Un viaggio inutile
Mar, 08/04/2008 - 15:25 Onofrio Panettieri Opere dell'autore
Si svegliò già stremato, alle quattro del mattino. “Ma perché devo fare questo viaggio inutile?” si chiese, sapendo che era sufficiente una telefonata. Passò più di tre ore fra radio, colazione, computer (computer? non ricordo) e bagno. Poi uscì. Comprò un quotidiano, prese l’auto, ma decise di parcheggiarla sotto casa dei suoi genitori che era a metà strada con la stazione, c’era tempo. Lasciò nella vettura l’inserto Salute, che sua madre leggeva sempre con piacere e intraprese a piedi la discesa. Diversi pensieri gli affollavano la mente, dettati dalla stanchezza. Si chiese più volte se valeva la pena di partire. Un pensionato che conosceva lo chiamò dall’interno della sua auto mentre era in prossimità della stazione e gli disse di affrettarsi perché il treno stava partendo. “Non è il mio” disse lui. “Quale prendi?” gli chiese il pensionato. “Quello dopo” disse, contento di essere rimasto nel vago. Alcune ragazze attraversarono i binari. Si accese un’altra sigaretta. La stazione era desolata, senza personale, grigia nel mattino piovoso. Lui indossava l’impermeabile e portava un ombrello rosso a quadrettoni che gli piaceva. Gli venì da scoreggiare. Lo fece, chiedendosi poi se i due nuovi arrivati, che non aveva visto, l’avessero sentito. Finalmente il treno. Salì. Era semivuoto. In uno scompartimento c’era soltanto una signora. Lui entrò. “Viene da Torino?” le chiese, per parlare, levandosi l’impermeabile. “No” disse la signora. Lui posò il giornale sul sedile di fronte e si chiese se sarebbe riuscito a prender sonno. Poi si mise a leggere. La signora scese nella città. Lui ne prese il posto, accanto al finestrino: c’era più luce. Il treno ripartì. Entrò un uomo anziano, corpulento, occhi azzurri che spiccavano sul volto da lavoratore. “Ho una figlia in questa città” gli disse l’uomo. “Fa il medico” aggiunse senza orgoglio, forse perché la donna, come spiegò, lavorava in una struttura privata. “E un figlio a Firenze” aggiunse. Si scambiarono i ricordi: Ponte Vecchio, il ginocchio della Madonna di Giotto, Boboli. Poi il discorso cadde su due bambini scomparsi e ritrovati morti in un posto dove era normale cercarli e invece erano morti di stenti dopo una caduta. “Ho appena letto di un gruppo di professionisti arrestati nello stesso paese per truffa. Se loro sono i primi colpevoli morali dell’abbandono sociale, comunque tutto il paese dovrebbe sentirsi in colpa” disse al vecchio. Che rispose. Ne notò un vago accento albanese. Si immaginò che avesse contatti con gli albanesi e glielo disse. “No” rise il vecchio, “il mio paese è di popolazione originaria albanese. Qualche volta parliamo il nostro dialetto e ci è rimasto l’accento”. Paesaggio, poi il mare. Piatto, bello. L'uomo anziano sembrava una vecchia conoscenza. Il treno si fermò, lui era arrivato. Salutò il vecchio e gli lasciò il quotidiano. Si era ripreso dalla stanchezza ma continuava a chiedersi cosa fosse venuto a fare. Pioveva. Aprì l’ombrello. Uscì dalla stazione e percorse il breve tratto di strada. Parlò con alcune persone. “E’ stato proprio un viaggio inutile” si disse. Poi ritornò verso la stazione e si ricordò che non aveva memorizzato un particolare. “Fa niente”, si disse, sentendosi le scarpe umide. Entrò nel tabacchino della stazione, salutò il gestore che aveva conosciuto in un viaggio precedente e prese un caffè e le sigarette. Poi uscì. Sul marciapiedi una coppia, il ragazzo parlava agitato al telefonino, un’agitazione controllata. Lui disegnò un volto sorridente sul pavimento con la punta dell’ombrello bagnata. Poi arrivò un’altra coppia di giovani, lei era incinta, con il loro bambino. Avevano modi garbati e si vedeva che erano di estrazione modesta. “Albanesi?” chiese lui: sentiva il bisogno di parlare con qualcuno. “Si” confermò l’uomo. “Ho vissuto anche in Grecia” aggiunse. “Davvero vivete meglio qui?” chiese lui. “Certo” rispose l’uomo, sincero, e aggiunse: “Sa, ora nel nostro paese va un po’ meglio, ma ai tempi del comunismo, in Albania, dovevi badare a guadagnarti il pane, che è duro, e stare attento alle spie. Che erano dappertutto.” “Perché lo facevano?” chiese lui. “Soldi” rispose l’albanese. “Più duro il lavoro per il pane o più duro sopportare le spie?” chiese lui sentendosi intelligente. “Guardi” rispose serio l’albanese, “per un lavoratore sono due problemi pesanti uguali”. Arrivò il treno, uno di quelli con vecchie vetturine che tanto gli piacevano, ma di nuovo la stanchezza si fece sentire. Si sedette e notò che dal finestrino veniva uno spiffero gelido. Provò a chiudere il finestrino senza riuscirci. Cambiò posto. Faceva freddo e lui si sentiva in trance. Ad una stazione successiva salì una ragazza che si sedette dov’era lui prima. Diede un colpo secco al finestrino e questo si chiuse. Dieci minuti dopo arrivò un ragazzo e si sedette di fronte a lei. Parlarono confidenzialmente. In città lui cambiò treno. Arrivò dopo quaranta minuti. C’era il bus, davanti alla stazione. Vi salì. Il bus era invaso da fumo di sigarette. Lui non aveva voglia di dire niente. C’era solo un passeggero, oltre all’autista, che aspettava l’arrivo di un secondo treno prima di partire. I finestrini erano chiusi. Le porte anche. Lui disse: “Cosa leggerò sul giornale di domani? Hostess transessuale inferocita squarta passeggero che si è accesa una sigaretta?” “Perché?” chiese l’autista con voce metallica. “Sarà meglio che non compro il giornale, domani” lui disse senza aggiungere altro. A casa si mise a letto. Riuscì a dormire. Si svegliò riposato, accese la televisione e sentì che Naomi Campbell ne aveva combinata un’altra delle sue in aereo e l’avevano arrestata. “Menomale” si disse lui. Lo stesso il giorno dopo non comprò alcun giornale. Poi sentì della casa bruciata con dieci persone dentro.
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