DIARIO BIRMANO
Romanzo di Stefano Sguinzi
Bali, febbraio 1999 Birmania
Oltre al biancore delle pagode
alla violenza del sole
che riempie di bagliori l’oro delle cupole
c’è la dolcezza della gente
l’incedere armonioso delle donne
la sacralità dei gesti
la fede che impoverisce la ricchezza.
Birmania
terra consacrata dal dolore,
dove la vita si trasforma in rito
e si dice grazie a chi ha bisogno di te.
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PREMESSA I protagonisti di questa storia non hanno nome. Volutamente. Messi insieme un nome ed un cognome individuano una persona un percorso di vita. Questa storia non vuole appartenere a nessuno in particolare per diventare, almeno in parte, quella di ciascuno di noi. Il lettore può identificarsi con il personaggio che racconta, condividere la sua esperienza. Può, persino, mettersi contro di lui, estrarre dalla sua particolare natura lo spirito che contiene e distruggerlo. In ciascuno di noi ci sono tante vite. In ognuna di esse noi siamo, di volta in volta, personaggi diversi. La storia raccontata in questo romanzo può già essere vostra perché vi apparteneva prima di leggerlo, oppure, grazie a queste pagine, potrebbe diventarlo. Per questa ragione i suoi protagonisti non hanno nome e sarebbe bene che non arrivassero ad avere neppure il vostro per rimanere una storia aperta a tutti.
Capitolo Primo
Birmania, luglio 1988 Anche se non era la prima volta che facevo quel viaggio e conoscevo le difficoltà che avrei dovuto affrontare mi sentivo pervaso da una strana angoscia. Il volo da Bangkok a Rangoon era regolare e la Thai era un compagnia aerea affidabile che, oltre a tutto, conosceva perfettamente il percorso. Io, però, avevo paura. Quanto più l’aereo scendeva di quota tanto più mi sentivo sopraffatto da un sentimento sconosciuto. Un poco alla volta stavo acquisendo la certezza che, non appena avessi messo piede a terra, sarei stato travolto da una serie di eventi incontrollabili. “Te lo sei voluto!” dicevo a me stesso per consolarmi. Sapevo, però, che non era vero. Io non mi ero cercato proprio niente. Mi ero solo reso disponibile per noia, superficialità e sopravvalutazione delle mie risorse a vivere un’avventura che, adesso, presentava difficoltà più grandi di me. Quando l’aereo aveva attraversato la pesante coltre di nubi, gonfie di pioggia, aveva sussultato ma era andato oltre, senza farci caso. In un attimo ci aveva restituito l’immagine di una terra invasa dall’acqua, piatta, grigia. Battuta da piogge torrenziali. La visione che la Birmania offriva di sé era semplicemente apocalittica. Sapevo che, appena i portelloni dell’aereo fossero stati aperti, sarei stato sommerso da una ondata di umidità, che avrei trovato un aeroporto bagnato e maleodorante, immerso nel buio. Sapere, però, non serviva a niente. La luce fioca, prodotta da vecchi generatori di corrente elettrica, non sarebbe stata sufficiente per leggere e compilare i documenti di sbarco ma sarebbe bastata per rivelare la mia paura. I doganieri avrebbero letto l’espressione del mio viso ed io mi sarei tradito. Avevo ancora una possibilità per non mettermi in quel guaio ma, anche per rifiutarmi di scendere a terra, occorreva una determinazione che non avevo. Inoltre, non essendo in grado di spiegare la mia situazione in nessuno dei linguaggi comprensibili all’equipaggio, correvo il rischio di essere preso per matto e di essere sbarcato di forza. Sarei venuto a trovarmi in guai anche peggiori. Dal momento che ero in ballo dovevo ballare. Con questa nuova determinazione avevo cominciato a formulare un programma di cose da fare ed a mettere a fuoco la situazione. Quando l’aereo fosse atterrato avrei dovuto sapere esattamente come comportarmi. Io e la mia compagna avevamo come bagaglio due borse a mano, giusto l’occorrente per un viaggio di otto giorni in un paese tropicale, oltre all’attrezzatura fotografica: video-camere, macchine e materiale fotografico. Tutto era facilmente classificabile. I dollari, da dichiarare e non, erano in quantità limitata e tale da non creare problemi. Io solo avevo un pacchetto, nemmeno troppo ingombrante, che i doganieri non avrebbero dovuto trovare. Non sapevo che cosa contenesse ma mi era stato raccomandato di non farlo scoprire, per non avere guai. Prima della partenza, dopo averci pensato a lungo, avevo deciso di avvolgerlo in un pezzo di pelle nera e di utilizzarlo come secondo fondo della borsa con cui portavo in giro la video-camera ed i suoi accessori. Con un bi-adesivo l’avevo incollato al fondo e avevo fatto una serie di verifiche sull’efficienza del nascondiglio che avevo escogitato. Avevo riempito e svuotato più volte la borsa del suo contenuto e ripetuto i gesti che avrei dovuto compiere nel caso di una verifica doganale. In condizioni di luce normali non c’erano problemi di riconoscibilità, figurarsi nella semi oscurità dell’aeroporto. Perché potesse nascere qualche sospetto era necessario che qualcuno conoscesse il peso della borsa quando era vuota. Anche in quel caso, però, rimanevano dubbi perché il pacchetto era leggero. In Estremo Oriente il peso delle borse, inoltre, è una qualità apprezzata più in negativo che in positivo: più pesano migliori sono. La mia aveva il peso di una normalissima borsa di pelle, quindi, non avrebbe dovuto essere notata. Stando fra le pareti di casa la soluzione era sembrata perfetta al punto che avevo deciso di non farne parola alla mia compagna di viaggio. Se non c’erano pericoli per quali ragioni avrei dovuto parlarle e metterla in ansia? Bastavo io ad essere preoccupato. Dopo, alla fine dell’avventura, gliene avrei parlato dandole modo di acquisirne il merito e farne una storia sua. Adesso, però, mi rendevo conto che stavamo correndo dei rischi. Mentre l’aereo perdeva quota e stava per atterrare su una pista invasa dall’acqua mi rimproveravo per la leggerezza commessa ma, oramai, era troppo tardi. I motori non erano ancora spenti che già gran parte dei viaggiatori locali erano schizzati in piedi e, aiutandosi gli uni con gli altri, avevano fatto passare pericolosamente lastre di vetro sulla testa dei passeggeri rimasti seduti ai loro posti. Non si capiva da dove provenissero né dove fossero state stivate a bordo. È certo, comunque, che erano state miracolosamente sistemate da qualche parte perché, adesso, stavano ingombrando il corridoio. La porta di uscita era presidiata ai lati da quattro energumeni intenti ad impedire a chiunque di avvicinarsi a quel carico prezioso per chi lo aveva portato. Dopo lo scarico di quel bagaglio erano scesi per primi i viaggiatori birmani che ingombravano il corridoio dell’aereo con le loro enormi borse. Per ultimi siamo scesi noi, i turisti. Sapevo che loro, i locali, avrebbero trovato uscite preferenziali ed usufruito di una non disinteressata benevolenza delle guardie per superare la dogana con la merce di contrabbando. Sapevo anche che i turisti sarebbero stati sottoposti, prima di uscire dall’aeroporto, ad un autentico “tour de force”: avrebbero dovuto riempire una serie di moduli elencando, fra l’altro, una per una tutte le attrezzature fotografiche che portavano in Birmania per consentire di controllarle all’uscita. Il documento più importante era la carta delle valute sui cui bisognava indicare la quantità di dollari posseduti all’ingresso e registrare i cambi ed i pagamenti effettuati durante il periodo di permanenza. Al momento della partenza da Rangoon avremmo dovuto avere con noi solo la differenza fra il denaro dichiarato all’ingresso e quello speso. Tutto questo, però, era solo teoria. La pratica era ben diversa. I turisti in partenza, incrociando quelli in arrivo, si affrettavano ad insegnare le regole del gioco ai nuovi arrivati: come utilizzare i soldi cambiati ufficialmente, dove e come fare il cambio in nero e come utilizzare il denaro ricavato. Al di fuori di un controllo fra il nome scritto sui passaporti e quello sui moduli compilati i doganieri non erano in grado di fare altro. Il loro alfabeto, infatti, è ben diverso da quello usato dai turisti per compilare i documenti. Per questa ragione, forse, il personale alla dogana sembrava accanirsi nell’ispezionare i bagagli, nel controllare il materiale elettronico e diventava inflessibili quando verificava la mancanza nel documento di sbarco del numero di volo o della firma dell’intestatario. Quelle erano le sole cose che poteva verificare. I turisti entrati quel giorno in Birmania erano undici in tutto. Sette facevano parte di un gruppo di italiani, da noi battezzato “i disperati nel mondo”, composto da sei donne fra i venti e quaranta anni e un uomo sui trenta. Il gruppo di donne si muoveva come un branco di oche: la capogruppo in testa e le altre, vocianti, al seguito. Il maschio seguiva a distanza e sembrava un brutto anatroccolo. Era piccolo e magro per non dire anoressico. Aveva un viso lungo e stretto segnato da bocca, occhi e naso incredibilmente grandi. Capelli tagliati corti e barba di più giorni. Cappello e giubbino da pescatore, color verde marcio. Dato il suo aspetto fisico lo avevamo soprannominato lo “sfigato”. Gli altri erano una coppia di tedeschi sui cinquant’anni e noi, un maschio ed una femmina italiani, diciamo fra i trenta ed i quaranta. I due tedeschi erano chiaramente una coppia sposata, tecnicamente efficiente. Non a caso erano stati i primi ad uscire dal cancello della dogana. Noi no. Io e la mia compagna non eravamo una coppia. Anche se avrei fatto carte false per poterlo diventare noi non eravamo una coppia. Dopo avere lavorato assieme per anni, vissuto esperienze indimenticabili, consumato notti insonni per consolarci delle reciproche pene d’amore, eravamo rimasti amici. La nostra intesa era perfetta ma limitata al terreno degli affetti e, se si vuole, della complicità. Solo a quello. Io avevo sempre sognato, desiderato di andare oltre. Tutte le volte che lei era rimasta sola avevo sempre sperato che fosse giunto il mio turno. Invece, prima di me, arrivava sempre un altro pretendente ad occupare il posto che consideravo mio. Per questo, il giorno in cui l’avevo sentita dire al telefono “se mi porti vengo con te in Birmania”, non avevo creduto alle mie orecchie e avevo cominciato a temere che, al momento di partire, avrebbe cambiato programma. Invece era lì con me, a Rangoon, e stavamo compilando i documenti doganali. Non eravamo ancora una coppia ma un lui ed una lei che fanno un viaggio insieme. Come ce ne sono tanti. I documenti che stava compilando, appoggiata al banco stranieri dell’aeroporto, lo indicavano chiaramente. Noi non avevamo niente in comune. Solo la calligrafia grande e contorta, usata dalla mia compagna per compilare i documenti, ci avvicinava. Niente di più. Questo fatto mi procurava un certo sollievo. Avevo deciso che se mi fossi trovato in difficoltà avrei dichiarato di non conoscerla: lei era estranea non solo ai fatti ma alla mia stessa vita. Per lei, d’altra parte, era già così. Il modo con il quale aveva compilato i moduli lo dimostrava. I suoi averi erano nettamente distinti dai miei e nella sua dichiarazione non si prospettava lo spazio di un sia pur minimo rischio. Il poco denaro in suo possesso era interamente dichiarato. I “dollari in nero” erano solo miei. “È giusto che sia così. - pensavo dentro di me - Io sono già a rischio. Che senso avrebbe esporre anche lei.” Sapevo che, non prendendo atto della situazione, stavo mentendo anche a me stesso. Quando ho aperto il bagaglio davanti alla guardia doganale ero in un autentico bagno di sudore. “È la paura!” - mi sono detto. Invece non era così. I miei capelli erano bagnati e rivoli di sudore mi entravano negli occhi, facendoli bruciare. La camicia, le mutande, i calzoni si potevano strizzare da quanto erano bagnati. Anche gli altri, tutti gli altri, però, si trovavano nelle stesse condizioni senza avere la mia paura. La guardia doganale, che stava allungando le mani voraci sulle mie cose, non era in preda ad un’ansia come la mia ma sudava, come me. Avevo aperto per primo il sacco della mia compagna e messo in bella mostra il collo di una bottiglia di whisky. La grande mano scura della guardia l’aveva afferrata e fatta sparire sotto il banco con consumata abilità. Con del gesso aveva segnato la sacca e, prima di restituirli, aveva messo una serie di timbri e firme sui documenti. La mia compagna aveva recuperato i bagagli e se ne era andata. L’esca aveva funzionato. Lei era in salvo. Adesso era arrivato il mio turno. La borsa degli indumenti non interessava il doganiere che, oltre a segnarla con il gesso, si era preoccupato di richiuderla facendo scorrere la cerniera. Sembrava che tutto il suo interesse fosse concentrato sulla custodia della macchina fotografica e della video-camera. Dopo avere controllato la mia dichiarazione si era messo ad esaminare il contenuto della borsa con la video-camera. Adesso stavo proprio sudando di paura e sentivo le gambe molli. Solo quando stavo per mettermi a svuotare la borsa e compiere le operazione studiate a memoria per dissimularne il contenuto, mi sono reso conto che la guardia non era interessata a guardare quello che c’era dentro la borsa ma a portare fuori un rullino di pellicola fotografica. I due che avevo messo a sua disposizione sul banco non erano stati sufficienti. Due non bastavano, ce ne volevano tre. In un istante il terzo rullino si è materializzato nelle mie mani ed è scomparso dal banco. Mentre richiudevo le borse i miei documenti sono stati timbrati e firmati. Adesso ero salvo anch’io. Avevo recuperato a tal punto la mia sicurezza che, quando mi è stato restituito l’elenco del materiale, ho chiesto alla guardia di ridurre di una unità il numero dei rullini dichiarati. Lui mi ha guardato in faccia e si è messo a ridere. Io mi sono messo a ridere con lui. Quando sono uscito da quello stanzone, buio e maleodorante, ridevo ancora. Ridevo per la mia imprevista reazione. Ridevo dello scampato pericolo. Ridevo perché adesso cominciava la mia avventurosa vacanza insieme ad una donna che speravo diventasse mia e ad un pacchetto che avrei dovuto consegnare ad un destinatario sconosciuto. All’aeroporto di Rangoon non sei tu che dai la caccia ai taxi ma sono i tassisti che la danno a te. Dal momento che i viaggiatori birmani se ne erano già andati, come uniche prede, eravamo rimasti noi: i turisti stranieri. La coppia tedesca, dopo una breve contrattazione, si era infilata in un taxi ed era partita per ignota destinazione. Mancava all’appello il gruppo de “i disperati nel mondo” ancora alle prese con problemi di dogana. Non so per quale ragione ma il fatto di non vederli uscire mi angustiava. Avevo lo strano presentimento che fosse successo qualcosa e credevo anche di sapere cosa. Nell’attesa di partire da Bangkok la mia compagna si era abbandonata a un lungo cicaleccio con le donne del gruppo. Dopo essermi divertito a leggere sul suo volto le espressioni di meraviglia suscitate dai racconti che stava ascoltando ero stato preso da una profonda irritazione. Non volevo più rimanere solo perché non mi andava di continuare ad almanaccare su quello che avrebbe potuto accadere. Pur di stare con qualcuno, o per solidarietà con chi era rimasto solo come me, mi sono messo a parlare con l’unico maschio della compagnia. Saltando ogni preambolo lo “sfigato” aveva dato inizio ad una conversazione che io non ero per niente disposto a sostenere. Lui, però, parlava senza preoccuparsi di capire se stessi ascoltando. Sentiva solo il bisogno di parlare, di sfogarsi. Aveva cominciato col dire che, in quella situazione, non si poteva dire un uomo fortunato. Lui, cioè, non ci pensava nemmeno di fare il gallo del pollaio. Si sentiva, anzi, martoriato da quelle chiocce senza pulcini che scaricavano su di lui la loro aggressività senza mai provare un sentimento di comprensione nei suoi confronti. Lui non aveva voce in capitolo in nessuna decisione. La cassa comune per la spesa aveva esaurito quasi completamente le sue disponibilità di denaro anche se lui, che era una persona educata, mangiava dopo le “signore ” e si limitava a consumare i resti. Insomma, un disastro. Sarebbe tornato a casa subito se fosse stato possibile. Il suo biglietto, però, non lo consentiva. Doveva andare avanti e arrivare con le “ fatine ” sino alla fine del viaggio. Ne parlava come se si trattasse di una condanna biblica. Per far fronte alle spese residue aveva deciso di vendere in Birmania la sua macchina fotografica a fuoco fisso. Si era informato e aveva scoperto che poteva farci una “cifra”. L’unico problema da risolvere, per poterla vendere alla borsa nera, era quello di portarla oltre confine di nascosto. Appunto. Io gli avevo consigliato di dichiararla all’ingresso e all’uscita. La possibilità che alla dogana si accorgessero che all’uscita non c’era erano molto scarse. Se si fossero accorti lui si sarebbe messo a cercarla, come un matto, per arrivare a scoprire che non c’era. Perbacco, non c’era proprio. Aveva ascoltato con attenzione il mio suggerimento. Per qualche istante l’aveva persino condiviso ma, poi, era arrivato alla conclusione che la sua idea era migliore. Alla dogana lui non avrebbe proprio dichiarato niente. Si sarebbe limitato a nascondere la macchina fotografica sotto il cappello che portava in testa. “Semplice no?!” Non avevo voluto commentare ma, a partire da quel momento, oltre ad avere paura per me ne avevo anche per lui. Quel ritardo, oramai, mi aveva fatto capire che a me le cose erano andate bene. A lui no. Ne ho avuto la certezza quando mi sono reso conto che tutti i passeggeri, fatta eccezione per “i disperati nel mondo”, avevano lasciato l’aeroporto e che la mia compagna aveva cominciato a fare pressione perché ce ne andassimo. Anche lei aveva avuto sentore che fosse successo qualcosa d’imprevisto e capito che non mi sarei allontanato se prima non avessi visto uscire dall’aeroporto quello stupido ragazzo. Mi conosceva abbastanza per capire che, se questo non fosse accaduto, sarei andato a cercarlo. Quando ho visto uscire “i disperati nel mondo” senza la capogruppo e lo “sfigato” non ho più avuto dubbi: quello che temevo era accaduto. Anche se non ero presente alla scena, e nessuno me ne ha mai parlato, posso descriverla nei dettagli: sul volto nero, largo, baffuto della guardia doganale si era aperto un sorriso beffardo e una lunga mano, con un pesante anello dorato al dito mignolo, si è avvicinata alla testa dello “sfigato” e, oplà, ha fatto volare via la macchina fotografica insieme al cappello. Semplice no!? Adesso che avevo la mia borsa al sicuro mi sentivo capace di comportamenti spavaldi. Senza pensarci un solo istante sono rientrato nella zona doganale A fare la scoperta era stato il “mio amico”, quello che mi era costato una bottiglia di whisky e tre rullini di fotografie. Quello con cui avevo condiviso la risata che era stata per lui divertita e per me liberatoria. Mi sono messo a parlare con lui come si fa fra commilitoni. Non so come ma ci siamo intesi. Lui si è tenuto la macchina fotografica che il mio amico aveva nascosto sotto il berretto per “fargli una sorpresa”, in compenso ha lasciato libero il furbacchione che non si era neppure reso conto dei guai in cui avrebbe potuto cacciarsi. Fuori dall’aeroporto lo “sfigato” era atteso da un gruppo di donne che lo avrebbero coperto di contumelie ma che, sempre a causa del famoso biglietto, non avrebbero potuto separarsi da lui; io da una che, forse, avrebbe volentieri fatto a meno di me. Quando siamo usciti dall’aperto non l’ho salutato. Non era il momento di farlo, per me come per lui. E poi ero certo che ci saremmo rivisti. In cielo le nubi si rincorrevano veloci e cercavano scampo ai raggi del sole. Fra poco la città sarebbe stata coperta da una cappa di calore umido, opprimente. Dal cielo il temporale si era trasferito all’interno del nostro povero taxi con autista, moglie al seguito ed il figlio intento a succhiare il latte dal seno materno. Oltre a loro c’eravamo noi, io e la mia compagna di viaggio, che era inviperita con me. Ormai era certo: fra poco sarebbe scoppiata la tempesta. Mi auguravo solo che passasse senza lasciare danni. Non conoscevo la mia compagna sotto questo profilo. Quando avevo avuto occasione di osservarla nell’ambiente di lavoro avevo notato che risolveva le crisi con un pianto silenzioso. Qui, però, era tutto diverso. Lei aveva ragione di lamentarsi. “Ma si può sapere che gusto provi a metterti nei guai per aiutare uno stronzo come quello? Che senso ha piantare me sul marciapiede di un aeroporto, in mezzo a gente pronta a portarti via le borse da sotto il culo, per andare ad aiutare uno smidollato puzzolente come quello? Tu, per aiutarlo, hai corso il rischio di finire in galera insieme a lui mentre per proteggere me non hai fatto niente. Proprio niente. Se non fosse stato per me adesso non avremmo neppure lo spazzolino per pulirci i denti. E poi, magari, gli hai dato anche del denaro.” Era vero. Era tutto assolutamente vero quello che aveva detto, tranne che per i soldi. Quelli non glieli avevo dati ma solo perché non ci avevo pensato. “Scusami - le ho detto con aria contrita - mi sono comportato da imbecille. Prometto che non lo farò più.” Dandole ragione speravo di averla ammansita. Invece, un istante dopo, è ritornata alla carica con una gragnola di colpi. “E poi che idea è questa di noleggiare un taxi sgangherato con famiglia al seguito? Questo non è un taxi ma una casa a quattro ruote. Qui dentro questi ci vivono. Mangiano, dormono, scopano. Ci allevano i figli. Senti che odore di piscio!? C’era di meglio da scegliere e allo stesso prezzo. Perché l’hai fatto?” La sua era la reazione di chi si sente offeso. Non ne capivo la ragione e, comunque, non c’era stata da parte mia alcuna intenzione di dispiacerle. Anche se sapevo di mentire mi sono sorpreso a dire che li avevo scelti perché mi avevano fatto pena. La nostra doveva essere considerata una buona azione fatta per propiziare la protezione degli dei. Il nostro viaggio sarebbe stato bellissimo anche per quello che stavamo facendo. Era una donna troppo intelligente per accontentarsi di una spiegazione come la mia. In ogni caso era anche troppo evidente che in tutta quella situazione lei si era solo preoccupata per sé non di me. Stava già tornando alla carica quando la moglie dell’autista, impegnata ad allattare al seno il bambino, ci ha fatto segno che un taxi ci aveva affiancato e stava facendoci segni minacciosi. Quello era il taxi che la mia compagna avrebbe sicuramente scelto e, forse, lo aveva anche fatto senza informarmi. Poi, però, non aveva dato seguito alle sue promesse. Se le cose stavano come pensavo eravamo nei guai. Adesso era lei a sentirsi in colpa e ad avere paura. Senza darlo a vedere era scivolata sul sedile, come per nascondersi, e non aveva più aperto bocca. Adesso i due taxi procedevano affiancati. Marito, moglie e bambino, che si era messo a strillare, erano impegnati in una animata discussione con l’altro autista. Sembrava non dovesse finire mai. Poi, come era cominciato, tutto è finito improvvisamente. L’altro taxi se n’è andato via, accelerando. Il bambino aveva recuperato il capezzolo della madre e si era messo zitto. Marito e moglie avevano confabulato fra di loro con espressione di rammarico. Poi la donna, sorridendo, si era rivolta verso di noi dicendoci: “Ok ?!”. “Ok!” abbiamo risposto insieme, io e la mia compagna. Io sapevo a che cosa avevo detto di sì e cominciavo ad essere preoccupato; lei no e aveva cessato di esserlo. Il taxi, che stava portandoci nel cuore di Rangoon, era il più rumoroso del mondo. Tutto in quella macchina, a buon diritto, sembrava lamentarsi. Le sospensioni avevano finito di fare il loro dovere da alcuni decenni, le molle dei sedili nascondevano la faccia arrugginita sotto cuscini domestici, i vetri dei finestrini si alzavano ed abbassavano solo se sospinti a mano. Per chiudere le portiere occorreva una capacità tecnica e una forza fisica che io e la mia compagna non avevamo. Il conducente aveva dovuto fermarsi e scendere per richiuderle. In compenso il motore girava e ci portava a correre pericolosamente su una strada lunga e vuota, fatta di sole buche. Il nostro autista non faceva niente per evitarle perché sapeva che lo sforzo sarebbe stato inutile. Sembrava, invece, concentrato a condividere i dolori della sua vecchia compagna di lavoro ed a soffrire con lei, ad ogni sobbalzo. Fra poco saremmo entrati nel centro della città. Avremmo percorso strade che si intrecciano con regolare uniformità e avremmo raggiunto gli uffici del turismo birmano, posti di fronte alla Pagoda Sule. Anche se guardavo fuori dal finestrino non riuscivo a vedere niente. Il mio pensiero era tutto concentrato nello sforzo di capire i termini dell’accordo che i due tassisti avevano raggiunto e di mettere a fuoco una linea di condotta da seguire. Ero certo che quei due avevano deciso di spartirsi la torta. Il primo avrebbe incassato il compenso per il tratto di strada più lungo; il secondo avrebbe cercato di farmi cambiare la maggiore quantità possibile di dollari. La sua automobile, semi-nuova, la diceva lunga sulla sua reale professione. Di mestiere quello non faceva il tassista ma trafficava in valuta. Io non avevo niente contro di lui. Avevo, anzi, bisogno di fare provvista di kyat al cambio in nero ma non mi piaceva l’idea di esserci quasi costretto. Il fatto che la famigliola non avesse neppure tentato di aprire un discorso sull’argomento confermava i miei sospetti. Sapevo come avrebbe potuto essere la trattativa con la famiglia che ci stava ospitando e prevedevo come si sarebbe svolta l’altra. Se fosse stato possibile avrei preferito evitarla ma, arrivati a quel punto, non c’era più niente da fare. Nella mia determinazione c’era una punta di cattiveria nei confronti della mia compagna che, senza neppure rendersene conto, ci aveva cacciato in quel guaio. Oltre a questo c’era il pensiero ricorrente del pacchetto che avevo con me e non sapevo a chi consegnare. Dal momento che non potevo darlo a nessuno, qualcuno avrebbe dovuto venire a chiedermelo. Di questo ero comunque convinto. Nella mia vicenda non c’erano misteri da scoprire: io stavo andando in giro alla luce del sole, seguendo un itinerario prevedibile. Per chi avesse voluto farlo sarebbe stato facile individuare un milanese in vacanza e chiedergli il pacchetto che portava con sé. Se qualcuno me lo avesse chiesto io non avrei esitato a consegnarlo. In quei giorni ci saranno stati in Birmania duecento turisti: di questi se gli italiani erano trenta e i milanesi cinque erano già tanti. Nei miei viaggi precedenti, più per curiosità che per interesse, avevo fatto qua e là domande per avere notizie sulle condizioni della Chiesa Cattolica in Birmania. Tutti mi avevano parlato di violenze, repressioni, morti. Durante la guerra di liberazione la comunità cattolica di Rangoon era stata sterminata insieme a quella anglicana. Nella lotta contro gli inglesi i birmani non erano andati per il sottile. Non avevano fatto distinzioni fra la Chiesa d’Inghilterra e quella di Roma. Missionari cattolici e sacerdoti locali si erano dati alla clandestinità e avevano cercato di far sopravvivere una Chiesa perseguitata. In passato la comunità cattolica aveva dimostrato di essere unita. Questo le aveva consentito di superare prove terribili durante la lotta contro i giapponesi. Poi, nella seconda metà degli anni settanta, erano arrivati i comunisti con l’intento dichiarato di centralizzare il potere e di eliminare le religioni e le minoranze etniche. Persino il buddhismo, religione della quasi totalità della popolazione, era traballato. Non era difficile immaginare che cosa fosse accaduto a quella cattolica, seguita da una minoranza della popolazione e, per di più, straniera. Le sue cattedrali erano state profanate, saccheggiate, distrutte. I fedeli perseguitati, deportati, uccisi. I missionari aveva dovuto cercare scampo nella fuga, nascondersi nella foresta o lasciare il Paese. Si era trattato di un vero e proprio massacro ma era avvenuto all’interno di confini internazionalmente riconosciuti e, per questo, nessuno ne aveva parlato. Quello della Birmania era stato un dramma dimenticato. Per quanto ne sapevo la caccia ai cattolici era finita da tempo ma la paura continuava a persistere in chi aveva dovuto cercare scampo alla morte. I martiri, gli eroi, non c’erano più a sfidare la tirannia: erano rimasti gli uomini comuni, quelli che avevano venduto l’anima per salvare la vita. Alcuni di questi stavano dandosi da fare per ridare dignità a se stessi ed alla propria fede ma lo facevano con prudenza. Un poco alla volta, però, stavano riuscendoci. In fondo anche Pietro, il primo degli Apostoli, aveva tradito Gesù per ben tre volte ed era stato perdonato. Era giusto che accadesse anche a loro. Io, che non avevo conosciuto quella violenza, non riuscivo a capire la riluttanza con la quale la gente affrontava l’argomento ed il rifiuto a fornire anche informazioni elementari. Per me quel capitolo della storia della Birmania era chiuso, finito. Adesso era possibile entrare e uscire liberamente dal Paese. Certo, occorreva avere un visto per poterlo fare, ma nessuno me lo aveva negato anche se ne avevo fatto richiesta tre volte in cinque anni. Non mi rendevo conto che avevo potuto entrare e uscire più volte dalla Birmania solo perché ero un inoffensivo cittadino italiano con in tasca qualche dollaro da spendere. Se sul mio passaporto anziché “impiegato” ci fosse stato scritto “sacerdote cattolico” avrei avuto una storia ben diversa da raccontare. Affidandomi il pacchetto “pericoloso” il missionario mi aveva assicurato che i tempi erano cambiati e io potevo essere considerato un corriere sicuro. Uno di quelli che non avrebbero certamente individuato alla frontiera. Per entrare in Birmania i suoi confratelli dovevano ancora percorrere il cammino delle foreste. Avevano fatto di tutto per passare normalmente la frontiera ma non c’erano mai riusciti. I loro sacerdoti avevano cambiato nome, assunto personalità diverse. Si erano persino camuffati, truccati, “sposati” ma non erano riusciti a passare. Sembrava che alle ambasciate, ai consolati, agli uffici di confine funzionari, impiegati, guardie avessero un sesto senso per individuarli e rispedirli a casa. Anche la posta ed i normali corrieri non erano praticabili. La merce spariva lungo il percorso. Si erano persino fatti taglieggiare dai contrabbandieri ma anche quelli, dopo le prime spedizioni, li avevano traditi. E così ero arrivato io che avevo detto: “Guardi che io, questa estate, torno in Birmania. Se ha bisogno che porti qualcosa me lo faccia sapere. Tanto non avrò bagagli”. Contro ogni previsione mi aveva preso sul serio. “Prima ne devo parlare con i miei confratelli - aveva detto - poi ti chiamerò e ti farò sapere”. Tutto, comunque, era avvenuto come aveva previsto. Io ero entrato in Birmania con molta paura ma senza difficoltà. Perché dovevo dubitare che tutto continuasse a procedere nello stesso modo? In fondo quel tassista poteva essersi arrabbiato non perché aveva perso una buona corsa ma perché aveva bucato un contatto utile per recuperare il pacchetto che avevo con me. Era possibile? Certo che era possibile! Il piazzale antistante l’ingresso dell’ufficio turistico birmano era letteralmente inondato dall’acqua. Con abile manovra il nostro tassista si era accostato al primo gradino, aveva aperto con fatica la portiera e ci aveva fatto scendere in modo da non bagnarci le scarpe. Lui era a piedi nudi e non aveva difficoltà a muoversi nel fango. Senza chiedere la nostra autorizzazione aveva cominciato a scaricare i bagagli. Lo aveva fatto con rapidità e determinazione. Senza guardarmi in faccia. Avevo capito il suo messaggio e lo avevo accettato. Senza dire niente gli ho consegnato i dollari pattuiti e se n’è andato sorridendo. Affiancata alla sua macchina sgangherata, che se ne andava via, c’era già in attesa il nuovo taxi. “Ma perché l’hai fatto andar via?” ha domandato con tono di rimprovero la mia compagna. Non potevo spiegarle la situazione in cui ci trovavamo e metterla in ansia. Mi sono limitato a dirle: “Qui dentro perderemo un bel po’ di tempo. Mi spiaceva farli aspettare e poi, se non ricordo male, a te non piacevano.” C’erano tante verità in quella risposta che risultava falsa per la sua incompletezza,. In quel “.....e poi a te non piacevano”, però, c’era un riconoscimento che sarebbe stato sufficiente a soffocare sul nascere ogni discussione. Così è stato. L’autista che ci aveva lasciato aveva deposto i nostri bagagli in un angolo, fra il muro e il bancone. Prima di uscire dall’ufficio mi aveva fatto segno di rivolgermi ad una vecchina che sembrava in attesa del nostro arrivo. Conoscevo bene quel posto, quel bancone e quella vecchina ma non avevo l’impressione del già visto. L’afa era intollerabile. Il vociare era da stadio. La confusione indescrivibile. Mancava la luce elettrica, i telefoni non funzionavano. Un gruppo di turisti stava gridando. Erano esasperati perché non riuscivano ad avere conferme per partenze imminenti. Per loro era tassativo: l’indomani scadeva il loro permesso di soggiorno e dovevano uscire dalla Birmania. La nostra vecchina, seduta compostamente sul suo sgabello, stava osservando con sgomento la scena senza poter far niente. Capiva la rabbia dei turisti ma anche l’impotenza dei suoi compagni di lavoro. L’uragano aveva paralizzato la città e la sua vita. Niente sarebbe stato possibile fare senza luce elettrica e telefono. Bisognava solo aspettare. Forse per togliere se stessa dall’imbarazzo ci aveva salutato per prima e chiesto i nostri documenti. Dopo averli esaminati ci aveva chiesto dove volevamo dormire e se avevamo già un programma da realizzare. Anche se parlava con un filo di voce e noi non sentivamo tutte le sue parole siamo riusciti a capirci. Sul pernottamento non c’erano problemi. Allo Strand hotel potevamo trovare tutte le camere che volevamo e, quindi, non c’era bisogno di prenotare. Bastava andarci. Per cambiare i soldi c’era un ufficio nell’albergo che avevamo scelto. Non sapeva se avremmo potuto partire l’indomani mattina per Pagan, come avevamo chiesto, perché non era al corrente della situazione dei voli e non poteva dare conferme. Parlando in inglese la mia compagna aveva insistito sulla nostra richiesta evitando di fornire alternative. Il volo pomeridiano per Pagan non andava bene per un viaggio come il nostro. Quello del giorno successivo ci avrebbe messo a rischio di bucare la data di uscita o di non compiere per intero l’itinerario previsto. Non potevamo arrivare a Rangoon il giorno della partenza. Anche noi dovevamo ottenere una conferma per le nostre prenotazioni. L’avremmo richiesta in aeroporto, alla fine del nostro giro interno, ma non potevamo evitare di farlo. Le due donne si erano intese e la vecchina aveva annotato i nostri nomi e quello dello Strand su un pezzo di carta. Dopo aver assicurato che avrebbe fatto avere notizie in albergo ci ha salutato augurandoci la fortuna di cui avevamo bisogno. Il nuovo autista stava aspettando appoggiato davanti allo stipite della porta di uscita. Per essere un birmano era alto e con un fisico possente. Aveva una carnagione scura, occhi neri e profondi. Guance barbute. I suoi gesti erano misurati e sicuri. Quando ci ha visto recuperare i documenti si è staccato dal muro e, senza rivolgerci una parola, ha preso le nostre borse e le ha deposte nel bagagliaio dell’automobile. Poi ha aperto educatamente la portiera. Ci ha fatto salire e l’ha richiusa alle nostre spalle. In quell’abitacolo si respirava aria di pulito e tutto funzionava alla perfezione. Al volante c’era un autista che non avevamo visto prima. Quello da noi conosciuto si era seduto al suo fianco. Come la portiera si è chiusa la macchina è partita per ignota destinazione. Nessuno di noi aveva indicato una destinazione. Lui aveva deciso per conto suo o aveva sentito che eravamo diretti allo Strand. La direzione presa, però, non era quella giusta. L’albergo distava da dove eravamo tre o quattro isolati. Seguendo il nuovo percorso avremmo impiegato una vita per raggiungerlo ma ormai non eravamo in condizioni di decidere più niente. Lui non sapeva che io conoscevo la strada e che stavo al gioco in attesa di capire quel che sarebbe successo. Anche se il viaggio da Bangkok era stato breve la mia compagna era stanca. La maschera del suo viso, normalmente inappuntabile, era sfatta dall’umidità. L’ombretto si era sciolto in rivoli che cercava inutilmente di tamponare con un fazzoletto di carta. Non l’avevo mai vista così spettinata, appassita. Il mio istinto era stato quello di prenderla e di tenerla fra le braccia. La sua paura mi faceva tenerezza e volevo farle capire che l’avrei protetta. Mi sono avvicinato a lei. Le ho accarezzato il viso, i capelli e detto teneramente: “Non avere paura. Adesso chiudi gli occhi e fai finta di dormire. Fai solo quello che ti dico io”. Lei mi ha lasciato fare. Non ha detto niente. Il mio accompagnatore aveva osservato nello specchietto retrovisore i miei movimenti. Era in attesa del momento opportuno per sferrare il suo attacco. Stavamo percorrendo il viale che costeggia il Rangoon river. In una zona vuota della città. In direzione dello Strand hotel. Il taxi procedeva lentamente ma senza mai arrivare a fermarsi. Aspettavo di sentir parlare il nostro sequestratore e di scoprire che cosa volesse da noi: i nostri soldi o il mio pacchetto. Io ero pronto ad affrontare ogni eventualità. Anche tutte e due, se si fossero presentate. Dopo poche battute, comunque, era parso evidente che il suo interesse era per i miei dollari. Tutti i dollari in contanti che avevo. Quelli in pezzi da cento, e solo quelli. Dopo aver contrattato e trovato l’accordo sul cambio ho preso di tasca il pacchetto di denaro. Vedendo il mucchietto di dollari che avevo preparato la sua espressione era diventata sorridente. Io mi sono quasi scusato con lui dicendo di non avere molto denaro in contanti da cambiare. Ero abituato a viaggiare con i travel chèque. Comunque ero contento di cambiare con lui tutti i dollari che avevo. Lui non aveva risposto. Aveva valutato il mio pacchetto di dollari e lo aveva trovato soddisfacente. Quando l’ho aperto, però, la sua delusione è stata evidente. Non si trattava dei cinque o seicento dollari che si era atteso ma di due pezzi da cento, nuovi fiammanti, tre pezzi da dieci e uno da cinque. Prendere o lasciare. Ha preso i duecento dollari e lasciato il resto ma non era soddisfatto. Mentre concludevamo l’affare il taxi stava nuovamente transitando davanti allo Strand ma non si era fermato. Io ero intento a contare i kyat che avevo acquistato e lui a farli passare dalle sue alle mie mani. Sapevo che sarebbero stati più che sufficienti per le nostre spese birmane e, in caso di necessità, per corrompere la guardia doganale al momento di uscire dalla Birmania. Concluso il cambio, il taxi aveva invertito la rotta e preso velocità. In pochi attimi ci ha portato a destinazione. Questa volta l’automobile si è fermata di fronte al portone d’ingresso dell’albergo. Noi abbiamo recuperato la libertà e riacquistato il possesso dei nostri bagagli. Non avevo pagato il compenso per una corsa che avrei volentieri evitato di fare ma, giunto alla fine di quell’avventura, avevo sentito il bisogno di sdebitarmi o di stravincere. Avevo estratto dalla mia borsa un pacchetto di sigarette e glielo avevo dato. Lui mi ha guardato in faccia e mi ha sorriso. In quella partita avevamo vinto o perso in due. Arrivederci alla prossima. “Ma perché hai regalato un pacchetto di sigarette a quello stronzo che voleva portare via tutti i dollari che avevi?” mi sono sentito chiedere. “Perché volevo chiudere la partita e fargli capire che l’avevamo giocata in due: lui con la sua aggressività, io con la mia astuzia. Non era un ladro. Sapeva benissimo che quello non era il solo denaro che avevamo. Se avesse voluto prendercelo non avremmo avuto scampo. Quella era la posta in gioco di una partita che si è svolta in modo corretto. L’abbiamo giocata e chiusa. Questa sera, quando usciremo da quel portone, noi non avremo paura. Lui sarà là ad aspettare. Pronto a giocarne una nuova. Noi avremo nuovamente in tasca 235 dollari americani che cambieremo solo in caso di estrema necessità.” Nuove mani avevano preso possesso dei nostri bagagli per trasportarli all’interno dell’albergo. Malgrado le condizioni di totale degrado lo Strand Hotel dava l’impressione di essere accettabile. Lo stile coloniale e pretenzioso della struttura, l’impressione di un decadimento irreversibile, lo rendevano simile a quello di un corpo che muore di consunzione. Produceva un sentimento di pietà, stimolava un istinto di protezione. Non si può infierire su un corpo che sta morendo! Persino il personale sembrava avere l’età dell’immobile ed essere intenzionato a morire con lui. In quell’albergo c’era tutto quello che ci doveva essere ma niente era a posto. Efficiente. La reception, il telefono, l’ascensore. Il bar, la sala biliardo, quella da pranzo. Gli affreschi ai soffitti e alle parete. I tendoni drappeggiati, i tappeti e le moquette consunte. Camere da letto grandi come appartamenti e bagni grandi come stanze da letto. Su tutto quanto si era depositata, incrostata, rappresa, la polvere, l’umidità, il fumo, la maleducazione dei clienti e la trascuratezza della servitù. Tutto quello che c’era e avrebbe dovuto esserci era inservibile. Quello che c’era in sovrappiù non avrebbe dovuto esserci. A cercare bene sarebbe stato possibile trovare funghi sul pavimento e stalattiti nei lampadari. Sembrava che fosse stato affidato allo sporco il compito di tenere insieme l’edificio sino al collasso finale. L’albergo era quasi completamente vuoto e noi potevamo scegliere. Avevamo chiesto di avere la camera più grande e costosa sul presupposto che fosse anche la meglio tenuta e pulita. Alla prova dei fatti abbiamo dovuto ricrederci. La stanza era grande ma, proprio per le sue dimensioni, veniva affittata da famiglie numerose che, durante il soggiorno, la utilizzavano per fare di tutto lasciando tracce indelebili del loro passaggio sul letto, sulle sedie, negli armadi, sulla tappezzeria. Quando se ne andavano portavano via ogni cosa, persino le lampadine. Alla fine abbiamo scelto una delle stanze più piccole che, comunque, sembrava una piazza d’arme. Rispetto a quelle esaminate era dotata di lampadine che, però, non funzionavano. La corrente elettrica non era ancora ritornata. Ai rubinetti c’era un filo d’acqua ma c’era. Il water, dopo un po’ di disinfettante, sarebbe diventato accessibile. La mia compagna aveva detto di sì senza recriminare su niente. Il suo atteggiamento sembrava sincero. “Prima di qualsiasi altra cosa lasciami fare un po’ di ordine e fammi fare un bagno. - aveva detto - Adesso tu vai a prendere un po’ di soldi al cambio ufficiale e a cercare informazioni sul viaggio di domani. Scusami ma ho bisogno di stare sola, almeno per un’oretta.” Insomma, volente o nolente, dovevo andarmene. Ero stato congedato. Per un’oretta, ma ero stato congedato. Quella soluzione andava bene anche a me. In quelle poche ore erano successe un sacco di cose e avevo vissuto emozioni in quantità. Per potermene liberare avevo bisogno di prenderne coscienza. Senza rendermene conto stavo eseguendo i compiti che mi erano stati assegnati. Mi ero riempito le tasche di sinistra dei Kyat ricevuti dal cambio ufficiale e fatto registrare la somma sul foglio delle valute consegnatomi alla frontiera. Anche se sapevo che la risposta sarebbe stata negativa perché la corrente elettrica non era ancora ritornata ed i telefoni non funzionavano, mi ero anche rivolto al vecchietto della reception per avere notizie. Inutilmente. Avevo attraversata il viale e mi ero seduto su un tronco d’albero abbandonato lungo la riva del fiume. Osservavo le acque limacciose correre verso il mare e la gente che arrivava e partiva, da e per destinazioni a me sconosciute. Quello era il mondo che amavo. Da esso ricavavo pace e serenità. L’ora del tramonto addolciva il contorno delle cose. Quelle figure minute che camminavano, correvano, saltavano, caricavano, trasportavano bagagli impossibili, viste in controluce, diventavano magiche. Non avevano niente in comune con l’asprezza delle persone incontrate nel corso della giornata e di gran parte della mia vita. Sembravano personaggi astratti, magici, da teatro delle ombre. Io ero affascinato dal mistero da cui sembravano avvolte. Mi sentivo intenerito dalla grazia e dalla semplicità dei loro gesti. Perché quel mondo si conservasse avevo portato con me una scatola di cui non conoscevo il contenuto ma che doveva riguardare il loro mondo, quello dello spirito. Accompagnato da questi pensieri avevo attraversato il viale ed ero andato sul lato sinistro dell’albergo, dove sapevo di essere atteso. Il mio cambista era lì. Pronto a giocare una nuova partita. Questa volta sarebbe stata senza sequestri e con regole chiare. Fra di noi, però, non c’era stata partita. Lui il gippone coperto, che stavo cercando, non l’aveva. Io, d’altra parte, non mi fidavo ad affrontare le strade all’interno della Birmania senza un veicolo sicuro Gli autisti, a cui si era rivolto, non avevano saputo fornirgli indicazioni utili. Alla fine, come sempre accade in questi casi, si era inventato un fratello dotato di una splendida jeep che ci avrebbe scorrazzato per le strade di Birmania. L’appuntamento per definire l’accordo era per le nove di sera in un ristorante cinese situato sul lato opposto dell’isolato in cui ci trovavamo. “Aspettami. Se faccio tardi non ti preoccupare. Verrò sicuramente”. Aveva detto. Ormai eravamo amici. Sentivo, nei dovuti termini, di potermi fidare di lui. Quando sono rientrato la camera aveva cambiato aspetto. Le imposte erano semichiuse e l’ombra nascondeva le magagne dell’arredamento e dello sporco. Il letto era stato sfatto e rifatto. Da matrimoniale si era trasformato in due letti ad una piazza. Non ho mai capito dove la mia compagna avesse trovato la forza per arrivare a spostarli. Anche se di pochi centimetri. Il letto destinato a me era coperto da un sarong che faceva da lenzuolo e copriva le macchie della coperta. Dal bagno usciva un piacevole odore di schiuma e di creme. La mia compagna stava sonnecchiando, o faceva finta di farlo, sdraiata sul letto. Aveva la testa avvolta da un turbante di spugna e sembrava più vestita di quando aveva camminato per strada. In bagno le mie cose erano state disposte su un tavolino che, per evitare il contagio, era stato ricoperto di carta igienica. Accanto alla porta d’ingresso c’erano le mie ciabatte di gomma. Il messaggio era anche fin troppo chiaro: dovevo metterle prima di entrare in bagno e usarle sotto la doccia. Certo lei aveva avuto un’educazione diversa dalla mia. Lei proveniva da una famiglia ricca, aveva sicurezze che io non avevo e, stando ad ascoltare i suoi racconti, aveva avuto una vita che non avrei mai sognoto di poter avere. Nella professione, però, io ero andato più avanti, molto più avanti di lei. Questo era accaduto non perché fossi maschio ma perché ero più intelligente anche se meno determinato di lei. Correva voce che, pur di arrivare dove voleva, lei avesse avuto qualche spinta da amici importanti e che qualche spinta l’avesse data anche lei, per conto suo. Non è così vero che essere donna, soprattutto quando si è belle e piacevoli, sia sempre un handicap. A me i discorsi che facevano su di lei non erano mai piaciuti e continuavo a non volerli ascoltare. Figurarsi tenerne conto. Sapevo che cosa si diceva su di me per capire quanto fossero deformanti rispetto alla realtà. Preferivo guardare la realtà in faccia, interpretarla per conto mio e, se possibile, accettarla per quello che era. Nel caso io avevo deciso di accettarla. Per conservare l’immagine che mi ero fatto di lei ero arrivato a prescindere dai suoi stessi racconti. Mi sembravano falsi e persino contraddittori. Soprattutto non avevano niente a che fare con quello che credevo di capire. A fronte della personalità forte e spregiudicata, che voleva accreditare, io stavo facendomi l’idea di una donna fragile ed indifesa. A parole era capace di sfidare il mondo, le sue ipocrisie, la sua violenza. In realtà entrava in crisi con grande facilità: di fronte ai primi ostacoli scappava sia psicologicamente che fisicamente. Aspettava che trovassero una soluzione per affermare che aveva avuto ragione lei, solo lei. A me non interessava dire di avere vinto, soprattutto se non era vero. Mi battevo per un’idea sino a farla prevalere ma mi ritiravo in buon ordine quando capivo di avere torto o che le ragioni degli altri potevano essere valide quanto le mie. In quella fase del mio innamoramento quanto osservavo, giorno per giorno, non mi importava. Il mio desiderio di lei prevaleva su tutto. Non ero in condizioni di vedere. C’era, però, un aspetto della sua natura che non riuscivo a capire e, quindi, ad accettare. Dai racconti delle storie passate, che faceva mio malgrado e con intenti che mi rimanevano oscuri, emergeva una esuberanza sessuale che io non avevo mai riscontrato e, soprattutto, il prolungarsi di un rapporto di quasi dipendenza nei confronti degli uomini che aveva avuto. Avevo l’impressione che se qualcuno di loro avesse fatto un fischio lei non avrebbe avuto un attimo di esitazione: mi avrebbe piantato in asso. Se ne sarebbe corsa via come un cane addestrato che risponde al richiamo del padrone. Io certo non l’avrei fermata. Non ne sarei stato capace. Dentro di me facevo di tutto per cancellare questa sensazione ma non ci riuscivo. Finivo, anzi, per attribuirmi la colpa di non essere sufficientemente maschio per farla mia, per legarla saldamente alla mia vita. Io non conoscevo i suoi compagni precedenti ma per fare l’amore nei modi da lei descritti bisognava essere spregiudicati in due. Io non sarei mai stato capace di fare mia una donna con la violenza e in situazioni tanto anomale. Non avrei mai avuto la volontà di prevaricare su di lei anche se, da quello che mi raccontava, avevo capito che nell’istinto sessuale della femmina c’è anche il desiderio di essere sopraffatta. Ero convinto che con la violenza avrei potuto avere un corpo non una donna ed il suo desiderio per me. Mentre mi muovevo cautamente, seguendo il percorso predisposto per entrare in bagno, mi chiedevo dove fosse nascosta la sessualità della mia compagna e che cosa avrebbe potuto accenderla. “Prendila e lo saprai!”- mi dicevo ma ero consapevole che non l’avrei mai fatto. Mi ero spogliato degli abiti sporchi e maleodoranti, li avevo disciplinatamente infilati nel sacchetto predisposto allo scopo ed ero rimasto con indosso le mie ciabatte infradito. Godevo della mia nudità. Guardandomi narcisisticamente nello specchio scrostato la vivevo come una sfida nei confronti della donna addormentata nella camera accanto. In fondo avevo poco più di quarant’anni, una buona posizione professionale, un fisico tirato a lucido dalla ginnastica. Ero libero di stato, cioè divorziato. Anche se ero “un buon partito” nella circostanza non voleva dire niente. Lei non sembrava particolarmente interessata a cercare marito. Sembrava, invece, impegnata a trovare persone disposte a consumare esperienze specifiche, meglio se proposte da lei. Nel fare la scelta di queste persone aveva una logica imperscrutabile, solo sua. Prendere o lasciare. Forse lei aveva chiesto di venire con me solo perché voleva fare dispetto a qualcuno. Era possibile. Chissà?! Mentre aprivo il rubinetto dell’acqua mi davo dello stupido per i pensieri che stavo coltivando e di cui, in fondo, dovevo vergognarmi. Oltre alla luce, al telefono, anche l’acqua non c’era più. Quella accumulata nei serbatoi sul tetto dell’albergo si era esaurita. Fra le cinque e le sei del pomeriggio, da quelle parti, si lavano tutti: la clientela locale, il personale di servizio e i turisti appena arrivati. A quanto pare io ero fuori orario e dovevo aspettare. Per poter fare la barba e lavarmi non potevo fare altro che attendere il ritorno della luce elettrica. Ho coperto le mie nudità con un grande asciugamano e mi sono sdraiato sul letto. Per cercare di fermare il flusso dei miei pensieri ho tentato di dormire. Sapevo che sarebbe stato difficile prendere sonno ma dovevo almeno provarci. La fatica fisica, la tensione di quelle ore avevano avuto facilmente ragione su di me. Il sonno, però, non era stato ristoratore. Anzi. Le immagini, tutte le immagini di quel giorno, si erano accavallate l’un l’altra per diventare un incubo fatto di vetri infranti, facce deformi, teste a pera. E poi c’erano finestrini che non salivano, porte che rimanevano chiuse e sangue, tanto sangue, che colava da sotto il pesante portone di una cattedrale che rimaneva chiusa. Sembrava che quell’enorme edificio ne fosse pieno, come un serbatoio d’acqua, e che solo in quel momento avesse cominciato a farlo scorrere. Poi, improvvisamente, una porta, la mia, veniva abbattuta e cadeva con un tonfo rumoroso per terra. Qualcuno entrava e mi portava via, nudo com’ero. Mi sono svegliato di soprassalto per rendermi conto che la luce era ritornata e l’antidiluviano ventilatore, posto al centro della stanza, si stava mettendo rumorosamente in moto. “Ma come? Sei venuto a letto in quelle condizioni senza neppure lavarti?!” Avrei voluto rispondere che non ero “venuto a letto” ma mi ero sdraiato sul mio letto. Ero in quelle condizioni perché non avevo potuto fare diversamente. Era incredibile: non si era neppure chiesta per un istante perché io mi trovassi in quello stato e, anziché compiangermi, mi rimproverava come se fossi entrato sporco e maleodorante nel suo letto. “Non ho potuto. - mi sono limitato a dire, soffocando l’irritazione - Evidentemente, quando sono arrivato io, non c’era più acqua nei serbatoi. Adesso che è tornata la luce vedrai che riprenderà a scorrere ed io potrò togliermi di dosso questo puzzo di capra.” Non avevo ancora finito di parlare che si erano sentite le tubature vibrare contro il muro e dare colpi come per dire: “ci siamo.” L’acqua, dopo avere sbuffato alcune volte, aveva cominciato a scorrere dal rubinetto rimasto aperto. Non avevo mentito. Lei poteva pensare tutto quello che voleva di me ma non che io fossi uno sozzone. Non ero un igienista come lei, questo no, ma ero una persona pulita. Anche mentalmente. Adesso potevo assaporare il piacere di farmi la barba e una doccia prolungata. Il profumo dei prodotti da toilette era rassicurante. Anche per me. Solo l’asciugamano, che avevo usato per sdraiarmi sul letto, sapeva di stantio ma non c’era niente da fare. Una nuvola di profumo mi avrebbe dato la sicurezza di essere pulito. Sembrava che stessi preparandomi a vivere una serata da leoni tanto ero impegnato a mettere a punto la mia immagine fisica. Ma non era così. Avevo catturato la mia preda ma, in quelle condizioni, non sapevo cosa farne. Quando sono rientrato nella stanza la mia compagna era già vestita di tutto punto, pronta per “scendere al bar ”. Nel pomeriggio avevamo percorso assieme quei corridoi, esaminato quelle stanze. Malgrado ciò si era preparata a “scendere” come se ci trovassimo in un hotel cinque stelle di Montecarlo. Incredibile. Probabilmente doveva avere letto da qualche parte, o aveva visto al cinema, che gli inglesi avevano portato e conservavano nelle colonie i riti della madre patria e che, la sera, indossavano abiti eleganti, divise da cerimonia, gioielli preziosi. Forse pensava che quelle tradizioni fossero ancora vive da quelle parti anche se gli inglesi erano stati cacciati da decenni. Fra quelle pareti quei riti erano stati celebrati ma in tempi lontani. Di quell’antico splendore fra le mura di quell’albergo era rimasta solo un’antica memoria. A me lo Strand Hotel piaceva proprio per questo. Se quei fasti fossero stati ancora vivi io non ci sarei mai entrato. Sarei andato altrove. Non sarebbe stato un mondo possibile, almeno per me. Avrei voluto mettere al corrente la mia compagna del programma della serata ma, tenuto conto della situazione, avevo evitato di farlo. Preferivo che si rendesse conto da sola della realtà e che non avesse l’impressione di seguire un itinerario preordinato. Mentre indossavo i calzoni e la camicia preparati sul letto, mi rendevo conto che aveva fatto e rifatto a modo suo la mia valigia e che sarebbe stata lei a decidere il mio modo di vestire. A me la cosa andava bene anche perché la borsa che conteneva il mio segreto era rimasta rigorosamente chiusa. L’aveva collocata ordinatamente accanto alla sua, quasi per dire “questo è mio, questo è tuo”, ma non l’aveva aperta. Non so per quale ragione ma ho pensato che non l’avrebbe mai fatto. Quando siamo usciti dalla stanza indossava calzoni appena aderenti, una camicia bianca senza maniche che metteva in risalto il disegno dei seni ben disegnati. La scollatura era generosa ma sapiente. Una sciarpa di seta rossa faceva da barriera al desiderio di guardare oltre un limite rigorosamente definito. Portava sandali e borsetta dorati. I capelli castani erano raccolti dietro la nuca in modo da dare luce agli occhi di colore verde - intenso ed alla bocca carnosa, perfettamente truccata. Il fondo tinta e la cipria, usati sapientemente, avevano conferito al suo volto una luce bellissima ma innaturale. Era fantastica: sembrava una regina il giorno dell’incoronazione o una modella pronta a posare per una copertina di Vogue. Camminava per i corridoi di quell’albergo come se fossero da sempre la sua cornice naturale e lei, in tutto quel decadimento, fosse la sola cosa ad essere sopravvissuta intatta. Sembrava che lo Strand, quella sera, avesse avuto un rigurgito di orgoglio e per lei fosse tornato agli antichi splendori. La scarsa illuminazione dei corridoi, delle sale, creava un’atmosfera ovattata in cui le incrostazioni delle mura e dei soffitti sparivano e lo sporco, la polvere, le macchie di muffa sulle pareti diventavano invisibili. Fiera, orgogliosa, lei camminava da dominatrice in quei corridoi. Scendeva con passo morbido ed elastico per quelle scale. Era consapevole dell’ammirazione degli altri. Soprattutto il personale mostrava di avere nei suoi confronti un atteggiamento deferente. Di altri tempi. In quel momento aveva vinto lei ed era felice. I turisti la osservavano con piacere perché era una donna bella ed elegante. Di fronte a loro, che indossavano indumenti puliti ma funzionali, sembrava una creatura diversa, fuori dal mondo. Per non dire di più. In tutto il bar, malgrado una lunga ed accurata esplorazione, non siamo riusciti a trovare un posto dove sedere. Al piano terra grandi teloni annunciavano l’inizio di un’attività di restauro e riducevano di metà lo spazio disponibile. Le poltrone rimaste erano bianche di polvere e, sotto un tessuto completamente logoro, presentavano l’imbottitura letteralmente ammuffita. Non ce n’era una che si salvasse. Dietro il banco il barman stava in piedi per scommessa e non si capiva che cosa avrebbe potuto offrire: gli scaffali dietro di lui erano vuoti. Un paio di camerieri servivano la gente seduta ai tavoli. Si trattava di residenti che fumavano grandi sigari puzzolenti e si bevevano bicchieri di rhum. In Birmania i super-alcolici sono proibiti. Chi li vuole bere o li compra di contrabbando o si siede nei bar degli alberghi internazionali dove sono ammessi. “Se vogliamo un aperitivo qui dobbiamo farci andar bene un bicchiere di rhum con del ghiaccio. A quanto pare il convento non passa altro”. Aveva accettato il rhum ma poi, quando aveva visto il bicchiere bagnato dell’acqua con cui era stato lavato, aveva rinunciato. Avrei voluto dirle che se volevamo continuare il viaggio dovevamo abituarci a quelle cose e che l’alcool del rhum avrebbe disinfettato tutto. Poi però ho rinunciato. Con quel caldo era meglio non bere. La camicia ed i calzoni che indossava erano già bagnati sulla schiena e nella cintura. La seta è bella ma, si sa, fa sudare e non è adatta ai paesi tropicali. L’alcool avrebbe aggravato e reso drammatica la situazione. Quindi, meglio così. La sala da pranzo era ridotta della metà da una serie di lerci tendoni di juta. I lavori di restauro erano arrivati anche lì. Dei pochi tavoli rimasti solo la metà era apparecchiata per la cena ma non c’era nessuno seduto. Se non fosse stato per l’improvvisa apparizione di un vecchio cameriere avrei potuto dire che quella era la sala da pranzo di una dimora abbandonata. Nei miei viaggi precedenti avevo soggiornato per alcuni giorni a Rangoon ed ero diventato familiare allo Strand. Il cameriere, che adesso mi aveva riconosciuto e stava facendomi festa, mi era diventato “amico” ed io sapevo perché. Con me aveva preso la consuetudine di fare il conto delle consumazioni su un pezzo di carta. Io pagavo e me ne andavo senza attendere la ricevuta che sarebbe arrivata solo dopo una lunga attesa. Lui mi era riconoscente per questo e mi premiava. Quando mi sedevo al tavolo potevo ordinare ed essere sicuro di essere servito per primo. Io ero soddisfatto perché potevo evitare interminabili attese, un servizio precario e, inoltre, pagavo con i soldi della tasca di destra, quelli che avevo cambiato in nero. Mi divertiva l’idea di avere in tasca soldi di destra e di sinistra. Quelli che tenevo nella tasca di destra erano frutto della libera iniziativa. Con il cambio in nero, le mancate registrazioni, i sotterfugi amministrativi e non so che altro, la gente riusciva a sopravvivere e in alcuni casi persino ad arricchirsi. In quella da sinistra c’erano i soldi delle lunghe attese, dei prezzi ingiustificati, dei servizi carenti. Erano uffici dove dovevi necessariamente rivolgerti per qualsiasi cosa senza avere la certezza di ottenere quello di cui avevi bisogno. L’accoglienza riservatami dal cameriere aveva indispettito la mia compagna che si era persino rifiutata di salutarlo. Io, invece, lo avrei abbracciato. Proprio non capivo le ragioni di quel comportamento. Lui, contro il suo interesse, mi aveva confermato l’amicizia facendomi capire che non era il caso di fermarmi a mangiare. Per questo non ci aveva invitato a sedere e, dopo avermi chiesto se quella donna era mia moglie e dove contavo di mangiare quella sera, ci aveva accompagnato e congedato sulla porta. Non capivo se la reazione della mia compagna fosse dovuta alla disapprovazione per il mio comportamento troppo liberale o ad una reciproca antipatia insorta fra di loro. Lui mi era sembrato soddisfatto quando gli avevo detto che quella donna non era mia moglie. Lei, appena ci siamo allontanati, non ha aspettato un attimo per dirmi: “Che bisogno c’era di dirgli che non sono tua moglie?! E poi, hai visto? Praticamente ci ha messi alla porta.” Mi sono affrettato a precisare: “Non ci ha messo alla porta. Ci ha invitato ad andare a mangiare altrove. Evidentemente sapeva di non avere niente da mettere in tavola”. Per il resto aveva ragione lei. Non c’era stata nessuna necessità di dirgli che non era mia moglie ma io l’avevo fatto. In quella circostanza il mio istinto aveva funzionato in modo da rassicurare l’uno e da dispiacere all’altra. Certo c’erano mille altri modi per dare una risposta. Il mio amico cameriere ne aveva fatto sfoggio, quella sera. Io, però, ero troppo occidentale per riuscire a imitarlo; ero capace di dare risposte dirette a domande dirette e mi sarebbe tanto piaciuto sapere quale avrebbe potuto essere , secondo la mia compagna, la risposta giusta alla domanda che mi era stata fatta. Il telefono aveva ripreso a funzionare. A fianco di una maleodorante cabina c’era una lunga fila di turisti in attesa di mettersi in comunicazione con i paesi di origine. L’ora era quella giusta. Per noi non c’erano notizie e, dato il caos, se ce ne fossero state nessuno sarebbe stato in grado di raccoglierle e comunicarle. Bisognava solo aspettare. Era quello il momento giusto per delineare alla mia compagna il programma predisposto per le prossime ore e formulare l’ipotesi di un viaggio in jeep per le strade di Birmania nel caso in cui fosse stato impossibile partire in aereo l’indomani mattina. Io insistevo sul fatto che, se non fossimo partiti con il primo aereo, non avremmo avuto alcuna certezza di prenderlo il giorno successivo e quello successivo ancora. Se non avessimo pensato a soluzioni alternativa avremmo corso il rischio di fermarci a Rangoon per tutto il periodo della nostra permanenza in Birmania. Lei, invece, voleva essere sicura che io non avessi preso degli impegni. Considerava la soluzione del viaggio in automobile un estremo rimedio. Anch’io ero d’accordo ma ritenevo necessario prepararci ad affrontare ogni eventualità. Quando avevo parlato dell’esperienza fantastica di fare un viaggio in jeep per le strade di Birmania avevo trascurato di dirle di non essere certo di trovare la jeep e che non mi sentivo di escludere la possibilità di rimanere in panne lungo la strada. Alla fine della discussione eravamo stati d’accordo di ingannare il tempo dell’attesa facendo quattro passi nella Rangoon di notte. Volevamo visitare la Pagoda di Sule a quell’ora insolita e incontrare il nostro “cambista” nel ristorante cinese che raccomandavo per esserci già stato. Fuori dall’albergo posteggiavano tutti i mezzi di trasporto desiderabili: taxi più o meno vecchi, più o meno grandi; piccoli carretti trascinati da cavalli, più o meno forti, ma certamente vecchi e malandati; trishow sospinti da uomini, pelle e ossa, ma forti di polmoni e di gambe. La notte era buia. Il caldo opprimente. Il cielo, privo di luna e di stelle, non si vedeva ma si sentiva sopra di noi. La città era priva di illuminazione. Le strade, ancora bagnate, sembravano cupe, inospitali. Sapevo che non era così. Bastava un minimo di coraggio e spirito di avventura per scoprire che non era così. Noi avevamo l’uno e l’altro. La Pagoda di Sule era lontana pochi isolati da dove ci trovavamo ma abbiamo preferito non avventurarci da soli per le strade. Senza neppure contrattare sul prezzo abbiamo affittato un trishow e impegnato il suo conducente a stare con noi per tutta la serata. A definire l’accordo, però, era intervenuto un facchino dell’albergo che aveva fissato il compenso per un servizio di cui ignorava i termini. L’uomo del trishow sapeva, io avevo capito che a quel modo erano state rimesse le cose in ordine e che il terzo incomodo era intervenuto per esercitare il suo diritto di ricevere la percentuale su quanto avremmo pagato. Il tentativo di dribblarlo l’avevo fatto. L’operazione era andata buca. Pazienza. I viali sembravano svuotati di vita. Il silenzio era totale. Si sentiva solo la respirazione, resa affannosa dallo sforzo, dell’uomo del trishow. L’andatura del veicolo era lenta. Il conducente metteva tutto il proprio impegno per evitare pozzanghere e buche colme d’acqua. Mentre superava senza difficoltà le prime mostrava di trovarsi in difficoltà quando non riusciva a valutare la profondità delle seconde. Doveva, comunque, conoscere bene la zona perché solo una volta aveva dovuto scendere di sella per tirarci fuori a forza di braccia. In quella situazione, apparentemente allucinata, ci sentivamo tranquilli. Sapevamo che il nostro conducente ci avrebbe protetto e, in caso di necessità, aiutato. Mentre stavamo con lui nessuno ci avrebbe molestato perché, in un certo senso, eravamo diventati di sua proprietà. Questo voleva dire che se fossimo rimasti a Rangoon per alcuni giorni lui avrebbe continuato ad essere il nostro trishow, che avremmo potuto sostituirlo con un carretto o con un’automobile ma non con un veicolo equivalente. Ci avrebbe atteso per ore ed ore e, vedendoci uscire dall’albergo, sarebbe venuto fuori dalla fila e, senza rispettare alcuna precedenza, si sarebbe presentato a noi. Nessuno avrebbe osato contestare il suo diritto di priorità. Gli scossoni di quel triciclo, che conteneva a fatica i nostri corpi di occidentali, aveva creato fra me e la mia compagna una piacevole intimità. In quelle condizioni, anche se avesse voluto, non avrebbe potuto sottrarsi al contatto. L’alternativa era quella di scendere dal trishow e mettersi a camminare in quella strada con ai piedi sandali dorati, dal tacco alto. Non era proprio il caso. Standocene seduti a bordo del nostro carro alato potevamo intuire, più che vedere, lo stato di abbandono degli edifici che avevano ospitato l’amministrazione inglese in epoche passate. Le costruzioni dovevano essere state di stile coloniale ma non erano facilmente riconoscibili. Le piante e le erbacce si erano abbarbicate ai muri e diffuse per ogni dove, facendo scempio di tutto. Era incredibile che i regimi politici, succedutisi da allora in poi, non avessero fatto niente per cercare di salvarli e utilizzarli per i loro scopi. In un certo senso li avevano condannati a morte insieme al ricordo del sistema politico che li aveva costruiti. Mi chiedevo perché non li avessero demoliti e ricostruiti diversi. Migliori. Tutto quel disfacimento a me sembrava un insulto all’intelligenza e una palese dimostrazione di inefficienza. Bisognava avere un forte senso estetico per provare emozioni diverse di fronte a quello sfacelo e chiamare “spettacolo” quel quadro di desolante abbandono. La mia compagna doveva averne in abbondanza perché definiva quella scena “semplicemente fantastica”. Io stavo pensando che, forse, evocava in lei immagini splendide e stereotipate di una vita passata a cui, malgrado la sua ideologia di sinistra, continuava ad appartenere. Ancora una volta mi sbagliavo sul suo conto ma non riuscivo a condividere le sue conclusioni: quei ruderi erano per lei “la pietra tombale del colonialismo” ed era giusto che fossero stati “conservati” a quel modo. Adesso ero proprio curioso di capire il modo con il quale avrebbe vissuto la Pagoda Sule. Quando l’avevo vista per la prima volta ero rimasto impressionato dalla sua bellezza e dal fatto che, pur essendo il monumento più antico, continuasse a costituire il cuore della città. Proprio come una volta. Invece non stavamo vedendo niente. Proprio niente. Quella sera la Pagoda Sule aveva deciso di nascondersi ai nostri occhi immergendosi non solo nel buio ma anche in nubi di umidità scese molto in basso. Noi non l’avevamo degnata di uno sguardo quando, nel pomeriggio, ci aveva atteso fuori dall’ufficio turistico. Lei, adesso, si nascondeva ai nostri occhi. Nel pomeriggio si era lavata di pioggia e aveva fatto incendiare dai raggi del sole la sua cupola dorata. Noi, tutti presi da problemi di tassisti e di soldi da cambiare, non avevamo trovato il tempo di guardarla. Adesso lei si stava negando. La sua monumentalità si era ridotta ad un fascio di luce. Quando siamo entrati nell’edificio abbiamo dovuto fare i conti con l’odore del cibo mescolato a quello degli incensi e le voci dei venditori che si confondevano a quelle salmodianti dei bonzi. Si respirava nell’aria un insieme di sacro e profano che lasciava stupiti solo noi. Per i fedeli quei due mondi non erano separati ma convivevano, si confondevano. Siamo entrati in quella bolgia di odori, di calore e di suoni. Abbiamo percorso, da destra a sinistra, la base ottagonale della Pagoda senza mai fermarci. Camminavamo a piedi nudi su un pavimento bagnato, quasi melmoso. Sembrava che non ci fosse niente da osservare solo perché avevamo fretta di uscire. In quella Pagoda c’erano migliaia di candele accese e bastoncini d’incenso. C’erano centinaia di simulacri ed immagini votive. E c’erano i Buddha, tanti Buddha diversi uno dall’altro. Alcuni avevano fogge classiche e dorate, altri erano stati dipinti con colori violenti e portavano aureole di luci al neon, colorate. “Questa è l’orgia del kitsch”- aveva detto la mia compagna esprimendo un senso di disgusto. Se si fosse trattato di una galleria d’arte quel giudizio sarebbe stato appropriato ma si trattava della Pagoda Sule che dal 230 a.C. custodisce un capello di Buddha. Non si poteva parlare di quel luogo in termini estetici ma religiosi. Fra quelle mura non si celebravano i valori della forma ma quelli dello spirito. Anch’io, però, sentivo il bisogno di uscire. Quella sera la Pagoda Sule mi aveva tradito. Non avevo trovato la serenità ed il silenzio, la dimensione mistica di sempre. Avevo avuto, invece, la sensazione che ci fosse nell’aria una strana eccitazione. Nei negozietti esterni al tempio la gente si muoveva, quasi con frenesia. Mentre i venditori continuavano a vociare per vendere le loro merci gli avventori arrivavano, confabulavano brevemente fra di loro e si dileguavano nel buio della notte. Il salmodiare dei fedeli, stranamente numerosi a quell’ora, era intenso, incessante. Sembrava pretendere l’attenzione e la benevolenza degli dei. Non avevo mai sentito tanto fervore in un preghiera. Quella che per me era stata la Pagoda del raccoglimento e della preghiera aveva assunto caratteristiche radicalmente diverse. Intuivo che era successo o stava succedendo qualcosa ma non riuscivo a capire cosa fosse. Quando siamo usciti all’aperto abbiamo respirato a pieni polmoni. L’aria era più pulita ma non meno calda e pesante di quella respirata nel tempio. Il nostro “driver” ci ha recuperato sul gradino esterno della Pagoda e invitato a prendere posto sul trishow senza rimettere le scarpe. Dopo avere percorso pochi isolati siamo entrati in un cortiletto che ho riconosciuto dalla scritta cinese. Il nostro conduttore ci ha fatto scendere davanti ad un rubinetto dell’acqua che aveva aperto per noi. Mentre lavavamo i piedi aveva recuperato due piccoli asciugamani. Ritornati alla civiltà delle scarpe mi sono sentito in salvo. Sapevo che il ristorantino sarebbe piaciuto alla mia compagna. Capivo che l’eleganza di quel posto sarebbe stata sufficiente a farle dimenticare la ripugnanza provata quando aveva messo i piedi a terra, in mezzo a tutta quella sporcizia. Il ristorante era piccolo ma curato in ogni dettaglio. La famiglia del proprietario era originaria della Cina e si era fermata in Birmania quando il Kuomintang era andato alla deriva. In quegli anni era riuscita a sopravvivere alle varie ondate nazionalistiche e al sistematico sterminio perpetrato nei confronti delle minoranze. Era rimasta nascosta dentro a quel cortile e, forse, l’aveva salvata la sua buona cucina. L’insegna del ristorante non era sulla strada ma all’interno, nel cortile. Per vederla bisognava sapere che c’era. La porta d’ingresso era minuta, come le figure dei suoi proprietari, tutti piccoli e vestiti di raso nero. In cucina, in sala, ai tavoli servivano solo membri della famiglia. L’arredamento era così essenziale da sembrare spoglio. Diventava elegante per la presenza di antichi vasi cinesi e di raffinate composizioni di fiori. Quando siamo entrati eravamo attesi. Ad un tavolo appartato stavano seduti il nostro cambiavalute e suo fratello. Il primo, vedendoci, si era alzato per venirci incontro e salutarci; il suo accompagnatore ci aspettava in piedi. Non mi era mai capitato di trovare un comportamento tanto formale in due autisti birmani. Questo fatto mi faceva riflettere. Quanto quell’uomo ci era sembrato aggressivo e violento al primo incontro tanto ora si rivelava compito e controllato. Il fratello, che fratello era solo per un esteso concetto di famiglia, invece, era minuto, coi capelli neri e crespi, occhi vivacissimi e una grande bocca pronta al sorriso. Mentre il primo nascondeva nell’aggressività la sua timidezza, il secondo lo faceva attraverso una palese volontà di compiacere l’interlocutore. Adesso, che ci sentivamo più tranquilli, quei due personaggi avevano cominciato a piacerci. Dopo alcuni preliminari avevamo accertato che di jeep proprio non era il caso di continuare a parlare. L’unica soluzione possibile era costituita dal taxi. Lo avrebbe guidato il fratello minore che conosceva bene le strade e, fra l’altro, capiva e parlava un po’ di italiano. Evidentemente i due si erano ripartiti i compiti secondo la loro natura: il primo, più aggressivo, cercava i clienti e faceva gli affari, il secondo il lavoro. Avevamo precisato che saremmo partiti con la loro automobile solo nel caso in cui non fossimo riusciti a trovare posto sul volo dell’indomani mattina. Non avevamo discusso il compenso perché non avevamo ancora un itinerario da seguire. Eravamo, comunque, d’accordo che non sarebbe stato un problema e che avremmo pagato in dollari. Concluso il discorso d’affari ci siamo ricordati di avere appetito e, aiutati dalla guida che parlava italiano, abbiamo fatto le ordinazioni. La cena è stata definita dalla mia compagna “squisita ed elegante “. Confesso che, dopo avere gustato la zuppa di asparagi, non ho fatto più caso a quello che stavo mangiando. La mia attenzione era tutta concentrata sul giovane birmano che parlava la nostra lingua. Volevo sapere tutto. Di lui mi stupiva la signorile eleganza, la riservatezza, la precisione del linguaggio. Il suo modo di stare a tavola. Dopo tanti viaggi era la prima volta che riuscivo a mangiare con un orientale allo stesso tavolo ed in un luogo pubblico. Un poco alla volta era venuta fuori la storia della sua vita e del ruolo in essa avuto dall’uomo che gli sedeva accanto. Lui era l’unico superstite di una delle più ricche e potenti famiglie birmane che, in un passato ancora recente, si erano rese funzionali al potere. Quando il nonno si era fatto cattolico erano cominciate le disgrazie. In poco tempo erano venuti a cessare tutti i privilegi di cui avevano goduto. Dopo l’ostracismo dalla comunità buddista e dal mondo degli affari c’era stata la persecuzione. Nel corso di una notte tutti i suoi famigliari erano stati massacrati. Lui era l’unico superstite. Lo aveva salvato l’uomo di fiducia della famiglia che, adesso, gli sedeva accanto. Prima lo aveva portato in un nascondiglio costruito per ospitare tutti i suoi famigliari ma che era servito solo a lui, poi aveva recuperato il denaro ed i gioielli. Adesso vivevano di quelli. Pensavano che prima o poi sarebbero fuggiti perché non potevano continuare a vivere in quella semi-clandestinità. Per questo facevano incetta di dollari. Il momento di andarsene, però, non era ancora arrivato. In Birmania c’era qualcosa nell’aria. La situazione doveva cambiare per forza. Loro erano in attesa di eventi. Nel cuore del popolo birmano c’era una speranza accesa. Se fosse stata spenta con la forza loro avrebbero dovuto fuggire perché la repressione sarebbe stata feroce. Se ne sarebbero andati senza niente perché sapevano che sarebbero stati traditi e derubati di tutto. Essere sorpresi con del denaro significava morire. Servivano dollari per costituire un capitale in Tailandia. I pezzi da cento erano preziosi perché non ingombravano. Potevano servire per essere spediti tramite amici fidati o, addirittura, attraverso la posta. Oltre confine avrebbero acquistato una nuova identità e costruito una nuova vita. Loro speravano di riuscire a passare il confine barattando l’automobile con la libertà. La mia compagna era affascinata da quei racconti. Avrebbe voluto conoscere i dettagli di ogni cosa. Per soddisfare la sua curiosità continuava a fare domande. Io non osavo fermarla. Temevo di offenderla. A me non interessavano le descrizioni della casa in cui avevano vissuto i nostri amici. Io volevo sapere dove il più giovane aveva imparato l’italiano e che cosa sapeva lui della Chiesa Cattolica in Birmania. L’occasione di avere a tavola un cattolico birmano con cui potevo parlare in italiano era irripetibile. Se fosse dipeso da me avrei proseguito quella conversazione per tutta la notte e sarei partito con loro l’indomani mattina. Invece il colloquio si era concluso improvvisamente. Aveva imparato l’italiano frequentando la scuola dei preti. A Rangoon la chiesa cattolica era a pezzi e non sapeva dirmi se c’erano sacerdoti in città. Aveva notizie che la persecuzione non era arrivata nelle province dove le minoranze etniche erano più forti ed organizzate. Dava per certo che a Taunggyi, una località del nord, al limite del triangolo rosso, c’era una fiorente comunità cattolica che aveva riaperto la chiesa e celebrava normalmente le cerimonie religiose. Niente di più aveva detto o niente di più aveva voluto dire. Avevo vissuto i momenti di quella cena in uno stato di forte tensione. In più occasioni avevo avuto l’impressione che il mio interlocutore fosse il destinatario del pacco segreto. Quando mi sono reso conto di avere sbagliato, che non era lui la persona che aspettavo, mi sono sentito deluso, svuotato. Persino la mia compagna, che durante l’a tu per tu con il mio giovane interlocutore era rimasta disciplinatamente in silenzio, si era resa conto della stanchezza che mi aveva preso. “Adesso basta! Andiamo. - aveva detto - Domani ci aspetta una giornata pesante”. Ci siamo salutati dicendoci arrivederci. Siamo saliti a bordo del trishow e abbiamo fatto ritorno all’albergo. “Abbiamo passato una bella serata” - aveva detto la mia compagna dopo un lungo silenzio, come per riannodare un dialogo interrotto. “Si. Questa sera la realtà della vita ci ha sopraffatto con le sue storie di violenza e di morte. Mi chiedo se tutta questa tragedia avrà mai fine.” Il tratto di strada che dovevamo percorrere era breve. Il nostro desiderio di sapere se, finalmente, erano arrivate le notizie attese lo aveva ridotto di molto. L’unica zona illuminata del viale era quella antistante l’ingresso dell’albergo. Il resto era buio e silenzio. Quanto più ci avvicinavamo alla mèta tanto maggiore cresceva l’intensità dei suoni che riuscivamo a percepire. Lo spettacolo che gli ospiti dell’albergo stavano offrendo non aveva niente a che fare con le fastose cerimonie di epoca coloniale. Sembrava, invece, un attacco degli indiani Sioux alla diligenza e, più precisamente, alla reception dello Strand hotel. La folla dei turisti si stava accalcando davanti al banco per cercare il proprio nome su un foglio di carta. Lo tiravano da una parte e dall’altra incuranti di esporlo al rischio di mandarlo in cento pezzi. Non prestavano la minima attenzione alla voce faticosa di un vecchio che leggeva nomi inglesi, giapponesi, francesi, tedeschi, italiani, greci, polacchi, cercando di storpiarli il meno possibile. La paura di non riconoscere da quei suoni il proprio nome, aggiunta a quella di non sapere che cosa stesse accadendo, induceva quegli uomini e donne a contendersi un pezzo di carta. Non tenevano conto che, arrivati a quel punto, i giochi erano fatti. O c’eri o non c’eri. Partivi o non partivi. Non serviva a niente sapere per primi. Quando siamo entrati in albergo abbiamo sentito pronunciare i nostri nomi in modo riconoscibile. Anche storpiato il loro suono era dolce, morbido, rotondo. Era italiano. Io e la mia compagna, senza neppure renderci conto, ci siamo abbracciati. Avevamo fatto goal. Anche il vecchietto, da dietro il banco, ci ha sorriso mostrando di partecipare alla nostra gioia e, senza perdere un istante, ci ha allungato il conto da pagare alla cassa. “Subito!” deve averci detto nella sua lingua incomprensibile ma noi abbiamo capito. Non ci rendevamo invece conto del perché fossimo i soli a farlo ma non ce ne siamo fatti un problema. Oltre a noi davanti alle sbarre che proteggevano, non si sa da chi, l’impiegata ed il suo scarso denaro non c’era nessuno. Perché noi dovevamo pagare subito e gli altri no? Noi non eravamo clienti morosi e con il conducente del trishow eravamo stati più che generosi. Quando abbiamo chiesto informazioni sull’ora della partenza e su dove avremmo potuto acquistare i biglietti aerei per Pagan abbiamo avuto tutte le risposte di cui avevamo bisogno. Anche quella riguardante la necessità di quel pagamento immediato. Alla reception il vecchietto aveva dato conferme per voli con destinazioni e orari diversi. Gli altri turisti, l’indomani, avrebbero avuto tutto il tempo necessario per effettuare i pagamenti. Noi no. Noi dovevamo farlo subito perché avremmo lasciato l’albergo alla quattro del mattino. Alla reception non avremmo trovato nessuno. Per noi era previsto solo un servizio di sveglia e qualcosa di caldo da bere. Dato che eravamo i soli a partire il nostro informatore non sapeva come l’ufficio del turismo avrebbe provveduto. Ci aveva raccomandato, anche se ci fosse stato qualche ritardo, di non preoccuparci: l’aereo per Pagan non sarebbe partito senza di noi. “Pagate in dollari o kyat?”-ci aveva chiesto la vecchietta della cassa. La domanda mi aveva sorpreso perché era la prima volta che sentivo proporre un’alternativa del genere. “In kyat, naturalmente!”- avevo risposto. La donna mi aveva osservato con interesse come se volesse dirmi qualcosa. Io mi sono sentito imbarazzato ma ho tirato fuori di tasca il mio foglio valute ed ho pagato con denaro preso dalla tasca di sinistra. Lei aveva registrato sul foglio l’avvenuto pagamento. L’importo residuo era consistente e sarebbe stato sufficiente per buona parte del viaggio. Quando ci siamo salutati mi è sembrata delusa. Mi chiedevo la ragione e non capivo. In Birmania è proibito fare acquisti in dollari. Figurarsi pagare in dollari un servizio pubblico. “Buonanotte!” “Buonanotte!” - aveva risposto nella sua lingua. Quando siamo entrati la camera da letto ci era sembrata quasi accogliente. L’odore opprimente, lo sporco non ci importavano più. Ci aveva ospitato per poche ore e fra poco ce ne saremmo andati. Non avevamo più niente da chiederle. Mentre io controllavo i bagagli e organizzavo la partenza mattutina la mia compagna si era vestita per andare a letto. Si era coricata dalla sua parte e aveva spento la luce. “Buonanotte!”- aveva detto. “Buonanotte”.- Avevo risposto, ma sentivo il sonno lontano. Non riuscivo a liberarmi dalle immagini che avevo osservato. Le impressioni da cui era permeato non consentivano di concentrarmi neppure nella lettura della guida turistica. Le notizie su Pagan riguardavano il futuro. Il presente era costituito dall’impressione di miseria e di degrado che Rangoon aveva prodotto su di me. Era la prima volta che registravo quelle sensazioni e mi chiedevo perché. Certo la visione di quel disfacimento ed il racconto di quelle tragedie avevano influito sul mio stato d’animo. Pensavo all’incredibile sofferenza prodotta dall’uomo sull’uomo e alla sua capacità di adeguarvisi. In nessuna delle persone incontrate avevo riscontrato un sentimento di ribellione. Solo le preghiere ascoltate nella Pagoda Sule mi erano sembrate prive di pace e di rassegnazione. In loro c’era rabbia, per non per non parlare di desiderio di rivolta. Probabilmente, però, mi stavo sbagliando. Il buddhismo non insegna ai suoi fedeli la ribellione alla violenza degli uomini ma che la felicità è mancanza di desiderio e di passione. Mi sentivo saturo di emozioni ma privo di forze. Mi sono addormentato senza neppure accorgermene. A risvegliarmi non sono stati i suoni della nostra sveglia elettronica ma “il toc-toc” della nocca di un dito che batteva contro la porta. “Grazie! Siamo svegli.” Chissà per quanti giorni ed anni quella mano ha bussato su quella porta e per quanti anni ancora continuerà a farlo. Quella riflessione riportava in campo il pensiero della vita e della morte ma non mi rendeva triste. La mia compagna si era già chiusa in bagno. Il nostro barometro segnava bel tempo, anche sul fronte personale. Fra poco saremmo partiti mettendo in atto il programma che avevamo predisposto. La donna che desideravo sarebbe stata con me ancora per diversi giorni. Che cosa volevo di più dalla vita? A piano terra ci attendeva una prima colazione frugale: caffè caldo, molto zuccherato, e biscotti inguardabili. Dire che sembravano residuati dell’ultima guerra mondiale, data la muffa che portavano in superficie, sarebbe poco. Tutto ciò, però, non importava. Il cielo si stava accendendo di luce e l’aurora annunciava il nuovo giorno. Lentamente, faticosamente, la vita stava prendendo il suo corso abituale. Il personale dell’albergo, che aveva dormito per terra, sui banchi o sulle poltrone, si era svegliato. Per la strada avevano preso a correre i primi trishow e qualche rara automobile. In attesa che gli eventi prendessero il loro corso, abbiamo deciso di uscire dall’albergo. Come avevo previsto eravamo attesi. Quando le nostre figure sono apparse nel riquadro del portone abbiamo visto la portiera del taxi, posteggiato al di là della strada, aprirsi per far scendere i nostri commensali della sera precedente. Avevano dormito nell’automobile. Non ero certo che l’avessero fatto per noi. Forse lo facevano sempre. Io, però, sapevo che non ci avrebbero perso di vista ed il fatto di trovarli lì ne era la conferma. Non abbiamo avuto bisogno di spiegazioni. Vederci alzati a quell’ora diceva tutto. “Peccato! Sarà per la volta prossima”.- Avevo detto. Dopo aver regalato loro un pacchetto di sigarette ci siamo abbracciati. L’attesa dell’autobus, che avrebbe dovuto portarci all’aeroporto, è stata lunga e snervante. Fortunatamente erano molte le cose da osservare alla luce del giorno. Effettivamente i lavori di restauro erano cominciati: segno che per i futuri turisti ci sarebbero stati tempi e alberghi migliori. Noi avevamo la possibilità di fermarci in Birmania sette giorni in tutto. Se non fossimo riusciti a rispettare le tappe ed il percorso del nostro programma avremmo potuto visitare meno della metà dei luoghi previsti. Io sarei stato disposto a modificare radicalmente l’itinerario di quella visita ma non mi sembrava giusto farlo nei confronti della mia compagna. Sapevo che il nostro programma di viaggio era il migliore e io glielo avevo promesso. Comunque fossero andate le cose io sarei andato a Taunggyi a cercare quella chiesa. Avrei potuto rinunciarvi solo se prima si fosse presentato il destinatario del mio bagaglio segreto. Il percorso del nostro itinerario aereo, sotto questo profilo, era ideale perché metteva Taunggyi come ultima tappa del viaggio di ritorno a Rangoon. L’unica rinuncia che stavo facendo era costituta dall’escursione al monte Popa. Non ne avevo mai parlato alla mia compagna perché non ero certo di riuscire ad organizzarla. Adesso non ne avrei parlato per niente. Il suono del telefono mi ha sottratto al flusso di questi pensieri. Si era trattato di un solo squillo ma era bastato a mettere in movimento l’albergo. Passando dalla porta di uscita i nostri bagagli erano stati portati sul marciapiede. Il personale aveva cominciato a darsi da fare: la giornata di lavoro era cominciata. Il nostro thermos di caffè ed i biscotti, mentre ci accingevamo ad uscire, stavano prendendo altre destinazioni. Dopo pochi attimi, in fondo alla strada, era apparso l’autobus. Ci aveva raggiunto traballando. Aveva scaricato il personale dell’ufficio turistico, incontrato in albergo il giorno prima. Aveva caricato noi, le nostre cose e se ne era andato. Quell’autobus era tutto per noi. Potevamo metterci dove volevamo e sistemare i bagagli a vista. Dietro di noi. Quando l’autista ha ripreso il suo posto di guida eravamo seduti al suo fianco. Da quel punto di osservazione Rangoon sarebbe stata indifesa ai nostri occhi. Forse perché eravamo in anticipo sui tempi previsti l’autista andava a passo d’uomo. Davanti a noi la Pagoda Sule stava manifestandosi in tutto il suo splendore. I veli di nebbia e di buio, in cui si era nascosta la sera precedente, erano caduti. I primi raggi di sole facevano vivere di mille riflessi la sua cupola dorata, proiettata verso il cielo. Mentre le correvamo incontro vivevamo l’incantesimo di quel momento. La Pagoda Sule era lì, a testimonianza di una fede antica. Era stata costruita per proteggere un capello di Buddha. Lo sta facendo da duemila anni e per altri duemila continuerà a farlo. Ha assistito per secoli a violenze, stermini e distruzioni ma ha continuato a diffondere il messaggio di fede e di speranza che gli è stato affidato. I grandi signori del regno, gli inglesi, i comunisti di Mao, non sono riusciti a distruggerla e nemmeno a spostarla da dove si trova perché è il cuore in cui pulsa la vita di un’intera città. Più che comprendere, riuscivamo a vivere il misticismo, lo splendore e la bellezza di cui era pervasa. Capitolo Secondo Ho sempre pensato che volare sopra un territorio significhi ignorare lo spazio che separa un luogo dall’altro e la vita che contiene. Osservando quella terra dall’alto ne stavo avendo la conferma. Saltando con un volo aereo da Rangoon a Pagan percepivo la dimensione del territorio che c’era sotto di me e cercavo d’immaginare la vita che ospitava senza riuscire a conoscere le condizioni di vita, i problemi, le idee ed i sentimenti degli uomini che popolavano lo spazio sottostante. La mia era solo una visione di superficie, niente di più. D’altra parte cos’ero io se non un turista privilegiato? Quel giorno l’aereo stava volando basso e il cielo, sopra di noi, era trasparente. Il paesaggio non era attraente. Dopo chilometri e chilometri di terreno paludoso stavamo sorvolando un altopiano brullo che riusciva ad essere solo monotono. “Pensa se avessimo percorso tutta questa strada in jeep? - aveva commentato la mia compagna - Sarebbe stata un’esperienza allucinante! Avremmo impiegato un tempo infinito. Ci saremmo esposti al rischio di rimanere fermi per strada e di romperci le ossa per vedere cosa? Un bel niente!” Aveva ragione ma io non avevo mai pensato di rinunciare spontaneamente al viaggio in aereo. Ero stato tentato di farlo quando era sembrata un’alternativa obbligata. Questo sì, ma niente di più. Al termine di quell’altopiano saremmo entrati sulla piana di Pagan. L’aereo avrebbe cominciato a scendere di quota e noi saremmo stati sopraffatti dall’emozione di vedere una delle zone più desolate ma anche più belle del mondo. Attendevo con trepidazione quel momento. Volevo conoscere la reazione della mia compagna di fronte a quello spettacolo e verificare che il mio ricordo non lo avesse abbellito. Quando avevo visto Pagan, in occasione delle visite precedenti, ero rimasto impressionato dalla quantità di pagode costruite su un territorio tanto limitato. Per riuscire a dare un’immagine approssimativa di quanto avevo visto dicevo ai miei ascoltatori: “Immagina una città con tutte le cattedrali costruite in pietra, i palazzi e le case in legno. In questa città gli edifici in pietra sono sopravvissuti alle violenze degli uomini e del tempo. Quelle in legno no. Lo spettacolo di Pagan è impressionante perché con un solo colpo d’occhio puoi vedere oltre duemila templi, pagode, edifici religiosi. Il tutto raccolto in un fazzoletto di terreno spoglio, brullo.” Le mie parole riuscivano a dare un’immagine fisica ma erano inadeguate ad esprimere la bellezza e sacralità del luogo. “Ecco, ci siamo!” avevo detto non appena avevo sentito l’aereo scendere di quota e visto la piana di Pagan punteggiata di templi oltre il limite delle colline. Volavamo sopra centinaia e centinaia di pagode di mattoni rossi. Decine di guglie bianchissime ci correvano incontro per darci il benvenuto e indicarci la strada da seguire per elevare il nostro spirito a Dio. Quella era la mia Pagan. Era la Pagan che volevo far vivere alla mia compagna. Sapevo che arrivando in quei luoghi da terra o dal fiume non sarebbe stata la stessa cosa. Per questo ero felice che la scoprisse dall’aereo. Con il naso schiacciato al finestrino anche lei sembrava sopraffatta da tanta bellezza. Pagan l’aveva incantata. Siamo scesi dall’aereo come da un autobus. Il pilota era rimasto ai comandi con il motore acceso. Aveva atteso che i viaggiatori arrivati a destinazione scendessero per lasciare posto a quelli che dovevano partire. Le operazione di carico e scarico dei bagagli erano state eseguite con rapidità. Non ci eravamo ancora raccapezzati in quella nuova situazione che era già partito. Fuori dal capannone, adibito ad aeroporto, c’erano tre autobus dell’ufficio birmano per il turismo. Erano perfettamente identici fra di loro ma avevano compiti diversi da svolgere. Il primo era adibito al trasporto dei gruppi organizzati, il secondo di quelli senza assistenza, il terzo non si capiva ma doveva servire a qualcosa. Forse serviva in caso di necessità. Quel giorno a Pagan erano scesi in tutto otto turisti: quattro erano organizzati e si erano involati su un autobus per cinquanta persone. Il secondo, dopo breve contrattazione, si era portato via la coppia di tedeschi entrata in Birmania con il nostro volo. Noi, non si sa perché, siamo stati affidati al terzo e, per partire, abbiamo dovuto attendere che il personale chiudesse l’aeroporto e venisse via, insieme a noi. Sarebbe ritornato per assistere il volo del tardo pomeriggio. Quando siamo arrivati, buoni ultimi, agli uffici del turismo gli altri viaggiatori stavano uscendo e gli impiegati erano in procinto di andarsene. Erano poco più delle sette del mattino ma avevano già concluso il lavoro. Anche a volerlo prima delle quattro del pomeriggio non sarebbe stato possibile trovarli. Dopo avere avuto la notizia che non avremmo trovato difficoltà per ottenere una camera da letto nel migliore albergo di Pagan, di cui non riuscivamo a pronunciare il nome, ci siamo catapultati nell’ufficio della compagnia aerea dove avremmo dovuto prenotare i posti sul volo dell’indomani mattina diretto a Mandalay. Temevamo chiudesse prima che potessimo arrivarci. Mentre stavamo entrando abbiamo incrociato la coppia di tedeschi che stava uscendo dall’ufficio. Avevano un’aria soddisfatta. Quei due, che normalmente non guardavano in faccia a nessuno, sembravano felici come ragazzini e sorridevano al mondo. Persino a noi. Mi chiedevo il perché. Anche la mia compagna aveva osservato la scena, incuriosita. “Vuoi vedere che ci hanno fregato gli ultimi due posti disponibili per domani?” mi ha detto ad alta voce. Evidentemente non erano simpatici neppure a lei. Più tardi avremmo scoperto che non era quella la ragione. Ce n’era un’altra ma avremmo impiegato del tempo prima di scoprirla. Anche se con qualche difficoltà l’impiegato della compagnia aerea ci ha fissato subito i posti. Quando ci ha chiesto “Pagate in dollari o in kyat?” abbiamo capito che non era soddisfatto della nostra risposta. Lui avrebbe preferito che noi pagassimo in dollari e, adesso, ci stava punendo per non averlo fatto. Noi il pagamento dovevamo farlo subito ma i biglietti lui ce li avrebbe consegnati solo dopo le cinque. Alla riapertura dell’ufficio. Prendere o lasciare. Naturalmente, nostro malgrado, abbiamo preso. All’uscita dall’ufficio siamo stati aggrediti da una luce abbagliante. I raggi del sole, ormai alto sopra l’orizzonte, non trovavano schermo nelle case, nelle piante. A lato della strada, completamente sterrata e già polverosa, c’erano solo catapecchie costruite alla bell’e meglio. Nessuna superava il piano di altezza. Sembrava che in quel posto non ci fossero abitazioni ma solo i due uffici in cui eravamo entrati, alcuni negozietti che offrivano oggetti impossibili ed una serie di ristorantini con rari avventori. A lato della strada i carretti, con i cavalli legati alle spranghe, erano disposti ordinatamente uno dietro l’altro ma non ci aspettavano. Sembrava che anche per loro noi fossimo fuori tempo massimo. Per non metterci in condizioni di debolezza cercando di loro, ci siamo seduti al tavolo di uno dei locali più frequentati e, dopo avere ordinato del tè, ci siamo messi in attesa. Pensavamo che qualcuno si sarebbe fatto avanti per offrire i suoi servizi. Non avevamo molto tempo a disposizione: la nostra partenza da Pagan era per l’indomani mattina e avevamo un fitto programma di visite da eseguire. Per questo speravamo di fare in fretta a risolvere il nostro problema. Sbagliavamo. Quando siamo entrati in quell’ambiente l’attenzione si è concentrata su di noi ma nessuno si è mosso. Gli avventori avevano esaminato le nostre figure, il nostro comportamento, i nostri bagagli e concluso che non eravamo abbastanza attraenti per loro. Forse avevano capito che eravamo sufficientemente smaliziati per riuscire a ricavare da noi più del dovuto. O, molto più semplicemente, avevano deciso di chiudere bottega e di mettersi in attesa del prossimo arrivo. Siamo usciti nel sole determinati a raggiungere l’albergo e ad organizzare da là il nostro giro dei templi. La pessima accoglienza ricevuta non ci aveva messi di cattivo umore. Anzi. Io mi sentivo euforico anche se non sapevo perché. Pagan non mi aveva tradito. Continuava ad essere quella del mio ricordo. La mia compagna me ne aveva dato atto. Mi ero reso conto che, anche per lei, quel terreno senza vita, quei muri cadenti, non era un corpo morto ma solo sfinito. Pagan era stata abbandonata dagli uomini quando era rimasta senza energie. I suoi campi erano diventati sterili e la sua bellezza inutile a chi non poteva capirla. Dopo secoli di vita, in cui aveva dato tutto di sé, era stata ripudiata e lasciata sola a morire. Quei monumenti, quelle guglie sembravano rubare energia al cielo per continuare a vivere e chiedere agli dei la grazia di non sparire del tutto. Quello che vedevamo ci faceva capire che l’atmosfera di quei luoghi era la risposta alla loro supplica. In nessuno dei viaggi precedenti mi era mai capitato di vedere a Pagan una vegetazione lussureggiante. Anche se il periodo delle mie visite era quello in cui spirano i monsoni non avevo mai trovato un’atmosfera umida. Io rimanevo convinto che il clima secco avesse mummificato Pagan e impedito la sua dissoluzione totale. Contro ogni evidenza lo sono ancora. Avevamo percorso appena pochi metri di strada e già non eravamo più soli. Alle nostre spalle qualcuno ci aveva chiesto in un inglese pressoché perfetto se poteva esserci utile. La mia capacità di capire lingue straniere è lenta e limitata, quella della mia compagna no. Quell’offerta di aiuto era un invito a nozze perché consentiva di dialogare in un linguaggio comprensibile e di eliminare il disagio di fare un chilometro di strada a piedi sotto il sole. Il nostro salvatore era un birmano simpatico, di circa trent’anni. Non si era rivolto a noi per farci un piacere ma perché campava la vita facendo la guida turistica. Evidentemente ci aveva adocchiato da tempo ma, dato che lavorava abusivamente, aveva dovuto aspettare il momento opportuno per farsi vivo. Chiacchierando amabilmente con la mia compagna ci aveva allontanato dal posteggio dei conduttori, ci aveva fatto sedere sulla panca di un locale vicino e, dopo pochi minuti, era ritornato con un carretto trainato da un cavallo che abbiamo soprannominato “pelle ed ossa”. Dato il suo aspetto non avrebbe potuto avere un nome più appropriato. Adesso tutti i nostri problemi erano risolti. I miei in modo particolare. Sotto il tendone di quel carro il sole e la strada avevano terminato di angustiarci. Adesso godevamo di un’ombra discreta ed il trotterellare di “pelle e ossa” ci dava il piacere di una leggera brezza. All’albergo non avremmo avuto difficoltà anche perché avrei chiesto un bungalow vicino alla reception e lontano dal fiume. Quella non era la posizione più bella ma era di gran lunga la più confortevole perché evitava di avere molestie dagli insetti. Il dialogo fra la guida e la mia compagna era particolarmente intenso e tendeva ad escludermi. Mi rendevo conto che, a partire da quel momento, non avrei più potuto dire e decidere niente. Affermare che la cosa mi facesse piacere sarebbe troppo anche perché, seduti davanti al carro, i due sembravano essersi isolati da me. Io me ne stavo dietro con le gambe a penzoloni. Apprezzavo, però, l’interesse della mia compagna per i luoghi. La proprietà del linguaggio aveva determinato fra di loro una specie di complicità. Non sapevo quanto questa situazione sarebbe durata né come avrebbe potuto evolversi. Comunque c’era. Tutto l’interesse della mia compagna era inequivocabilmente polarizzato sulla guida. Prima di arrivare a destinazione gli aveva già confidato che non eravamo sposati e neppure amanti. Chissà perché. La procedura di registrazione alla reception dell’albergo e la presa di possesso del bungalow erano avvenute senza difficoltà. La fretta di metterci in movimento ci aveva tolto il tempo necessario per rinfrescarci. Evidentemente non volevamo far aspettare i templi da Pagan, la nostra guida, il carrettiere e “pelle e ossa”. Camminando nel dedalo di vialetti, che dal bungalow conducevano verso l’uscita, la mia compagna mi aveva messo al corrente che la nostra era una guida occasionale e non autorizzata. Si trattava di un neo-laureato in storia dell’arte, in attesa di ricevere una borsa di studio dall’UNESCO. Avrebbe dovuto partire per andare a frequentare un corso di restauro a Singapore alla fine del mese. In quel periodo si trovava a Pagan solo per caso. Avrei voluto domandarle se sapeva dove abitava, se era sposato e se avesse dei figli, ma non mi era sembrato il caso. Sarebbe stata una cattiveria ingiustificata. L’immaginazione della mia compagna aveva conferito un alone romantico alla nostra giovane guida. Tutto ciò faceva parte di un gioco in atto fra di loro e, forse, poteva portare vantaggi anche a me. Bisognava solo stare a vedere. Le spiegazioni in inglese della guida erano, per quanto riuscivo a capire, esaurienti. Io non avrei potuto aggiungere una sola parola anche per ragioni, diciamo, tecniche. Avevo, così, potuto disinteressarmi della mia compagna e cercare di assaporare le emozioni che stavo vivendo. Passando da un tempio all’altro ero come sopraffatto dalla loro misteriosa bellezza. Non mi interessava sapere chi, come e perché li avesse costruiti. Avrei voluto, invece, capire come era stato possibile ideare, progettare, realizzare alcuni secoli fa quelle meraviglie architettoniche. “Adesso non ne saremmo capaci” pensavo dentro di me. “Abbiamo le capacità tecniche ma non la forza morale per farlo. Bisogna essere animati da una fede profonda per riuscire a costruire cattedrali come queste. Questa città, che si rifiuta di morire, è un miracolo dello spirito.” “Il tetto della struttura centrale consiste in cinque successivi camminamenti a terrazza disposti in ordine decrescente. Vi si trovano 389 formelle di terracotta smaltate che illustrano alcune leggende della trazione buddista.” Con queste parole la nostra guida stava descrivendo il tempio di Ananda. Io non conoscevo le leggende Jataka e lui, dopo averle citate con un certo sussiego, non sembrava intenzionato a raccontarle. Io, invece, stavo cercando di immaginare le distruzioni, le violenze, i saccheggi a cui quel tempio era stato sottoposto e a cui era riuscito a sopravvivere. Sapevo che c’era stato un tempo in cui quegli edifici erano stati considerati nascondigli di enormi ricchezze e che, a diverse ondate, popoli ed eserciti le avevano cercate sin nelle fondamenta. A suffragio di questa tesi avevo anche letto che gli architetti e i costruttori dei templi, completata la loro opera, venivano uccisi perché non rivelassero i segreti di cui erano depositari. Da quelle parti non è mai stato trovato niente perché l’unica ricchezza di quei templi è la fede che li ha costruiti e l’energia prodotta dalle preghiere rivolte dagli uomini agli dei. Passando da un tempio all’altro, secondo un itinerario segnato da generazioni di fedeli, osservavo quella terra esausta, consumata. Cercavo l’ombra accogliente dei corridoi di accesso allo spazio del sacro. Immaginavo una vita che c’era stata e non c’era più. Adesso sentivo la mancanza dell’umano. Mi mancava il rumore del mercato all’ingresso dei templi, le grida dei bambini, l’affanno dei vecchi impegnati a superare gradini impossibili. Il suono dei campanelli, il rintocco delle campane che richiamano l’attenzione di divinità distratte e le voci salmodianti dei fedeli. Quei monumenti erano testimonianza di una fede che non c’è più. La sete della ricchezza e del potere ha prosciugato il fiume dello spirito. Le guglie di quelle pagode, lo splendore della loro luce, hanno pietrificato un grido di fede proiettandolo nell’eternità. Mentre percorrevamo le piste di sabbia un uomo, non lontano da noi, stava rimuovendo della terra. “Qui i rubini si trovano facilmente, in superficie; - si era affrettato a dire la nostra guida - a volte se ne trovano anche grossi così”. E ci aveva fatto immaginare dimensioni importanti. Era incredibile. La ricchezza materiale, da quelle parti, si trovava facilmente ed in superficie. Gli uomini non l’avevano raccolta dove si trovava ma avevano demolito i templi per cercarla dove non c’era. A quel modo avevano preteso di distruggere i monumenti dello spirito per affermare la supremazia di un potere ottuso e assurdo, capace solo di produrre distruzione e morte. Abbiamo ritrovato la vita nel tempio più lontano dal nostro albergo: la grotta di Kyanzittha che un tempo aveva fatto da alloggio ai viandanti. Qui un monaco ci aveva accolto per accompagnarci lungo corridoi scuri, decorati alle pareti con affreschi di quasi mille anni fa. Contrariamente agli altri luoghi, dove tutto era aperto, luminoso e disponibile, lì tutto era chiuso e severamente controllato. Un monaco ci ha fatto entrare grazie ai buoni uffici della guida ed alla promessa di una lauta offerta. Apriva le porte prima di noi e le richiudeva alle nostre spalle facendo cigolare rumorosamente cardini e serrature. In mano aveva una candela. La sua luce fioca non sarebbe mai stata sufficiente ad illuminare quegli affreschi dipinti sul soffitto ma serviva a dare agli ambienti un’atmosfera di interiorità, di mistero. La nostra guida si affannava a spiegarci il significato delle immagini che non riuscivamo a vedere. La mia compagna, per compiacerlo, lo interrompeva con domande sempre meno frequenti e interessate. Io, che arrivavo buon ultimo, non potevo vedere niente di quello che c’era mentre riuscivo ad immaginare quello che c’era stato: i corpi dei monaci distesi per dormire uno accanto all’altro, uno sull’altro. L’umidità e la scarsità di ossigeno che ti prende la gola. Le urla, i mugolii ed i lamenti prodotti dai sogni. Il respiro leggero ed il russare pesante dei monaci. Lo scompiglio prodotto da un vecchio che si alza nel cuore della notte per necessità urgenti e percorre, evita, scavalca quei corpi maleodoranti di sudore alla conquista dello spazio aperto. Il salmodiare prolungato e ripetitivo dei monaci mentre le prime luci dell’alba aprono la strada al nuovo giorno e li sospingono a percorrere i cammini della carità. “Grazie per avermi concesso di farti l’elemosina” si sentiranno dire ogni volta che qualcuno darà loro un’offerta. Tutto questo è accaduto per secoli e continua anche oggi. Al termine del nostro giro, ormai stremati dal caldo e dalla fatica, abbiamo fatto la nostra offerta e cercato di recitare la frase di ringraziamento con la maggiore grazia possibile. Il monaco si è impadronito dell’offerta senza ricambiare il nostro saluto. Ha stimato ad occhio quanto gli avevamo dato, fatto sparire il tutto in una manica della tonaca e ci ha messo alla porta. Io e la mia compagna ci siamo rimasti male. Non riuscivamo a capacitarci ed eravamo scandalizzati di quanto era accaduto. La nostra guida, invece, ci è sembrata soddisfatta ma non gli abbiamo chiesto spiegazioni. Temevamo che non ci sarebbe piaciuto sentirle. Nel corso della mattinata avevamo seguito la strada del nord ed ora stavamo facendo ritorno all’albergo. Il percorso non era lungo ma l’ora era tarda. Il sole era a picco sopra di noi. Il caldo opprimente. La stanchezza aveva consumato le nostre energie. Dentro e fuori di noi si era fatto il silenzio. Persino la scena di alcuni ragazzini impegnati a cercare un po’ di refrigerio nelle acque limacciose e lente di un fiume, era riuscito a darci nuove emozioni. Una fotografia, per imbalsamare un ricordo, e via. “Pelle e ossa” trotterellava stancamente ma con la determinazione di chi torna verso casa. Per reagire alla stanchezza o scaricare la tensione che provavo dentro di me avevo richiamato l’attenzione della guida e cominciato ad interrogarla sulla vita religiosa in Birmania. Avevo affrontato l’argomento in modo da non rivelare il mio reale obiettivo. Per questo ora mi trovavo esposto ad una lezione sull’ininterrotta presenza del buddhismo a Pagan. Anche negli anni più cupi, quando popolazioni straniere avevano occupato il territorio ed il buddhismo sembrava soffocato per sempre, nessuno era mai riuscito ad affermare una religione diversa in quei luoghi. In epoche più recenti missionari cristiani erano arrivati dall’occidente ma non era successo niente. Da quelle parti la popolazione era ormai rarefatta e, poi, Pagan era il cuore del buddhismo birmano. Mi ero fatto l’idea che cercare da quelle parti una comunità cattolica era come pretendere trovare una comunità buddista nella città del Vaticano. Per questo avevo messo l’animo in pace e rinviato la ricerca di una soluzione per il mio problema. Ormai avevo instaurato con il mio pacc
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