Per correr miglior acque alza le vele
omai la navicella del mio ingegno,
ch’è dover suo ‘l tempo delle mele
rammentar costante al fin ch’impegno
preso con Tomma morente d’avere
cura di figlio Carletto in segno
d’amicizia, si possa mantenere.
A mane ii con Duca Donato
fora d’Aurocastro e ‘l tenere
strada su neve fu facilitato
da su’ racchette ai pie’ e da parlar
suo nervoso, quack, e concitato.
Si stava ‘nsieme fin all’addormentar,
ch’era solito in grott’ e casolari
talor incrociando del pellegrinar
le vie, li santi e li somari
coi soldi sonanti per l’indulgenze.
Lasciato ch’ebbi Duca, ad altri cari
diretto, di mi’ scarse conoscenze
viarie fec’industria per non smarrire
percorso inverso a quel ch’è l’essenze
del mio fare com’è convenire.
I’ ricordava d’avere Carletto
veduto allor ch’andai interloquire
con Tommaso che presso canaletto
appena fuori mi’ città abitava:
lo ‘ntravvidi ch’uscia per dispetto
a su’ babbo che lui obbligava
a star tra derrate a compitare
mentr’in stanza l’adulti si parlava.
I’ ricordava bimbetto sgusciare
di tra le mani di Tom, che ‘l volea
trattenerlo a forza, e guadagnare
rapido l’uscio e ‘l viso gl’ardea
del color della chioma profferendo
improperi che persin donna rea
mal sopporterebbe essi udendo.
“Fustigarlo serv’a poco” Tommaso
fe’ rassegnato, front’a me sedendo.
“A’ tu provato con pugni su naso?”
i volli aiutarlo, pur ch’ammetto
che di pedagogia son più raso
d’una tabula rasa, ch’è difetto
ch’ammanta pur li dotti professori
per timor che mondo si fa perfetto
co’ bimbi cresciuti e questi l’onori
si prenderanno che spetterebbero
a que’ che son stati l’educatori.
“Appena l’occhi mi si chiudessero
a notte, sognerei che sanguina
mi’ naso e non si riaprirebbero”
rispose Tommaso sì facendomi
felice ch’i’ l’assumevo per guida.
Pria d’ir da Carletto, mi vennero
nostalgie di città mia, rida
chi pensa ch’i’ dell’immaginario
solo son abitante e si diffida.
A notte giunsi e un proprietario
di locanda m’accolse per dormire,
ma i’ bevetti solo e commentario
n’ebbi di co’ successe e d’avvenire.
Po’ vidi altri e pria d’aurora
feci croce in Santa Maria, dire
‘l resto qui non vo’ almen per ora.
E m’incamminai per raggiungere
fattoria ‘ndo stava la signora
che Tomma riuscì a convincere
di tenergli Carletto pur che peste
lui era e sempr’ a competere.
Ma ebbi sorpresa di que’ ch’investe
chi nol s’aspetta, perché sbrindellato
bambino se n’era fuito e meste
lacrime donna versò per l’afflato
di tristezza a saper ch’è Tomma morto.
“Tempo fa, pur d’affetto circondato,
nel mentre gl’insegnavo a far di conto,
s’alzò d’un tratto e disse con voce
di piccolo diavolo: ‘S’è risorto
Gesù appresso che l’han messincroce
grazi’a matematica? Che l’alberi
fan di conto? Li cani? Che la foce
d’un fiume sape dare li numeri
de l’acqua che contiene e lo mare
sa quant’è vasto? Che li cocomeri
si abbisognano di calcolare
semi loro e li granelli di sabbia
vuolsi a stelle paragonare
per dire siam più noi ch’astri abbia
cielo?’ E continuò di questo passo
senza ch’i potessi calmar su’ rabbia,
finché con la baldanza di gradasso
disse: ‘vo al paese de’ Balocchi,
dov’è comun principio far gran chiasso.’
D’allora più nol videro mie’ occhi.”
Contrariato che siffatto ribelle
i’ non m’immaginava che m’attocchi,
chiesi a donna che mi desse delle
indicazioni per ir nel paese
de’ Balocchi. “Oltr’il fiume, va nelle
terre che sono da tutti contese
e chiedi del babbo di Lucignolo,
ché lu’ c’è stato per più di un mese.”
“’ndo sta l’accento?” dimandai pignolo.
“Sull’i” rispose “non com’usignolo
ch’accenta l’o, ma come ‘sto mignolo.”
“Su mignolo tuo grande sorvolo
ch’è lungo più dello mio indice”
dissi movendo mano. “Te consolo”
diss’ella ancora “a dirti ch’indìce
oggi lo comitato di fattori
consulto per stabilir se l’indice
v’è d’alcuno, è per scommettitori,
che superi mignol mio per lungo.”
“Lo medio è medio ne’ valori”
ribattei rapido a sto punto
accostando a suo mi’ medio.
“Lo so: per questo a volte i’ smungo”
s’intristì e consolar suo tedio
io dovetti com’io potetti.
Du’ ore dopo, trovato rimedio,
ch’a pensar quale lettor si diletti,
andai in cerca di barcaiolo
ch’era omo da’ modi assa’ gretti.
“Io non può traghettare te solo”
esordì scontroso “s’ha da essere
almeno tre per lasciare il molo.”
“E quanto s’aspetta terzo messere?”
chiesi. “M’arriva cliente fra tre dì”
“E se i’ me n’andassi, ‘sto messere
come parte da solo? Adesso di’”
“Tu ha prenotato e qui tu resta”
“Perché, sennò?” “Tu fa la figura di
sciocco ché prima dici e po’ t’arresta.”
E’ facile capire quel ch’i scelse:
restai tre dì con donna che mesta
mai fu e po’ fune di barca svelse. 2511
II
“Santa croce mia sarà Carletto”
mi dimandai proccupato, “qual è
Gerusalemme per romano petto?”
Tragitto ‘n barca m’apparve non com’è
normale, ché mente accelerata
lo fe’ più lungo molto di quello ch’è:
silenzio d’omo ai remi, calata
d’acqua quieta, de’ pochi e lontani
segni di vita, l’aria non gelata
ma del freddo di mattina che, cani
san bene, annuncia un sole baldo,
ecco com’era e ‘ntanto a vani
tentativi d’omo i’ penso e scaldo
cervello d’opzioni che rotano
e ti fanno sentire maramaldo
ver’ te o l’altri e tutti notano
li pesci, che li vedi o son fondi;
che sì paia o ch’è, tutti notano.
Mi trasse da terribili mie’ mondi
barcaiolo che roco sentenziava:
“Nulla si crea, se’ tu che confondi.”
“Come?” chiesi. “I’ ti delucidava”
fe’ lui. “Ma s’i stavo taciturno”
‘sclamai. “Tu mente mi rintronava”
continuò ‘mperterrito “par Saturno
l’anelli soi: vedo ghirigori
che tu’ capo produce e che a turno
t’angustiano come fan genitori.”
“S’è come dici, nulla si distrugge”
l’assecondai, ché a pensatori
stolti è meglio che leon non rugge.
“Tutto si trasforma” fe’ soddisfatto.
Non caddi in su’ tranello cui sfugge
l’Assoluto, per evitar l’impatto
e tacqui. “Pure tempo è relativo”
s’indispettì a mi’ silenzio ‘l matto.
Approdammo e lo lasciai, schivo
de l’assurdità sue. Nel cammino,
però, stetti a pensare che vivo
suo discorrere, strano mattino,
cominciato dalla metà del fiume,
m’avea fatto sembrare più fino
percorso (che fosse vero acume?)
di quand’io silente meditava.
Passato ch’era tempo, quando lume
di sole mia ombra allungava
e poco mancando a sua sparizione
‘ncontrai un bracciante che zoppicava
e a lui chiesi l’abitazione
di babbo di Lucignolo. “So’ io”
fe’ “che voi? Se’ tu costernazione
nova che mi porta nostr’iddio
per causa dello scavezzacollo
che tutti dicon esser a me fìo?”
“I’ vo’ sapere solo, e po’ ti mollo,
la strada per paese de’ Balocchi,
poiché vi cerco ragazzo ch’à frollo
cervello, dev’esser per li pidocchi.”
“Non c’annare, non c’annare, non c’anna…”
“T’ho inteso, che udito de’ brocchi
non tengo, ma purtroppo Carlo sta là”
dissi “e l’ho da recuperare, ché
di ciò su babbo mi die’ la facoltà.”
“E’ sera ormai: vieni meco, ché
t’ospito per notte e t’offro ricotta
di mie vacche.” “Grazie.” “Nonceddicché.”
Raggiunta fattoria sua, a lotta
di galli assistetti sotto lucerna
che si beccavano sopra e sotta.
“So’ scemi” disse “ché fanno eterna
lotta ‘nconcludente senza neanche
presenza di galline che fan cerna”
e gli diè calci con su’ gambe stanche
per separarli, pria ch’entrassimo
in casa dove stava donna, d’anche
larghe ma che tenea finissimo
viso e l’occhi scaltri di persona
povera, di quelle che s’arrangiano.
“Ella è Pasqualina, mogli’ e matrona
di mi’ magione e madre purtroppo
del bellimbusto di vita guascona.”
Ci vide e disse: “Mi viene un groppo
in gola a pensar che forestiero
n’arreca nove di colu’ che poppo
ancor ne’ sogni pur che cimitero
s’appresta ad accogliere mie spoglie.”
“Non t’angustiar, moglie: i’ so per vero
che di tu’ corpo morte non ten voglie
e che paradiso può attendere.
L’ospite nostro vol traversar soglie
d’orrido paese che fe’ perdere
Lucignolo e qui sta per passar notte.”
“Oh, sol che cena è orma’ cenere,
ché tutte bruciai patate cotte;
foresto, tengo pane e lattuga
e se ti è poco, chi se ne fotte!”
Sorpreso restai per tale fuga
da bone maniere che avvertii
dal tono e da improvvisa ruga
ch’è di quelle che vedi negl’addii,
ché termine ‘fotte’ novo sonava
a mi’ orecchie com’a que’ de’ pii
cui ‘nseguito chiesi e turbava
tal moto a qualcuno, i’ me n’accorsi,
e non capendo che significava,
lo dissi a tanti, sicché concorsi
a su’ diffusione e ancor oggi
qualcuno mi face de’ discorsi
che poi conclude: “ … in tuo’ alloggi
fottiti” ma da tempo più non chiedo
“che vol dir?” manco su’ turgidi poggi.
“Pane mi piace” dissi “e non credo
che mangiar lattuga tua ti privi
del pranzo di domani, sennò ledo.”
“Siedi e mangia, omo, e descrivi
motivo di tu’ ricerca” fe’ grave
marito e lor parlai de’ vivi
e de’ morti pure, ché non son fave.
E di Tomma e Chisciotte, per me divi,
e di Branca e l’altri, che son mi’ trave.
Dormii saporito de’ convivi
e ben caldo su duro pavimento
presso al gran camino che era ivi
e giorno appresso ci fu fermento
a mi’ partenza com’a conoscerci
da gran tempo e ne fui contento.
In cammin ‘ncontrai de’ tori guerci
che mi fissavano con quattro occhi
e otto corna ed eran pure lerci
e non m’avvicinai, ch’è da tocchi
contrario e m’avviai senza sosta
per paese del capo de’ Pinocchi,
ché lu’ sa strada, da percorrer tosta. 2911
III
Non appena paese vidi, erto
su colle, parente vicino, però
lontano com’ho poi discoperto,
omo nasuto e magro s’avvicinò:
“I’ so’ vero sol per una volta al dì.”
“Se’ tu Pinocchio?” “Davvero non lo so.”
“E io lo so?” “Sono certo che sì.”
“Grazie” ‘l dissi e ripresi cammino.
Affaticato arrivai e lì
nessun comparìa per strada infino
a quando giunsi su triangolare
piazzetta con chiesina là vicino.
M’appropinquai a una comare:
“Tu se’ dotta?” le dimandai gentil.
“No, ma so’ dotta: che ci puoi fare?”
“Chiederle ‘ndo sta Pinocchio, com’il
vino fa con l’acqua.” “Collocatore
non porta pena, vien con me su pontil
che ti ci porto” ella fe’ di core
e passammo torrente e si venne
ad una casa bell’assa’ di fore.
Sull’uscio stava n’omo che prevenne
mi’ domanda e fe’: “Quarant’anni tengo
ma so’ chi cerchi.” E comare svenne.
L’accomodammo in la casa: “Vengo
tosto” fe’ Pinocchio “che prend’aceto.”
“Fa’ presto” i’ dissi “ché non contengo
puzza di comar vecchia in mo’ lieto”
e ‘ntanto le reggeva testa calva.
“Eh, porella, è odore su’ feto:
l’età raggiunse di chi non si salva.”
“Quant’avrà?” “Da stamane cendiciotto,
sù… Amanda… annusa, dài, con malva
tu à di novo esagerato e sotto
te la sei fatta… ecco che rinvieni;
che t’è successo?” “Anni centidiciotto
aspettai, finalmente or vieni.”
“Chi?” no’ chiedemmo. “Or più non ti lasso,
che m’hai trovata, tu ne convieni?”
disse vecchia a me rivolta, di sasso
i’ restando. “Non te cercava, Amanda
cara, lo straniero: tu non se’ spasso
più ormai de l’omini, né landa.”
“Allor m’en vo a festeggiar altrove
l’anni mia, ne li fumi d’Olanda
piuttosto, ma non covvoi. Toh, piove”
‘sclamò l’ava, ch’alzata s’è rapida,
“e qua pulite vo’ per ogniddove.”
E sortì, uscio sbattendo e pallida.
“Ch’accadde?” sentii voce di donna
d’altra stanza e po’ entrò: “Che squallida
pozza” s’indispettì, bella qual monna
ch’impressiona li quadri prima ch’arte
di pittore n’abbia visto la gonna.
Pinocchio le spiegò ‘l successo, parte
di sporco pulendo, da le’ ‘iutato
e po’ mi tese mano, com’è d’arte:
“I’ so’ Pinocchio, però sono grato
a chi mi smente chiamandomi Pino
e mi’ moglie Fatìma la fe’ fato.”
“I’ m’appello Dante, che certosino
pensiero di benigni genitori
sì volle fossi, perch’è sopraffino
colu’ che da e scaccia guidatori
che ci conducono all’avarizia.”
Fummo ‘nterrotti, no’ che s’era attori,
da allegro vociar ch’è la delizia
de l’adulti, ‘llorché quattro marmocchi,
di que’ che sollevan d’ogni mestizia,
irruppero ‘n casa e dissero: “Cocchi
li nostri fattori, c’è da mangiare?”
Di Fatìma non si commosser l’occhi
per lor bellezza e complimentare
ruffiano e li mandò chi a pelar
patate, chi ne’ stanze a spazzare
pria che s’andasse a pranzo, ché far
capire ‘l far è dell’educatore
ch’ama più ‘mportante che prole cibar.
Li vidi sgattaiolare, stupore
e mugugno esternati ch’è gioco
delle parti, ognun gran dottore
de li compiti assegnati: un poco
dico io che son bambino, altro
‘mpone chi l’è superiore e foco
giusto l’animo riceve, ch’è scaltro,
e dà calor con esso all’intorno.
Scampato po’, i’ e Pinocchio oltre
su’ giardino s’andò, fin a forno
a comprar filoni e tra le strade
alberate di villaggio adorno
e mi fe’ conoscere la vertade
strana de l’abitanti che il padre
di Lucignolo m’avea di grade
anticipata. Un di legge: “Ladre
regole obbligano che povero
non à da rubare.” E una madre:
“Sono convinta ch’è da ricovero
l’omo che vol figli soi rischiano
l’esistenza a favor di un novero
di sfaccendati.” E du’ che fischiano:
“Lo famo perché ‘sta quiete, pur bella,
abbisogna di color che smovano.”
Un facchino: “So’ sfat(ic)ato se stella
non m’ispira.” Un ricco: “Do denari
a chi (non) ne vole, sennò ciambella.”
I’ era stranito da ‘sti falsari,
ché tali li pensai ancor più, quando
Pino, ritornati no’ in suo’ lari,
con la famiglia a tavola pranzando,
mi contò che fu fatto di legno
e che nel tempo ‘ncerto avanzando,
si ritrovò di carne e d’ingegno.
“Tu se’ mentitor” gli dissi sincero
“ché per millenni si fece convegno
di proprietà riflessiva: ed è vero
dunque che legno è legno e omo
è omo.” Disse Fatìma: “I’ spero
tu pur capisca che legno e omo
s’equivalgono perch’àn provenienza
da cosa viva.” “Legno e omo
son proprietà transitive” fe’ senza
annunciarsi lo Mago in spirito.
“Va’ via, ché ora non c’ho pazienza
di parlar te con pensiero libero,
ché all’ospiti tengo a dar retta.”
Ma Fatìma, lieta di sorridere,
mi disse: “Dante, non tenere fretta,
ché no’ pure conosce e c’è amico
spirito di Mago.” E Pino: “Si metta
a sède, Mago caro.” “Se’ strafico”
gli dissero li pargoli contenti.
“Ci stanno omini, e so che dico”
principiò Mago (par ch’io inventi,
sì strana mi sembrò la situazione)
e ripetè: “Ci stanno omini, dico,
che so’ burattini di carne e zone
morte han nel cervello e li sente
men’umani di quel ch’i’ mi suppone
esser stato Pinocchio qui presente
quand’era burattino e di legno,
e ‘l suo diventar lo fe’ competente,
ben di più dello primo d’ogni regno,
a capir l’esigenze di chi danza
su palcoscenico di vita e n’è degno.
Fatìma, passami cibo che s’avanza.” 212
IV
“Se quest’è” irritato i’ sbottai,
“se vo’ tutto capite, resuscita
tu addirittura ‘n carne, come mai
‘mperator ch’a far macelli s’eccita
comand’ e regna ed è immortale,
ché su figlio farà stessa recita?”
“I’ so’ spirto” fe’ Mago che uguale
volto tenèa, imperturbabile,
e po’ pres’a divorar di maiale
fiorentina, ch’è cosa improbabile.
“Spirti tutti par te s’abbuffacchiano?
Pur l’oltretomba è commerciabile?”
dimandai nervoso. “Si smacchiano
tu’ colpe se offendi chi è tranquillo?”
‘ntervenne Fatìma, “ci abbacchiano
l’accuse che meni e che fan squillo
sgradevole e inopportuno a questa
tavola che ti vol caro, non brillo.
No’ tutti abbiam passato tempesta
e l’invidia che tu sembra provare
per la serenità del dì di festa
che t’accolse, è da rimproverare.”
Rossore rossì mi’ volto a tale
reprimenda: m’era duro afferrare
con la mente quel che trova canale
diretto verso il core, ch’avvampa
guance pria che capisci finale.
“Di che colpe cianci, o donna svampa?”
d’impulso i’ stava a dimandarle
ma po’ dissi: “I’ di doli non campa
e non so di che colpe tu mi parle.”
“M’accidesti” fe’ Mago sorseggiando
vinello. “Le balle, tu sa pomparle”
‘sclamai scioccato, “ché allorquando
moristi, s’era tanti a vedere
che fu ‘mperator, man di sgherro armando,
a farti secco, fa’ meglio a tacere.”
“Tu fosti: per tuo’ scopi romanzeschi
i’ morsi, ché tu volèa sostenere
guerra per disporre po’ dei teschi
e poetar ‘esserononessere’.”
“I’ so’ stupito ch’uno par te peschi
nel torbido e non ci può credere.”
“Se tu non credi a me, non credi a te.”
“Da come mangi, tu sa’ ben vivere”
gli ruttai ‘ncancrenito. “Non è che
queste so’ certezze” si fe’ paciere
Pinocchio, “son solo ipotesi, deh.”
“La mia, e tu Pino non temere,
è sintesi d’antitesi e tesi”
fe’ Mago, espulsi d’olive nere
noccioli. “I’ son d’idea che tesi
e antitesi faccian dialettica”
enunciai assa’ presto e tesi
parean rapporti nostri, ch’etica
talor si scontra, quando si esterna,
per desiderio di farsi estetica.
Fummo distratti da un con lanterna
ch’entrò senza bussare e possente
tonò: “Vecchio che son, cerco l’eterna
pace.” “Diogene” ‘sclamai “vente
porta pur te d’oltretomba? Trovasti
l’omo? Ne fosti alfin conoscente?”
“Non Diogene, son Farìa e casti
amici d’esta casa mi dan l’erbe
che leniscon l’acciacchi che co’ fasti
fan bilancia dell’ancora imberbe.”
“Vie’ Farìa” fe’ Pinocchio alzandosi
“medicamenti per te sempr’i’ serbe.”
Quando l’attenzione, riaffacciandosi
appetito, tornò a cibi, Mago
vidi scomparso. “Mbè?” chiesi. “Datosi
ch’era sazio, Mago andò via pago”
fe’ bimbetta. “Come?” ancor dimando.
“Lu’ passa li muri” fe’ bimbo vago.
Farìa pur andò, ed i’ tornando
a motivo di mi’ visita, dissi
di Carletto che m’andavo cercando.
“Il paese de’ Balocchi, si che ci vissi”
Pinocchio sospirò “e quell’asino
di Lucignolo c’è rimasto, ‘l scrissi
a suo’ genitori. Giust’è: pesino
quei che vanno di non restarvi
lungo tempo, che è posto pessimo.”
“Come si può” m’adombrai, “andarvi
in ‘sto paese, sol perché si odia
matematica? Son numeri parvi
esempi di perfezione e non tedia
l’infinito, ch’ampie possibilità
n’offre d’evitar d’animo l’inedia.”
“A scrutar l’ignoto, son infinità
gli strumenti che ci fuor concessi
e può esser ch’ a Carletto converrà,
com’accadde a me, ch’ei trova essi
per suo conto seguendo su’ via
e che altri ‘l protegga da eccessi”
fe’ Pino mentre bambini van via
e Fatìma mette mano su sua
mostrando concreta che d’utopia
non fa parte amore, che la bua
de’ piccoli sana, come ferite
de’ grandi cicatrizza e la sua
aura si spande, talché perite
furon anche per quel dì le ansietà
mie e m’addormii fra pepite
d’oro a sera, com’era in verità
accaduto a casa de’ genitori
di Lucignolo e me n’ebbi pietà.
E sognai ch’avea adulatori
mentr’io imbiancava le pareti
ed erano tutti degli attori,
chi buoni e chi meno e po’ lieti
tutti si giocava con mappa fatta
a palla e rosse venner pareti
e po’ piovve e un altro che imbratta
urla un nome di donna, Barbara,
e n’appaiono due mentre schiatta
cisterna piena e su chi fa gara
s’abbatte l’acqua e c’è gran spavento
e poi si ride pur di chi bara.
Al risveglio mi tocca’ vivo, vento
scoteva l’alberi, piegava rami
e li freddava con neve, ma cento
tronchi tutti resistevano, stami
tra terra e cielo com’è l’umano
che suo’ piedi radicano e l’ami
per questo, ma la testa, più di mano
sta ‘n alto e tende all’altissimo.
Dopo la colazione feci piano
di partire tosto ma po’ l’intimo
de l’ambiente mi convinse a restare
finché turbe di natura cessino.
Gioca’ coi bimbi e ne fu’ ilare,
po’ con Pino e Fatìma d’imperator
si parlò e di quel ch’occorre fare
per evitare si propaghi dolor.
Freddo era, come sarà, ma tocco
con la mano ed avverto calor
che prova l’abitante di Marocco. 612
V
Tre giorni rimasi ‘nfra domestici
lari di Pino e di sua gente,
finché calmò bufera, e mesti ci
salutammo a mi’ partenza. Lente
le gambe per la neve che sbiancava
colori, m’en iva come chi sente
celeste musica che s’inondava
dal tutto e usava da ‘nterprete
mi’ corpo fisico ch’a se sonava.
I’ mi fermavo sovente, ospite
per notte, in casette contadine,
misere e talora decrepite,
senza legna per foco, ché il fine
di Dio m’era mostrare quant’arde
umanità di poveri, ch’affine
tua protezione, come fan barde
per cavalli, sicché freddo non trase
a trafigger sangue che n’è codarde.
Per lunghi tratti di strada, a fase,
talor m’accompagnava un cagnone
di que’ grossi e buoni (ma non rimase
meco alfine) che presero nome
da Bernardo: esso accarezzare
scaldava mani più che su’ groppone.
Mi piaceva molto immaginare
ch’un pittore bravo mi ritraesse
con lui durante mi’camminare
su strade innevate sì ch’i potesse
conservar dipinto per mi’ vecchiezza.
Du’ ch’eran vestite da poetesse
m’indicaron tratto finale, mezza
giornata ancora, per luogo cercato.
Ancor non lo vedevo, che brezza
mi portò gran chiasso e dissi ‘trovato’.
Nugol di ragazzi ‘n festa m’accolse,
soni emettendo che fecer boato:
fischi e applausi fin che mi dolse
gran casotto e chiesi di calmarsi.
Ma fragor aumentò e mi colse
desiderio di menar schiaffi, arsi
di voglia di punir ‘sti somarelli
che di scola vollero dileggiarsi.
Alfin si quietaron e un di quelli
più vispi mi dimandò serio l’età.
“Son nel mezzo” risposi a sbruffoncelli.
“Allor qui non puo’ tu star, ch’è onestà
dirti: l’anni so’ troppi. Vattìnne.”
“Perché ho da rispettar la vetustà
di regole caduche più di zinne
di tua madre?” dimandai scontroso.
“Le zinne, le zinne, tette, le menne”
scoppio di coro sguaia’ e giocoso
accolse mi’ parole e ‘mbarazzò
bimbo guardiano ch’era festoso
e divenne maggior scuro che si può.
“Che cosa cerchi qui?” chiese stufato.
“Son venuto a pigliar Carletto e ciò
ti basti” dissi. “Lui è qui beato”
piccino s’intromise “e null’altro
no’ ti si dice, omo screanzato.”
Fu allor che lo vidi: non son scaltro
a riconoscer volti, ma su’ chioma
‘ncandescente la vedon pur a Baltro
ch’è isola lontan’assa’ da Roma
e dall’Italia tutta; lo raggiunsi,
facile superando, è assioma,
combriccola vociante e gl’ingiunsi:
“Vien meco, tu mi conosci, notizia
brutta t’ho a dare, ché me n’assunsi
compito e dovere per l’amicizia
grande che a tu’ babbo mi legava.
Sii forte: i’ t’apporto mestizia.”
“E’ morto” disse semplice, e dava
de’ calci al muro ch’aumentarono
d’intensità: finì che sanguinava
e lo ferma’ stringendolo. Piangono
infine suoi occhi pe’ dolori
i qual frammischiano e s’intrudono
e distinguer non san manco dottori
quelli fisici da que’ dell’anima,
tu sol sa’ che si senton strutti i cori.
Con acqua di fontanella limpida
gli bagna’ ferite e si consolò,
po’ ci sedemmo su panca candida
di marmo, lontana dai giocagiò,
ed a lui assorto raccontai
d’eroismi di su’ babbo e cangiò
l’espression sua, come se giammai
Tommaso morse e stava inve’ vivo
tra noi e gioia ‘nframmezzò lai.
Mi portò in su’ stanza ed i’ stupivo
dell’ordine che regnava: “Li tempi
so’ cambiati” disse, “e ‘n positivo
da l’epoca di Pinocchio e scempi
ve n’è pochi orma’ qui a’ Balocchi.
Se è vero che non abbiam de’ templi,
le cose son gradevoli all’occhi
e a’ sensi de l’abitanti cinni
che cresciuti n’aiutano (e tocchi
con mano lor fatto) pri’ che se n’inni.”
“E Lucignolo?” dimandai. “Tornò,
da ciuco ch’era, affrancato… scinni
da tavola gatto nero” rimbrottò
bestiola e dipo’ la prese seco.
“E ch’avvenne? Quale storia scriverò
a’ genitori soi? Che gl’arreco?”
“Non bella: pria che tra no’ rientrasse,
bimbi l’avean visto ch’era greco.”
“Che significa?” “Tra l’antichi grasse
usanze v’erano, tu l’ha studiato:
su’ padron lo penetrò ‘n culo, masse
d’infanti videro e ‘colloquiato’
si sparse qui, tant’è che lu’ diceva:
‘i’ non vo’ l’imene restaurato,
ma perché s’ha da saper ch’i aveva
culo sgarrupato?’ Lo deridevano
i bambini e lu’ se ne doleva,
ché colpe di padrone cadevano
su schiavo. Finì che d’alto dirupo
si gettò e l’altri lo piangevano.”
“Poretto” commentai, “talor lupo
adulto si necessita per salvar
lupacchiotti da mondo ch’appar cupo.”
Mangiammo ‘n mensa e sentii parlar
pur lì d’Adolfo, che de’ spedizioni
mannava per bambini arrubbare.
Cibi eran boni e i du’ stanzoni
lustri. Vidi qualcun giovanotto.
“Talor si resta o tornano: doni
ci fanno con lor presenza e sotto
sotto l’adulti nun ce dispiacciono”
Carletto spiegò e un scappellotto
die’ a un che gridava. “Che, tacciono
que’ ch’han da dire?” con forzata flemma
cinno si ribella. “Si, se mangiano”
fe’ Carlo. E vidi vecchio con gemma. 1112
VI
I’ deve confessare ch’ero stato
attratto da su’ lunga barba bianca
sotto la quale risplendea, fiato
ch’emana natura pur quando manca
polmone, una pietra che luceva
artificiale ma n’appare franca.
Solo che, m’accorsi poi, teneva
vecchio vera gemma non a monile
appesa, ma lu’ accanto e viveva:
avea questa l’età infantile,
lunghi capelli e l’occhi ch’hanno
que’ che catturano pur sguardo vile.
Altro da Gemma era nome, danno
non fo però a chiamarla qui tale,
mentre l’anziano mi disse: “Bonanno.”
“Bonanno” petei vago, ché male
mi facea spostare l’attenzione
da bimba a lui. “Grazie” fe’ gioviale.
“Di che?” chiesi guardandolo di sprone.
“Che m’augurasti felice novo
anno” rispuose ed i’ feci questione:
“Tu per primo lo facesti: rinnovo
l’auguri.” “Aspetta almen che passi
vecchio” disse misterioso a covo
di mia mente. “Tu se’, ch’i notassi,
l’unico: altro anziano ho da vedere?”
“I’ mi riferiva all’anno. Campassimo
no’ ancor ‘sto rimasuglio (nevvere?)
pria di ridare lo benvenuto
al prossimo. Non è meglio, ti pere?”
Strano esprimer di vecchio mi’ tessuto
di cervello lavava. “Tu ha detto
‘ti pere’ inve’ che ‘ti pare’. Puto,
per caso, ché tu emetti verdetto
di presa in giro? O tu conoscesti
Murator, che sì parlava dialetto?”
dimandai ‘ntronato. “Or dicesti
muratore? Si, certo che conobbi…
pure l’idraulico, già. Se’ desti?”
Mi sedetti fronte a lui, ché hobby
suo mi parve far l’altri più fessi
di quel che sono. “Tu nome fa Bobbi?”
‘l chiesi per far rima. “Ma se adessi
dissi Bonanno.” “I’ capii ch’a me
e Carlo l’augurasti: ad essi
tutti bimbi tu l’ha pur detto?” “Caffè?”
chiese Gemma per rima. “No, so’ Dante”
rispuosi. “E lui Bonanno, ci se’?”
disse Gemma pacata, ma semblante
emetter gran risata. “Sì t’appelli?”
esclama’ stùpito. “Sono cangiante,
ma sempre vo’ che sì mi s’interpelli.”
“E l’auguri?” dimandai. “Valgono,
anche buon Natale, che somarelli
tra un po’ di giorni quivi scelgono
di festeggiar e là ‘nfondo v’è presepe.”
“Come dicono que’ ch’antepongono
salut’a conoscenza, fo celebre:
bonnatale Bonanno” dissi allegro
e versa’ da bere (acqua) a tenere
anime di Carlo e Gemma e all’egro
duo confuso di me e Bonanno.
Vecchio mi contò che spesso, in segro
da su’ gente, venia senz’affanno
ad aiutar bambini di Balocchi,
con Gemma ch’è nipote, perché sanno
dar affetto, e non è da pitocchi
cercarlo, ragazzi a chi glien’offre
e in su’ paese, ‘ndove Balocchi
si biasima, bimbi spesso più soffre.
“Vien meco” fe’ allor Carlo tirando
mi’ braccio e scorsi spirto che soffie
su volto suo prim’amor portando.
“Ti colpì Gemma?” ‘l chiesi quando
soli fummo. “La stava sol guardando”
lu’ fe’, pelle di viso colorando
del color dei folti suo’ capelli.
E mi disse, per strada camminando,
che assegnavami stanza per quelli
che venivano a riprendersi figli.
Era vicino a sua e de’ velli
assicuravan calda notte: “Pigli
freddo senza” disse tan’ per parlare.
“A camin di refettorio assomigli”
gli dissi. “’n che senso?” vol’ dimandare.
“Che sai scaldar la gente” sorrisi.
Si fe’ radioso. “Tu può riposare”
disse. “Vero che son stanco” ammisi
“ma luce ancor c’è.” “Bene, allora
ti mostro biblioteca.” “Tu?” ‘l derisi
facendol rabbuiare. “I’ sinora
sopporta tuo fare, ma da Gemma
torneresti ch’è bimba e non signora.”
Attonito rimasi: “Tuo lemma
s’ha da far teorema acché capisco.”
“Da come l’ha guatata, solo stemma
ti mancava ‘n fronte: ti concupisco.”
“Se’ matto?” m’irritai. “Se non vedo,
allor prevedo e pria t’impazzisco”
affermò ro’ di fuoco, “ché non cedo
a Matusalemme quel ch’è balocco
de’ piccoli: tu ne faresti arredo.”
Scombinate logiche dello sciocco
ragazzo turbarono mi’ quiete
sittanto che desiderio allocco
mi prese come chi vol placar sete
strana aspirando fumo in viscere
e cercai con sguardo ebete
de’ rametti che si può far cenere
fra labbra, ma del tempo mi sovvenne:
è l’età, i’ pensai, che Venere
col Bacco s’accoppia e minorenne
senza voglia se n’esce di cervello.
Sbollii turbe a guardar che lenne
scendea la neve ed un uccello,
su ramo appollaiato, resisteva
al freddo, bello senza farsi bello.
“Dov’è biblioteca?” i’ decideva
alfin di chiedere pacato, volto
a Carletto che silenzio chiudeva.
Mi condusse in edificio e colto
piccino n’accolse e disse: “Hic est
locus ubi mors gaudet succurrere
vita.” Senza volere, mi toccai
pudende ed accessi in enorme stanza
con tomi su scaffal posti che mai
tanti ebbi pria veduto. Baldanza
fe’ dir a Carletto: “Eh?”. Guardatolo,
mi strizzò l’occhio. Vidi gran costanza
ne’ bimbi chini a studiare. Edito
v’era d’ogni grande: Seneca, Plato,
Ciceron, Averroè e medito
a sfogliar libro d’omonimo, nato
fiorentino, ch’a su’opra ‘Comedia’
die’ titolo e ne fu’ dilettato
cotanto che, lettor non far tragedia,
versi suo’ qui riportai tra miei,
ché coll’autore po’ si rimedia
‘nquanto a diritti: tra poeti e dei
si scambian favori pel son di croma.
M’aprirono versi di Saffo, lei
cantata d’Alceo ‘divina, chioma
di viola’ donna d’amori e d’amistà.
Dall’Ellade mi strattonò idioma
di Carletto che d’Archimede vertade
lodava leggendo ‘Delle spirali’.
Po’ disse di formula fatta beltà:
“E=mcdue.” “Che vali?”
feci. “E’ mia e ne trova’ conferma.”
“Eureka” dissi, “ti firmo cambiali.”
E si fe’ pronto a menar di scherma. 1612
VII
Chissà perché, all'udire formula
bella a sentirsi, ma ch'era ignota
a mente, meditai ch'ignobile
talor diciamo di cosa che scuota
quant'è saputo e c'immerge, temi,
nell'acque mosse indo' l'acume nuota.
E ricordai ch'a simil problemi,
posti da barcaiolo, reazione
mia fu scomposta tan' perché schemi
stravolgeva, quanto perché taglione
m'imponea d'apparir sgarbato
a chi di tre dì, per soddisfazione
sua, traghetto avea tardato.
Così ch'ad apostrofo "Tu se' fesso"
rivoltomi da Carlo, senza fiato
stetti più per scelta che per complesso.
Sortimmo da biblioteca 'llorché fuochi
fatui chiedean di vista eccesso
e freddo di sera n'accolse: pochi
bimbi pe' strada 'ntonan melodie
natalizie e soni d'angeli a rochi
stridi si frammischiano sine die
e sembran diriger luci di tede;
l'udiamo pur mentre filosofie
d' E Carlo mi spiega qua' con fede
in su' stanza: "Scopersi ch'energia,
sole c'insegna, bene per chi crede,
ha da partir da massa e seguir via
indicata dal tangibile ch'essa
scorta com'è cometa con su' scia."
"Tu ren' chiari l' E e l' m, i' confessa,
ma oscuro m'è restante C quadro"
gl'obbiettai, ché la ragion s'impressa.
"Quell'è velocità di luce (quadro
t'è chiaro?) per se moltiplicata"
fe' sicuro, com'è di Dio ladro.
"Sa' tu dare dimostrazion provata
di quant'affermi?" 'l chiesi ignorante
ma convinto ch'è bona su' trovata,
se non pel vero, per l'edificante:
passion per essa avea scacciato
timor di numeri, ch'é da infante.
"No" si sconsolò, "penso l'accertato
venir tra secoli: intuizione
fu la mia e v'è il ragionato
dei cu' passaggi ricostruzione,
però, non sovvien a mi' memoria."
"E manca prova ad esser precisione"
commentai. "Oh, quella..." fe' con boria,
"numeri si bastan... a ricordarli."
Fu allor ch'udimmo inni di gloria
a santificar Quel di cu' più parli.
"Astro del ciel venne maschio" s'annunziò
e scendemmo 'n strada per compagnarli:
bimbi eran aumentati. "Perciò"
disse un minuscolo la cu' mano
strinse mia e tosto si sperse indo'
l'alti 'l nascondevano sicché strano
e misterioso resta l'esclamare
suo com'è per arabo Corano.
"S'é tutti" lieto fa Carlo e scompare
tra l'amici nell'attimo che scorgo
Bonanno per su' gemma luminare.
Trambusto e battimani coprirono
canti quando gran statua di Bambino
du' lunghe catene adagiarono
su pagliericcio, d'alto di molino
calata, tra icone di Giuseppe
e Maria cu' gioia n'ha confino.
Bimbo che s'immagina prete
montò su presepe e finse messa
nel silenzio 'mprovviso che compete
a solenne e azzera la ressa
de' corpi, perché anima comanda
e fa si che l'inutile si cessa.
E nevicò: su presepe e su landa.
E s'imbiancò ogn'esser nostro 'n cima.
E raffreddò l'incendio che fa banda
de' pensieri quando suon non collima.
E com'accade allor ch'universo tace
e vien facile con esso far rima,
fummo 'nondati da senso di pace
che bimbi fa adulti e grandi cinni
e Dio s'immette e su' voler face.
Gemme di Bonanno durante l'inni
finali ebbi accanto, com'anche
Carlo e un su' compagno detto Ninni.
Po' bimbi defluirono su bianche
vie, a capannelli, da fiaccole
lumati, tremolanti, voci stanche
'l cui chiacchierar ravviva l'anima
e 'ntorpidisce sensi, conciliando
corpo co' Morfeo ch'a sonno àncora.
Giorno di Natale, candor trovando
su strade e tetti, ci riunimmo tosto
tutti 'n refettorio portando
ciocchi, buoni per fiamme e pe' l'arrosto.
Si riscaldava Carlo anche a dir
con Gemma d'energia e disposto
era ad illustrare balzana idea
che luce di tempo si necessita
a percorrer spazio e che potean
vedere raggi di sole, l'omini
da terra, otto minuti appresso
ch'erano partiti. "Figuriamoci
stelle" gli die' corda Bonanno. "Stesso
principio vale, ma essendo l'astri
notturni assa' più lontan d'esso,
loro luce 'mpiega anni (s'incastri
concetto) per raggiungere 'l pianeta
nostro e se avvennero disastri
che stelle fecer scomparire, meta
il nulla raggiungerà tempo dopo
e no' continueremo, per pìeta
divina, a vederne luce, ch'é scopo;
pur non esistendo più l'astro, mezzo
che Dio , come gatto contr'a topo,
usa al fin d'illuminarci." "Se' grezzo:
Ei non è si cruento da crear
gatto sol per sbranar topo, per vezzo"
intervenne sensata Gemma, "far
non puoi d'ogni erba un fascio."
Arrossì Carlo e pres'a balbettar
qual scienziato che vede a scatafascio
finir su' dimostrazione a causa
d'error piccolo ma fatale. "Lascio"
disse alfine e mis' in pausa
su' lingua ché lacrime sgorgarono
e scorsero su guancia e da nausea
fu preso per l'azzardo: franarono
sue certezze 'nnanzi all'errore,
ch'adolescenti ma' sopportarono
e l'omo inve' tollera, ché con core
sa 'l cresciuto pur ragionar. Si rese
conto Gemma e gli disse: "Timore
tuo fa pianger senato cinese." 2712
VIII
S’attese l’inizio d’anno in clima
di festa ch’ancora non è letizia
perché l’età sol divers’età lima
e com’a bimbo par poca canizia,
sì l’adulto s’avverte ch’è assente
pur che s’industria a scacciar pigrizia.
Gemma di Bonanno che non consente
grammatica d’iniziar qui piccola
attirava sguardo mio sovente
‘n que’ giorni qual forma fa con zoccola
mentr’udito dilettava favella
di vecchio ch’i’ apparo a fiaccola
che in buio di bosco si fa stella
e no’ si gusta che a novo mondo
guardi sole e ci lasci notte bella.
Una volta, che s’andava a fondo
con racchette a seguir di torrente
corso, ad osservar biancore mondo
di neve posata che fa ardente
pulsar sangue di poeta qua’ quanto
donna ignuda e ‘mmacolata piacente,
l’avo mi parlò che la chiesa fe’ santo
Francesco, come anche Agostino,
ch’ebbe vita dissoluta soltanto
pria e po’ coll’uno si fe’ trino,
ma c’è omini santi da subito,
i qua’ peccatori morono infino
se non han fortuna di decubito
che salvaguarda santità terrena.
Scoppiai in gran risata, che dubito
Signore voglia farmene pena,
per preoccupazioni di Bonanno.
“Viso tuo m’ispira ch’hai appena
peccato a temer ch’E’ fa ‘nganno”
dissi. “Non è lo stesso per te?” chiese
arguto. Guardai gemma per danno
mitigare, poiché in più riprese
feci pensiero di deviar da retto.
“Si può sbagliar volendo: le sorprese
che fa vita non restano concetto”
ammisi vergognoso. “Vuo’ ti laccio
racchetta slegata?” “I’ ti rispetto”
ringraziai. Po’ disse: “I’ ti faccio
previsione: addirittura papa
verrà, dei cui dolori taccio,
ché li porterà con gioia: su’ capa
lo farà sbagliare sapendo, ‘sperto
verrà, ma per cavar sangue da rapa
s’ha da stonare pria in concerto
e l’ascoltatori delusi diran
‘peccato’ ma non l’è, ché sol da ‘ncerto
vien scintilla che da speranza al diman.”
“N’apparirà fallito?” “Si, ma santo:
e tutti, pur que’ che non sanno, sapran”
chiuse e riprendemmo cammin pertanto,
punti su neve che fan quattro scie.
“Vie’ che ti porto ‘ndove stan soltanto
bimbe” fe’ Carletto un mattino. “Vie
tu solo conosci?” ‘l chiesi ridendo
ché i’ poche n’avea viste ‘n mie
uscite e sempre in refettorio. “Spendo
du’ parole: non so’ molte e no’ tutti
l’ignoriamo, segregarle volendo.”
“Regolamenti vostri so’ brutti”
‘sclamai preoccupato. “Siam giunti”
disse mostrando edificio co’ putti
su architrave che paion compunti.
V’era ‘nciso su marmo: “Sanatorio.”
S’entrò in stanza linda che di munti
di vacca assa’ odorava. “L’emporio
qui porta tanto latte” fe’ Carletto
mostrando de’ bidoni. “Che mortorio”
po’ disse, “non v’è nessuna: sospetto
so’ tutte a curar malati. Bussò
a porta successiva e gancetto
sentimmo scollegare. “Or non si può”
s’affaccia brunetta ch’ha viso vispo,
“siam tutte ‘n visita… c’è Dante, ohibò,
beh, s’ha d’attender comunque: è dispo.”
E chiude. “Loro so’ contente” spiega
Carlo “ché ‘mportanti a levar cispo
dei piangenti si senton e bega
non fanno in altri affari, dotti
però ben sanno, e nessun lo nega,
che malattie di bimbi son botti
a salve e guariscono da sole.”
Ero pien di maraviglia ché notti
tenebrose m’aspettavo e sole
inve’ trovava in Pae’ de’ Balocchi.
Fu allor che lesto batter di sole
udimmo fori e grida e rintocchi
di picciol campane e leste cinne
sortirono: su carretto, da brocchi
trainato, v’era bimbetto. “Dinne
ch’è successo” chie’ severa biondina.
“S’è tuffato in torrente con pinne
pe’ recuperar cagnetto ma brina
lo gelò” rispo’ Ninni che guidava.
Lo presero e ‘l portarono fin’a
stanza grande co’ letti ch’impregnava
etere e ‘l misero press’ a fuoco
e ‘l rianimarono co’ mano brava.
Festeggiamenti di fin’anno poco
chiassosi furono: s’era riuniti
in salone di casa con gran fuoco
indove marmocchi facean riti
d’amministrar spigolosi villaggio,
dopo cenone privo di grugniti
a ba’ di lenticchie che dan coraggio
e portan bene all’anno che verrà.
Ma non volle destino che passaggio
al novo fosse qual no’ lo si confa,
ché porta s’apre inmentre si brinda
ed omo trase, ‘nnevato, per di là.
“Pinocchio” i’ fo nel veder che linda
neve scrolla, levatosi colbacco.
“Dante, amico mio, bimbi, sin da
ingresso m’avvidi che, pofferbacco,
paese è meglio di quel ch’era. E’ meco
Faria e lega cavalli: stacco
tosto co’ complimenti ché v’arreco
triste novità colli auguri
di mia gente: imperator bieco
die’ ordine ch’esercito s’infuri
a distrugger Balocchi e scannare
tutti l’astanti pur che so’ ‘mmaturi.”
Coro di bimbi s’udì protestare
protervia ‘nvereconda di chi strappa
la gioia e sa solo danneggiare.
“E’ seppe” proseguì Pino, e mappa
agita per calmar l’animi, “che que’
ch’escon di qui cresciuti fanno tappa
nel contado e sobillano d’ide’
strane li zappanti a dir che terre
s’appartengon a chi coltiva e de’
far l’interessi propri chi s’afferre
a ragione ch’è diritto di testa.”
“Aspetta” fe’ Bonanno, “non c’atterre
ciò, ché bon anno novo non s’arresta.” 11
IX
“I’ conosco gran grotta su vicino
monte che può contener tutti quanti
in attesa ch’estate fa mattino”
fe’ Bonanno per far tornar festanti
i musi ‘mmugugniti de’ fanciulli.
“Ma presto s’ha da fare, ché pressanti
sono i tempi: ‘nfra du’ giorni bulli
avran raggiunto queste case vive
pe’ farne tuguri, com’è da grulli”
aggiunse Pinocchio ch’ebbe cattive
angosce: ansia gli dava futuro
di bambini perché danno convive
pur se colpe so’ d’altri di sicuro.
“Orsù” ripre’ Bonanno a gruppo volto
de’ più grandi, “ciascun sia maturo:
raccogliamo quant’è ‘mportante molto
che si può caricar su l’animali
acché pur trasportabile maltolto
non divenga a favor di que’ maiali
e si fa qui radunati quan’ prima
per salvar noi che siam principali.”
“Mo che fa senato cinese ‘n rima?”
chie’ sarcastico Carletto a Gemma
cu’ risposta fu: “Or riso concima.”
“Tu’ cervello è fisico, fo lemma”
disse Carlo, con stupore in viso,
che comprender costituì dilemma,
po’ m’accorsi di turgor condiviso.
“Sa tu perché donna odia fisica?”
ripre’ Gemma che si vol decisa.
“No” fe’ lui. “L’apprezzar ‘che fisico’
de’ maschi non le piace.” “I’ diverso
dissi” lu’reagì. “Ben, siam fisici,
allora” le’ rise e lo lasciò perso.
Bambini si sparpagliarono ‘ngiro
per paese che spirto di perverso
farà maceria a ragionar crumiro.
Si restò no’ tre con l’anzian Faria
a parlar di marcia e di ritiro.
“Vedranno tracce, oh gesummaria”
fe’ quest’ultimo a sentir progetto.
“I’ pensa torn’a nevicare e via
s’imbianca” pregò Bonanno. “Premetto
che non son bono a far distruzione”
‘ntervenni, “ma a ben capir, m’aspetto
si varchi ponte per no’ direzione:
convien pertanto s’abbatta appena
siam passati, ché torrente sornione,
vistosi privato d’esso, con piena
maramaldi ferma e lascia all’asciutto.”
“Ti manca nobel” udii su schiena
voce di Mago ma, voltato, frutto
non ebbi di vederlo. “Che mi disse?”
a Pino dimandai. “Nien’ di brutto”
rispose, “per non dirti co’ prolisse,
soltan’ ridea che non se’ nobile.”
“L’avi mia” cominciai, “che visser…”
“Lascia perdere e non stare immobile,
perché tu pure tien da far fagotto”
Pino ripre’. E par donna nubile
che cerca celibe indo’ ne stan otto,
sì m’avvia’ sicuro inver’ mi’ stanza.
I’ stupii che popolo ottentotto
m’accolse al ritorno per baldanza
di numeri, ché a cinni s’aggiungon
l’animali che fanno sudditanza:
pecor’e montoni, un persin capron,
vacche muggenti, brocch’e asinelli
e conigli, per non contar chi padron
non tene vero come cani belli
e gatti, po’ galline dentr’ a stie
che montan su’ muli de l’orfanelli
per scelta che proteste fecer pie.
Con Pino v’eran ragazzi d’accette
dotati e seghe che lor batterie
manifestavano. “Tu scommette
che nevica?” mi fe’ Bonanno. “Ponte
è meglio crollar l’istesso, che mette
a repentaglio fuga no’ su monte”
disse Pino deciso e po’ urlando:
“Ragazzi, non dovete temer l’onte
di partenza ‘nnanzi a nemico quando
forze sue son soperchie: qui fine,
ch’è nostra salvezza, non sto celiando,
giustifica mezzo, ch’è no’ confine
di paese oltrepassar per po’ chissà.”
E prese a nevicare e si fe’ fine
visivamente marea d’umiltà
fatta esseri da fuochi lumata
che nev’osteggiava come carità
vera la qual sa che non è amata
pur ch’arride l’anima e scompare,
opera sua compiuta, par tata.
L’umor de’ bimbi parve sollevare
dunque ultimo e bianco dispetto
di matrigna natura che sa dare
mentre toglie e per farle rispetto
tu dei saper cogliere quel che t’offre
al momento e che ti fa protetto
da quan’ ti leva po’ e tu non soffre.
Tragedia non mancò: tre de’ discoli
non usaron prudenza e lor goffe
movenze fecero si che, poveri,
vuoto li succhiò di tra funi e assi
e torrente al mar li rese, teneri
ancora e ‘nnocenti pur che smargiassi.
Sì morirono Gian, Burra e Asca:
altri bimbi percorreran lor passi
con maggior fortuna sicché non casca.
Ponte crollò fesso fra gli schiamazzi
sotto i nostri colpi d’ascia, che nasca
presto un altro no’ si sperava, pazzi
di quella gioia ch’ama distruggere
in du’ minuti quel ch’a far so’ cazzi.
Diciotto bimbi dovemmo perdere
in lunga marcia su neve, gelati
o d’incidente, che non so’ compere:
si smettea di pianger quan’ ghiacciati
si faceano rivoli su volto
di lacrime e ne siam perdonati.
Tre bimbi fuor salvati non molto
prima che ‘l ghermisse morte
da cinne di sanatorio ch’ascolto
prestavan a stridor per far che sorte
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