La realtà si era rivelata sensibilmente diversa.
Un breve e stressante tirocinio presso un affermato professionista gli aveva permesso di fare un po' di pratica, ma non era riuscito a insegnargli alcune verità fondamentali.
I casi tipici, quelli che più frequentemente gli si erano presentati, consistevano nel cercare di tirar fuori di galera qualche delinquente incallito con la lacrima facile (e finta) e una inequivocabile confessione scolpita in faccia. I suoi principi gli avevano impedito di accettare, ma questo aveva finito col troncargli ogni possibilità di carriera, e relegarlo nel ruolo dell'avvocatuccio di provincia che sopravvive facendo la parte del classico terzo fra i due litiganti.
Brave persone, da quelle parti: semplici, cordiali, generose, con il cuore grande che si ritrova sempre la povera gente. Poi, a volte, nascono le questioni. Si litiga, si va dall'avvocato, ci si fa spennare per benino, e si ritorna amici come prima. Mah, in fondo non era colpa sua se il mondo andava avanti così, e visto che qualcuno doveva esserci a campare in quel modo, lui o un altro era lo stesso, inutile farsi prendere dagli scrupoli anche in questi casi.
Se non si vuole rinunciare a mangiare, almeno.
Comunque, fra qualche lezione privata di inglese, qualche dichiarazione di redditi in sleale concorrenza con gli studi commercialisti, e quella sua professione di "spauracchio" nelle liti fra vicini, non se la passava tanto male. Certo, niente a che vedere con i milioni a palate che invidiava a medici, ingegneri, commercianti, e perché no? ad avvocati più in gamba di lui, vero, ma, almeno finora, non aveva avuto grossi problemi di sopravvivenza.
Una volta un amico lo aveva definito "uno spiantato di lusso": ci aveva azzeccato in pieno. Sempre meglio che essere spiantato e basta, e coi tempi che tiravano non poteva davvero lamentarsi. Forse il suo futuro non era tanto sicuro, la sua posizione non abbastanza solida da consentirgli di mettere su famiglia, ma finché durava...
Famiglia.
Si, a volte, era questo che gli pesava.
La libertà è una gran bella cosa, finché è libertà. Ma spesso cambia identità, si trasforma in solitudine, soprattutto nelle lunghe e fredde sere d'inverno. Allora diventa mancanza di calore, di una presenza amica. Diventa rimpianto per una notte che potrebbe essere d'amore, o per un pomeriggio passato a guardare la pioggia pensando ad amici, tuoi coetanei, che ti hanno fatto sentire improvvisamente più vecchio quando si sono inginocchiati davanti a un altare, e che ora ritornano bambini scatenandosi con i loro marmocchi. Diventa noia, per un pasto preparato da sé e consumato da solo. Diventa un interrogativo per il futuro, mentre si osserva il tempo scorrere via come sabbia fra le dita, senza nulla potere per fermarlo, per conservarne un po' da spendere quando ne valesse davvero la pena. Significa svegliarsi, la mattina, con un senso di gelo che la temperatura dell'aria non basta a giustificare, e che vibra nelle membra con il sentore di un alito di morte...
"Oh, basta, avrò tempo a sufficienza nei prossimi mesi per questi pensieri. Ora è un bel pomeriggio di festa, e la mia libertà è ancora libertà", pensò scrollandosi di dosso l'ombra di malinconia che l'aveva assalito all'improvviso (maledetta malinconia, sempre in agguato!). Superò un paio di ragazze che sculettavano lungo il ciglio della strada e si voltò a guardarle con ammirazione e riconoscenza.
Quelle ridacchiarono indicandoselo l'una all'altra.
No, se doveva cambiare qualcosa, doveva succedere da sé, inutile prefiggersi uno scopo e poi rischiare, magari per la fretta, di sbagliare tutto: in queste cose gli errori si pagano in modo salato. Meglio pensare a godersi la vita così com'è, finché si può, che forzare drastiche svolte. Qualche viaggio, qualche avventuretta, una tranquilla passeggiata in campagna, un po' di buona musica...
In gamba il vecchio Sergej. Insolito, per un contemporaneo. Sembrava che, con la fine del romanticismo e l'avvento dei cosiddetti "moderni", da Debussy in poi non ci fosse stato più nessuno che avesse voglia di comporre qualcosa di ascoltabile, tutti dedicati a esperimenti che solo loro, e i soliti critici con la puzza sotto il naso che osannano qualsiasi cosa non piaccia alle persone comuni, erano in grado di seguire e comprendere (forse).
Con rarissime eccezioni.
Rachmaninov era una fantastica eccezione. Con il suo pianoforte sapeva creare delle atmosfere che ricordavano quelle del miglior Ciajkovskij, forse un po' più zuccherose e meno struggenti, atmosfere che facevano pensare più ad una lucida e piovosa serata newyorchese, palpitante di luci, di fari di autovetture e di ammiccanti insegne al neon, che ad una nostalgica notte moscovita ammantata di neve e scintillante di ghiaccio (beh, erano stati gli americani a dargli di che vivere, no?), ma capaci ugualmente di suscitare emozioni intense, di far provare "quel brivido" ai passaggi più riusciti... Altro che le strazianti e inascoltabili dissonanze o, peggio, gli incomprensibili fruscii degli altri autori dello stesso secolo, che...
Il suo pigro elucubrare subì una brusca interruzione.
Fu un attimo di silenzio, di vuoto. Un terribile momento in cui ebbe il netto preavviso che stava per accadere qualcosa.
Forse aveva notato l'apice di una lunga ombra che si muoveva sull'asfalto, frammista a quella del fogliame circostante agitato da un vento leggero, e si estendeva rapida deformandosi come una macchia d'olio su un liquido ondeggiante. Forse aveva percepito un tenue ma concitato calpestio davanti a sé, oltre la curva, grazie alla fugace coincidenza di un pianissimo dell'orchestra e l'abbassamento del rombo del motore mentre scalava di marcia. Forse era stato un sesto senso, che gli aveva anticipato la visione di qualcuno che sbucava all'improvviso a farsi travolgere...
Ed ecco comparire la ragazza.
In mezzo alla strada, abiti in disordine ed espressione stralunata, a pochi metri dal muso della sua macchina.
E vi stava correndo contro.
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