Il mostro della Presila - cap.02 p.1/2 (adulti)
La vecchia spider bianca procedeva a velocità moderata.
La strada era una stretta e tortuosa provinciale che, dopo aver collegato Cosenza ai primi paesi della Presila, prosegue inoltrandosi nel cuore dell'altipiano. Il suo stato, disastroso, indicava come l'ufficio tecnico competente avesse cancellato dal proprio vocabolario la parola "manutenzione".
Il motore emetteva un cupo brontolio, come per lamentarsi dell'andatura lenta e avvertire il giovane al volante che i suoi numerosi cavalli avrebbero preferito una veloce galoppata a quella flemmatica passeggiata.
Ma chi sedeva alla guida non aveva fretta.
Ora stava affrontando un tornante. Tamburellando con le dita sullo sterzo, seguiva gli esagitati martellii del pianoforte nel terzo concerto di Rachmaninov ignorando gli impazienti borbottii che provenivano dal cofano della sua Giulietta. Non aveva nessuna intenzione di accelerare la sua andatura, si mettesse l'animo in pace!
Era il caldo e luminoso pomeriggio di una domenica della seconda metà di ottobre. Una di quelle giornate che, talvolta, riesce a regalare un'estate ormai finita, sorprendenti e sferzanti come i violenti colpi di coda di un animale morente. Tutto attorno era una festa di colori, dall'azzurro intenso del cielo, che sfumava in cremisi presso le cime delle montagne, alte all'orizzonte, dietro cui il sole stava calando, alle tinte gialle e rossicce delle foglie degli alberi e dell'erba secca che, oltre il nastro d'asfalto, dominavano sulle vaste distese di verde che avevano già assunto la tonalità scura tipica dei mesi invernali. Era sconcertante la subitaneità con cui si passava dal giallo oro della piena estate al verde cupo dell'autunno senza che fosse possibile cogliere il momento del cambiamento.
Qua e là restavano ancora alcune macchie brune, ricordo degli spaventosi incendi che avevano devastato la regione in quella lunga e torrida estate, ma le lontane campagne che era possibile ammirare da lì (da quella strada si dominavano, in alcuni tratti, vasti territori, a partire dalle frazioni del capoluogo, via via Piano Lago, le Serre, fino alla cima bitorzoluta di monte Cocuzzo; dall'altro lato il massiccio della Sila opponeva un muro invalicabile alla vista, offrendo in compenso lo spettacolo delle sue cime cinte da boschi lussureggianti di castagni, faggi e pini) splendevano ai raggi del sole come un immenso monile di smeraldi e rubini.
Entro un certo raggio dai centri abitati lo spettacolo cambiava, radicalmente, e i toni tenui e caldi, ricchi di sfumature a volte irrilevabili, della campagna autunnale venivano sopraffatti da un'orgia di tinte sgargianti e forti contrasti.
La strada si riempiva di ragazze e ragazzi con indosso vestiti dai colori vivaci che passeggiavano, si raggruppavano a parlare, a scherzare, ad ascoltare musica dagli abitacoli vibranti delle vetture, o a scambiarsi tenere effusioni incuranti degli sguardi talora divertiti, talora imbarazzati, degli amici o degli altri passanti, in un festoso clima da sagra paesana. Biciclette e motorini sbucavano dappertutto, con a bordo giovani cavalieri imberbi che di tanto in tanto si esibivano in sciocche acrobazie per strappare uno sguardo ammirato alle ragazze o agli altri amici, e graziose amazzoni dai lunghi riccioli al vento che si godevano con tranquillità il surrogato di libertà che i loro semplici mezzi regalavano. Talvolta, qualche grossa moto rombante interveniva a turbare quella scena bucolica come un fastidioso calabrone in un campo di fiori. Poi tutto tornava tranquillo, disteso, e la baldoria proseguiva con ritmi più pacati.
Il centro del paese sembrava riservato ai più anziani. Gli uomini, addobbati con i loro abiti da festa, grigi o marroni, e con antiquati cappelli calati sulla fronte, discutevano con flemma di politica o degli avvenimenti della settimana (in paese si trova sempre qualcosa di cui parlare) raggruppati davanti a un bar, o una panchina, o camminando affiancati in mezzo alla strada assolutamente incuranti dei mezzi che transitavano (se ne infischiano altamente, aveva pensato con stizza in altre occasioni, quando si trovava a passare con intenzioni meno contemplative e un po' più di fretta); le donne, in maggioranza vestite di nero, stavano perlopiù davanti alla porta di casa o affacciate dai balconi a spettegolare con le vicine.
Pareva che le due generazioni avessero di tacito accordo stabilito una suddivisione in zone, cosicché le rispettive usanze, lontane fra loro molto più degli anni che effettivamente distavano, potessero convivere senza molestarsi a vicenda. Ciò contribuiva non poco ad alimentare la quiete diffusa che rendeva accogliente quei luoghi. Anche i muri di pietra chiazzati di muschio delle vecchie case sembravano aver perso il loro grigiore, irraggiati da una calda luce che li avvolgeva con bronzei riflessi, e il sole saltellava fiammeggiando da una finestra all'altra come un folletto mattacchione che giocava a rimpiattino.
Difficile non farsi prendere dall'euforia in uno scenario così vivace e allegro, anche se le cose non vanno proprio tutte per il verso giusto.
L'avvocato Paolo Burti si sentiva piacevolmente in forma. Respirava a pieni polmoni l'aria fresca e pulita che gli veniva offerta da un ambiente inquinato ancora in modo sopportabile, fermamente intenzionato a godere fino in fondo di quella pace, e a seppellire per qualche momento con l'indolenza gli insignificanti seppur inevitabili problemi connessi con la sopravvivenza. Non sono frequenti giornate come quella, e quando capita sarebbe stupido non rallentare la folle corsa della vita per ritemprarsi in una straordinaria atmosfera che sembra nascere dal nulla, ed è forse solo il risultato della concomitanza di eventi banali come la festività della giornata, la mitezza della temperatura, la luminosità e la limpidezza del cielo, e la sacrosanta voglia di concedersi qualche goccia di serenità.
Guidando la sua amata vettura, il giovane si crogiolava tirando un sereno bilancio della sua vita.
Tutta colpa di Perry Mason, stava pensando con un sorriso in bilico fra l'amaro e il divertito. Ricordò come da ragazzo si fosse appassionato ai telefilm prima (quel Raymond Burr, favoloso!), e ai romanzi poi, sul celebre avvocato di Gardner, e come quella professione gli fosse sembrata la più bella, la più esaltante, e, se non la più redditizia, la più gratificante, tanto da decidere (o almeno credeva di averlo fatto) che fosse la sua strada assai prima che venisse il momento adatto per effettuare una scelta cosciente e ponderata.
In famiglia erano stati felici di assecondarlo, sia pure per motivazioni meno romantiche e più realistiche, e inesorabilmente, qualche anno addietro, si era ritrovato con una laurea in mano e tanti sogni in testa.

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