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Come un ragazzo segue l'aquilone..

Inserito da vita il Sab, 17/05/2008 - 02:07 - Opere dell'autore

 

 

    Ho fatto un giro di perlustrazione. Necessario quando in casa si hanno figli adolescenti, consorti  avvinghiati al lavoro o al sonno, e animali sparsi.

Sparsa, le trecce morbide sull’affannoso…nulla!  Prima di rattrappirmi sulla poltrona rigida e scomoda a prova di schiacciamento vertebre per il consueto appuntamento notturno con me stessa, ho anche chiuso il gas, non si sa mai.

Che giornata. Un flusso interminabile di doveri e di pensieri a elaborare immagini, catalogare dati e si, un po’ sorridere.  Riflettevo sul mondo virtuale in cui mi intrufolo ogni giorno in una consuetudine che sta diventando cara, mio malgrado. Un mondo parallelo del tutto simile a quello reale che è testimone delle mie giornate. Camera con vista. Sulle emozioni, le rivalità, le fazioni, gli scontri, le simpatie, le competizioni e anche le invidie. Voglia di condividere ma anche di emergere, speranze di visibilità e voli pindarici. Certo che lo capisco! E mi incuriosisce, attrae e spaventa insieme. Mi mette brutalmente in gioco ed è un ottimo campo di confronto. Più di una volta mi proietta nella gioia pura, per la schiettezza di “ affinità elettive”, come oggi.

Viaggio al centro della musica, che meraviglia! Guardo il mio pianoforte, a dire il vero, quello di mia figlia. Fu comperato per lei, ma la dislessia l’ha scoraggiata dall’imparare e nel dover operare una scelta di impegno fra  musica e  studio naturalmente ha dovuto optare per quest’ultimo.  Nel mio mondo reale, chi mi circonda (escluso il mio amato e pochissimi altri) crede che il numero cinque l’abbia inventato Berlusconi e Beethoven sia un Sambernardo. Sono impietosa ma è la verità. Le lauree fioccano, specie in ufficio, ma a parte il nuovo collega, quello al mentolo della volta scorsa, uno mi ha accusata beffardamente di scrivere in inglese sullo screensever del mio pc,  che scorre quando mi alzo per andare in bagno o vengo convocata dal gadget-direttore. Sta scritto:  “ Caveat (e il nome dell’Istituto)…sic et simpliciter.  Mi sono augurata con tutto il cuore che scherzasse. Era serissimo.  L’ignoranza è un’attitudine, come lo slogan di una nota pubblicità; basta sostituire la parola “eleganza” e il gioco è fatto.  Capire il bello, cercarlo nelle cose semplici o sublimi, non ha niente a che vedere con un bozzolo di nozioni tappate sotto vuoto spinto come un barattolo di caffè.  Mia nonna paterna era ignorante, dalle mie parti si dice “ come la càlia” riferendosi a un cibo antico e poverissimo come i ceci tostati nella cenere. Da piccola, avevo circa sette, otto anni, mi chiamava per dare una mano a sbucciare i piselli ( la Findus non era  ancora inventata) o mondare i fagiolini. Munita di grembiale e pazienza mi faceva sedere accanto a se accostata al grande tavolo da pranzo con la  “balàta” (spessa lastra di marmo),  e sbucciando sbucciando, mi raccontava  della sua infanzia, delle fìmmini che era dato per scontato  non studiassero, anche se pregavano e si pinnavano (strappavano i capelli) . Lei era arrivata alla seconda elementare, alla sorella invece, era stato concesso di completare la terza. Nel suo dialetto straordinario per ricchezza di immagini, lingua arcaica quasi perduta, fioriva un mondo fatto di violenze ma anche voglia di riscatto. In giornate dove ancora la primavera era stagione a pieno titolo e durava ragionevolmente a lungo, le imposte socchiuse filtravano zaffate di mare che a poche decine di metri era sottofondo di risacca, nei miei ricordi  incancellabile.  Quando si accorgeva che la meraviglia mi  spalancava tanto d’occhi, con un sorriso soddisfatto, cara nonna, cominciava a parlarmi dell’Opera. Il suocero era stato corista al Teatro Bellini e naturalmente lei e tutta la famiglia patriarcale aveva dei posti riservati nel loggione. Con un baccello in una mano, cominciava a mimare “ Cumpari Turiddu”  sfidato in duello da “Cumpari Affiu”  per colpa di quella “culumbrina”  (donna leggera, sgualdrinella) di Cumari Lola. La sua voce da contralto corposa e netta si alzava nella stanza profumata di verdura fresca, a cantare intere arie di  Cavalleria Rusticana con un impeto d’amore che mi faceva rimanere con le mani tuffate dentro alla ciotola d’alluminio colma di piselli, immobile, ad ascoltare rapita Lola c’hai di latti la cammisa  o…  troppi bicchieri ne ho tracannati….e poi  Floria Tosca dagli occhi e il cuore ardente o Mimì con le sue violette, Verdi, Donizzetti, Rossini, Bellini (naturale), mimava persino Rigoletto ingobbendosi nel suo disperato “ Lalà, lalà,lalà”. A volte mia madre si univa al coro, quando ancora si degnava di accorgersi di me, e io correvo ad accendere il registratore grosso come una cassetta di arance, marca Geloso, porgendo il microfono. Ho ancora quei nastri, salvati al naufragio di mille trasferimenti in giro per l’Isola, dietro all’irrequietezza lavorativa di mio padre.  Mia nonna  nel suo massimo sforzo di ricercatezza, parlava un italiano alla Catarella, il personaggio più esilarante di Camilleri, ed è per questo che lo leggo spesso, colta da attacchi di risate per parole ed espressioni antiche che mi riportano all’infanzia. La  Sicilia di Camilleri non esiste, è anch’essa uno stereotipo, e i suoi personaggi maschere. Gli sfondi però sono vividi  e il dialetto, anche se le origini sono speculari alle mie, reso con maestria . L’amore per l’arte, per il bello che emoziona, per la creatività in genere, non ha bisogno di un attestato.  Fiorisce anche, anzi spesso, nei cuori semplici. Lei aveva vissuto nei primi anni venti a Parigi e lì, all’undicesimo arrondisment aveva dato alla luce mio padre negli stenti comuni agli emigranti di tutti i tempi. Mi raccontava del Trocadero e di come la neve fioccasse in inverno sulla carrozzina del bambino equipaggiata alla meglio e come a volte la apostrofassero con disprezzo : mechant Italien. Voleva insegnarmi il francese e quando ridendo protestavo che prima imparasse l’italiano, s’infuriava di brutto. Aveva vissuto per otto anni in una Parigi favolosa e raccontava animandosi del metrò e della sua fitta rete di linee che  percorreva da un capo all’altro non perdendosi mai, quando ancora in Sicilia non si andava più in là del carretto. E del Louvre e delle strade bombate dove agli angoli, scorrevano i rigagnoli ininterrotti che si riversavano nelle fogne più famose del mondo. _ Tuo nonno era giornalista_ mi raccontava con enfasi e io scoppiavo d’orgoglio come un pavone. Quando mio padre, sorridendo indulgente, mi spiegò che per lei, giornalista e addetto alla rotativa significava la stessa cosa, piansi di nascosto tutta la mia delusione.  Cara indomabile nonna, mi ha impartito i primi rudimenti per sognare.  Ancora adesso che ormai  all’incirca  ho pochi anni in meno dell’età in cui lei mi insegnava che il mondo può essere guardato con  occhi sempre colmi di meraviglia, non smette di sorprendermi nei ricordi.  E se sapesse del mio amato ( forse lo sa) sorriderebbe furba. Più che ottantenne civettava con il suo medico curante, rammaricandosi di non avere più tanta forza come un tempo, quando gli uomini facevano pazzie per i suoi occhioni color delle castagne mature dai riflessi dorati .  Avessi avuto un decimo del suo fascino e della sua forza d’animo, non sarei qui a quest’ora di notte, pensandolo adagiato in un sonno i cui sogni vorrei seguire  “Come un ragazzo segue l’aquilone…”

 

atomosfere d'altri tempi narrate con punta di ironia che non guasta..un film che comincia in bianco e nero e finisce a colori ma

la pellicola più bella è quella girata a mano...amen

Inserito da michael-santhers il Sab, 17/05/2008 - 03:15

Il tuo apprezzamento è dei più inaspettati in assoluto. Allora invece di risponderti castronerie o come dici...? Cialtronerie, preferisco stare in silenzio. Mi chiedevo dove fossi finito, in queste ultime sere, dalla mia finestra non sempre vedo bene ma quando scorgo col naso per aria, la luce della tua accesa, sorrido pensando:è arrivato.

Inserito da vita il Sab, 17/05/2008 - 07:28


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