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brani tratti da La Fuga (ultima parte)

ritratto di simona bertocchi
Pubblicato da simona bertocchi il Sab, 19/01/2008 - 19:13
  • Altro
  • Romanzo

…Salii sulla Piramide dell’Indovino, alta circa trenta metri, agitato da entusiasmo e paura; l’immensa costruzione maya, man mano che salivo sembrava sospesa nel cielo o inghiottita dalla foresta senza orizzonte; arrivato alla sommità avevo il fiato grosso, il sole a picco mi faceva socchiudere gli occhi, mi sentivo sollevato nella luce. Ero giunto nell’area archeologica molto presto per evitare l’orda dei turisti e il caldo insopportabile, avevo bisogno di un luogo fuori dal tempo per pensare e ricaricarmi di energia. Accanto a me un’iguana mi fissava con sguardo immobile e si lasciava accarezzare.

Dopo avere abbandonato ogni tensione e lasciato i pensieri correre in quella sconfinata vallata, entrai nelle ultime stanze del tempio, una delle porte era rappresentata dalla gigantesca maschera del dio Chac.
Tra le fauci di Chac e in compagnia di un’iguana mi trovai a riflettere su quei lunghi anni in Messico: mi ero avvicinato con l’entusiasmo e lo stupore del turista, poi era giunta la curiosità del viaggiatore e infine mi ero imbevuto di quella cultura entrando nel ventre pulsante di quella terra. Mai un paese era stato più penetrante del Messico, mai un popolo era riuscito a trasmettermi valori profondi e virtù così inattaccabili nonostante tutta la violenza subita. Vitale e dignitosa, energica e generosa, così era quella gente.
Ero ancora coperto dai frantumi di quegli anni che mi avevano travolto, avevo troppi pensieri da spolverare e mettere in ordine e ancora qualche impulso contrastante da domare, anche il mio aspetto era cambiato, avevo i capelli sulle spalle, schiariti dal sole e dalla salsedine, gli occhi erano segnati da qualche ruga in più e la barba era sempre di qualche giorno e mi portavo addosso il peso della stanchezza di tutti quegli anni.
- Come te la passi ? - mi chiese un amico di San Cristóbal di passaggio.
- Alla grande. Mi sollazzo sulla spiaggia, non mi perdo un tramonto, scopo come un riccio, bevo solo margueritas, canto "celito lindo" e ogni tanto vado a rompere i coglioni ai miei amici indios, mi faccio coinvolgere nelle loro guerriglie mentre in Italia non ho mai alzato un dito per cambiare niente. In compenso sono diventato un ottimo sub e ballo la salsa che le gambe vanno da sole.
 
…I fari della jeep illuminarono l’entrata del carcere. Ancora dolorante per i colpi ricevuti, infreddolito nella mia camicia bagnata di sudore fui ammucchiato insieme ad altri detenuti.
Mi fecero fare una doccia ghiacciata, frugarono tra i miei abiti e il mio zaino, non trovarono niente, ma poco importava, ero un rivoluzionario, un simpatizzante zapatista, un gringo e quello era il mio posto.
Nelle celle accanto all’infermeria si trovavano i “pericolosissimi” reclusi per delitti politici.
Nel braccio principale erano rinchiusi centinaia di “colpevoli” per minacce, lesioni e furto contro il Governo. Uno di questi aveva guidato un’azione armata contro la prigione di Ocosingo e liberato decine e decine di detenuti indigeni. Non sarebbe più uscito da lì.
Per dare una parvenza di democrazia c’erano anche le celle di esponenti del governo implicati nel massacro di Acteal.
Quasi cinquanta persone aspettavano la legge di amnistia che aveva promesso il nuovo governatore sostituto del Chiapas.
Io non ero così pericoloso, sono certo che neppure sapessero chi in realtà io fossi, ma mi misero in una cella con alcuni indigeni tzotzil.
Cosa sarebbe successo adesso? Avrei seguito un processo? Avrei dovuto pronunciare la famosa frase “non dico niente senza il mio avvocato” ? 
Avevano ammazzato barbaramente il mio migliore amico, mi avevano riempito di pugni e sputi e alla fine in galera c’ero io.
Mi sedetti con la testa tra le mani su una panca di pino, in una grande cella con più di cinquanta indios che parlavano dialetti diversi. Pensai di impazzire, la mia vita era stata ballottata in ogni direzione, in ogni situazione e non avevo il tempo di riprendermi da una scena che subito ne subentrava un’altra.
Avevo i sentimenti paralizzati, o forse erano così vorticosi e acuti che non riuscivo neppure a sentirli. Erano un nodo duro che non si muoveva. Me ne stavo lì, immobile su quella panca, inghiottito dalla paura e divorato dalla rabbia. Piansi come un disperato per la morte di Pietro e per quella di Dolores, per come stava precipitando nel buio più nero la mia esistenza e mi ritrovai a urlare il nome di Elena, il nome del mio amore che mai più avrei rivisto perché nessuno mi avrebbe scovato in un carcere del profondo Messico tra indios e rivoluzionari.
Un gruppo di Rodriguez, Gómez, Pérez e nomi simili mi circondò, mi studiò con attenzione e diffidenza. Alcuni si avvicinarono titubanti, altri più decisi. Li guardai disperato senza mai abbassare gli occhi e quelli cominciarono a farmi domande su domande, le voci si sovrapposero, le facce di cuoio erano tutte uguali. Quando pronunciai il nome di Pietro Rizzi tutti tacquero, anche le guardie che camminavano davanti alle celle si fermarono.
Ero l’amico di Pietro Rizzi e tutti avevano un occhio di riguardo per me, alcuni addirittura mi temevano.
La giustizia messicana finse di venirmi incontro con false promesse di libertà, ma era scomodo lasciare andare un divulgatore dell’informazione sostenitore dei zapatisti.
Durante il governo di Fox tantissimi colleghi molto più attivi di me avevano addirittura perso la vita. Il numero di giornalisti uccisi cresceva a dismisura e i mandanti non erano mai stati riconosciuti e incarcerati.
Non capivo perché non mi avevano ancora fatto fuori data la mia amicizia con Dolores e Pietro, la mia frequentazione a certe sedi giornalistiche e la collaborazione che avevo con alcuni esponenti della stampa nazionale e internazionale.
I miei amici intervennero a mezzo stampa, frequentarono il Palazzo di Giustizia, si spinsero a Città del Messico per interloquire con alcuni funzionari del Governo con il pericolo di essere reclusi anch’essi.
Dopo un anno l’unica cosa che si smosse fu la dimostrazione che non ero un narcotrafficante ma solo un simpatizzante zapatista, il che era molto peggio.
Subì numerosi interrogatori, sorte di processi frettolosi con personaggi improbabili, firmai la mia estraneità alla lotta contro il Governo, dimostrai di avere vissuto tanto tempo su una spiaggia dello Yucatán, ma niente era servito a tirarmi fuori.
Finalmente la notizia riuscì ad oltrepassare il Messico e a fare il giro dell’Europa, così mi aveva assicurato Manuel, un giornalista de “La Jornada”.
 

…Anna bussò alla mia porta prima delle otto del mattino, dall’espressione che aveva incollata in faccia capì che non erano buone notizie. Si muoveva nervosamente con gesti confusi e ripetuti, non disse una parola ma quando incrociai il suo sguardo vi lessi una paura soffocata, un’ansia intrappolata. Mise su il caffé e senza più alzare la testa raccolse le frasi che mi avrebbe detto. Aprì la borsa, ne estrasse un quotidiano e lo buttò sul tavolo.

- Leggi! - disse con la voce impastata di angoscia, poi il suo sguardo si fece carezzevole come quello di una madre.
Mi sedetti ben dritta sulla sedia, mi stropicciai gli occhi per pulirli dal sonno e iniziai a leggere frasi che mi sarebbero rimaste conficcate per sempre nella carne, nelle ossa, nell’anima, nel cuore no, si era fatto di pietra e niente poteva trapassarlo.
Messico: arrestato giornalista italiano nella regione del Chiapas. Era un notizia talmente inverosimile che subito non capì, continuai la lettura: Alessandro Corsi, 40 anni, giornalista e scrittore, ha collaborato alla realizzazione di un documentario sulle popolazioni del Chiapas dove viveva da cinque anni. E’ stato fermato dalla polizia messicana mentre trasportava un forte quantitativo di coca nella Sierra Lacandona. La droga era destinata al mercato statunitense. Nient’altro, l’articolo terminava così, era un misero trafiletto in una delle pagine di cronaca nazionale, subito sotto la pubblicità di un prodotto dimagrante miracoloso.
In un istante cancellai tutto il tempo che ci aveva separati l’uno dall’altra. Aveva bisogno di me e non riuscivo più a contenere tutto l’amore che chiedeva solo di uscire, che premeva e graffiava, che si aggrappava dentro e annientava la ragione, che superava i pensieri. Era un sentimento che in quel momento rinvigoriva le forme, diventava più spesso, più forte. Ero sua figlia, ero il suo amico, era la sua amante.
Anna continuò a posare il suo sguardo su di me con compassione e si stupì per la mia reazione: la disperazione non riuscì a trapassarmi, il coraggio e l’energia riempirono ogni angolo del mio essere, non c’era spazio per altro.
-         Da che parte si comincia Anna ?- chiesi fissandola dritta nei suoi occhi chiari un po' sporgenti.
 
------------------------------------------------------------------------------------
 
…Comprai i pupazzi dei due guerriglieri e regalai alla piccola il mio giubbotto in jeans, lo afferrò con avidità, per paura che potessi cambiare idea, e lo indossò subito, nonostante il caldo soffocante. Il suo sorriso e l’esplosione di tanta gioia incontrollata mi ripagarono da quella giornata da dimenticare in cui stavo sprofondando. Fu il sorriso più bello mai visto in vita mia.
Ana Luisa, la padrona di casa, volle che il marito Miguel mi accompagnasse con il suo taxi a Città del Messico, diceva che io sarei stata più sicura, ma soprattutto pensava che ne avrebbe ricavato un bel po’ di denaro.
Accettai, ormai seguivo gli avvenimenti senza freno, e spesso anche senza logica, l’energia si stava assopendo, il sangue circolava impazzito senza trovare sfogo; il pensiero di Federica e ad Alex mi fece da rigido sostegno, mi avvolse e mi riparò. Bevvi un sorso di tequila e mi misi in viaggio.
Il taxi sgangherato di Miguel divorava chilometri di strada polverosa tra le montagne, spariva nella vegetazione, sobbalzava sui dossi, prendeva scorciatoie.
Dovevo essere pazza ad avere accettato il passaggio, non sapevo niente di quell’uomo, non avevo neppure un’arma con me per difendermi e tanto meno la forza per usarla.
Miguel avvertì il mio disagio, tentò un sorriso sollevando i lunghi baffi, si tolse il grande cappello di paglia per mostrarsi meglio e mi porse le foto dei suoi bambini, poi, per rendersi ancora più rassicurante, mise una musicassetta di musica italiana.
Scambiammo qualche parola poi la stanchezza prevalse, mi lasciai andare mollemente sul sedile e mi addormentai.
Feci in tempo a vedere il furgone bianco davanti a noi, la macchina inchiodò e slittò sul bordo della strada, io fui scaraventata contro il vetro, provai un dolore insopportabile al ginocchio, pezzi di vetro si incagliarono sul viso e sulle braccia, sentì l’occhio gonfiarsi e il labbro sanguinare continuamente. Poi fu solo un fluttuare di voci, suoni ovattati, gente che mi strattonava.
Si misero a sparare senza una logica, Miguel, senza vita, mi cadde pesantemente addosso.
…Mi perquisirono, mi sfinirono di domande, le mie parole furono tradotte da un’interprete che probabilmente colorava un po’ quanto affermavo, mi fecero firmare qualche foglio e finalmente entrai nella sala colloqui dei detenuti.
Lo vidi prima da lontano, poi la figura si fece sempre più nitida: era curvo a leggere il giornale, dimagrito, i capelli lunghi raccolti in una coda e la barba di qualche giorno.
Mi mancò l'appoggio sotto i piedi e rimasi incapace di muoversi e proseguire, tremavo mentre lo guardavo in tutta la sua bellezza.
Si alzò di scatto e mi venne incontro, marcato dalle guardia ad ogni movimento.
Eravamo uno di fronte all’altro, schiacciati tra il desiderio di stringerci fino ad assorbirci e quello di stare a guardarci. Fu un abbraccio feroce e saziante. Mi trovai davanti i suoi occhi neri che mi sembrarono più grandi e luminosi del solito e gli baciai ogni angolo del volto.
Alex lasciò scivolare le mani lungo la mia schiena, mi strinse i fianchi, sentì la consistenza del mio corpo che fremeva e i capelli contro la sua guancia.
Non facemmo nessun affidamento sulle parole, le emozioni si agitavano fino a farci perdere ogni concezione.
Alex nell'abbraccio cercò di guardarmi il viso ma io continuai a premerlo sulla sua spalla e tenevo gli occhi chiusi pieni di pianto.
Ci baciammo e fu il bacio che non avevamo mai dato, quello diverso da tutti gli altri, come se baciandoci volessimo entrarci dentro, prendere l’essenza dell’altro.
Prontamente erano venuti a separarci e ci concessero poco tempo per parlare…..
 
 
 Ho scelto i brani salienti giusto per dare vaga idea della trama.
 
simonams.spaces.live.com
 
 

 

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