I CORNETTI ALLA MARMELLATA DEL CARREFOUR
Una domenica di luglio del 2008, tra qualche mese
Cavolo, già le nove! Per Monica le prime ore della domenica erano dedicate al Dio Sonno. Ma quella mattina, in particolare, aveva deciso di dare una sistemata al terrazzo ed alle piante, dopo la maestralata dei giorni precedenti, che andava scemando nell’aria lucida e tersa di luglio. Quanto sembravano lontane le domeniche in cui la risvegliava il vassoio di legno portato con aria trionfante da Stefano, coi cornetti caldi e croccanti alla marmellata che le piacevano tanto, un caffè ristretto ed il succo di frutta alla pera, per poi magari guardare abbracciata a lui un episodio di Law & Order, prima di rientrare a casa… Ma era stata una sua scelta, aveva deciso lei, da quattro mesi ormai, di dare un taglio a quella storia; i suoi argomenti le erano sembrati validissimi, al punto di riuscire a soffocare quel po’ d’amore rimastole. S’era voluta convincere che non avrebbe mai reso felice Stefano, che erano troppo diversi e lei avesse altre priorità prima di pensare a matrimonio e figli. Ignorando che l’orologio biologico continuasse comunque la sua folle corsa, ed il primo giro di boa tra gli ’enta e gli ’anta fosse ormai vicino.
Stefano… chissà che ne era stato di lui. Stefano tenero, dolce ma troppo intransigente, Stefano a cui sembrava non star mai bene nulla ma paziente ed innamorato, Stefano onnipresente in tutti i suoi momenti difficili, sempre pronto e disponibile… Ma sì, d’altronde tutte le storie finiscono, lei gli aveva proposto di continuare a frequentarsi da amici ma lui, cocciuto! aveva insistito di no, che era un’agonia insopportabile e che addirittura ne stava risentendo fisicamente. Addirittura fisicamente? e che sarà mai… - si ripeteva bevendo il caffé della moka, lontano parente di quello cremoso che le preparava lui – d’amore non si muore, voleva solo farmi sentire in colpa, di sicuro avrà qualche malanno passeggero, e dopo tre mesi che non ci vediamo se ne sarà fatta una ragione… Aprì maldestramente lo yogurt imbrattandosi la canotta bianca di viola fruttidibosco e ricordò di non avergli mai voluto dire chiaramente non provo più nulla per te, rassegnati. Forse perché non lo pensava davvero, o forse perché la riteneva una notizia troppo dura da dargli? Si rese conto di non aver mai perso troppo tempo a chiederselo, né d’essersi mai data una risposta.
Certo la sua nuova libertà le consentiva di fare tante cose che prima le erano mancate, senza finalmente dover più raccontare… giustificare… insomma, chiaro? Ribadiamolo, stava bene così, glielo ripetevano persino le sue amiche, che aveva fatto bene e quella storia non poteva continuare, che non gliela faceva fare nessuno a rinunciare ed a farsi mancare... non so… capito? e poi vuoi mettere, poter inseguire i suoi sogni, anche quelli ormai chiaramente irrealizzabili, organizzare le sue giornate e i suoi interessi senza impedimenti… condensando in una frase, stava "meglio" e non doveva render conto a nessuno. Ma era poi vero, soprattutto ne era poi valsa la pena? La vocina grilloparlantesca fu messa a tacere con una ciabattata virtuale, prima ancora d’essere ascoltata. Stefano ogni tanto le mancava, le mancava il suo amore tenero, il senso di protezione che sapeva infonderle, quel darle certezza di non esser mai ospite ma sempre padrona di casa, mai normale ma speciale, mai bella ma bellissima, anzi splendida. Stefano la faceva sentire tanto amata e coccolata, esattamente quanto tu troppo spesso eri stata incapace di fare con lui – sibilò in un ultimo rantolo la spiaccicata vocina grilloparlantesca, ormai morente. Non ne aveva volutamente saputo più nulla.
Certo, aveva ammesso delle colpe, e in parte si sentiva responsabile per quella fine, ma ormai… il tempo ha deciso così - ripeteva tra sé, mentre trapiantava le piante grasse nel semenzaio in legno col suo nome pirografato, costruito da lui - posso solo augurarmi che stia meglio e si stia guardando intorno, ed abbia smesso di soffrire per la fine che gli ho imposto. Non eravamo fatti per stare assieme.
Improvvisamente realizzò che il terriccio universale non le sarebbe bastato per tutti gli interventi e gli esperimenti che avrebbe voluto mettere in pratica, ed i tempi in cui Stefano le portava fino a casa il bustone da cinquanta litri era lontano. Per fortuna alle dieci apre il Carrefour qui vicino, concluse, ci avrebbe fatto un salto, giusto per quello…
Mio Dio, ancora le nove… bofonchiò tra sé Stefano, come svegliandosi da un lungo letargo. Aveva perso il conto delle domeniche mattina tutte uguali, dopo Monica, e tuttora a quattro mesi di distanza faceva fatica a realizzare che fosse finita. Qualche volta era finanche riuscito a smetterla di tormentarsi e farsi del male, nel chiedersi perché dopo tanti anni fosse andata in quel modo infame: s’era sentito gettato via, messo da parte come una scarpa vecchia, oh sì… chiarezza tanta, la chiarezza di chi ti decida addosso senza interpellarti, ma spiegazioni poche. S’era illuso per qualche settimana che la situazione fosse recuperabile, aveva pregato Monica di lasciarsi tutto alle spalle e ricominciare con l’entusiasmo del primo giorno: sinché fosse esistita una briciola d’amore non avrebbe avuto senso finisse così… ma era stato tutto inutile. Di tanto amore, di tante parole, tanti sogni e tante promesse era rimasto il nulla assoluto. Le persone in comune, i parenti e gli amici di lei erano tutti desolatamente scomparsi, quasi eclissati, come a volersi scrollare di dosso una situazione fastidiosa ed ingestibile, optando dopo tanto affetto e tanta stima reciproci per una pilatesca ignavia, non uno straccio di Stefano ci dispiace, non possiamo farci niente ma ti vogliamo bene e ci mancherai… Nonostante lui vivesse nella stessa città a pochi chilometri, non sapeva più nulla di lei da mesi.
Ma per dormire, almeno il sabato notte aveva ancora bisogno di prendere qualcosa, il risveglio senza lei accanto era troppo straziante, e il suo sonno da mesi s’era fatto latitante come il vincitore della lotteria la mattina del sette gennaio. Dopo un espresso solitario consumò mezzo yogurt senza vassoio né tovaglietta, sembravano lontanissime le domeniche mattina trascorse a poltrire con lei facendo progetti per la sera, addentando cornetti alla marmellata per colazione e guardando abbracciati Foxcrime. Oggi viveva come un eremita, sul capo una spada di Damocle, quella strana sindrome dal nome giapponese che s’era impadronita di lui da almeno tre mesi, i referti lo consideravano un paziente a rischio… non avrebbe mai pensato che una botta emotiva potesse indurre uno sfacelo simile. Aveva imparato a conviverci, e s’era giurato che a lei non l’avrebbe detto mai, così come mai l’avrebbe detto a nessuno.
Aprì il frigo, aveva saltato la cena del sabato e sentiva il bisogno di mettere altro sotto i denti. Ma cosa? Mentre si radeva svogliatamente, realizzò di non aver quasi più nulla di commestibile in casa, che lo zucchero ed il detersivo per il bucato fossero finiti e lo Scottex ormai agli sgoccioli. Il suo frigo – straripante nei tempi felici d’ogni ben di Dio - oggi era lo specchio del suo umore, ovvero di un vuoto desolante: un pezzo di grana ammuffito, tre yogurt in scadenza martedì, un paio di banane annerite. Non era modo di trattarsi, quello… avrebbe approfittato del vento che ancora sibilava per rinunciare al mare e fare un po’ di spesa. Poi sarebbe andato a prendere Fabrizio dai nonni materni ed avrebbe cucinato per lui...
Fabrizio, piccolo mio... quanto s’era affezionato a Monica, e quanto era stato complicato spiegargli che per i grandi a volte stare assieme non è così facile... gliel’aveva raccontato quella prima volta da soli al MacDonalds, tra crocchelle di pollo e ketchup, dopo un ma Monica ha smesso di venire con noi? non ti vuole sposare più? da cui non poteva ormai nascondersi. Alla scoperta della separazione aveva reagito male, diventando improvvisamente serio e strofinandosi gli occhi per non farsi veder piangere... ormai era un ometto: Non ti preoccupare, un anno prima o poi ne troverai un’altra... Gestire l’assenza di Monica con Fabrizio era stato angosciante, e dire che lei aveva concluso in modo forse sommario si scorderà di me in un paio di settimane, vedrai, i bambini dimenticano in fretta... Valutazione improbabile, visto che la perdita della figura materna aveva portato Fabrizio ad attaccarsi a lei come una cozza: anche se la vedeva tanto poco, il piccolo stravedeva per Monica e la nominava spesso, chiamandola orgogliosamente la fidanzata del babbo. D’altronde era inevitabile piegarsi alla legge spietata delle separazioni… quando si pone fine ad una storia, non si può avere tanta cura nel preoccuparsi dei cadaveri lasciati sul campo o della salute degli abbandonati, altrimenti tutte le coppie durerebbero per sempre...
Infine, se il maestrale fosse calato - si convinse, tornando a problemi più immediati - in spiaggia ci sarebbero andati nel pomeriggio. Per fortuna il Carrefour vicino casa apriva dopo pochi minuti: il tempo d’una doccia veloce (cavolo è finito anche lo shampoo…) ed era già in strada. Poco dopo un comodissimo parcheggio ed aver beccato il solito carrello bastardo, un po’ cigolante per una ruota bloccata, raggiunse il centro commerciale.
Monica non riuscì a rispettare l’orario che s’era imposta, ed alle dieci era ancora in casa. Mise la prima tuta che le capitò, un paio di scarpe con la chiusura in velcro e si fiondò in auto, se non faccio in fretta non riesco a finire in mattinata.
Il Carrefour era già brulicante di vucumprà e ritardatari cronici, quelli che rimandano la spesa per il giorno di festa all’ultimo momento. Monica raccattò un carrello, di quelli col blocco di sicurezza fracassato, imboccando il corridoio verso l’ingresso. Poi di fronte ad una Focus si fermò, quasi sconcertata dalla scoperta, pure così banale. Era l’auto di Stefano, complice del loro primo appuntamento e di tutta la loro storia... la riconobbe prima dalla targa, poi dal coprivolante ed infine dai soliti volantini pubblicitari, sparsi disordinatamente sul sedile posteriore. Stefano dunque è qui – concluse pensierosa – sta’ a vedere che magari lo incontro pure… beh siamo adulti, non credo mi serberà tanto rancore da non volermi almeno salutare, anzi, spero di rivederlo più sereno e meno stravolto, l’ultima volta m’aveva davvero allarmata. Anche se, dovette ammettere a denti stretti, non s’era in realtà mai preoccupata concretamente delle sue condizioni, né di come stesse vivendo la separazione. Minimizzare era stato d’obbligo, o non ne sarebbero mai usciti.
Stefano si sentiva come stordito in quella ressa, e non era solo conseguenza del bromazepam che il suo organismo non aveva ancora smaltito: era l’effetto che da quattro mesi gli faceva la normalità da cui si sentiva lontanissimo e che lo teneva lontano persino dallo shopping. E poi quelle maledette luci al neon gli ferivano gli occhi, le famiglie riunite per il rito degli acquisti gli ricordavano quanto fosse distante ed irraggiungibile il suo bisogno di certezze, di serenità, di casa. Sembravano persi nel tempo i sabati mattina in cui, dopo aver accompagnato Fabrizio a scuola, percorreva col carrello quelle corsie, a caccia delle cose buone da preparare per lei, o di una pianta o di un indumento da regalarle… passò davanti al banco pasticceria e rivide quei maledetti croissant alla marmellata, rendendosi conto da perfetto cretino d’aver gli occhi lucidi. Proseguì fingendo d’ignorare il profumo ed i colori dei dolci appena sfornati e tirò dritto verso gli alimentari, saltando a piè pari abbigliamento e soprattutto elettronica ed informatica, i suoi reparti preferiti. Con un sorriso amaro ricordò nitidamente Monica sorridere, nel ripetergli non avevo mai conosciuto un uomo che gradisse tanto frequentare gli ipermercati, solitamente bisogna costringerli. Ma questa certezza in quel momento non gli sollevava l’animo.
Monica con un po’ di fatica riuscì a mettere il sacco di terriccio da venti litri nel carrello… in teoria poteva già rientrare, sarebbe bastato un salto alla cassa rapida ancora deserta, e via. Si sorprese però con un certo stupore a desiderare d’incontrare Stefano. Sarebbe sembrato casuale, non certo voluto o cercato a tutti i costi, e poi le avrebbe fatto piacere rivederlo, in fin dei conti tanti anni insieme non si potevano cancellare in pochi mesi. Rammentò per un attimo le ultime parole che le aveva rivolto: ricorda che è una scelta tua a cui io mi piego, e metti in conto che un domani potresti anche rimpiangermi, non perché io valga più di chiunque altro, ma semplicemente perché so quanto amore ho investito in noi, mentre tu non hai mai avuto il coraggio nemmeno di dirmi che non provi più nulla.
L’idea della nostalgia l’aveva colta spesso, nelle prime settimane in cui Stefano le era mancato da morire, ma aveva sempre preferito convincersi fosse meglio così. Al confronto tra quello di cui si sentiva privata prima e quello che le mancava ora, aveva preferito non pensare, con la giustificazione si trattasse d’accostamento sciocco… forse in realtà temeva di rispondersi? Non s’era mai chiesta, ad esempio, cosa mai avrebbe potuto provare il suo cuore nel vederlo con un’altra. Eppure abbandonandolo al suo destino, tra le tante castronerie che si sparano in quei momenti, aveva abbozzato uno scontatissimo troverai una donna che sicuramente ti farà più felice di me, vedrai. Ma davvero sarebbe riuscita a sentirsi contenta di saperlo appagato con un’altra donna? Passò davanti al banco pasticceria e a sua volta riconobbe i cornetti alla marmellata che lui le portava a letto in quel vassoio di legno, ma cacciò l’idea del rimpianto come un irritante presagio, tirando avanti senza soffermarsi. Magari Stefano è già uscito e sto solo perdendo tempo, e poi le sembrava talmente sciocco, dopo esser stata lei a prendersi quella pausa di riflessione e lei ad averlo scaraventato fuori dalla sua vita, star lì a sperare d’incontrarlo, per di più in una tale bolgia… davvero avesse voluto, sarebbe bastato una volta andare all’uscita di scuola di Fabrizio, un sabato qualunque alla una e mezza, per rivedere padre e figlio... ma non l’aveva mai fatto. Ormai, visto che c’era, puntò direttamente verso la corsia dedicata al cibo per animali, avrebbe preso un paio di scatolette per la sua cagnetta e poi sarebbe andata via.
Stefano era in fila alla pescheria, voleva acquistare un paio di trance di pesce spada per sé e Fabrizio, al suo piccolo piaceva tanto… sì, cucinare gli avrebbe fatto bene, quantomeno sarebbe servito a non pensare troppo. D’un tratto avvertì al suo fianco una presenza sorridente, soffusa da una voce a lui molto cara.
Ciao cuginone, come stai? Cosa è quella faccia scura? Era Giorgia, la sua cugina preferita. Non la vedeva da almeno due anni, forse dalla festicciola per la prima comunione del primogenito. Giorgia era alta e slanciata, molto bella e solare, un viso delizioso sotto una cascata di capelli neri e due occhi scuri decisamente mediterranei, quasi magnetici. Era vestita sobriamente e questo metteva ancor più in risalto il suo personale. Non ti sei fatto più sentire, avevi detto che ci avresti finalmente fatto conoscere questa benedetta Monica, ma che fai, ce la tieni nascosta? Hai paura che te la consumiamo? Stefano chinò lentamente la testa, come inseguendo mestamente qualcosa che si spostasse senza fretta per terra. Poi scosse il capo, quasi rispondendo ad una domanda diversa, infine sospirando cambiò discorso e chiese E tuo marito, dove l’hai lasciato?
E’ in casa coi bambini – replicò Giorgia, improvvisamente seria – ma non sei molto bravo a fingere. Cosa t’è successo? Se ti va parliamone, ti conosco da sempre, anche se non è certo il luogo migliore ed ho un po’ di fretta. Stefano provò a raccontarle l’accaduto per sommi capi, tralasciando i dettagli. Di tanto in tanto il magone gli rompeva la voce e doveva interrompersi, come fosse stremato e gli mancassero le forze per continuare. Le nascose comunque della sua salute perché quella cosa voleva davvero, tenerla solo per sé.
E’ più grave di quanto pensassi… dai, fammi compagnia che sono senza carrello ed usiamo il tuo, ti va? Ed oggi non voglio sentire storie, sei a pranzo da noi con Fabrizio, intesi? Ricorda quello che ti ripetevo quando eravamo ragazzi e mi confidavi i tuoi affari di cuore? Chi non ti ama non ti merita. Forse allora lo dicevo tantoper. Oggi ne sono convinta.
Lo prese istintivamente sottobraccio, quasi a proteggerlo da un nemico invisibile. Era il suo cugino preferito da sempre, erano cresciuti assieme, ed assieme avevano vissuto tutte le gioie ed i tormenti dell’adolescenza ed in seguito, dei ventanni. Purtroppo vivere in due città tanto lontane li aveva inevitabilmente separati, ed ora che risiedevano a pochi chilometri l’uno dall’altra, il corso delle rispettive vite non consentiva loro di frequentarsi più di tanto. Stefano accettò quel braccio e ne ricavò quasi forza, una sorta di coraggio inconsistente ma reale: si rese conto di quante persone ancora gli volessero bene e di quanto scioccamente si stesse lasciando andare. Puntò il carrello in direzione cibo per animali, Giorgia doveva prendere qualche strana porcheria per il suo viziatissimo gatto Alex.
Monica intanto procedeva spedita verso l’ultimo obiettivo della sua permanenza in quel posto ormai brulicante di gente, e si teneva defilata sul lato destro, meno trafficato. Quando ormai mancavano pochi metri lo vide.
O meglio, li vide.
Riconobbe la sua camminata e la polo che gli aveva regalato per San Valentino, anche se era di spalle, qualche metro più avanti. Lo trovò un po’ dimagrito, ma lo stesso Stefano attraente di sempre. L’emozione per averlo ritrovato vinse il contrappunto immediato ad una seconda scoperta.
Chi diavolo era quella?
Per qualche secondo ne saggiò statura e portamento, poi la vide staccarsi dal braccio di Stefano per prendere una bottiglia di qualcosa da uno scaffale e poté osservarla chiaramente in viso. Era bella, forse troppo più bella di quanto avesse temuto di scoprire, aveva un filo inesistente di trucco che poco avrebbe potuto migliorare in un viso così delizioso e seducente… in un lampo non voluto, ricordò le tante volte che Stefano l’aveva pregata di truccarsi per lui, almeno ogni tanto, e quanto gli sarebbe piaciuto lo facesse più spesso, ma… lei ne trovava raramente il tempo, o forse la voglia. Scoprì le unghie della tipa ben curate ed appena perlate di rosa, rammentando quanto spesso lui avesse mostrato lo stesso desiderio per le sue, ma lei non l’aveva quasi mai accontentato. Quella donna portava sandali in cuoio dal tacco appena accennato, se rapportato alla sua statura. Quante volte - le tornò in mente - Stefano le aveva regalato scarpe con un abbozzo di tacco, poi regolarmente lasciate ad ammuffire, preferendo magari ad esse la comodità di quelle scarpe da ginnastica in pelle con chiusura in velcro, indossate anche allora. E dire che lei tutto questo l’aveva sempre etichettato come essere diversi.
Fu come cogliere improvvisamente il senso di mille perché e di mille domande che aveva costantemente preferito non porsi. Per un attimo il sangue le si gelò nelle vene, risalendo con un brivido freddo ed innaturale dalle gambe verso la nuca. Prese coscienza di provare un’anormale, sciocca ed inconsistente gelosia, sì, era gelosa dell’uomo che non aveva saputo o voluto tenersi ed ora vedeva sottobraccio ad un’altra. Gelosa di realizzare solo in quel momento quante volte sarebbe bastata un’inezia per renderlo felice, e lei aveva sempre tutto sottovalutato, o considerato trascurabile e rimandabile. Gelosa di una donna che sentiva più attraente di lei anche se lui l’aveva sempre non solo trovata, ma fatta sentire divina, furiosa per la reazione incontrollabile che sentiva esploderle dentro, dallo stomaco al cuore, e che s’era imposta di non poter mai provare. Sperimentò un irrefrenabile bisogno di piangere, avrebbe voluto avvicinarsi e dire complimenti, ottima scelta, poi si sentì ridicola ed un po’ sciocca: non ne aveva il diritto, non poteva permettersi nemmeno quell’ironia per mascherare la delusione cocente che s’avvinghiava al fluire irregolare dei suoi troppi pensieri, viste le tante volte in cui da mesi s’era sentita ripetere un po’ da tutti l’importante è che tu sappia quel che stai facendo.
Era questo dunque, il rimpianto da cui Stefano l’aveva tante volte messa in guardia? Aveva in qualche modo previsto la nostalgia, considerato la possibilità di pentirsi per la sua scelta, ma cavolo quanto l’aveva sottovalutata, ben altro era in quel momento vedere quella donna compostamente abbracciata al suo Stefano. Al tuo Stefano? Al TUO Stefano? - ammonì insolente la solita vocina, proveniente da una rinata interiorità - ma quale “tuo” Stefano, se sei tu che l’hai gettato via in pochi giorni, senza un confronto, senza alcuna altra spiegazione e comunicazione che quella delle tue decisioni, prese anche per lui… Cosa pretenderesti adesso… forse hai dimenticato quante volte avrebbe voluto tenerti per mano o sottobraccio e tu glielo hai negato perché ti sembrava “sconveniente”? Che diritto hai ora di sentirti così, alla vista di ciò che tu avresti potuto essere, e troppe volte hai preferito non essere?
Giorgia imboccò insieme a suo cugino, sempre sottobraccio, la corsia degli alimenti per animali verso cui anche Monica si dirigeva, poi si fermarono per un attimo. Il carrello smise di cigolare mentre radio Carrefour trasmetteva la canzone che Stefano aveva dedicato a Monica nei primi giorni dopo la fine, pregandola di ricordarsi di lui ogni volta che l’avesse riascoltata… erano le parole che avrebbe tanto voluto rivolgerle un’ultima volta, anche se Jovanotti non era certo il loro cantante preferito:
A te che sei l’unica al mondo, l’unica ragione per arrivare fino in fondo ad ogni mio respiro, quando ti guardo dopo un giorno pieno di parole, senza che tu mi dica niente tutto si fa chiaro…
Stefano ebbe come un mancamento nell’ascoltare quella canzone, avrebbe tanto voluto non essere lì in quel momento, ma in qualunque differente altrove. Quelle parole facevano ancora male, e nonostante il tempo trascorso, si sorprese ad immaginare che in realtà lei non le avesse mai ascoltate, pur di non ricordarsi di lui.
Monica ebbe come un mancamento nell’ascoltare quella canzone, forse solo allora per la prima volta ne comprese il senso reale ed avvertì forte dentro sé cosa Stefano avesse voluto comunicarle. S’impedì di tirare conclusioni violentandosi intimamente, per non farsi sopraffare nuovamente dalla voglia di piangere. Poi si convinse di non poterci far comunque nulla e tirò diritto verso la corsia, decidendo dunque di arrischiare l’incontro.
Stefano portò le mani al viso, ripetendo con un filo di voce no… proprio questa canzone no… Giorgia sciolse dolcemente un sottobraccio ormai insufficiente a contenere la sofferenza affranta del suo cuginone, e ne comprese lo strazio. Ebbe un gesto istintivo, incoraggiato dal deserto apparente di quel corridoio: lo strinse a sé in un abbraccio quasi materno, poi gli accarezzò dolcemente la nuca sussurrandogli vedrai, passerà anche questa… nella vita hai dovuto sopportare ben altro. Chi non c’è più e tuo figlio ti daranno la forza di superare questo momento difficile… ricordalo… chi non ti ama non ti merita… Stefano ricambiò l’abbraccio quasi tremando, con la disperazione di chi stia affondando e non abbia più appigli.
Monica comparve all’imbocco della corsia proprio in quel momento, e li vide abbracciati. Stefano era di spalle, il viso affondato nei capelli di Giorgia che cercava di consolarlo continuando a mormorargli Ora devo andare o non riuscirò a preparare il pranzo… magari spedisco i bambini con tuo figlio dalla nonna, così potremo parlare liberamente… ed ovviamente vietato non accettare il mio invito, ti aspettiamo per la una, intesi? Non voglio vederti così, non puoi stare così…
Si staccò da lui con un sorriso assassino, poi con voce ferma e decisa, come a non tollerare obiezioni, e sperando di coprire in parte quella canzone maledetta che ancora risuonava tra gli scaffali, gli disse allora ti aspetto alla una a casa mia per pranzo, conosco i tuoi gusti, non te ne pentirai… a dopo.
Stefano rispose con un cenno stanco della mano e s’incamminò verso le casse.
Monica dopo aver ascoltato quelle ultime parole stava immobile dall’altra parte del corridoio, impietrita. Avvertiva dentro come un senso sordo di disperazione, ancor più terribile in quanto apparentemente senza motivo. Era stata lei a lasciarlo andare via, lei a spezzargli il cuore con una separazione decisa unilateralmente, lei a minimizzare la reazione di Fabrizio, lei a disinteressarsi di come stesse vivendo da solo (c’è tanta gente che vive da sola e sta benissimo…) lei a proporgli un improbabile continuiamo a vederci da buoni amici, e lei - di fronte al rifiuto - ad esser scomparsa nel nulla, non cercandolo più. Realizzò in un attimo la malinconica certezza di non averlo mai invitato a pranzo dopo tanti anni di rapporto con lui, di non aver cucinato per lui e solo per lui che forse tre o quattro volte. Ed in quel momento si sentì avvolgere da un dolore cupo ed inaccettabile, dalla consapevolezza d’aver sbagliato qualcosa senza in realtà aver voluto mai rimediare né farsi perdonare. Stefano sino ad un minuto prima era con un’altra donna, lo aveva visto abbracciato a lei e solo ora comprendeva quanto le mancassero quegli abbracci coccolosi che le facevano quasi scricchiolare le ossa. Quanto tutto le mancasse, di lui.
Sì, quella donna lo aveva salutato con un invito a pranzo, lui aveva accennato di sì con un saluto appena abbozzato. Quanto seppe riconoscere, in quel gesto timido, lo Stefano che l’aveva fatta innamorare... Quanto fu doloroso realizzare non fosse rivolto a sé ma ad un’altra...
A te che io ti ho visto piangere nella mia mano, fragile che potevo ucciderti stringendoti un po’, e poi ti ho visto con la forza di un aeroplano prendere in mano la tua vita e trascinarla in salvo…
Piangeva. Lei che odiava farsi veder piangere, lei che era riuscita a rimanere forte in mille altri momenti difficili, piangeva di rabbia e di nostalgia, appoggiata all’espositore dello Sheba, il carrello vuoto come la sua testa, pieno solo di venti litri di terra. La mente impietosa gli ricordò la voce di Stefano che ripeteva non preoccuparti amore, prendiamo i sacchi da cinquanta litri, te li porto io fino a su, tu non ce la faresti.
Stefano voleva fuggire per non finire d’ascoltare quella canzone maledetta. Trovò la forza di pagare quel paio di cose sparse nel carrello alla cassa uno, e s’incamminò rapidamente verso l’uscita, evitando accuratamente di incrociare lo sguardo di chicchessia.
Monica voleva fuggire per non finir d’ascoltare quella canzone maledetta. Pagò il suo sacchetto di terriccio alla cassa diciotto, assai più lontana, e s’avviò a sua volta verso l’uscita.
A te che non ti piaci mai e sei una meraviglia, le forze della natura si concentrano in te, che sei una roccia sei una pianta sei un uragano, sei l’orizzonte che mi accoglie quando mi allontano…
Porta scorrevole, uscita, finalmente sentì sfumare in lontananza quella canzone che lo stava straziando. Stefano posò il carrello spingendolo con forza verso gli altri, ordinatamente impilati. Poi recuperò la moneta, regalandola ad un pakistano che gli offrì in cambio una preghiera incomprensibile a mani giunte ed uno strano ed orrendo amuleto con dei cornetti rossi. Raggiunse velocemente la sua auto, ma pochi metri prima incrociò la Micra di Monica.
Avvertì un tuffo al cuore. Per un attimo avrebbe voluto restar lì, aspettarla, cercare e ritrovare il coraggio di ripeterle come non l’avesse mai dimenticata, di come la sua vita dopo di lei fosse una non vita, e tutto fosse perduto tranne l’amore. Avrebbe voluto scriverle due righe su un post-it e poi posarlo sotto il tergicristallo, come una volta aveva fatto con quel Lindor - lei amava tanto quei cioccolatini - messo dentro una busta da lettere, in un tempo felice ora lontanissimo. Poi concluse con un sorriso amaro, indecifrabile persino a se stesso, che non poteva imporre la propria presenza a chi avesse scelto di non esserci più. Gettò rapidamente la busta della spesa sul sedile posteriore, tra i depliant incartapecoriti dal sole, ed avviò la Focus, dirigendosi verso l’uscita del parcheggio, col cuore in tumulto e lo stupido terrore di vederla comparire negli specchietti per poi magari esser vinto dalla voglia di tornare indietro.
Non s’era accorto di come Monica lo stesse osservando da qualche interminabile secondo, dietro la fila blu dei carrelli. Aveva potuto rivederlo in viso, riconoscere i tratti delicati e gentili che un giorno l’avevano fatta innamorare, il profilo che tante volte aveva seguito con le dita, il suo modo di aggrottare le labbra quando era nervoso. Si rivide donna e bambina con lui, rivide la separazione che quel giorno le era sembrata sacrosanta ed ora sentiva beffarda ed impostora. Alla domanda che dal più profondo dell’io le saliva verso la gola, ma lo ami ancora? Decise di non rispondere. Rivide sulla sua auto i copricerchi che Stefano le aveva regalato quando avevano rubato i suoi. Ricordò le tante volte che con la scusa di farle vedere come si facesse, le aveva lavato la Micra in quell’autolavaggio a card magnetiche, perché lui era più veloce e dopo potevano star più tempo assieme. Ancora, quella riparazione che le aveva fatto al paraurti, con una fascetta trasparente, così dà meno nell’occhio. Ricordò quando era rimasta ferma per strada con la batteria ormai andata e lui era arrivato di corsa - poco dopo - con quella nuova, sostituendogliela alle undici di sera, al buio e smontandole mezza carrozzeria. Ripensò a quel pomeriggio in cui era corso a cambiarle la ruota di scorta perché aveva forato, ed in quell’occasione aveva conosciuto sua madre. E l’amore con cui l’aveva sostenuta, quando le avevano fracassato il finestrino e rubato il telefono, la cura nel richiudere la voragine col cellophan e sigillarlo per bene perché non potesse entrarvi acqua, la processione delle denunce, l’acquisto del ricambio su Ebay per risparmiare, e la ricerca forsennata - poi andata a buon fine - d’un telefono identico, perché quell’episodio diventasse per lei solo un brutto ricordo… Si rese conto che avrebbe potuto ragionare allo stesso modo per mille situazioni analoghe, pratiche e non. E dovette ammettere, tutti gesti rivolti solo in apparenza a risolvere i miei problemi quotidiani e mostrare la sua disponibilità, ma frutto in realtà d’un amore che forse io non ho voluto o saputo comprendere sino in fondo, d’una dedizione che andava persino oltre il sentimento… Si infilò silenziosamente in auto, mentre il cuore urlava senza vergogna ma cosa ho fatto… Stefano, dove sei… dove sei…
Parcheggiò, lasciando il sacchetto di terra in macchina. Imbucò l’ascensore senza fretta, e una volta dentro casa cercò di richiudersi il mondo alle spalle, gettandosi sul letto ancora da rifare, piena di pensieri. Era quasi la una, a quell’ora quella donna incantevole avrebbe dovuto aver già cucinato per lui e sicuramente l’aspettava, per regalargli una giornata serena. Questa certezza, che un giorno pensava l’avrebbe resa felice, oggi le stava straziando il cuore. Posò la testa sul cuscino. Non s’era mai sentita tanto sicura di quel che provava e nello stesso tempo insicura di se stessa, quanto in quel momento. Fuori, il vento s’era calmato e la domenica di luglio esplodeva d’azzurro.
Stefano aprì stancamente la porta, sistemò quel paio di cose nel frigo che restava comunque sempre un po’ troppo vuoto per una casa normale, e si gettò sul letto ancora da rifare, pieno di pensieri. Era quasi la una e Giorgia a quell’ora doveva aver già cucinato. Si sentì un po’ ingrato, un po’ cafone, in parole povere una merdaccia, ma assai di più uno stupido quando la chiamò al cellulare:
Perdonami Giorgia, so che non approverai, ma non me la sento di venire. Correrei il rischio di rovinare più io la giornata a voi di quanto voi sapreste migliorarla a me. Il tunnel è ancora tanto lungo, ed io ho bisogno di una serenità che nessuno può darmi. Scusami anche con tuo marito.
Posò la testa sul cuscino. Non era ancora guarito da lei. Fuori, il vento s’era calmato e la domenica di luglio esplodeva d’azzurro.

...che non si possa leggere tutto d'un fiato, ma purtroppo al momento dei tagli mi sono accorto che eliminare dei passaggi avrebbe reso meno coinvolgente la lettura e i vari momenti erano tutti necessari al quadro completo della vicenda. Mi spiace se sarò risultato indigesto o prolisso, comunque consolatevi, non sono molto prolifico... Gianclaudio
Se il racconto è più breve è più godibile per cominciare a conoscerti ed apprezzare il tuo stile... Comunque molto carino. Maresa
Caro vecchio neteditor ti amo... mi pare si stia riaprendo alla vita dopo tanto tempo di nostro silenzio.Sono felice per i vecchi amici e dò un affettuoso saluto ai nuovi. Maresa detta Mare