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The new chance

Inserito da Adele-Costanzo il Lun, 31/03/2008 - 14:57 - Opere dell'autore

 

  The new chance
 
Bisogna fare in fretta, disse Noè ai suoi figli porgendo loro le scuri. Non che lui avesse intenzione di tirarsi indietro, malgrado gli anni. Morirò mentre poto la vigna o, magari, mentre pigio l’uva coi piedi, diceva sempre. Sua moglie si arrabbiava quando sentiva questi discorsi, i suoi ragazzi invece sorridevano.
Quella del diluvio prossimo venturo era una storia che ben pochi avevano preso sul serio, al suo paese. In effetti a quel tempo la gente era cambiata, non sapeva ascoltare, occupata com’era a riempirsi i granai , disposta a qualunque cosa , anche ad uccidere, per qualche botte di vino o per una manciata di lenticchie. E non era soltanto questo, a volte liti furibonde scoppiavano per questioni da poco, per un’occhiata di troppo a una donna o per una parola fraintesa. I vicini non conversavano più, le sere d’estate, al fresco sotto i pergolati, né si riscaldavano l’un l’altro gli inverni raccontando storie attorno a un fuoco. Noè non sapeva dire qual era stato il momento preciso in cui il mondo aveva smesso di essere il compagno del suo lungo viaggio, e nemmeno dov’era e cosa faceva nell’istante in cui era diventato l’ estraneo che adesso osservava diffidente dal suo orto. Le cose cambiano, semplicemente, questo aveva imparato, ed è difficile capire come e quando. Ad ogni modo sarà ancora per poco, pensava , anche se il cielo, per quanto sforzasse la vista , era ancora sgombro di nubi e nel fondo del pozzo vedeva bagnarsi, ogni notte più turgido, il corpo di una giovane luna.
Noè si rimboccò le maniche e si diresse verso il bosco dei cipressi. Che sia di legno resinoso, gli era stato detto. Per tre giorni risuonarono i colpi delle lame sugli alberi e quello dei tronchi tagliati , seguiti ogni volta da un improvviso frullare di ali dai rami caduti. Il quarto e quinto giorno si consumarono al ritmo dei martelli che battevano sui chiodi. Il sesto giorno l’odore del bitume riempì l’aria e si mescolò a quello delle minestre.
Perché proprio noi, avevano chiesto i figli. Le domande accorciano la vita, il lavoro l’ allunga, rispose il padre dall’alto delle sue seicento primavere. Se così non fosse stato, se fosse stato un altro, o forse solo un po’ più giovane, se fosse stato diverso, quella sera, guardando il suo paese dal colle dei cipressi, vedendo la gente che rientrava dai campi, udendo il chiasso dei bambini e il richiamo delle donne, avrebbe chiesto: tu che dici che sono io l’unico giusto tra gli empi, spiegami, cosa c’è di giusto nel lasciare che l’acqua cancelli tutto ciò come se non fosse mai esistito?
 
A casa, sua moglie e le nuore preparavano le valige. Com’è difficile scegliere cosa lasciare per sempre e cosa portare con sé. La sposa di Jafet cercava nei cassetti il bellissimo scialle di lana di pecora avuto in dono dalla madre il giorno del suo matrimonio. Potrà tornarmi utile per il viaggio, disse alle altre, e poi è un caro ricordo, mi sembrerà di portare con me anche un po’ di lei. L’ho prestato alla vicina per le nozze del figlio, rispose la moglie di Noè, non volermene, tu non c’eri e mi sono permessa, aveva promesso di riportarlo il giorno dopo.
La donna era giovane e facile all’ira, ma quella volta trattenne la lingua. Aprì di scatto la porta, però dall’uscio vide la vicina che metteva a seccare sul davanzale i fichi per i decotti dell’inverno che non avrebbe conosciuto. Allora la rabbia evaporò all’istante e una stretta le serrò lo stomaco.
La sera spalmò un unguento sulle mani del marito per medicare le vesciche aperte. Il lavoro è finito, disse lui. Com’è venuta?, lei domandò. Più grande di quanto tu possa immaginare. Grande quanto?, chiese ancora. Ma mentre l’uomo raccontava con entusiasmo ed orgoglio di cubiti , di abbaini e di scomparti, lei già non lo ascoltava più, perché Jafet parlava lentamente e invece lei aveva la mente veloce, rapida quasi quanto il suo cuore.
 
La mattina dopo tutta la famiglia si ritrovò per la prima colazione. Affondando un pezzo di pane azimo nel miele, Cam disse che sarebbe stata una grave stoltezza partire senza le api. Meno male che c’hai pensato, un fuco e un’ape regina da aggiungere alla lista, ordinò il patriarca. Poi gli uomini uscirono senza perdersi in chiacchiere, perché bisognava catturare gli animali che avrebbero popolato la terra con la loro discendenza, una volta che la pioggia l’avesse lavata a dovere. Noè raccomandò di prendere solo animali di bell’aspetto e in buona salute, perché bisognava partire con il piede giusto, quella volta.
Era sottinteso, fece Sem mentre preparava i lacci per gli uccelli.
A Jafet toccarono gli insetti. Non fu difficile prendere due formiche da un formicaio. Sono animali poco diffidenti, si avventurano sul primo filo d’erba che incontrano: scorciatoia, ponte, sconto di tempo e di fatica. Non li spaventa il fatto che questo oscilli un poco per il movimento della mano o per il vento, guardano solo in avanti per cui non temono il vuoto. Fu punto dalle vespe e dalle api, e quattro o cinque farfalle gli si disfecero tra le grosse dita, tingendogli i polpastrelli di coloratissima polvere d’ali, prima che capisse come fare e riuscisse a prendere, senza romperli, due splendidi esemplari per le effimere gioie delle future primavere.
Cam finì nello stagno per catturare un rospo e la sua gracidante consorte, indossò guanti di cuoio per afferrare le vipere, suo malgrado, a uso e consumo di falchi e altri rapaci, gli aveva spiegato il padre . Dobbiamo proprio portare anche i topi, chiese la moglie di Noè durante la pausa pranzo.
 
Controllo io la lista degli animali, fece Noè mentre scostava la lunga barba dal foglio. Non torneremo indietro, e quel che lasceremo sarà perduto. Mio Dio, mormorò la moglie di Sem guardando la gatta che allattava i   micini appena nati.
 La fatica più grande fu razionalizzare lo spazio in vista della futura convivenza coatta. Che la coppia di ragni continuasse pure a esercitare la nobile arte della tessitura, per ingannare il tempo durante il viaggio, ma lontano dalla piccolissima stanza in cui volavano le mosche e le zanzare.
 
Mentre la famiglia di Noè eludeva con la fatica e con i convulsi movimenti l’angoscia dell’imminente distacco, il resto del paese stava a guardare con ironia quel continuo andirivieni di pacchi e pacchetti, valige, otri , zaini , sacchi, casse, buste e gabbie. Del resto i prescelti non avevano fatto mistero di ciò che avevano saputo e di quanto era stato loro detto di fare. Noè si era dilungato, con i compaesani, soprattutto sulle ragioni che avevano condotto alla decisione del diluvio, nella speranza, pur obiettivamente remota, che un eventuale tardivo ravvedimento avrebbe potuto far cambiare idea a chi di dovere. Ma tutto quel lavoro suscitava l’ilarità degli uomini e delle donne che oziavano sulle panche davanti casa e la notizia di un prossimo diluvio faceva sganasciare dalle risate quanti smaltivano le sbornie sparlando del prossimo sotto le stelle di quelle limpidissime notti d’estate. Quanto all’arca, che si reggeva su possenti assi di quercia conficcate tra le pietre e l’arida terra del bassopiano, in perfetto equilibrio malgrado la mole, con quell’enorme scritta sul fianco dipinta da Sem il pensatore, “ The new chance”, cosa dire, se non che i nostri dovettero intervenire più volte per evitare che i sassi dei monelli le squarciassero l’enorme ventre belante, ringhiante, ronzante?
   
L’ultima sera che trascorsero nella loro casa furono raggiunti dalla nostalgia. E’ già qui, disse Cam il sentimentale , che non riusciva a non pensare alle cene con gli amici, a quelle un po’ malinconiche rimpatriate del sabato sera che , senza nessun passaggio di consegne ufficiale, avevano, chissà da quando, sostituito le epiche follie della gioventù. Tutto perduto per sempre, dovunque andrà ad arenarsi l’arca una volta che la terra avrà smaltito l’acqua che sarà caduta, saremo comunque soli.
Jafet, tutto suo padre, sentenziò che ogni missione comporta una buona dose di sacrificio e che, ad ogni modo , il lavoro che li attendeva nella nuova vita sarebbe stato un ottimo antidoto alla sofferenza per la mancanza di relazioni extrafamiliari . Allora, quando vedrai il vuoto, ti volterai dall’altra parte e cercherai le foto del liceo che hai messo di nascosto nella valigia, pensò sua moglie.
Sem l’intelligente, gloria e vanto della famiglia, fece un rapido calcolo e annunciò che non prima di quattro generazioni le parentele si sarebbero diramate al punto da consentire quel genere d’esperienze quali conoscenze casuali e colpi di fulmine.
Contrariamente al loro solito, le donne parlavano poco. La moglie di Sem , con gli occhi gonfi , andava avanti e indietro per la casa , se mai abbiamo lasciato qualcosa d’importante, diceva. In realtà pensava alla gatta coi gattini : sono animali che hanno poca dimestichezza con l’acqua, ma lei voleva almeno augurar loro di rimanere impigliati con una delle sette vite a un chiodo arrugginito, a un filo di ferro o a un ramo che li trattenesse al di qua del vortice. Però non le dispiacque di aver trovato la cesta vuota, in fondo detestava gli addii.
La moglie di Cam l’impulsivo stava invece seduta in un angolo, chiusa in un eloquente mutismo: avrebbe voluto portare con sé , com’è ovvio, ciò che restava della sua famiglia d’origine, un fratello un po’ dissoluto, un cane e il suo vecchio padre. Non occuperanno molto spazio e mangeranno poco, e poi sapranno rendersi utili, garantisco per loro. Le fu spiegato e rispiegato il motivo dello scontato diniego, che lei non capì, per cui partì ben sapendo che la prima cosa che avrebbe coltivato nella nuova fertilissima terra sarebbe stato il suo profondo rancore.
Invece la più giovane delle tre, la sposa di Jafet il saggio, si dissociò molto presto dalla mesta compagnia e si stese sul letto. Con gli occhi aperti fissò a lungo il soffitto prima di arrendersi ad un sonno leggero, l’unico che quella notte poteva permettersi.
Quanto a Noè, osservò a lungo i suoi e scosse la testa. Non restava che chiedere perdono a colui il quale tanto si stava adoperando per dare a tutti loro, alla terra e agli altri suoi figli l’insperato dono di una nuova opportunità: quella tristezza, inutile negarlo, stava sfumando nell’ingratitudine. E, già che c’era , lo ringraziò per sua moglie, la cui sana agitazione rendeva meno deprimente il quadro.
 Una nuova chance alla mia età, si ripeteva infatti l’anziana donna, e chi l’avrebbe mai detto! Era pronta a separarsi senza troppi rimpianti dagli oggetti in cattivo stato, da quei malandati compagni di strada che avevano visto tempi migliori : tazze e piatti scheggiati, calze smagliate, pentole annerite , pettini senza denti e il fornetto a microonde con la manopola che non girava più. Il viaggio sull’arca non è per tutti, si scende, siete arrivati al capolinea!
 
L’alba aveva stampato macchioline di luce sulla parete, ma Jafet dormiva ancora, profondamente. Ad ogni buon conto, sua moglie entrò nella stanza a piedi nudi, si tolse l’impermeabile trattenendo il fiato e, posate le scarpe infangate sotto al comodino , si distese accanto a lui con cautela, affinché la rete non cigolasse. Il materasso restituì la leggera pressione del peso e l’uomo si mosse, ma senza svegliarsi .Benché quella che bucava le tapparelle fosse la luce del giorno tanto atteso, e temuto, il giorno della fine e dell’inizio, lui dormiva, perché il sonno pesante e smemorato costituisce la preziosa, e non unica, ricompensa dei giusti.
 
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Sul diario di bordo Sem il poeta scriveva frasi del tipo: “ Acqua sopra di noi, sgorgata pura dalla sorgente celeste, dalle nuvole. La stessa acqua che ci trasporta, marrone, che straripamenti di fiumi e rigurgiti di fogne insozzano. L’arca galleggia leggera e sicura : segue una rotta. Navigando incrociamo scarpe vecchie, carcasse di animali , gomme d’ auto ed altri sbandati avanzi in balia della corrente.” Poi , nel tempo che avanzava dalle occupazioni di routine, quali dar da mangiare agli animali, pulire i loro alloggi, preparare il pranzo e liberare continuamente il ponte dall’acqua e dal vomito, leggeva ai suoi familiari quanto aveva scritto, ricevendone molte lodi e qualche consiglio.
I compiti erano stati divisi equamente tenendo conto delle capacità e preferenze di ciascuno di loro.
Alla moglie di Sem, che era incinta, fu dato di occuparsi dei piccoli animali, quali i conigli, il gallo e la gallina, le due oche e simili. Alle bestie  pericolose pensava Cam , Noè si preoccupava degli animali domestici quali capre, pecore ecc., sua moglie cucinava e così via. Tutti accettarono il lavoro assegnato di buon grado, anche se al momento nessuno capì per quale ragione la giovane moglie di Jafet avesse insistito tanto per accudire le bestie del rettilario, da cui tutti si tenevano ben alla larga.
 
 
Il resto, l’inevitabile, accadde molto in fretta.
La moglie di Noè, a cui non sfuggiva nulla, notò che mancavano delle provviste. Sulle prime sospettò di Cam il mangione, il gaudente. Lascia perdere, disse suo marito, il viaggio è lungo e difficile, e se qualcuno trova conforto in qualche razione di cibo in più , cosa vuoi che sia. La donna replicò che la legge era uguale per tutti . E poi, aggiunse, non sappiamo quanto tempo durerà ancora questo benedetto diluvio, non possiamo permetterci sprechi. Perciò decise di tenere d’occhio la dispensa per smascherarlo, chiunque fosse, e si appostò in una zona del ponte da cui poteva vedere tutti i movimenti verso la stiva, stoicamente resistendo alla pioggia e agli schizzi d’acqua sporca che le impennate dell’arca provocavano ad ogni ondata.
Era notte da un pezzo, ma un lampo provvidenziale illuminò a giorno la scala che conduceva alla dispensa. Sotto il fascio impietoso di luce, l’ombra che scivolava leggera malgrado l’ingombro impietrì. Cosa fai, chiese la vecchia a sua nuora, la moglie di Jafet.
 
Il rettilario fu aperto e, oltre alle casse ben chiuse da cui provenivano sibili e frusci, oltre alla vasca di latta in cui sbadigliavano due giovani alligatori, oltre alla scatola nella cui terra umidiccia due rattrappite lucertole sospiravano il sole, c’erano loro, i clandestini, i passeggeri dell’arca che il programma dell’arca non contemplava. Fra questi, la vicina di casa avvolta in un bellissimo scialle ed una gatta bianca e nera con i suoi figli di svariati colori. 
Noé e gli altri, svegliati nel sonno da colei che aveva scoperto il misfatto, fissarono esterrefatti l’autrice della sacrilega e imbarazzante disubbidienza.
Ti rendi conto della situazione in cui c’hai messo? , urlò il marito fuori di sé, mettendosi le mani nei capelli.
 
L’inflessibilità della giustizia dovette affrancarsi dalle suppliche e dalle lacrime. Noé declamò ciò che aveva dovuto più volte ripetere a se stesso, quella notte, e cioè che lui era un semplice esecutore e che non aveva il potere di apportare modifiche al programma. Suo figlio Sem, per generazione e atteggiamento culturale più incline ai ragionamenti, argomentò che era in corso un’ operazione d’eugenetica morale: i pionieri dell’era nuova erano stati selezionati in base a criteri oggettivi quali la morigeratezza dei costumi e la purezza d’animo. Sua madre tradusse e semplificò, dicendo alla vicina che l’arca se l’era guadagnata spezzandosi la schiena nei campi, mentre lei e le amiche spettegolavano in giardino bevendo il tè. Cam bestemmiò nella mente per tutto quello che stava accadendo e poi , urlando, maledisse i suoi cattivi pensieri, mentre Jafet si tormentò all’idea che  suo padre non riuscisse a perdonarlo per ciò che sua moglie aveva fatto.
Ad ogni modo, gli ordini andavano eseguiti alla lettera, così i clandestini vennero messi nella scialuppa, gatta e micini compresi, e la scialuppa calata in acqua. Uno dopo l’altro abbandonarono l’arca senza opporre resistenza e senza dire una parola, fissando la donna che li aveva portati fin là con la promessa di salvarli. La moglie di Jafet, invece, teneva gli occhi bassi per il dolore e per la vergogna . Tutto era successo a causa della sua leggerezza, lo sapeva bene, e della sua presunzione. Aveva ostentato un potere che non le apparteneva e fatto promesse che non era in grado di mantenere. Sarebbe stato mille volte meglio, si ripeteva, che non c’avessi nemmeno provato. Almeno l’acqua avrebbe travolto quelle persone e animali nell’intimità delle loro case, magari mentre dormivano, e forse si sarebbero consegnati al diluvio dolcemente. Almeno non si sarebbero illusi nella folle speranza di una nuova occasione a cui non erano destinati. Almeno avrei evitato loro d’andarsene col cuore carico d’odio, e a me stessa il loro disprezzo.
Soltanto quando s’ accorse che non c’era più nessuno sul ponte riuscì ad alzare lo sguardo, e allora vide la scialuppa che si allontanava sempre di più tra i torbidi flutti. Era così fragile. Probabilità di farcela : zero. Avesse potuto imbarcare la rabbia, il senso di colpa per la promessa tradita su quella barchetta di carta, su quel guscio di noce. Allora forse si sarebbe sentita, come gli altri, passeggera dell’arca. Abitante di quell’enorme casa galleggiante di legno di cipresso, resinoso, che inaffondabile e leggera navigava nel diluvio per dare agli eletti , ai giusti, l’occasione che avevano meritato, sulla terra lavata d’ogni lordura, lucida, nuova, tra le pozzanghere risplendenti al sole, sotto un cielo finalmente sgombro da nuvole, sotto i nuovi arcobaleni che già si preparavano.
 
 

 

 

Originalissima versione del diluvio universale: attuale e verosimile, visto che i personaggi sono descritti in tutta la loro umanità. Il comportamento della moglie di Jafet, in particolare, è molto plausibile.
Complimenti anche per lo stile scorrevole.

Un vero piacere aver fatto la tua conoscenza!

Inserito da arcel nis il Gio, 22/05/2008 - 12:38

grazie, arcel e...alla prossima

Inserito da Adele-Costanzo il Gio, 22/05/2008 - 14:41

avendoti già letta altrove ammiro la tua poliedricità... io finirò per ammorbare con questo trip del settecento...  Bruna

Inserito da bruna alasia il Mar, 13/05/2008 - 15:07

Non credo che ammorbi, visto che sei a quota diciannove eppure ti leggiamo. Comunque temo - e spero - che mi sto "intrippando" anch'io.

Ciao Adele

Inserito da Adele-Costanzo il Mar, 13/05/2008 - 20:55


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