Indegna emulazione, P tredici

ritratto di Onofrio Panettieri

 

 

L'invidia che Duca Donato prova pe' su' cugino Capron pre' s'annulla a veder volto di dama che nova l'amore nell'anima sua bulla e carne freme al pensier di piatto che l'accoglie com'a bimbo la culla. Ma parole ch'ode, appresso scatto che 'l fa superare serva par sbarra chi evade sanza pagar riscatto di colpa, taglian qual fa scimitarra: "Non puo' contrastar legame ch'unisce orma' mi' vita a quella di cu' narra voce di gente che ben percepisce: tu disprezza fortuna di cugino inve' d'accettarne doti, fallisce pertanto lo 'nsegnamento divino che vol che chi ama non ten nemico. 'llontana da me tu' figura: vino s'aceta se nol bevi, sì ti dico." "O, 'nvecchiando, qualità aumenta organolettiche, che son d'antico" fe' Duca riprendendosi, tormenta d'animo scacciando con faccia tosta. Dèi saper, lettore, che diventa strenua lotta quello che l'omo imposta 'llorquando paiongli 'nsormontabili altrui superiorità e costa poco l'invidia ver' que' più abili: fu per ciò, n'ebbi a udir da Mago vivente, che filosofo a' facili ignoto ed a me pure fe': "Pago sii, omo, di superar te stesso ch'è questo 'l modo di far pender l'ago a tu' favore e sempre, più che spesso, rende grand'essere colu' che sente di valer poco e leva complesso." E più t'eleva e non ci si pente l'amor sincero che di se ma' dubita. In nome d'esso Cristo che ma' mente s'oppose ai bruti che possono 'l male; Socrate lo fece 'n nome di legge; per giustizia lo fan poveri; per libertà talaltri; 'nvocan nome di Dio gl'islamici ch'è tornare a' cristiani che carità dan nome dando a chi 'l Signor ama 'nvocare. Gl'orientali per combatter potere s'astengon da' desideri ch'amare rendon spesso vite se al volere amare non s'accompagnano 'nsieme. So' lotte, lettore dèi sapere, che fan l'omo 'n grado di star assieme a l'altri e aver familiarità necessaria per tramandar speme. Quel ch'i' or spero, per mi' amenità, lettore caro, è che tu compreso non ha nulla perché è assurdità non saper di sapere quant'ho reso 'nnanzi 'ntellegibile a mi' mente. Perciocché torno a narrar teso di Duca nostro cu' voglia dissente da' desideri altrui fin quando non cede per motivo ch'è evidente. Su' dama, Perina nomata, dando credito a l'impulso femminile ch'è ragione, ma no' si fa burlando 'rragionevole, lo ripre' 'n ovile, cosa che turbò Capron ma per poco, ché lu' si consolò in al' cortile. Di Briganta, seppe Duca, che loco tenèa fattoria sua presso paese vicino e mis'a fuoco su mappa posizion precisa d'esso. Racimolò talleri quarantotto e partì verso il destino concesso. Da un che si chiama Sapìa, sotto albero dimorante, gli fu detto che Briganta addestrava tigrotto ad azzannar il posteriore culetto di bimbi schiavi, ch'eran centinaia, ribelli a loro stato 'mperfetto. "Toh quarantotto, da tua topaia rendimi nipoti che liberi sono nati: vo' che finisce loro naja" 'ntimò Duca a Briganta che 'n trono sedèa quan' si degnò di vederlo. "Que' tre so' rafforzati" fe' con tono burbero donna ch'era vecchia, "merlo se' tu a pensare che quarantotto so' sufficienti: 'l passato, averlo presente, raddoppia valore, motto mio quest'è, prendere o lasciare." "Non tegno novantasei, m'ha rotto tuo parlar pretenzioso, comare." "I' vuol cento, non un tallero 'n meno, ché tuo' tre so' 'ndispensabili care bestioline, ch'i allattai al seno." "Petto tuo è arido, quack, quanto deserto africano a ciel sereno e comunque poco 'mporta, ché tanto i' non parto senza di loro appresso." "I' chiama servi miei e ti schianto se tu non abbandona mi' possesso." Fu allor preso da' demoni Duca e 'nforcò tizzone di ferro spesso onde colpir Briganta sulla nuca che svenne pel terrore e s'accasciò. Poscia sortì da casa e in buca vide tre schiavetti puniti: "Ohibò, nipoti miei, v'ho trovati, meco venite: fuggire dobbiamo da 'sto posto d'obbrobri indove manco l'eco vuol più tornare. V'aiuto, salite." "Zio Duca" urlaron bimbi, bieco tormento 'bbandonando. "Su, venite, già vedo maramaldi raggruppati e pronti a scannare chi è mite." I quattro allor fuggirono, grati a du' cavalli sulla cui sella eran senza difficoltà montati. Si quietaron sol dopo miglia, bella la sera pure che fredda, raggiunto che avèan fienile: com'è stella pe' poeti, sì è riparo, sunto di casa propria, per i fuggitivi che temon stormir di foglie al punto da pensare che 'l nemico è ivi. Tra rami scambi 'l gufo co' l'essere umano, 'l vento co' l'assalto, vivi pericolo che non c'è, ma genere diverso è soltanto di paura, che l'ostile in tu' testa integre mantien carni tue ma 'l tremor dura più a lungo per motivo che l'uno vero che tu paventa la 'nsicura mente moltiplica per mille e niuno può dar certezze che realtà sia men tremenda d'immagine, nessuno. Ma Morfeo addolcì lassi, via indicando a' dormienti d'astri che si mostran pulsanti qual che sia lotta 'ntrapresa cogli ominastri su terra e generan il sereno di chi sa apprezzar pur tra disastri. Giorno successivo cielo fu pieno di nuvole e pioggia colse Duca e nipoti, un fulmine alieno, un de' tanti, su terreno fe' buca 'mbizzarrendo cavallo di Donato che finì 'n pantano e si asciuga dolor de' bimbi per lo scostumato ridere che tutti contagia, sbagli servon pur a questo, pur sfortunato: occor che l'asino puranche ragli.