelli gemelli omozigoti. A vita in osmosi. A vita dipendenti gli uni dagli altri. E niente e nessuno potrà mai spazzare via questo vincolo, questo marchio a fuoco che resterà attaccato come una seconda pelle. Aderirà al nostro corpo come una guaina che mai vorremo sfilare. Tutto verrà condiviso. Amore, dolore, pena. Tutto verrà vissuto da questi compagni di ventura alla stessa maniera e con la stessa intensità. Anche senza suoni le parole verranno ascoltate. Anche senza emozioni i sentimenti verranno vissuti. E non ci sarà alcun ostacolo che potrà fermare questi fratelli gemelli in caso di necessità o pericolo reciproco. Perché quando il peggio si è passato, tutto sembrerà una strada in discesa. E le asperità della vita non saranno mai equiparabili all’abbandono, alle violenze, alle sevizie, ai silenzi, alle promesse infrante, ai cuori spezzati. Perché tutto sarà più facile. E buttarsi nel fuoco per
un fratello gemello sarà un piacere e un onore.

Stellina era riuscita a strappare la promessa a Sabina e Lorella di raggiungerla all’Elba per Natale. Stellina desiderava portarle al mulino per condividere quella gradevole e calda atmosfera. Non era stato facile perché per loro tornare a S. Piero era come tornare indietro nel tempo. Trenta anni erano passati da quella notte, ancora così vivida nella loro memoria. Dopo una nuova lite e nuove botte, Sabina e Lorella fecero finta di addormentarsi e, quando sentirono russare il padre, senza fare rumore, scapparono di casa. Fecero molta strada a piedi durante la notte e quando fu giorno sostarono nascoste in una stalla. Dopo due notti di cammino arrivarono finalmente a Portoferraio, entrarono di nascosto in un traghetto e con la prima corsa del mattino si trovarono finalmente a Piombino dove una gentile signora le accompagnò alla più vicina stazione di Polizia. Denunciarono il padre e chiesero di essere portate il più lontano possibile da lui. Non lo videro mai più. E, purtroppo, neanche la madre.
Stellina promise di non farle passare dal paese e di percorrere una lunga strada sterrata che costeggiava il campo sportivo. Quella casa degli orrori non sarebbe stata vista neanche da lontano.
Stellina era così felice di riabbracciarle, tanto che la notte precedente non riuscì a chiudere occhio. Inoltre, fremeva all’idea di presentar loro Michele. Perché anche lui aveva fatto breccia nel suo cuore. Ma ancora lei non lo sapeva. Non ancora.
Per prima conobbero Stella che, come lei sapeva fare, sciolse l’imbarazzo iniziale con uno stretto abbraccio ed un bicchiere di vino che loro d’istinto rifiutarono, ma che, incoraggiate da Stellina, a fine serata riuscirono a sorseggiare. Subito dopo il loro ingresso al mulino, arrivò Michele che le accolse come sorelle. Michele le aveva conosciute da piccole e, dopo tanta vita passata, non trovò nessuna somiglianza con quei piccoli esseri spauriti di un tempo. Erano, grazie a Dio, diventate due gran belle ragazze, sorridenti e serene, piene di vita e di speranza. Nel loro caso la vita aveva avuto il sopravvento. Ma non sempre si è così fortunati. Molti bambini soccombono, annullando la propria vita e rinunciando alla luce e al sorriso, arrivando da grandi persino al suicidio. Altri ancora si induriscono al punto tale da infliggere a coloro che incontrano sul loro cammino le pene subite.
Stella accolse queste due creature con gran calore, felice di poter festeggiare il Natale anche con loro. Si immerse nei preparativi e riuscì a sentirsi quasi serena, distratta dall’eccitazione per la festa e dal buonumore che in quei giorni solitamente si respira.
Ma un giorno qualcuno le chiese:

“E tu, Stella, cosa hai da raccontare? Ci ascolti, ci preghi di parlare, ma, tu, ce l’avrai anche tu una storia da raccontare! Su, facci sentire cosa c’è dietro quell’ombra triste nei tuoi occhi!”

“…non si può impedire ad un albero di essere albero, ad un fiore di essere fiore, ad un prato di essere prato. Non si può impedire ad un sorriso di essere felice, ad un cuore di battere forte, a una donna innamorata di smettere di esserlo. Non si può all’improvviso spegnere la luce ed avvolgere tutto di buio, silenzio e panico. No, non si può. Perché chi resta al buio finirà per rimanerci. Per soffrire, per tremare, per desiderare solo di morire. Quando lui mi abbandonò passavo le mie notti ad elencare tutti i possibili modi per togliermi la vita. Tanto non serviva più.
Li passavo tutti in rassegna. Uno ad uno. Ma non ce n’era uno che mi convincesse. Quando lui mi abbandonò, d’improvviso, mi ritrovai in un mondo in bianco e nero senza più musica e senza più fiato per andare avanti. Persi la gioia di vivere. Non provai più amore, interesse e, soprattutto, curiosità. E, strano a dirsi, cominciai a detestare tutto ciò che fino ad allora mi aveva dato piacere, ciò che amavo. Le mie abitudini cambiarono. I miei piaceri divennero i miei incubi ed i miei incubi i miei piaceri.

La mia vita si capovolse e da allora niente è più mutato. E’ come se in me ci fosse stata una catastrofe e che tutti gli avvenimenti fossero stati catalogati prima o dopo quel giorno. Quando ero felice e quando divenni infelice. Quando ancora sorridevo e quando smisi di sorridere. Quando lui c’era ancora e quando lui se ne andò…”

“Accidenti! La tua storia supera tutte le altre. Perché non ce ne hai mai parlato? Come fai a tener dentro tutta quella roba? Ci vorrebbero damigiane di vino!!”

“...anche il vino fa parte delle cose che mi facevano star bene e che ora, per reazione, detesto. Ecco perché riempio agli altri il bicchiere. Per ritrovare la Stella di un tempo in chi mi sta di fronte. Mi illudo di rivivere negli occhi degli altri ciò che ho vissuto io un tempo, prima che lui se ne andasse. Cerco negli altri la scintilla che in me si è spenta. E questa ricerca mi appaga. Mi rende tranquilla. Più tranquilla.”
“Ma...lui che fine ha fatto? E’ morto?”

“No, non è morto. Semplicemente mi ha lasciata.”

“Ma tu come stai adesso?”

“Sto. Niente più, niente meno. Ma dal profondo del mio cuore gli auguro la mia inquietudine. Tutta. Con tutte le mie energie io mi auguro che, prima o poi, il mio dolore sia il suo.
Niente più, niente meno.

Mi ha lasciato per una farmacista. Si chiamava Claudia. Avendo i genitori con mille problemi di salute, lui aveva stretto rapporti di amicizia con tutto il personale della farmacia sotto casa. Loro spesso gli davano le medicine anche senza ricetta. Gli facevano sconti. Lo aspettavano, sebbene l’orario di apertura fosse finito da un pezzo. Gli portavano, a volte, le medicine a casa. Insomma, si era stabilito un certo rapporto di amicizia o, meglio, di complicità. E dalla complicità all’amore il passo fu breve. Claudia, la bella farmacista dai capelli castani con riflessi mogano, all’improvviso, divenne il suo obiettivo. Tutto ciò che in una donna desiderava, in Claudia lui lo trovò. Se ne innamorò perdutamente e si dimenticò di Stella. Non è difficile far breccia nel cuore di un uomo. Basta fingere. Reinventarsi. Assumere un nuovo ruolo, far finta di avere gli stessi suoi gusti, di saperlo ascoltare, di commiserarlo, di approvare tutte le sue scelte; riuscire, come solo le donne sanno fare, a farlo sentire diverso dagli altri e, come d’incanto, lui ci cascherà.
E lui ci cascò. Cascò nella rete di Claudia.
E perse Stella. Per sempre.
Un giorno, però, lui se ne rese conto, e tornò da Stella.
Ma era già troppo tardi.”

“…lo ami ancora?”
“Infinitamente.”
“E, allora, perché soffrire?”
Avete mai annusato l’angoscia? Sapete qual è il suo odore?
E il suo sapore?
Acido. Pungente.

Perché soffrire?
Avete mai annusato l’odio? Sapete qual è il suo odore?
E il suo sapore?
Bruciato. Cenere fresca.
Perché soffrire?
Sapete quanto è forte l’odore di bruciato? E quanto è pungente l’acido nelle narici?
Sapete quanto è forte l’odore di bruciato per dieci mesi? E quanto punge l’acido per dieci mesi dentro il naso?
Sapete quanto lunghi sono dieci mesi?
E quanti minuti ci sono in dieci mesi?
Perché la mia agonia è durata dieci mesi. Annusando solo bruciato e acido. Assaporando solo bruciato e acido. Perché durante la mia agonia lui non ha mai ammesso alcuna colpa. Mi ha accusata di essere gelosa appiccicosa. Di visionaria. Di pazza. Di persona psicologicamente fragile e bisognosa di cure. Mi ha allontanata come un’appestata. Mi ha offesa. Per imporre il suo dominio. Per farmi capire chi era che comandava.
E chi comandava era un uomo più alto di me di circa trenta centimetri. Più forte. Un uomo che avrebbe sempre potuto avere la meglio su di me in qualunque momento, per la sua mole.
Ma non per il suo ingegno.
Perché soffrire?
Perché un animale ferito è più crudele di un animale feroce.
Perché lo amo ancora così tanto che non riuscirei neanche a stargli vicino una sola ora. E più lo amo, più devo stargli lontano. Adesso il mio amore è pari alla sofferenza, ma se tornassi con lui verrei sopraffatta dall’odio.
Amore e odio. Due facce della stessa medaglia.
Riuscirei persino ad ucciderlo, tanto lo amo. Invece, lontano da lui, sono riuscita a stabilire un equilibrio. Due sentimenti così forti e così opposti che mi rendono incapace di amare o odiare.
Non amo più.
E non soffro più.
E’ come se fossi sotto sedativi: apatica ed inebetita.
Ma, soprattutto, innocua. Non pericolosa. Quante volte sono passata davanti alla

farmacia con un coltello in tasca. Ma fortunatamente la razionalità ha avuto il sopravvento.
Eliminai da casa tutti i coltelli e le possibili “armi” capaci di uccidere. Misi tutto in una busta che portai in soffitta. La chiusi in una cassetta di legno con lucchetto e spedii la chiave a mia zia pregandola di non darmela neanche sotto tortura. Mi chiese il motivo, ma non risposi. Dissi solo che stavo male e che cercavo la mia strada per risalire la china. Lei annuì e mi fece gli auguri, sicura della mia certa e rapida ripresa.
La prossima settimana andrò a riprendere quella chiave. Sono passati due anni.
Ora sono in grado di tenermi a bada.”

“Due anni?”

“…io pensavo molto di più.

Credevo di continuare il resto della mia vita mangiando carne con le mani. Credevo di passare il resto della mia vita con la rabbia che mi offuscava il cervello e mi faceva scoppiare il petto.
Una rabbia che, ogni giorno di quei dieci mesi, mi ha fatto desiderare fortemente morte per me e per gli altri.
Ora sopravvivo. Ancora non vivo.
Ma sopravvivo.
E non è poco.
Il desiderio di morte è solo un brutto ricordo.
…finalmente.
Grazie a mio zio Angelo. Grazie a questo mio mulino.
Ma, soprattutto, grazie a voi, miei cari amici, che con le vostre storie avete riempito quel gran vuoto che c’era in me.

Io vi ho riempito i bicchieri, voi la mia vita.

E non finirò mai di esservene grata.”