Bruno t. ed il suo piccolo, grande mondo
Il seguito di "Notte mantovana"
Ci eravamo rincontrati via mail. Avevo trovato il suo nome presso un’associazione sportiva dove ricordavo lui giocasse. Avevamo detto di vederci dopo pasqua. Avevo gustato l’arrivo di quel giorno come si attende le vacanze di natale. La sera prima mi sono fatto la barba, e ho dormito poco. Partimmo domenica, giorno di elezioni. Impostammo il navigatore e puntammo in un paesino a due passi dalla Svizzera, in provincia di Varese. Alessandra un po’ sonnecchiava mentre spingevo l’auto a velocità inadeguate… percorsi oltre 400 chilometri in poco più di tre ore, ci fermammo una sola volta in autogrill per un bisogno ed un caffé. Uscimmo dopo Milano e percorremmo una strada che, se avessimo impostato il navigatore in altro modo, l’avremmo evitata, ma mi sarei perso la scia odorosa dei glicini in fiore che incorniciavano violetti la strada che serpeggiava sinuosa come i fianchi di una bella donna lungo la montagna. Attraversammo dei punti che con la mente mi ricordarono una passeggiata in bici che facemmo a Dobbiaco. Finalmente trovammo il suo piccolo paese, una manciata di case sparse a mano aperta in uno scorcio di pianura. Parcheggiammo nel piazzale antistante alla sua casa, scendemmo e mi sentii chiamare… “Paolo!” mi girai. Lo vidi. Lo riconobbi subito. Stesso volto e ancora tutti i capelli, solo un po’ più robusto. Era in terrazza della sua bifamiliare e scese ad accoglierci. Presi la borsa frigo dal portabagagli e ci avvicinammo alla casa. Ci abbracciammo a metà del vialetto d’ingresso, era solido, robusto e calmo, dentro e fuori, ebbi una splendida sensazione. Gli presentai Alessandra e subito ci raggiunse il cane, un bel Labrador color crema. Entrammo nel giardinetto e conobbi L. , sua moglie, quarant’anni e due figlie splendidamente portati e G. e R. , le sue due figlie. Mi sembravano la famiglia del Mulino Bianco, di una bellezza, di un candore e di una semplicità che non mi sarei aspettato. Ma quel che più mi colpì furono le due piccole, non me le ero immaginate, anche se sapevo di loro. G, la più grande, è una vera signorina, alta e magra, splendido viso e lunghi capelli lisci. R, la piccola, speperina e riccia, tenera e monella. Mi fece uno strano effetto vederli insieme, non era invidia, era gioia per la loro felicità, per il loro essere famiglia. Entrammo e ci sedemmo in sala sul divanone in pelle, gli lasciammo le bistecche alla fiorentina che avevamo portato con noi, prendemmo un aperitivo con delle patatine e parlammo un po’ dei tempi andati, mi ricordò di Sergio, che ora ha tre figli, di Giovanni, che io avevo completamente rimosso, e di altri ragazzi. Mi ricordò che dormivo sempre e che ero molto più magro di adesso. Di questo ne sono felice, ho sempre odiato la mia magrezza, e da allora sono ingrassato venti chili e ancora non sono robusto… Parlammo del più e del meno, argomenti leggeri, lavoro, casa, cosa fai tu, cosa faccio io… anche perché non è facile incontrarsi di nuovo dopo 14 anni e riprendere d’un tratto la confidenza che c’era allora. Comunque l’aria si stava scaldando piacevolmente. Bruno ci disse “Spero che non ve la prendiate, ma avremmo deciso di andare a mangiare in un agriturismo qui vicino, non ci siamo mai stati ma ci ispira…” Avrei mangiato qualsiasi cosa ovunque, gli risposi e così uscimmo di casa. Montammo tutti e sei nella sua Passat nera e ci fermammo ad una scuola poco distante, dove Bruno e L. andarono a votare. L’aria era limpida e fresca, e il sole splendeva tiepido sui nostri volti. Le piccole erano rimaste fuori con noi ed erano state bravissime. Risalimmo in auto e ci portarono a vedere il lago di Lugano. Poi arrivammo al ristorante che sembrava una baita. Enorme e arioso, aveva una sala con le pareti di vetro ed una grossa terrazza. Ci sedemmo, c’era quell’atmosfera familiare ma non rumorosa, le famiglie che erano già a tavola parlavano fra se sommessamente. Portarono i piatti che ordinammo e li mangiammo con piacere, erano buoni, di quella cucina tipica del nord, polenta, brasato, bresaola fatta in casa… poi, in attesa del caffé e del dolce, Alessandra e le bambine erano scese a dare da mangiare ai daini, che accorrevano quando qualcuno gettava loro del pane. Ci fu un attimo di silenzio e quelle poche parole dette dopo furono la parte più bella di tutta la giornata. Mi disse di non essersene neppure reso conto di avermi salvato la vita, L. disse di aver fatto leggere “Notte mantovana” alla suocera e che lo considerava un eroe. Anche io lo considero un eroe, anche perché ha fatto tutto senza chiedere niente, e senza rendersi conto di niente, questi per me sono i veri eroi, non chi si mette in prima pagina mostrando tutta la sua bontà o tutta la sua falsa modestia. Bruno non si era neppure reso conto, pensava che stessi solo un po’ esagerando… fatto sta che lo devo a lui se sono ancora in vita… furono poche parole ma valsero tutto. Poi, come d’incanto, il sogno finì, Alessandra e le bimbe tornarono con noi, ridemmo, scherzammo, prendemmo caffé ed amaro. Ci scattammo diverse foto che adesso riguardo. Tornammo a casa, prendemmo un secondo caffé e visitammo la casa, vedemmo le camere in mansarda, erano calde e confortevoli, il bagno era grande come la nostra cucina…
Scendemmo, ci salutammo e riprendemmo il cammino verso casa. Trovammo solo un tratto di pioggia dopo Parma, gocce che si confondevano con le lacrime che sgorgavano nella mia testa, sul mio cuore.

Veramente un mondo meraviglioso quello di Bruno. M'è sembrato di vedere tutto quello che hai descritto... Molto toccante, anche per quelle lacrime interiori, alla fine
aurora