Rosetta e la magnolia
C’era una volta un piccolo condominio. Uno di quelli modesti da edilizia popolare, coi balconcini striminziti, le imposte sofferenti e nodose come ginocchia artritiche, i tetti mozzi senza ringhiere e però ramificati di antenne e antennuzze, alcune grandi come radar, altre a malapena tenute insieme solo dalla volontà di non cadere. Per gli abitanti del paese, quel pugno di mala edilizia era chiamato: il Complesso B. I condomini in quanto a modestia, facevano il paio con quel mucchio di stanze sgraziate, e i molti, venuti ad abitare quando ancora l’odore di imbiancato fresco era forte, su per le minuscole scale, adesso avevano il fiato corto a portare la spesa, anche quando si trattava di un solo piano. Gli eredi davano in affitto. Pochi avevano rivenduto. Tanto, coi prezzi rinfocolati che pareva vi soffiasse sopra il demonio, nessuno sarebbe riuscito ad ottenere una somma sufficiente per un nuovo acquisto. C’era, però, qualcosa che dava al Complesso B una sua certa dignità; quasi un attestato d’esame, come i diplomi d’altri tempi pomposamente incorniciati e appesi in bella mostra. Al centro, infatti, con le palazzine disposte a ferro di cavallo, si ergeva consono e pertinente come una gemma di valore su una montatura di stagno, un peristilio; vi crescevano in buona armonia, piante affatto esotiche ma, belle e armoniose. Gelsomini e buganvillee zampillanti come fontane scarlatte, strelizie e bignonie, gerani selvatici e viole del pensiero, qualche abete, avanzato da feste di Natale ormai lontane che preso coraggio, si era irrobustito e infine, come leggiadre farfalle di smeraldo sul punto di spiccare il volo, tre superbe magnolie. Due, avevano sollevato le loro splendide chiome dalle foglie grasse e lucide come specchi, fino a superare in altezza le costruzioni stesse, la terza, un po’ più giovane e timida, lambiva invece il balconcino di Rosetta. Per la verità, quel po’ di luce disponibile a far lo sforzo di entrare in casa di Rosetta, se lo prendeva tutto la magnolia e lei era costretta ad accendere il lampadario anche nei mattini d’estate. Nelle riunioni di condominio s’era parlato di tagliare, accorciare, sfrondare. S’era formato il partito dei pro e dei contro ed erano corse parole grosse. Di quell’Eden casalingo, si occupava con aiuti sporadici, per le incombenze gravose, un condomino in pensione, che trovato così un modo piacevole se pur impegnativo di non pagare le spese , si agitava come un ossesso perchè non si spostasse nemmeno una virgola. A Rosetta spiaceva tutto quel bailamme. Amava quell’albero. Lo aveva visto progredire anno dopo anno, fin da quando, giovane donna, era entrata per la prima volta in quelle stanze, e con Ignazio e i ragazzi vivevano stretti che a passare ci si urtava spesso. E però d’altronde, le bollette erano care e insomma non sapeva come decidersi. Vinse il partito dei contro. In fondo, a Rosetta non andava di veder mortificare i rami che si protendevano verso la ringhiera, sì che quando ne aveva voglia li sfiorava, o li scostava con tenero rispetto, per cercare, strizzando gli occhi in quell’intrico, un nido di passerotti. Si rassegnò. Immaginava di vivere dentro a una foresta, e finché era possibile, faceva a meno della luce elettrica. Una piccola lampada bastava d’avanzo, ché tanto non c’era più così da fare in casa, e anche se c’era, poteva dire a se stessa di non vederlo. Le stanze, tranne una minuscola cucina, erano due. Non molto grandi. Ci viveva comoda ma di roba ce n’era. Anche troppa. Anno dopo anno non si decideva mai a buttar via. Forse tornavano i ragazzi, o i nipoti, forse…. Non si sa mai. In camera da letto, una feritoia, ché sarebbe stato impegnativo chiamarla finestra, era incorniciata da una tendina bianca, (un tempo doveva essere bianca), tutta a pizzi e merletti. Poi c’era il letto, di ferro tinto legno; il suo letto da sposa. Allora usava così: una testata e una pediera a semicerchio, monumentale, con punzoni ormai ammaccati dall’uso e dai pugni di Mario e Nino che da piccoli, si divertivano a colpirle per simulare un temporale. Si, perché quelle due lastre di ferro sottile, sospese fra colonnine a capitelli, erano un po’ ondulate. Vuoi che il saldatore non era stato un granché, vuoi che la distanza tra una sponda e l’altra forse era eccessiva, a colpirle si sprigionava un brontolio sordo come di tuono o di cielo foriero di tempesta: boom, boom, i ragazzi a ridere, lei a strepitare, Ignazio a minacciare cinghiate. Di fronte, stava un armadio “tutte le stagioni” come lo chiamava Rosetta, di truciolato scuro e pesante come bronzo, che pareva ricavato da un unico blocco (e forse era così), e che aveva sostituito per necessità, molti anni prima, il predecessore in mogano andato letteralmente in pasto ai tarli. Poi c’era il comò. Un bel comò, solido, squadrato, capiente senza fronzoli, che ai tempi in cui era un noce ignaro, doveva aver visto la Storia. Sulle fiancate, le crepe che lo trafiggevano, facevano temere che potesse cedere a un semplice soffio; invece reggeva e i tarli erano tutti morti prima di lui. Sopra al mobile stava poggiato in riassunto di tutta una vita, nell’ordine: un grande rettangolo di lino ingiallito e rammendato in più punti, che vantava però, i suoi ricami di fanciulla, veri giochi di destrezza all’uncinetto. Poi, incartapecorite come pergamene, le foto dei suoi genitori in piccoli tondi gemelli di legno, e poi ancora la foto delle sue nozze: Ignazio in piedi, impomatato, i baffi alla Vittorio, poggiava una mano sulla spalla a una ragazza dagli occhi grandi, un po’ sporgenti e smarriti, che sedeva su una poltrona di seta e nappe, contro un fondale esotico di vegetazioni sconosciute. La mano di Ignazio, pur sfiorandola, sembrava tenerla schiacciata su quella sedia per l’eternità. Infine, sparse alla meglio in cornici d’argento nero come il catrame, le foto di Nino e Mario. Da bambini, alla Prima Comunione, con le mogli il giorno del matrimonio, e via, di seguito, quelle dei nipoti. Una foresta di visi, atteggiamenti, epoche disparate e colori grigiastri, ammantata di polvere. A volte, quando si ricordava di pulire, quelle facce le sembravano una folla di sconosciuti e si avvicinava, inforcava meglio gli occhiali. Possibile? Chi era quella ragazza seduta, i capelli gonfi di crine posticcio ai lati del viso che la facevano sembrare una Minnie antesignana, con quella mano padrona sulla spalla? E quel giovane uomo, il petto sporgente da pavone, lo sguardo di sfida, chi mai poteva essere? Scuoteva la testa, posava i ritratti. Non ricordava. Si smarriva.
Nelle belle giornate di primavera e in estate, prendeva una poltroncina di plastica che sbracava leggermente di gambe sotto al suo piccolo peso, e stava a rimirare la magnolia e le piante sottostanti. All’imbrunire, in estate, i gelsomini selvatici tutti ammantati come nuvole odorose, esplodevano in effluvi consolatori, per chi come lei, ricordava (non sempre), ben altre estati. Tempi lontanissimi, in cui sembrava di poter toccare ancora, le grandi macchie di margherite selvatiche della sua casa di bambina, coi muri alti di pietra a secco, che circondavano l’orto e il frutteto. Sentire il pigolio dei pulcini dietro alle chiocce, il ronfare beato dei gatti stesi al sole sulle panchine di pietra lavica sbozzate alla meglio e il gocciolio cadenzato del grifo d’ottone, nella grande gebbia colma d’acqua verdastra di muschio, cui, numerosi, uccelli e insetti si dissetavano, increspandone lievemente la superficie smerigliata dai raggi accecanti, di certi mattini ardenti come braci. Poi, la voce impaziente di sua madre che la chiamava; e infatti a volte rispondeva d’un tratto: “Adesso arrivo”. Comunque, la palma delle fioriture più spettacolari andava naturalmente alle magnolie. Succedeva così: quasi per magia, a un tratto capriccioso della bella stagione, i rami cominciavano a riempirsi di bocci; pigne dure, verdi, grosse e compatte. In seguito, quasi per altrettanta magia i bocci si aprivano, e i fiori perfetti, spettacolari nella loro soave semplicità, spandevano a lungo tutta la loro fragranza un po’ saponosa e stordente. Infine, emergevano i semi come grossi chicchi di caffè di un bel rosso vivo, che squillavano di splendido contrasto con le foglie di smeraldo. Quelle casupole spoglie coi muri sbeccati e mendichi, ne uscivano tutte vivificate. Un profluvio di odori e colori ne ingentiliva i rattoppi, fin quasi a cancellarli. Per amore di verità però, un particolare è giusto precisarlo: la magnolia che invadeva il balcone di Rosetta era l’unica a non fiorire. Sì, nel concerto di quella natura dirompente, una nota stonata c’era. E negli anni si era tentato di tutto: concimi costosi, sarchiature sfiancanti, persino un sondaggio delle radici fatto da un esperto giardiniere, che aveva lasciato la cassa del condominio spremuta come un limone. Niente. Niente di niente. Stagione dopo stagione, le sorelle maestose sfoggiavano le loro tolette, e lei invece, rimaneva quieta a vegetare il suo bel mantello per la grazia dello sguardo e i nidi dei passerotti. Anche il condomino giardiniere l’aveva abbandonata al suo destino e si limitava di tanto in tanto, a guardarla mogio. Rosetta, nonostante gli acciacchi, si teneva su. Vanitosa era sempre stata, malgrado Ignazio cercasse di stringerla in pugno; così, da quando lui era mancato pace alla sua anima, erano cessate le rinunce. Si accorciava i capelli da sola, con l’aiuto di una vicina vedova pure lei, e ogni tanto, solo ogni tanto ché la pensione erano spiccioli e non poteva scialare, metteva su un po’ di prodotto che comprava al supermercato vicino, un bel cenere che copriva le sfumature giallastre di alcune ciocche, e che le era valso l’appellativo di “fata turchina”. A non mancare mai, era comunque il rossetto. Come e quanto lo aveva desiderato, ai tempi di Ignazio! Lui sentenziava che usarlo potevano solo le donnacce, o le poco di buono al cinematografo, e mai avrebbe permesso a sua moglie un simile affronto. Poi però, anche il rossetto era arrivato. Certo ormai giovanissima non era più, ma perché arrendersi? La prima volta, emozionata, ne aveva comperato uno di un bel carminio e l’aveva sfoggiato fiera, come una ragazzina che fa dispetto alla mamma. Tutte le domeniche mattina, ma proprio di buonora, andava a Messa. La chiesa, proprio una chiesa vera, a forma di chiesa fatta e finita, non poteva dirsi. Per necessità di bilancio comunale infatti, era ospitata provvisoriamente in una pizzeria dismessa. Poi si sa come vanno queste cose, i soldi non si trovano sugli alberi. Il Comune era peggio di Ponzio Pilato, i fedeli si tenevano stretti i borsellini, e dai e dai, il “provvisorio” durava da decenni. L’altare stava allestito in un angolo, lontano dalle saracinesche, e al bancone del pizzaiolo troneggiavano due torciere dorate. In inverno ci si gelava e in estate si soffocava tanto da indurre il parroco a sollevare suo malgrado le saracinesche. Rosetta però, al Signore voleva bene. Gli chiedeva sempre la salute per i suoi figli e i nipoti che non aveva mai abbracciato e che prosperavano lontano da lei, in quella Américazuéla” come si divertiva a chiamarla Mario; e che prima di essere chiamata al “mondo della verità”, desiderava tanto rivederli. Si, al Signore voleva bene; recitava due rosari al giorno e dava sempre qualche spicciolo, durante la raccolta della Messa . Pregava che i suoi figli telefonassero, almeno ogni tanto, almeno un poco, per non dimenticarsi del tutto di lei. Perché lei invece, stava dimenticando. E’ vero, sentiva nitida la voce della sua mamma, ma un paio di volte si era ritrovata per strada senza più sapere chi e dove fosse, e solo l’intervento affettuoso e provvidenziale dei vicini, l’aveva salvata dal panico. Pur volendo tanto bene al Signore però, gli chiedeva spesso con fervido slancio, di rimandare ancora un po’ il loro incontro. C’era tempo. A chiudersi in una cassa, come quelle lucenti e giallastre che vedeva passare tante volte portate a spalla, quando sempre alla domenica, ma dopo la Messa, andava a far visita ad Ignazio, non pensava punto. Sulla lastra tombale, aveva sistemato un bel vaso di plastica con dentro dei sassi e delle rose rosse anch’esse di plastica, così duravano sempre, e si infischiava se lui, dalla foto, sembrava guardarla severo con disappunto. Le rose, le lavava ogni tanto alla fontanella, e la luce del sole le aveva variegate di un bianco rosato. Un giorno, che la mattina era tanto bella e i due alberi fioriti come spose, si disse quasi ridendo: “Padre nostro Signore, morirò quando fiorirà la magnolia”. Tanto bastava quella promessa, che molto sapeva di scongiuro, a tenerla lontana dai cattivi pensieri. Così, le stagioni rotolavano come biglie colorate, tempo dopo tempo, foglia dopo foglia. Il mistero della vita e della morte, era sotto gli occhi di Rosetta tutte le volte che mamma passero, covava paziente le sue uova, e ogni qualvolta purtroppo, qualche cucciolo finiva in picchiata di sotto, o una rondinella sfinita, si accartocciava in un angolo del suo balcone. Volente o nolente, c’era sempre qualcosa a ricordarle che Dio nella Sua infinita bontà aveva pazienza è vero, ma quella valigia, prima o poi doveva decidersi a chiuderla. Così, teneva d’occhio la magnolia, non si sa mai. Un giorno che l’inverno stava andando via, quando la luce tenera fa venir voglia di mettersi all’opera, Rosetta decise di cucinare tutta per sé, una buona pietanza. Una di quelle che non assaggiava da tanto, per l’indolenza di non volersi mettere ai fornelli a spignattare, e questo e quello. Insomma, era andata per le lunghe. Qualcuno l’aveva chiamata nella stanza accanto, e ora, sembrava la voce di Mario, ora, quella di Nino. Non aveva trovato nessuno. Si era seduta sul letto avvilita, dimentica. Le immagini dei suoi ragazzi le avevano rapito i pensieri. Immagini di abbracci e canzonature, ma anche di parole violente, dette per ferire. Le bruciavano gli occhi, tanto. Troppo. Un puzzo terribile si era sparso per casa. Poi non ricordava più. Si era ritrovata distesa con un dottore accanto, aveva un ago nel braccio e il letto era quello di un ospedale. Grazie a Dio l’aveva scampata . Grazie a Dio, ma anche ai vigili del fuoco, che a sirene spiegate, allertati dai vicini sconvolti dal puzzo immondo e dal fumo, avevano sfondato la porta. Ora era di nuovo a casa. La domenica a Messa col suo più bel rossetto e l’abito a fiori gialli, e poi a far visita a Ignazio, come per canzonarlo di aspettare ancora un po’. I vicini invece, erano furibondi; specie il dirimpettaio. A sua insaputa si erano riuniti in conciliabolo. Uno, inveiva minaccioso puntando il dito, un’altra, con la voce roca d’indignazione, ingiuriava senza pietà. C’era un sovrapporsi di toni, un movimento concitato di suoni a spirale, come una tromba d’aria:
“ Io che abito di fronte rischio di fare botto senza sapere né “bi”, né ba”. “ E’ una vergogna! In quella casa ormai si deve dar fuoco per far pulizia, ma i figli, i parenti che fine hanno fatto? Non si possono rintracciare?” “ Fatela rinchiudere o ci rovina tutti!”. Nella grancassa di quel frastuono, ogni tanto però, si faceva largo a fatica, anche qualche voce caritatevole: “Poveretta, l’anno abbandonata. Se ci mettiamo d’accordo, a turno potremmo aiutarla in qualcosa” “ Si, per le pulizie, con un po’ di pazienza”. “ Poveraccia, abita qui che non ero ancora sposata! ” Ma non se ne veniva a capo. Rosetta, in breve, divenne il fulcro di cospirazioni ed interminabili dispute, mentre perfettamente ignara, passava coi suoi capelli turchini sotto al portico del peristilio, godendosi la vita che dalla terra tutta, sprigionava sotto ai primi pallidi, raggi di sole. Una domenica, tornata come sempre dalla visita di cortesia ad Ignazio, per festeggiare la primavera e le prime rondini che aveva visto sfrecciare giocose in cielo, aveva comperato dal fornaio un etto di biscotti, e adesso, sul balconcino, ne sgranocchiava piano uno (la dentiera dondolava un po’), lasciando che le briciole si spargessero come polvere dorata sul pavimento. Anche i passerotti così, avrebbero festeggiato con lei. Posò teneramente lo sguardo sulla magnolia e rimase, come sempre aveva immaginato fosse rimasta la moglie di Lot, disubbidendo a Dio per guardare le fiamme di Sodoma. Grossi come pigne, numerosi, sembravano guardarla quasi irridenti i bocci, che certo dovevano essere spuntati in una sola notte, come in quelle favole arabe, che ascoltava raccontare a bocca aperta da bambina. Immediatamente la lingua si inaridì, e anche la pelle sentì riarsa, come se d’improvviso si stesse trasformando in una di quelle mummie d’Egitto, che una volta, Dio ci salvi, aveva visto in televisione. Adesso, era il momento che il Signore, ricordandole la promessa e tenendola per mano, l’avrebbe condotta finalmente al Suo, di giardino. Per poco non cadde bocconi dal dispiacere. L’albero meraviglioso che tanto aveva amato nella sua lunga vita, le divenne a un tratto nemico e ostile, e se avesse potuto, con una sola mano lo avrebbe sradicato, terrorizzata e insieme irosa come un Sansone. Una pesantezza di piombo le cadde sulle spalle. Fuggire non poteva. Fuggire da che? La gioia della vita o l’ombra della morte, poteva anche essere rinchiusa nel mistero di un fiore. Chinò il capo. Nei giorni che seguirono rimase in casa. Un poco del suo vecchio spirito indomito era tornato timidamente a far capolino, e le aveva suggerito di organizzarsi, se proprio era indispensabile, per una partenza degna: voleva fare testamento. Cercò dei fogli di carta e una penna, e dopo averli trovati con molta pazienza e invocando Sant’Antonio da Padova al quale dava del tu alla spicciola, si ricordò che non scriveva da anni e che forse addirittura non sapeva scrivere.
Allora senza perdersi d’animo, ricorse a una vicina (quella dei capelli), e così, in men di un battere di ciglia, tutto il condominio seppe che Rosetta faceva testamento. Che novità! Era forse malata? I più, speranzosi, si avvicendavano nei paraggi, come se questo potesse far loro scoprire la verità. I nodi vennero al pettine, è il caso di dirlo, quando la vicina si rese conto che Rosetta non aveva la più pallida idea dei suoi averi, e soprattutto, in seguito a questo, di come accomodare le cose per non scontentare nessuno dei suoi figli. E dov’erano i suoi figli? Scartabellando nei cassetti del comò, venivano fuori a ondate, come la risacca lascia detriti sulla rena, mucchi di documenti, vecchissime ricevute di bollette pagate, foto sbiadite, santini, una gigantografia veramente impressionante di Ignazio con dello scotch ancora attaccato ai bordi, cartoline incrinate da un reticolo di pieghe con indirizzi illeggibili, spago e spagnolette ormai sottili come fili di ragnatela. Rosetta apriva l’armadio, rovistava in cucina, slegava da lacci consunti scatole di cartone. Di Mario e di Nino c’era quasi da farsi venire il dubbio, che fossero mai esistiti. Ma la vicina, sebbene non avanti negli anni come Rosetta, ricordava; e facendo su due conti facili facili, risolse che dall’ultima volta che li aveva incontrati, non mettevano piede in paese da una ventina d’anni . Inghiottiti dal Venezuela come Pinocchio dalla balena. Le due donne non si frequentavano molto, tranne per la faccenda dei capelli. Rosetta era un po’ vaga, sempre sospesa fra sogno e realtà e a volte, ma questo la donna lo teneva ben chiuso in pancia, sembrava matta come un cavallo. Continuando di questo passo non si sarebbe cavato un ragno dal buco. I ragazzi, ragazzi non erano più, che anzi potevano essere nonni. E Rosetta pagava puntualmente e inutilmente, la tassa sulla speranza di udire la voce dei suoi figli, dall’apparecchio antiquato che forse era l’unico oggetto di valore in quella casa. Quando la vicina capì, che qualcosa doveva per forza essere successo dato che gli unici parenti di Rosetta, sembravano essere ormai solo le formiche che invadevano periodicamente la sua casa, cercò se non di scoprire, ché alla fine ci aveva rinunciato, almeno di capire il perché e il percome. Non poteva fare Rosetta stessa, certo breve, brevissima, una piccola telefonata? Ma a meno di riceverli in sogno, quei numeri di telefono non saltavano fuori. Né Rosetta per quanto fissasse a lungo ora l’apparecchio, ora le foto dei suoi ragazzi, ricordava alcunché. Ormai passava tutto il tempo al balcone, stordita dal cinguettio incessante degli uccelli in piena stagione d’amori, a fissare la magnolia recitando rosari. E venne la fioritura. Tutto il condominio ne era preso, come se finalmente un’opera incompiuta, quasi un ponte lasciato a mezz’aria, fosse portata a termine; e si complimentavano l’un l’altro di questo miracolo tardivo, come se essi stessi ne fossero in qualche modo gli artefici. Rosetta mesta, quando si recava da Ignazio, ormai rimaneva in silenzio a fissare le rose sbiadite, distogliendo lo sguardo dalla foto, che adesso pareva guardarla sarcastica. L’estate sembrava non voler mai finire. Il profumo dei fiori si insinuava inebriante nelle piccole stanze dove pareva passato un uragano. Nonostante la vicina avesse tentato opera di bonifica, la marea di ciarpame sembrava possedesse vita propria, e avevi appena buttato un sacco, che spuntava una montagna. Un paio di fiori, la cui perfezione doveva aver plasmato Dio in persona, erano rotolati nel balconcino. Rosetta, pur certa che ormai fosse scoccata la sua ora, a vederli non poté fare a meno di coglierli nel palmo delle mani. E come erano delicati, e come il loro candore strideva eppure leniva le dita rugose e ingiallite che li racchiudevano, attente a non ferirne i petali. Dopo averli tenuti a lungo, come stordita dal dono che il Signore sembrava averle fatto per consolarla dell’imminente partenza, li collocò dentro a un bicchiere colmo d’acqua, al centro del minuscolo tavolo da pranzo, e lì rimasero, senza mai sfiorire. Vennero i giorni in cui i semi vermigli fecero capolino fra i rami, i gelsomini a perdere la spuma candida, le rondini a fare fagotto, i raggi del sole a quietarsi. E Rosetta? Timidamente si chiedeva meravigliata se anche il Signore, che certo era molto più vecchio di lei, e immaginava con una gran barba bianca come l’antico protagonista dei Dieci Comandamenti, soffrisse di smemoratezza. Tutte le mattine, ben sveglia, girava gli occhi per la stanza e vedeva sempre le stesse cose. Era viva e vegeta, arrugginita come una vecchia catena di bicicletta e stentava ad alzarsi ma, sorridendo sentiva i polmoni riempirsi d’aria e lo stomaco gorgogliare reclamando la sua tazza di latte e pane, e anche un poco di caffè. Una di queste mattine di miracolosa rinascita, ricevette una lettera. Si, proprio una lettera. A dire il vero, fu la vicina ad accorgersi che nella buca verde di ossido di rame, c’era un plico. Bussò eccitatissima sventolandole sotto al naso una busta tutta costellata di francobolli vistosamente colorati. Rosetta non sapeva che pensare, che dire. Rigirava quella busta fra le mani e guardava a bocca aperta la vicina. Inforcò meglio gli occhiali, ma per quanto li avesse quasi incollati alle palpebre, non si decideva a strappare il triangolino. La vicina non avrebbe tolto le tende nemmeno in pieno terremoto, e si offrì anzi, di aprirla lei. Per Rosetta fu un sollievo; non ricordava se sapeva leggere e tutti quei francobolli colorati le mettevano inquietudine. La lettera stessa le metteva tanta di quell’inquietudine, che si ritrovava a tremare, tra sgomenta curiosità e baluginio di speranza. A farla breve, con grafia minuta e qualche frase incomprensibile, la lettera cominciava così:
Cara zia Rosetta
non so se questa mia ti giungerà davvero al vecchio indirizzo che ho ritrovato, infatti ho messo l’indirizzo del mittente scritto grosso. Non so se sei viva e in buona salute, ma ci provo lo stesso. Sono Annamaria, la terza figlia di tua sorella Rita. Ti ricordi di me? E soprattutto ti ricordi che la mamma è andata in Argentina, subito dopo che avete litigato per lo zio Ignazio?....”
La vicina leggeva avidamente, ma per quanto si sforzasse di comprendere tutto il senso della lettera, che inframmezzava frasi in spagnolo e in vecchio dialetto arcaico, che neppure lei quasi ricordava più, a parte l’accenno al litigio non c’era niente di illuminante sul passato. Annamaria scriveva per sicurezza il suo lungo numero di telefono e chiedeva se per caso la zia fosse disposta a raggiungerla, ché aveva una vita da raccontarle e da spiegarle; si augurava che il Signore lo permettesse e se aveva bisogno di soldi, si sarebbero accordate che le avrebbe pagato mezzo biglietto. Rosetta ascoltava. Improvvisamente ricordò. Non era sicura che fosse proprio lei, ma vide di colpo Rita, il volto grassoccio di ragazza ben piantata, il litigio violentissimo per colpa di quel debosciato di Ignazio e la piccola Annamaria. Gracilina, sempre col moccio al naso correre come un gatto selvatico a piedi scalzi, urlando dietro alle galline, in una nuvola di polvere rossastra, starnazzi disperati e penne fluttuanti . Fece un ampio sorriso. Poi scostò una sedia e si sedette. Cominciò a ridere, ridere e ridere, come se la gioia di quella presunta traccia di una vita passata, così vivida, così incredibilmente vicina, le fluisse direttamente dalla lettera al petto, e salisse al cielo come un bacio di ringraziamento a Dio. La vicina, a bocca aperta, la guardava con una strana espressione un po’ preoccupata e un po’ contenta. Tutto quel ridere l’aveva contagiata. Non capiva molto, soprattutto intuiva che nella vita della sua ultraottuagenaria amica, dovevano esserci stati più dolori che gioie e generosamente si rallegrava per lei. Questo voleva dire che con un po’ di buona volontà e l’aiuto del Signore, ché senza quello, davvero non si andava da nessuna parte, Rosetta aveva ancora l’occasione di ricongiungersi con un pezzo importante del suo passato, l’occasione di sperare. Del resto, non era fiorita la terza magnolia quando tutto faceva pensare che niente al mondo potesse smuovere il suo torpore, che fosse ormai troppo tardi? Da qual giorno in poi, un brusio incessante, un ronzare come di api accanto al favo, i condomini del complesso B. ciarlavano di Rosetta, della lettera e di un sacco di altre cose che da un punto e una virgola, erano sorte come massi squinternati poggiati a caso uno sopra l’altro. Ignazio era un donnaiolo, aveva insidiato tutte le sorelle della malcapitata, addirittura forse Annamaria era sua figlia. Mario e Nino non erano più tornati per colpa di quello scandalo. Annamaria era ricchissima, una possidente in Argentina, e via di questo passo. Intanto Rosetta, (a dire il vero la vicina), aveva fatto la telefonata. C’era stato un po’ di trambusto per via del fuso orario di cui non si era tenuto conto, ma tutto sommato era andata benissimo. Annamaria parlava veloce come una mitraglia, la vicina urlava dentro alla cornetta, convinta che questo le avrebbe fatte intendere meglio. Poi aveva parlato Rosetta. Perlomeno aveva tentato, con la voce rotta d’emozione. Alla fine, stanche come dopo un’arrampicata in montagna, si era arrivate al dunque. E il dunque venne, sotto forma di bonifico postale per l’acquisto di una parte del biglietto. Una sera, dopo aver recitato il rosario e spento la lampadina sulla sedia che fungeva da comodino, Rosetta rimase un po’ quieta a pensare come faceva spesso. In genere erano immagini in libertà, sprazzi di voci, conversazioni, avvenimenti della giornata; questa volta si rese conto che la sua vita, con l’esborso dei risparmi per l’acquisto del resto del biglietto, stava per prendere una piega tutta di meraviglia: un viaggio. Un paese lontano, gente che era sangue del suo sangue e perfettamente sconosciuta, e Dio che sembrava guardarla con occhio bonario dandole una piccola spinta, come si fa coi bambini per incoraggiarli a farsi avanti. Si addormentò con un sorriso leggero sulle labbra, grata che la vita potesse ancora scartarle una sorpresa come da un pacco infiocchettato solo per lei. Certo, senza l’aiuto dei vicini non ce l’avrebbe mai fatta. Aveva difficoltà a riscuotere la pensione, figuriamoci acquistare un biglietto aereo! Non aveva nemmeno una valigia, e per farne che? Non si era mai spinta di cento metri fuori dal paese. La valigia spuntò. Non era nuova, anzi parecchio...vissuta, però meglio di niente, e poi si sa come trattano le valigie i signori degli aerei. E Rosetta si vedeva con quel carico, arrivare davanti al grandissimo uccello meccanico, un po’ come i giocattoli che a volte da bambina guardava rapita dietro le vetrine. L’avrebbe portata più su delle nuvole che sembravano fatte di silenzio candido e avrebbe chiesto di toccarle. Il giorno della partenza, si alzò che l’alba stava per gioire di colori magnifici assieme al disco impallidito della luna. Era tutto pronto, ma una punta di tristezza le stuzzicava il petto. Magari vecchia, ma stupida non era. Sapeva che quel viaggio sarebbe stato l’unico e l’ultimo della sua vita, prima di essere accolta al “mondo della verità”. Stava lasciando la sua casa e tutti i ricordi in essa impregnati, per non rivederla mai più. Andava incontro con il solito indomito coraggio, all’ignoto che si chiamava immediato futuro, e solo immediato, immediatissimo, poteva essere. Il giorno prima si era recata a salutare Ignazio. Non aveva granché da dirgli e lui aveva fatto lo stesso guardandola stizzito dalla fotografia. Adesso, sul balconcino l’aria era frizzante. Era ancora presto, ma già i raggi del sole si posavano sulle foglie lustre di profondo smeraldo della magnolia e ne penetravano scaldandoli i rami intirizziti. Rosetta tese una mano e ne scostò uno. Poi con le dita fece un gesto ampio e la carezzò. Non voleva piangere in un giorno tanto bello, eppure senza che lei volesse, due lacrime antiche come la sua pelle vizza, rotolarono dagli occhi arrossati e si fermarono sulla ragnatela fittissima che si stendeva al posto delle labbra ormai sempre un po’ impiastricciate di carminio. Si confessò con molta onestà, che l’unica cosa che le dava dolore nel lasciarla, era proprio la magnolia. Inclinò un po’ la testa per cogliere la visione d’insieme. Poi disse sottovoce carezzandone una foglia: “ Mi hai fatto compagnia”.
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