Indegna emulazione, P undici

ritratto di Onofrio Panettieri

Per correr miglior acque alza le vele

omai la navicella del mio ingegno,

ch’è dover suo ‘l tempo delle mele

 

rammentar costante al fin ch’impegno

preso con Tomma morente d’avere

cura di figlio Carletto in segno

 

d’amicizia, si possa mantenere.

A mane ii con Duca Donato

fora d’Aurocastro e ‘l tenere

 

strada su neve fu facilitato

da su’ racchette ai pie’ e da parlar

suo nervoso, quack, e concitato.

 

Si stava ‘nsieme fin all’addormentar,

ch’era solito in grott’ e casolari

talor incrociando del pellegrinar

 

le vie, li santi e li somari

coi soldi sonanti per l’indulgenze.

Lasciato ch’ebbi Duca, ad altri cari

 

diretto, di mi’ scarse conoscenze

viarie fec’industria per non smarrire

percorso inverso a quel ch’è l’essenze

 

del mio fare com’è convenire.

I’ ricordava d’avere Carletto

veduto allor ch’andai interloquire

 

 

con Tommaso che presso canaletto

appena fuori mi’ città abitava:

lo ‘ntravvidi ch’uscia per dispetto

 

a su’ babbo che lui obbligava

a star tra derrate a compitare

mentr’in stanza l’adulti si parlava.

 

I’ ricordava bimbetto sgusciare

di tra le mani di Tom, che ‘l volea

trattenerlo a forza, e guadagnare

 

rapido l’uscio e ‘l viso gl’ardea

del color della chioma profferendo

improperi che persin donna rea

 

mal sopporterebbe essi udendo.

“Fustigarlo serv’a poco” Tommaso

fe’ rassegnato, front’a me sedendo.

 

“A’ tu provato con pugni su naso?”

i volli aiutarlo, pur ch’ammetto

che di pedagogia son più raso

 

d’una tabula rasa, ch’è difetto

ch’ammanta pur li dotti professori

per timor che mondo si fa perfetto

 

co’ bimbi cresciuti e questi l’onori

si prenderanno che spetterebbero

a que’ che son stati l’educatori.   

 

“Appena l’occhi mi si chiudessero

a notte, sognerei che sanguina

mi’ naso e non si riaprirebbero”

 

rispose Tommaso sì facendomi

felice ch’i’ l’assumevo per guida.

Pria d’ir da Carletto, mi vennero

 

nostalgie di città mia, rida

chi pensa ch’i’ dell’immaginario

solo son abitante e si diffida.

 

A notte giunsi e un proprietario

di locanda m’accolse per dormire,

ma i’ bevetti solo e commentario

 

n’ebbi di co’ successe e d’avvenire.

Po’ vidi altri e pria d’aurora

feci croce in Santa Maria, dire

 

‘l resto qui non vo’ almen per ora.

E m’incamminai per raggiungere

fattoria ‘ndo stava la signora

 

che Tomma riuscì a convincere

di tenergli Carletto pur che peste

lui era e sempr’ a competere.

 

Ma ebbi sorpresa di que’ ch’investe

chi nol s’aspetta, perché sbrindellato

bambino se n’era fuito e meste

 

lacrime donna versò per l’afflato

di tristezza a saper ch’è Tomma morto.

“Tempo fa, pur d’affetto circondato,

 

nel mentre gl’insegnavo a far di conto,

s’alzò d’un tratto e disse con voce

di piccolo diavolo: ‘S’è risorto

 

Gesù appresso che l’han messincroce

grazi’a matematica? Che l’alberi

fan di conto? Li cani? Che la foce

 

d’un fiume sape dare li numeri

de l’acqua che contiene e lo mare

sa quant’è vasto? Che li cocomeri

 

si abbisognano di calcolare

semi loro e li granelli di sabbia

vuolsi a stelle paragonare

 

per dire siam più noi ch’astri abbia

cielo?’ E continuò di questo passo

senza ch’i potessi calmar su’ rabbia,

 

finché con la baldanza di gradasso

disse: ‘vo al paese de’ Balocchi,

dov’è comun principio far gran chiasso.’

 

D’allora più nol videro mie’ occhi.”

Contrariato che siffatto ribelle

i’ non m’immaginava che m’attocchi,

 

chiesi a donna che mi desse delle

indicazioni per ir nel paese

de’ Balocchi. “Oltr’il fiume, va nelle

 

terre che sono da tutti contese

e chiedi del babbo di Lucignolo,

ché lu’ c’è stato per più di un mese.”

 

“’ndo sta l’accento?” dimandai pignolo.

“Sull’i” rispose “non com’usignolo

ch’accenta l’o, ma come ‘sto mignolo.”

 

“Su mignolo tuo grande sorvolo

ch’è lungo più dello mio indice”

dissi movendo mano. “Te consolo”

 

diss’ella ancora “a dirti ch’indìce

oggi lo comitato di fattori

consulto per stabilir se l’indice

 

v’è d’alcuno, è per scommettitori,

che superi mignol mio per lungo.”

“Lo medio è medio ne’ valori”

 

ribattei rapido a sto punto

accostando a suo mi’ medio.

“Lo so: per questo a volte i’ smungo”

 

s’intristì e consolar suo tedio

io dovetti com’io potetti.

Du’ ore dopo, trovato rimedio,

 

ch’a pensar quale lettor si diletti,

andai in cerca di barcaiolo

ch’era omo da’ modi assa’ gretti.

 

“Io non può traghettare te solo”

esordì scontroso “s’ha da essere

almeno tre per lasciare il molo.”

 

“E quanto s’aspetta terzo messere?”

chiesi. “M’arriva cliente fra tre dì”

“E se i’ me n’andassi, ‘sto messere

 

come parte da solo? Adesso di’”

“Tu ha prenotato e qui tu resta”

“Perché, sennò?” “Tu fa la figura di

 

sciocco ché prima dici e po’ t’arresta.”

E’ facile capire quel ch’i scelse:

restai tre dì con donna che mesta

 

mai fu e po’ fune di barca svelse.  2511

 

 

 

II

 

“Santa croce mia sarà Carletto”

mi dimandai proccupato, “qual è

Gerusalemme per romano petto?”

 

Tragitto ‘n barca m’apparve non com’è

normale, ché mente accelerata

lo fe’ più lungo molto di quello ch’è:

 

silenzio d’omo ai remi, calata

d’acqua quieta, de’ pochi e lontani

segni di vita, l’aria non gelata

 

ma del freddo di mattina che, cani

san bene, annuncia un sole baldo,

ecco com’era e ‘ntanto a vani

 

tentativi d’omo i’ penso e scaldo

cervello d’opzioni che rotano

e ti fanno sentire maramaldo

 

ver’ te o l’altri e tutti notano

li pesci, che li vedi o son fondi;

che sì paia o ch’è, tutti notano.

 

Mi trasse da terribili mie’ mondi

barcaiolo che roco sentenziava:

“Nulla si crea, se’ tu che confondi.”

 

“Come?” chiesi. “I’ ti delucidava”

fe’ lui. “Ma s’i stavo taciturno”

‘sclamai. “Tu mente mi rintronava”

 

continuò ‘mperterrito “par Saturno

l’anelli soi: vedo ghirigori

che tu’ capo produce e che a turno

 

t’angustiano come fan genitori.”

“S’è come dici, nulla si distrugge”

l’assecondai, ché a pensatori

 

stolti è meglio che leon non rugge.

“Tutto si trasforma” fe’ soddisfatto.

Non caddi in su’ tranello cui sfugge

 

l’Assoluto, per evitar l’impatto

e tacqui. “Pure tempo è relativo”

s’indispettì a mi’ silenzio ‘l matto.

 

Approdammo e lo lasciai, schivo

de l’assurdità sue. Nel cammino,

però, stetti a pensare che vivo

 

suo discorrere, strano mattino,

cominciato dalla metà del fiume,

m’avea fatto sembrare più fino

 

percorso (che fosse vero acume?)

di quand’io silente meditava.

Passato ch’era tempo, quando lume

 

di sole mia ombra allungava

e poco mancando a sua sparizione

‘ncontrai un bracciante che zoppicava

 

e a lui chiesi l’abitazione

di babbo di Lucignolo. “So’ io”

fe’ “che voi? Se’ tu costernazione

 

nova che mi porta nostr’iddio

per causa dello scavezzacollo

che tutti dicon esser a me fìo?”

 

“I’ vo’ sapere solo, e po’ ti mollo,

la strada per paese de’ Balocchi,

poiché vi cerco ragazzo ch’à frollo

 

cervello, dev’esser per li pidocchi.”

“Non c’annare, non c’annare, non c’anna…”

“T’ho inteso, che udito de’ brocchi

 

non tengo, ma purtroppo Carlo sta là”

dissi “e l’ho da recuperare, ché

di ciò su babbo mi die’ la facoltà.”

 

“E’ sera ormai: vieni meco, ché

t’ospito per notte e t’offro ricotta

di mie vacche.” “Grazie.” “Nonceddicché.”

 

Raggiunta fattoria sua, a lotta

di galli assistetti sotto lucerna

che si beccavano sopra e sotta.

 

“So’ scemi” disse “ché fanno eterna

lotta ‘nconcludente senza neanche

presenza di galline che fan cerna”

 

e gli diè calci con su’ gambe stanche

per separarli, pria ch’entrassimo

in casa dove stava donna, d’anche

 

larghe ma che tenea finissimo

viso e l’occhi scaltri di persona

povera, di quelle che s’arrangiano.

 

“Ella è Pasqualina, mogli’ e matrona

di mi’ magione e madre purtroppo

del bellimbusto di vita guascona.”

 

Ci vide e disse: “Mi viene un groppo

in gola a pensar che forestiero

n’arreca nove di colu’ che poppo

 

ancor ne’ sogni pur che cimitero

s’appresta ad accogliere mie spoglie.”

“Non t’angustiar, moglie: i’ so per vero

 

che di tu’ corpo morte non ten voglie

e che paradiso può attendere.

L’ospite nostro vol traversar soglie

 

d’orrido paese che fe’ perdere

Lucignolo e qui sta per passar notte.”

“Oh, sol che cena è orma’ cenere,

 

ché tutte bruciai patate cotte;

foresto, tengo pane e lattuga

e se ti è poco, chi se ne fotte!”

 

Sorpreso restai per tale fuga

da bone maniere che avvertii

dal tono e da improvvisa ruga

 

ch’è di quelle che vedi negl’addii,

ché termine ‘fotte’ novo sonava

a mi’ orecchie com’a que’ de’ pii

 

cui ‘nseguito chiesi e turbava

tal moto a qualcuno, i’ me n’accorsi,

e non capendo che significava,

 

lo dissi a tanti, sicché concorsi

a su’ diffusione e ancor oggi

qualcuno mi face de’ discorsi

 

che poi conclude: “ … in tuo’ alloggi

fottiti” ma da tempo più non chiedo

“che vol dir?” manco su’ turgidi poggi.

 

“Pane mi piace” dissi “e non credo

che mangiar lattuga tua ti privi

del pranzo di domani, sennò ledo.”

 

“Siedi e mangia, omo, e descrivi

motivo di tu’ ricerca” fe’ grave

marito e lor parlai de’ vivi

 

e de’ morti pure, ché non son fave.

E di Tomma e Chisciotte, per me divi,

e di Branca e l’altri, che son mi’ trave.

 

Dormii saporito de’ convivi

e ben caldo su duro pavimento

presso al gran camino che era ivi

 

e giorno appresso ci fu fermento

a mi’ partenza com’a conoscerci

da gran tempo e ne fui contento.

 

In cammin ‘ncontrai de’ tori guerci

che mi fissavano con quattro occhi

e otto corna ed eran pure lerci

 

e non m’avvicinai, ch’è da tocchi

contrario e m’avviai senza sosta

per paese del capo de’ Pinocchi,

 

ché lu’ sa strada, da percorrer tosta. 2911

 

 

 

III

 

Non appena paese vidi, erto

su colle, parente vicino, però

lontano com’ho poi discoperto,

 

omo nasuto e magro s’avvicinò:

“I’ so’ vero sol per una volta al dì.”

“Se’ tu Pinocchio?” “Davvero non lo so.”

 

“E io lo so?” “Sono certo che sì.”

“Grazie” ‘l dissi e ripresi cammino.

Affaticato arrivai e lì

 

nessun comparìa per strada infino

a quando giunsi su triangolare

piazzetta con chiesina là vicino.

 

M’appropinquai a una comare:

“Tu se’ dotta?” le dimandai gentil.

“No, ma so’ dotta: che ci puoi fare?”

 

“Chiederle ‘ndo sta Pinocchio, com’il

vino fa con l’acqua.” “Collocatore

non porta pena, vien con me su pontil

 

che ti ci porto” ella fe’ di core

e passammo torrente e si venne

ad una casa bell’assa’ di fore.

 

Sull’uscio stava n’omo che prevenne

mi’ domanda e fe’: “Quarant’anni tengo

ma so’ chi cerchi.” E comare svenne.

 

L’accomodammo in la casa: “Vengo

tosto” fe’ Pinocchio “che prend’aceto.”

“Fa’ presto” i’ dissi “ché non contengo

 

puzza di comar vecchia in mo’ lieto”

e ‘ntanto le reggeva testa calva.

“Eh, porella, è odore su’ feto:

 

l’età raggiunse di chi non si salva.”

“Quant’avrà?” “Da stamane cendiciotto,

sù… Amanda… annusa, dài, con malva

 

tu à di novo esagerato e sotto

te la sei fatta… ecco che rinvieni;

che t’è successo?” “Anni centidiciotto

 

aspettai, finalmente or vieni.”

“Chi?” no’ chiedemmo. “Or più non ti lasso,

che m’hai trovata, tu ne convieni?”

 

disse vecchia a me rivolta, di sasso

i’ restando. “Non te cercava, Amanda

cara, lo straniero: tu non se’ spasso

 

più ormai de l’omini, né landa.”

“Allor m’en vo a festeggiar altrove

l’anni mia, ne li fumi d’Olanda

 

piuttosto, ma non covvoi. Toh, piove”

‘sclamò l’ava, ch’alzata s’è rapida,

“e qua pulite vo’ per ogniddove.”

 

E sortì, uscio sbattendo e pallida.

“Ch’accadde?” sentii voce di donna

d’altra stanza e po’ entrò: “Che squallida

 

pozza” s’indispettì, bella qual monna

ch’impressiona li quadri prima ch’arte

di pittore n’abbia visto la gonna.

 

Pinocchio le spiegò ‘l successo, parte

di sporco pulendo, da le’ ‘iutato

e po’ mi tese mano, com’è d’arte:

 

“I’ so’ Pinocchio, però sono grato

a chi mi smente chiamandomi Pino

e mi’ moglie Fatìma la fe’ fato.”

 

“I’ m’appello Dante, che certosino

pensiero di benigni genitori

sì volle fossi, perch’è sopraffino

 

colu’ che da e scaccia guidatori

che ci conducono all’avarizia.”

Fummo ‘nterrotti, no’ che s’era attori,

 

da allegro vociar ch’è la delizia

de l’adulti, ‘llorché quattro marmocchi,

di que’ che sollevan d’ogni mestizia,

 

irruppero ‘n casa e dissero: “Cocchi

li nostri fattori, c’è da mangiare?”

Di Fatìma non si commosser l’occhi

 

per lor bellezza e complimentare

ruffiano e li mandò chi a pelar

patate, chi ne’ stanze a spazzare

 

pria che s’andasse a pranzo, ché far

capire ‘l far è dell’educatore

ch’ama più ‘mportante che prole cibar.

 

Li vidi sgattaiolare, stupore

e mugugno esternati ch’è gioco

delle parti, ognun gran dottore

 

de li compiti assegnati: un poco

dico io che son bambino, altro

‘mpone chi l’è superiore e foco

 

giusto l’animo riceve, ch’è scaltro,

e dà calor con esso all’intorno.

Scampato po’, i’ e Pinocchio oltre

 

su’ giardino s’andò, fin a forno

a comprar filoni e tra le strade

alberate di villaggio adorno

 

e mi fe’ conoscere la vertade

strana de l’abitanti che il padre

di Lucignolo m’avea di grade

 

anticipata. Un di legge: “Ladre

regole obbligano che povero

non à da rubare.” E una madre:

 

“Sono convinta ch’è da ricovero

l’omo che vol figli soi rischiano

l’esistenza a favor di un novero

 

di sfaccendati.”  E du’ che fischiano:

“Lo famo perché ‘sta quiete, pur bella,

abbisogna di color che smovano.”

 

Un facchino: “So’ sfat(ic)ato se stella

non m’ispira.” Un ricco: “Do denari

a chi (non) ne vole, sennò ciambella.”

 

I’ era stranito da ‘sti falsari,

ché tali li pensai ancor più, quando

Pino, ritornati no’ in suo’ lari,

 

con la famiglia a tavola pranzando,

mi contò che fu fatto di legno

e che nel tempo ‘ncerto avanzando,

 

si ritrovò di carne e d’ingegno.

“Tu se’ mentitor” gli dissi sincero

“ché per millenni si fece convegno

 

di proprietà riflessiva: ed è vero

dunque che legno è legno e omo

è omo.” Disse Fatìma: “I’ spero

 

tu pur capisca che legno e omo

s’equivalgono perch’àn provenienza

da cosa viva.” “Legno e omo

 

son proprietà transitive” fe’ senza

annunciarsi lo Mago in spirito.

“Va’ via, ché ora non c’ho pazienza

 

di parlar te con pensiero libero,

ché all’ospiti tengo a dar retta.”

Ma Fatìma, lieta di sorridere,

 

mi disse: “Dante, non tenere fretta,

ché no’ pure conosce e c’è amico

spirito di Mago.” E Pino: “Si metta

 

a sède, Mago caro.” “Se’ strafico”

gli dissero li pargoli contenti.

“Ci stanno omini, e so che dico”

 

principiò Mago (par ch’io inventi,

sì strana mi sembrò la situazione)

e ripetè: “Ci stanno omini, dico,

 

che so’ burattini di carne e zone

morte han nel cervello e li sente

men’umani di quel ch’i’ mi suppone

 

esser stato Pinocchio qui presente

quand’era burattino e di legno,

e ‘l suo diventar lo fe’ competente,

 

ben di più dello primo d’ogni regno,

a capir l’esigenze di chi danza

su palcoscenico di vita e n’è degno.

 

Fatìma, passami cibo che s’avanza.” 212

 

 

 

IV

 

“Se quest’è” irritato i’ sbottai,

“se vo’ tutto capite, resuscita

tu addirittura ‘n carne, come mai

 

‘mperator ch’a far macelli s’eccita

comand’ e regna ed è immortale,

ché su figlio farà stessa recita?”

 

“I’ so’ spirto” fe’ Mago che uguale

volto tenèa, imperturbabile,

e po’ pres’a divorar di maiale

 

fiorentina, ch’è cosa improbabile.

“Spirti tutti par te s’abbuffacchiano?

Pur l’oltretomba è commerciabile?”

 

dimandai nervoso. “Si smacchiano

tu’ colpe se offendi chi è tranquillo?”

‘ntervenne Fatìma, “ci abbacchiano

 

l’accuse che meni e che fan squillo

sgradevole e inopportuno a questa

tavola che ti vol caro, non brillo.

 

No’ tutti abbiam passato tempesta

e l’invidia che tu sembra provare

per la serenità del dì di festa

 

che t’accolse, è da rimproverare.”

Rossore rossì mi’ volto a tale

reprimenda: m’era duro afferrare

 

con la mente quel che trova canale

diretto verso il core, ch’avvampa

guance pria che capisci finale.

 

“Di che colpe cianci, o donna svampa?”

d’impulso i’ stava a dimandarle

ma po’ dissi: “I’ di doli non campa

 

e non so di che colpe tu mi parle.”

“M’accidesti” fe’ Mago sorseggiando

vinello. “Le balle, tu sa pomparle”

 

‘sclamai scioccato, “ché allorquando

moristi, s’era tanti a vedere

che fu ‘mperator, man di sgherro armando,

 

a farti secco, fa’ meglio a tacere.”

“Tu fosti: per tuo’ scopi romanzeschi

i’ morsi, ché tu volèa sostenere

 

guerra per disporre po’ dei teschi

e poetar ‘esserononessere’.”

“I’ so’ stupito ch’uno par te peschi

 

nel torbido e non ci può credere.”

“Se tu non credi a me, non credi a te.”

“Da come mangi, tu sa’ ben vivere”

 

gli ruttai ‘ncancrenito. “Non è che

queste so’ certezze” si fe’ paciere

Pinocchio, “son solo ipotesi, deh.”

 

“La mia, e tu Pino non temere,

è sintesi d’antitesi e tesi”

fe’ Mago, espulsi d’olive nere

 

noccioli. “I’ son d’idea che tesi

e antitesi faccian dialettica”

enunciai assa’ presto e tesi

 

parean rapporti nostri, ch’etica

talor si scontra, quando si esterna,

per desiderio di farsi estetica.

 

Fummo distratti da un con lanterna

ch’entrò senza bussare e possente

tonò: “Vecchio che son, cerco l’eterna

 

pace.” “Diogene” ‘sclamai “vente

porta pur te d’oltretomba? Trovasti

l’omo? Ne fosti alfin conoscente?”

 

“Non Diogene, son Farìa e casti

amici d’esta casa mi dan l’erbe

che leniscon l’acciacchi che co’ fasti

 

fan bilancia dell’ancora imberbe.”

“Vie’ Farìa” fe’ Pinocchio alzandosi

“medicamenti per te sempr’i’ serbe.”

 

Quando l’attenzione, riaffacciandosi

appetito, tornò a cibi, Mago

vidi scomparso. “Mbè?” chiesi. “Datosi

 

ch’era sazio, Mago andò via pago”

fe’ bimbetta. “Come?” ancor dimando.

“Lu’ passa li muri” fe’ bimbo vago.

 

Farìa pur andò, ed i’ tornando

a motivo di mi’ visita, dissi

di Carletto che m’andavo cercando.

 

“Il paese de’ Balocchi, si che ci vissi”

Pinocchio sospirò “e quell’asino

di Lucignolo c’è rimasto, ‘l scrissi

 

a suo’ genitori. Giust’è: pesino

quei che vanno di non restarvi

lungo tempo, che è posto pessimo.”

 

“Come si può” m’adombrai, “andarvi

in ‘sto paese, sol perché si odia

matematica? Son numeri parvi

 

esempi di perfezione e non tedia

l’infinito, ch’ampie possibilità

n’offre d’evitar d’animo l’inedia.”

 

“A scrutar l’ignoto, son infinità

gli strumenti che ci fuor concessi

e può esser ch’ a Carletto converrà,

 

com’accadde a me, ch’ei trova essi

per suo conto seguendo su’ via

e che altri ‘l protegga da eccessi”

 

fe’ Pino mentre bambini van via

e Fatìma mette mano su sua

mostrando concreta che d’utopia

 

non fa parte amore, che la bua

de’ piccoli sana, come ferite

de’ grandi cicatrizza e la sua

 

aura si spande, talché perite

furon anche per quel dì le ansietà

mie e m’addormii fra pepite

 

d’oro a sera, com’era in verità

accaduto a casa de’ genitori

di Lucignolo e me n’ebbi pietà.

 

E sognai ch’avea adulatori

mentr’io imbiancava le pareti

ed erano tutti degli attori,

 

chi buoni e chi meno e po’ lieti

tutti si giocava con mappa fatta

a palla e rosse venner pareti

 

e po’ piovve e un altro che imbratta

urla un nome di donna, Barbara,

e n’appaiono due mentre schiatta

 

cisterna piena e su chi fa gara

s’abbatte l’acqua e c’è gran spavento

e poi si ride pur di chi bara.

 

Al risveglio mi tocca’ vivo, vento

scoteva l’alberi, piegava rami

e li freddava con neve, ma cento

 

tronchi tutti resistevano, stami

tra terra e cielo com’è l’umano

che suo’ piedi radicano e l’ami

 

per questo, ma la testa, più di mano

sta ‘n alto e tende all’altissimo.

Dopo la colazione feci piano

 

di partire tosto ma po’ l’intimo

de l’ambiente mi convinse a restare

finché turbe di natura cessino.

 

Gioca’ coi bimbi e ne fu’ ilare,

po’ con Pino e Fatìma d’imperator

si parlò e di quel ch’occorre fare

 

per evitare si propaghi dolor.

Freddo era, come sarà, ma tocco

con la mano ed avverto calor

 

che prova l’abitante di Marocco. 612     

 

 

 

V

 

Tre giorni rimasi ‘nfra domestici

lari di Pino e di sua gente,

finché calmò bufera, e mesti ci

 

salutammo a mi’ partenza. Lente

le gambe per la neve che sbiancava

colori, m’en iva come chi sente

 

celeste musica che s’inondava

dal tutto e usava da ‘nterprete

mi’ corpo fisico ch’a se sonava.

 

I’ mi fermavo sovente, ospite

per notte, in casette contadine,

misere e talora decrepite,

 

senza legna per foco, ché il fine

di Dio m’era mostrare quant’arde

umanità di poveri, ch’affine

 

tua protezione, come fan barde

per cavalli, sicché freddo non trase

a trafigger sangue che n’è codarde.

 

Per lunghi tratti di strada, a fase,

talor m’accompagnava un cagnone

di que’ grossi e buoni (ma non rimase

 

meco alfine) che presero nome

da Bernardo: esso accarezzare

scaldava mani più che su’ groppone.

 

Mi piaceva molto immaginare

ch’un pittore bravo mi ritraesse

con lui durante mi’camminare

 

su strade innevate sì ch’i potesse

conservar dipinto per mi’ vecchiezza.

Du’ ch’eran vestite da poetesse

 

m’indicaron tratto finale, mezza

giornata ancora, per luogo cercato.

Ancor non lo vedevo, che brezza

 

mi portò gran chiasso e dissi ‘trovato’.

Nugol di ragazzi ‘n festa m’accolse,

soni emettendo che fecer boato:

 

fischi e applausi fin che mi dolse

gran casotto e chiesi di calmarsi.

Ma fragor aumentò e mi colse

 

desiderio di menar schiaffi, arsi

di voglia di punir ‘sti somarelli

che di scola vollero dileggiarsi.

 

Alfin si quietaron e un di quelli

più vispi mi dimandò serio l’età.

“Son nel mezzo” risposi a sbruffoncelli.

 

“Allor qui non puo’ tu star, ch’è onestà

dirti: l’anni so’ troppi. Vattìnne.”

“Perché ho da rispettar la vetustà

 

di regole caduche più di zinne

di tua madre?” dimandai scontroso.

“Le zinne, le zinne, tette, le menne”

 

scoppio di coro sguaia’ e giocoso

accolse mi’ parole e ‘mbarazzò

bimbo guardiano ch’era festoso

 

e divenne maggior scuro che si può.

“Che cosa cerchi qui?” chiese stufato.

“Son venuto a pigliar Carletto e ciò

 

ti basti” dissi. “Lui è qui beato”

piccino s’intromise “e null’altro

no’ ti si dice, omo screanzato.”

 

Fu allor che lo vidi: non son scaltro

a riconoscer volti, ma su’ chioma

‘ncandescente la vedon pur a Baltro

 

ch’è isola lontan’assa’ da Roma

e dall’Italia tutta; lo raggiunsi,

facile superando, è assioma,

 

combriccola vociante e gl’ingiunsi:

“Vien meco, tu mi conosci, notizia

brutta t’ho a dare, ché me n’assunsi

 

compito e dovere per l’amicizia

grande che a tu’ babbo mi legava.

Sii forte: i’ t’apporto mestizia.”

 

“E’ morto” disse semplice, e dava

de’ calci al muro ch’aumentarono

d’intensità: finì che sanguinava

 

e lo ferma’ stringendolo. Piangono

infine suoi occhi pe’ dolori

i qual frammischiano e s’intrudono

 

e distinguer non san manco dottori

quelli fisici da que’ dell’anima,

tu sol sa’ che si senton strutti i cori.

 

Con acqua di fontanella limpida

gli bagna’ ferite e si consolò,

po’ ci sedemmo su panca candida

 

di marmo, lontana dai giocagiò,

ed a lui assorto raccontai

d’eroismi di su’ babbo e cangiò

 

l’espression sua, come se giammai

Tommaso morse e stava inve’ vivo

tra noi e gioia ‘nframmezzò lai.

 

Mi portò in su’ stanza ed i’ stupivo

dell’ordine che regnava: “Li tempi

so’ cambiati” disse, “e ‘n positivo

 

da l’epoca di Pinocchio e scempi

ve n’è pochi orma’ qui a’ Balocchi.

Se è vero che non abbiam de’ templi,

 

le cose son gradevoli all’occhi

e a’ sensi de l’abitanti cinni

che cresciuti n’aiutano (e tocchi

 

con mano lor fatto) pri’ che se n’inni.”

“E Lucignolo?” dimandai. “Tornò,

da ciuco ch’era, affrancato… scinni

 

da tavola gatto nero” rimbrottò

bestiola e dipo’ la prese seco.

“E ch’avvenne? Quale storia scriverò

 

a’ genitori soi? Che gl’arreco?”

“Non bella: pria che tra no’ rientrasse,

bimbi l’avean visto ch’era greco.”

 

“Che significa?” “Tra l’antichi grasse

usanze v’erano, tu l’ha studiato:

su’ padron lo penetrò ‘n culo, masse

 

d’infanti videro e ‘colloquiato’

si sparse qui, tant’è che lu’ diceva:

‘i’ non vo’ l’imene restaurato,

 

ma perché s’ha da saper ch’i aveva

culo sgarrupato?’ Lo deridevano

i bambini e lu’ se ne doleva,

 

ché colpe di padrone cadevano

su schiavo. Finì che d’alto dirupo

si gettò e l’altri lo piangevano.”

 

“Poretto” commentai, “talor lupo

adulto si necessita per salvar

lupacchiotti da mondo ch’appar cupo.”

 

Mangiammo ‘n mensa e sentii parlar

pur lì d’Adolfo, che de’ spedizioni

mannava per bambini arrubbare.

 

Cibi eran boni e i du’ stanzoni

lustri. Vidi qualcun giovanotto.

“Talor si resta o tornano: doni

 

ci fanno con lor presenza e sotto

sotto l’adulti nun ce dispiacciono”

Carletto spiegò e un scappellotto

 

die’ a un che gridava. “Che, tacciono

que’ ch’han da dire?” con forzata flemma

cinno si ribella. “Si, se mangiano”

 

fe’ Carlo. E vidi vecchio con gemma. 1112

 

 

 

VI

 

I’ deve confessare ch’ero stato

attratto da su’ lunga barba bianca

sotto la quale risplendea, fiato

 

ch’emana natura pur quando manca

polmone, una pietra che luceva

artificiale ma n’appare franca.

 

Solo che, m’accorsi poi, teneva

vecchio vera gemma non a monile

appesa, ma lu’ accanto e viveva:

 

avea questa l’età infantile,

lunghi capelli e l’occhi ch’hanno

que’ che catturano pur sguardo vile.  

 

Altro da Gemma era nome, danno

non fo però a chiamarla qui tale,

mentre l’anziano mi disse: “Bonanno.”

 

“Bonanno” petei vago, ché male

mi facea spostare l’attenzione

da bimba a lui. “Grazie” fe’ gioviale.

 

“Di che?” chiesi guardandolo di sprone.

“Che m’augurasti felice novo

anno” rispuose ed i’ feci questione:

 

“Tu per primo lo facesti: rinnovo

l’auguri.” “Aspetta almen che passi

vecchio” disse misterioso a covo

 

di mia mente. “Tu se’, ch’i notassi,

l’unico: altro anziano ho da vedere?”

“I’ mi riferiva all’anno. Campassimo

 

no’ ancor ‘sto rimasuglio (nevvere?)

pria di ridare lo benvenuto

al prossimo. Non è meglio, ti pere?”

 

Strano esprimer di vecchio mi’ tessuto

di cervello lavava. “Tu ha detto

‘ti pere’ inve’ che ‘ti pare’. Puto,

 

per caso, ché tu emetti verdetto

di presa in giro? O tu conoscesti

Murator, che sì parlava dialetto?” 

 

dimandai ‘ntronato. “Or dicesti

muratore? Si, certo che conobbi…

pure l’idraulico, già. Se’ desti?”

 

Mi sedetti fronte a lui, ché hobby

suo mi parve far l’altri più fessi

di quel che sono. “Tu  nome fa Bobbi?”

 

‘l chiesi per far rima. “Ma se adessi

dissi Bonanno.” “I’ capii ch’a me

e Carlo l’augurasti: ad essi

 

tutti bimbi tu l’ha pur detto?” “Caffè?”

chiese Gemma per rima. “No, so’ Dante”

rispuosi. “E lui Bonanno, ci se’?”

 

disse Gemma pacata, ma semblante

emetter gran risata. “Sì t’appelli?”

esclama’ stùpito. “Sono cangiante,

 

ma sempre vo’ che sì mi s’interpelli.”

“E l’auguri?” dimandai. “Valgono,

anche buon Natale, che somarelli

 

tra un po’ di giorni quivi scelgono

di festeggiar e là ‘nfondo v’è presepe.”

“Come dicono que’ ch’antepongono

 

salut’a conoscenza, fo celebre:

bonnatale Bonanno” dissi allegro

e versa’ da bere (acqua) a tenere

 

anime di Carlo e Gemma e all’egro

duo confuso di me e Bonanno.

Vecchio mi contò che spesso, in segro

 

da su’ gente, venia senz’affanno

ad aiutar bambini di Balocchi,

con Gemma ch’è nipote, perché sanno

 

dar affetto, e non è da pitocchi

cercarlo, ragazzi a chi glien’offre

e in su’ paese, ‘ndove Balocchi

 

si biasima, bimbi spesso più soffre.

“Vien meco” fe’ allor Carlo tirando

mi’ braccio e scorsi spirto che soffie

 

su volto suo prim’amor portando.

“Ti colpì Gemma?” ‘l chiesi quando

soli fummo. “La stava sol guardando”

 

lu’ fe’, pelle di viso colorando

del color dei folti suo’ capelli.

E mi disse, per strada camminando,

 

che assegnavami stanza per quelli

che venivano a riprendersi figli.

Era vicino a sua e de’ velli

 

assicuravan calda notte: “Pigli

freddo senza” disse tan’ per parlare.

“A camin di refettorio assomigli”

 

gli dissi. “’n che senso?” vol’ dimandare.

“Che sai scaldar la gente” sorrisi.

Si fe’ radioso. “Tu può riposare”

 

disse. “Vero che son stanco” ammisi

“ma luce ancor c’è.” “Bene, allora

ti mostro biblioteca.” “Tu?” ‘l derisi

 

facendol rabbuiare. “I’ sinora

sopporta tuo fare, ma da Gemma

torneresti ch’è bimba e non signora.”

 

Attonito rimasi: “Tuo lemma

s’ha da far teorema acché capisco.”

“Da come l’ha guatata, solo stemma

 

ti mancava ‘n fronte: ti concupisco.”

“Se’ matto?” m’irritai. “Se non vedo,

allor prevedo e pria t’impazzisco”

 

affermò ro’ di fuoco, “ché non cedo

a Matusalemme quel ch’è balocco

de’ piccoli: tu ne faresti arredo.”

 

Scombinate logiche dello sciocco

ragazzo turbarono mi’ quiete

sittanto  che desiderio allocco

 

mi prese come chi vol placar sete

strana aspirando fumo in viscere

e cercai con sguardo ebete

 

de’ rametti che si può far cenere

fra labbra, ma del tempo mi sovvenne:

è l’età, i’ pensai, che Venere

 

col Bacco s’accoppia e minorenne

senza voglia se n’esce di cervello.

Sbollii turbe a guardar che lenne

 

scendea la neve ed un uccello,

su ramo appollaiato, resisteva

al freddo, bello senza farsi bello. 

 

“Dov’è biblioteca?” i’ decideva

alfin di chiedere pacato, volto

a Carletto che silenzio chiudeva.

 

Mi condusse in edificio e colto

piccino n’accolse e disse: “Hic est

locus ubi mors gaudet succurrere

 

vita.” Senza volere, mi toccai

pudende ed accessi in enorme stanza

con tomi su scaffal posti che mai

 

tanti ebbi pria veduto. Baldanza

fe’ dir a Carletto: “Eh?”. Guardatolo,

mi strizzò l’occhio. Vidi gran costanza

 

ne’ bimbi chini a studiare. Edito

v’era d’ogni grande: Seneca, Plato,

Ciceron, Averroè e medito

 

a sfogliar libro d’omonimo, nato

fiorentino, ch’a su’opra ‘Comedia’

die’ titolo e ne fu’ dilettato

 

cotanto che, lettor non far tragedia,

versi suo’ qui riportai tra miei,

ché coll’autore po’ si rimedia

 

‘nquanto a diritti: tra poeti e dei

si scambian favori pel son di croma.

M’aprirono versi di Saffo, lei

 

cantata d’Alceo ‘divina, chioma

di viola’ donna d’amori e d’amistà.

Dall’Ellade mi strattonò idioma

 

di Carletto che d’Archimede vertade

lodava leggendo ‘Delle spirali’.

Po’ disse di formula fatta beltà:

 

“E=mcdue.” “Che vali?”

feci. “E’ mia e ne trova’ conferma.”

“Eureka” dissi, “ti firmo cambiali.”

 

E si fe’ pronto a menar di scherma. 1612

 

 

 

VII

 

Chissà perché, all'udire formula

bella a sentirsi, ma ch'era ignota

a mente, meditai ch'ignobile

 

talor diciamo di cosa che scuota

quant'è saputo e c'immerge, temi,

nell'acque mosse indo' l'acume nuota.

 

E ricordai ch'a simil problemi,

posti da barcaiolo, reazione

mia fu scomposta tan' perché schemi

 

stravolgeva, quanto perché taglione

m'imponea d'apparir sgarbato

a chi di tre dì, per soddisfazione

 

sua, traghetto avea tardato.

Così ch'ad apostrofo "Tu se' fesso"

rivoltomi da Carlo, senza fiato

 

stetti più per scelta che per complesso.

Sortimmo da biblioteca 'llorché fuochi

fatui chiedean di vista eccesso

 

e freddo di sera n'accolse: pochi

bimbi pe' strada 'ntonan melodie

natalizie e soni d'angeli a rochi

 

stridi si frammischiano sine die

e sembran diriger luci di tede;

l'udiamo pur mentre filosofie

 

d' E Carlo mi spiega qua' con fede

in su' stanza: "Scopersi ch'energia,

sole c'insegna, bene per chi crede,

 

ha da partir da massa e seguir via

indicata dal tangibile ch'essa

scorta com'è cometa con su' scia."

 

"Tu ren' chiari l' E e l' m, i' confessa,

ma oscuro m'è restante C quadro"

gl'obbiettai, ché la ragion s'impressa.

 

"Quell'è velocità di luce (quadro

t'è chiaro?) per se moltiplicata"

fe' sicuro, com'è di Dio ladro.

 

"Sa' tu dare dimostrazion provata

di quant'affermi?" 'l chiesi ignorante

ma convinto ch'è bona su' trovata,

 

se non pel vero, per l'edificante:

passion per essa avea scacciato

timor di numeri, ch'é da infante.

 

"No" si sconsolò, "penso l'accertato

venir tra secoli: intuizione

fu la mia e v'è il ragionato

 

dei cu' passaggi ricostruzione,

però, non sovvien a mi' memoria."

"E manca prova ad esser precisione"

 

commentai. "Oh, quella..." fe' con boria,

"numeri si bastan... a ricordarli."

Fu allor ch'udimmo inni di gloria

 

a santificar Quel di cu' più parli.

"Astro del ciel venne maschio" s'annunziò

e scendemmo 'n strada per compagnarli:

 

bimbi eran aumentati. "Perciò"

disse un minuscolo la cu' mano

strinse mia e tosto si sperse indo'

 

l'alti 'l nascondevano sicché strano

e misterioso resta l'esclamare

suo com'è per arabo Corano.

 

"S'é tutti" lieto fa Carlo e scompare

tra l'amici nell'attimo che scorgo

Bonanno per su' gemma luminare.

 

Trambusto e battimani coprirono

canti quando gran statua di Bambino

du' lunghe catene adagiarono

 

su pagliericcio, d'alto di molino

calata, tra icone di Giuseppe

e Maria cu' gioia n'ha confino.

 

Bimbo che s'immagina prete

montò su presepe e finse messa

nel silenzio 'mprovviso che compete

 

a solenne e azzera la ressa

de' corpi, perché anima comanda

e fa si che l'inutile si cessa.

 

E nevicò: su presepe e su landa.

E s'imbiancò ogn'esser nostro 'n cima.

E raffreddò l'incendio che fa banda

 

de' pensieri quando suon non collima.

E com'accade allor ch'universo tace

e vien facile con esso far rima,

 

fummo 'nondati da senso di pace

che bimbi fa adulti e grandi cinni

e Dio s'immette e su' voler face.

 

Gemme di Bonanno durante l'inni

finali ebbi accanto, com'anche

Carlo e un su' compagno detto Ninni.

 

Po' bimbi defluirono su bianche

vie, a capannelli, da fiaccole

lumati, tremolanti, voci stanche

 

'l cui chiacchierar ravviva l'anima

e 'ntorpidisce sensi, conciliando

corpo co' Morfeo ch'a sonno àncora.

 

Giorno di Natale, candor trovando

su strade e tetti, ci riunimmo tosto

tutti 'n refettorio portando

 

ciocchi, buoni per fiamme e pe' l'arrosto.

Si riscaldava Carlo anche a dir

con Gemma d'energia e disposto

 

era ad illustrare balzana idea

che luce di tempo si necessita

a percorrer spazio e che potean

 

vedere raggi di sole, l'omini

da terra, otto minuti appresso

ch'erano partiti. "Figuriamoci

 

stelle" gli die' corda Bonanno. "Stesso

principio vale, ma essendo l'astri

notturni assa' più lontan d'esso,

 

loro luce 'mpiega anni (s'incastri

concetto) per raggiungere 'l pianeta

nostro e se avvennero disastri

 

che stelle fecer scomparire, meta

il nulla raggiungerà tempo dopo

e no' continueremo, per pìeta

 

divina, a vederne luce, ch'é scopo;

pur non esistendo più l'astro, mezzo

che Dio , come gatto contr'a topo,

 

usa al fin d'illuminarci." "Se' grezzo:

Ei non è si cruento da crear

gatto sol per sbranar topo, per vezzo"

 

intervenne sensata Gemma, "far

non puoi d'ogni erba un fascio."

Arrossì Carlo e pres'a balbettar

 

qual scienziato che vede a scatafascio

finir su' dimostrazione a causa

d'error piccolo ma fatale. "Lascio"

 

disse alfine e mis' in pausa

su' lingua ché lacrime sgorgarono

e scorsero su guancia e da nausea

 

fu preso per l'azzardo: franarono

sue certezze 'nnanzi all'errore,

ch'adolescenti ma' sopportarono

 

e l'omo inve' tollera, ché con core

sa 'l cresciuto pur ragionar. Si rese

conto Gemma e gli disse: "Timore

 

tuo fa pianger senato cinese." 2712

 

 

 

VIII

 

S’attese l’inizio d’anno in clima

di festa ch’ancora non è letizia

perché l’età sol divers’età lima

 

e com’a bimbo par poca canizia,

sì l’adulto s’avverte ch’è assente

pur che s’industria a scacciar pigrizia.

 

Gemma di Bonanno che non consente

grammatica d’iniziar qui piccola

attirava sguardo mio sovente

 

‘n que’ giorni qual forma fa con zoccola

mentr’udito dilettava favella

di vecchio ch’i’ apparo a fiaccola

 

che in buio di bosco si fa stella

e no’ si gusta che a novo mondo

guardi sole e ci lasci notte bella.

 

Una volta, che s’andava a fondo

con racchette a seguir di torrente

corso, ad osservar biancore mondo

 

di neve posata che fa ardente

pulsar sangue di poeta qua’ quanto

donna ignuda e ‘mmacolata piacente,

 

l’avo mi parlò che la chiesa fe’ santo

Francesco, come anche Agostino,

ch’ebbe vita dissoluta soltanto

 

pria e po’ coll’uno si fe’ trino,

ma c’è omini santi da subito,

i qua’ peccatori morono infino

 

se non han fortuna di decubito

che salvaguarda santità terrena.

Scoppiai in gran risata, che dubito

 

Signore voglia farmene pena,

per preoccupazioni di Bonanno.

“Viso tuo m’ispira ch’hai appena

 

peccato a temer ch’E’ fa ‘nganno”

dissi. “Non è lo stesso per te?” chiese

arguto. Guardai gemma per danno

 

mitigare, poiché in più riprese

feci pensiero di deviar da retto.

“Si può sbagliar volendo: le sorprese

 

che fa vita non restano concetto”

ammisi vergognoso. “Vuo’ ti laccio

racchetta slegata?” “I’ ti rispetto”

 

ringraziai. Po’ disse: “I’ ti faccio

previsione: addirittura papa

verrà, dei cui dolori taccio,

 

ché li porterà con gioia: su’ capa

lo farà sbagliare sapendo, ‘sperto

verrà, ma per cavar sangue da rapa

 

s’ha da stonare pria in concerto

e l’ascoltatori delusi diran

‘peccato’ ma non l’è, ché sol da ‘ncerto

 

vien scintilla che da speranza al diman.”

“N’apparirà fallito?” “Si, ma santo:

e tutti, pur que’ che non sanno, sapran”

 

chiuse e riprendemmo cammin pertanto,

punti su neve che fan quattro scie.

“Vie’ che ti porto ‘ndove stan soltanto

 

bimbe” fe’ Carletto un mattino. “Vie

tu solo conosci?” ‘l chiesi ridendo

ché i’ poche n’avea viste ‘n mie

 

uscite e sempre in refettorio. “Spendo

du’ parole: non so’ molte e no’ tutti

l’ignoriamo, segregarle volendo.”

 

“Regolamenti vostri so’ brutti”

‘sclamai preoccupato. “Siam giunti”

disse mostrando edificio co’ putti

 

su architrave che paion compunti.

V’era ‘nciso su marmo: “Sanatorio.”

S’entrò in stanza linda che di munti

 

di vacca assa’ odorava. “L’emporio

qui porta tanto latte” fe’ Carletto

mostrando de’ bidoni. “Che mortorio”

 

po’ disse, “non v’è nessuna: sospetto

so’ tutte a curar malati. Bussò

a porta successiva e gancetto

 

sentimmo scollegare. “Or non si può”

s’affaccia brunetta ch’ha viso vispo,

“siam tutte ‘n visita… c’è Dante, ohibò,

 

beh, s’ha d’attender comunque: è dispo.”

E chiude. “Loro so’ contente” spiega

Carlo “ché ‘mportanti a levar cispo

 

dei piangenti si senton e bega

non fanno in altri affari, dotti

però ben sanno, e nessun lo nega,

 

che malattie di bimbi son botti

a salve e guariscono da sole.”

Ero pien di maraviglia ché notti

 

tenebrose m’aspettavo e sole

inve’ trovava in Pae’ de’ Balocchi.

Fu allor che lesto batter di sole

 

udimmo fori e grida e rintocchi

di picciol campane e leste cinne

sortirono: su carretto, da brocchi

 

trainato, v’era bimbetto. “Dinne

ch’è successo” chie’ severa biondina.

“S’è tuffato in torrente con pinne

 

pe’ recuperar cagnetto ma brina

lo gelò” rispo’ Ninni che guidava.

Lo presero e ‘l portarono fin’a

 

stanza grande co’ letti ch’impregnava

etere e ‘l misero press’ a fuoco

e ‘l rianimarono co’ mano brava.

 

Festeggiamenti di fin’anno poco

chiassosi furono: s’era riuniti

in salone di casa con gran fuoco

 

indove marmocchi facean riti

d’amministrar spigolosi villaggio,

dopo cenone privo di grugniti

 

a ba’ di lenticchie che dan coraggio

e portan bene all’anno che verrà.

Ma non volle destino che passaggio

 

al novo fosse qual no’ lo si confa,

ché porta s’apre inmentre si brinda

ed omo trase, ‘nnevato, per di là.

 

“Pinocchio” i’ fo nel veder che linda

neve scrolla, levatosi colbacco.

“Dante, amico mio, bimbi, sin da

 

ingresso m’avvidi che, pofferbacco,

paese è meglio di quel ch’era. E’ meco

Faria e lega cavalli: stacco

 

tosto co’ complimenti ché v’arreco

triste novità colli auguri

di mia gente: imperator bieco

 

die’ ordine ch’esercito s’infuri

a distrugger Balocchi e scannare

tutti l’astanti pur che so’ ‘mmaturi.”

 

Coro di bimbi s’udì protestare

protervia ‘nvereconda di chi strappa

la gioia e sa solo danneggiare.

 

“E’ seppe” proseguì Pino, e mappa

agita per calmar l’animi, “che que’

ch’escon di qui cresciuti fanno tappa

 

nel contado e sobillano d’ide’

strane li zappanti a dir che terre

s’appartengon a chi coltiva e de’

 

far l’interessi propri chi s’afferre

a ragione ch’è diritto di testa.”

“Aspetta” fe’ Bonanno, “non c’atterre

 

ciò, ché bon anno novo non s’arresta.” 11  

 

 

 

IX

 

“I’ conosco gran grotta su vicino

monte che può contener tutti quanti

in attesa ch’estate fa mattino”

 

fe’ Bonanno per far tornar festanti

i musi ‘mmugugniti de’ fanciulli.

“Ma presto s’ha da fare, ché pressanti

 

sono i tempi: ‘nfra du’ giorni bulli

avran raggiunto queste case vive

pe’ farne tuguri, com’è da grulli”

 

aggiunse Pinocchio ch’ebbe cattive

angosce: ansia gli dava futuro

di bambini perché danno convive

 

pur se colpe so’ d’altri di sicuro.

“Orsù” ripre’ Bonanno a gruppo volto

de’ più grandi, “ciascun sia maturo:

 

raccogliamo quant’è ‘mportante molto

che si può caricar su l’animali

acché pur trasportabile maltolto

 

non divenga a favor di que’ maiali

e si fa qui radunati quan’ prima

per salvar noi che siam principali.”

 

“Mo che fa senato cinese ‘n rima?”

chie’ sarcastico Carletto a Gemma

cu’ risposta fu: “Or riso concima.”

 

“Tu’ cervello è fisico, fo lemma”

disse Carlo, con stupore in viso,

che comprender costituì dilemma,

 

po’ m’accorsi di turgor condiviso.

“Sa tu perché donna odia fisica?”

ripre’ Gemma che si vol decisa.

 

“No” fe’ lui. “L’apprezzar ‘che fisico’

de’ maschi non le piace.” “I’ diverso

dissi” lu’reagì. “Ben, siam fisici,

 

allora” le’ rise e lo lasciò perso.

Bambini si sparpagliarono ‘ngiro

per paese che spirto di perverso

 

farà maceria a ragionar crumiro.

Si restò no’ tre con l’anzian Faria

a parlar di marcia e di ritiro.

 

“Vedranno tracce, oh gesummaria”

fe’ quest’ultimo a sentir progetto.

“I’ pensa torn’a nevicare e via

 

s’imbianca” pregò Bonanno. “Premetto

che non son bono a far distruzione”

‘ntervenni, “ma a ben capir, m’aspetto

 

si varchi ponte per no’ direzione:

convien pertanto s’abbatta appena

siam passati, ché torrente sornione,

 

vistosi privato d’esso, con piena

maramaldi ferma e lascia all’asciutto.”

“Ti manca nobel” udii su schiena

 

voce di Mago ma, voltato, frutto

non ebbi di vederlo. “Che mi disse?”

a Pino dimandai. “Nien’ di brutto”

 

rispose, “per non dirti co’ prolisse,

soltan’ ridea che non se’ nobile.”

“L’avi mia” cominciai, “che visser…”

 

“Lascia perdere e non stare immobile,

perché tu pure tien da far fagotto”

Pino ripre’. E par donna nubile

 

che cerca celibe indo’ ne stan otto,

sì m’avvia’ sicuro inver’ mi’ stanza.    

I’ stupii che popolo ottentotto

 

m’accolse al ritorno per baldanza

di numeri, ché a cinni s’aggiungon

l’animali che fanno sudditanza:

 

pecor’e montoni, un persin capron,

vacche muggenti, brocch’e asinelli

e conigli, per non contar chi padron

 

non tene vero come cani belli

e gatti, po’ galline dentr’ a stie

che montan su’ muli de l’orfanelli

 

per scelta che proteste fecer pie.

Con Pino v’eran ragazzi d’accette

dotati e seghe che lor batterie

 

manifestavano. “Tu scommette

che nevica?” mi fe’ Bonanno. “Ponte

è meglio crollar l’istesso, che mette

 

a repentaglio fuga no’ su monte”

disse Pino deciso e po’ urlando:

“Ragazzi, non dovete temer l’onte

 

di partenza ‘nnanzi a nemico quando

forze sue son soperchie: qui fine,

ch’è nostra salvezza, non sto celiando,

 

giustifica mezzo, ch’è no’ confine

di paese oltrepassar per po’ chissà.”

E prese a nevicare e si fe’ fine

 

visivamente marea d’umiltà

fatta esseri da fuochi lumata

che nev’osteggiava come carità

 

vera la qual sa che non è amata

pur ch’arride l’anima e scompare,

opera sua compiuta, par tata.

 

L’umor de’ bimbi parve sollevare

dunque ultimo e bianco dispetto

di matrigna natura che sa dare

 

mentre toglie e per farle rispetto

tu dei saper cogliere quel che t’offre

al momento e che ti fa protetto

 

da quan’ ti leva po’ e tu non soffre.

Tragedia non mancò: tre de’ discoli

non usaron prudenza e lor goffe

 

movenze fecero si che, poveri,

vuoto li succhiò di tra funi e assi

e torrente al mar li rese, teneri

 

ancora e ‘nnocenti pur che smargiassi.

Sì morirono Gian, Burra e Asca:

altri bimbi percorreran lor passi

 

con maggior fortuna sicché non casca.

Ponte crollò fesso fra gli schiamazzi

sotto i nostri colpi d’ascia, che nasca

 

presto un altro no’ si sperava, pazzi

di quella gioia ch’ama distruggere

in du’ minuti quel ch’a far so’ cazzi.

 

Diciotto bimbi dovemmo perdere

in lunga marcia su neve, gelati

o d’incidente, che non so’ compere:

 

si smettea di pianger quan’ ghiacciati

si faceano rivoli su volto

di lacrime e ne siam perdonati.

 

Tre bimbi fuor salvati non molto

prima che ‘l ghermisse morte

da cinne di sanatorio ch’ascolto

 

prestavan a stridor per far che sorte