MANTRA DI MAGGIO
Inserito da Domenico De Ferraro il Sab, 17/05/2008 - 17:02 - Opere dell'autore
MANTRA DI MAGGIO
“E io sono il Re di maggio il quale è attività in eloquenza e azione in amour ,
e io sono il re di maggio il quale è capelli lunghi di Adamo e la barba del mio stesso corpo,
e io sono il Re di maggio ,il quale è Kral majales nella lingua cecoslovacca ,
e io sono il Re di maggio il quale è la vecchia poesia umana ,e 100.000 persone scelsero il mio nome.
Allen Ginsberg
Quando l’amore ebbe trascinato il dolore
oltre il muro dell’odio, l’albero del loto chiacchierino
fiorì in silenzio in un crescendo di note e sospiri.
Alcune anime erranti apparvero per strade
allegre vennero danzanti insieme alle loro dame
ridendo del poveretto di corsa contro il vento.
Ci fu una gran danza a ritmo di tamburi parlanti
che presero a cantare nella loro lingua originaria.
Le parole si mischiarono nell’aria alcuni giovani dai lunghi capelli
soffiarono in lunghe canne apparvero così i mostri della ragione.
Che spaventarono un po’ tutti i presenti, compreso l’Alberto
che si trovava di lì a passare con la sua bicicletta.
Ma quella confusione il signor del quarto piano di professione guardia notturna
non la poteva sopportare , usci fuori al balcone gridando: smettetela ò scendo giù e vi prendo tutti a calci.
Una colomba piombò a terra con un filo d’erba chiuso nel becco.
Coppie di giovani raccolsero i loro indumenti e i loro strumenti musicali e senza voltarsi indietro andarono via.
Ignudo conoscere , mostri avvolte la verità con violenza e senza veli mischiato all’ oscuro verso ,
schiavo di neologismi e ingiurie ingurgitate a tavolino mentre ognuno
beve una bibita fuori al bar guardando passare distratti i giorni , la vita. .
Ridi chimera disse il matto passeggiando sotto la luna
ti morde la tua coda di serpente da sola seduta al sole
mentre gli occhi ti diventano strabici , il pelo s’arruffa alle battute del donnette.
Giurammo mai di arrenderci ma fummo fatti prigionieri dall’invidia e dalla volgare liturgica morale.
A nulla valse la fede , figlia della umano soffrire.
Il narrare gesta , ripercorrere lirici itinerari fioriti.
Cavalcare draghi e sauri alati in leggende senza tempo.
Nell’ immaginaria città in festa passarono per strade soldati e spose , vecchi e bambini
il vetusto campanile si piegava nel vento sotto il peso del tempo.
Nell’oblio risorgevano spiriti della gioia e delle fiabe
le filastrocche delle fate ,le avventure di pinocchio
la rinascita d’un popolo in primavera.
Nobildonne con ventagli e lunghi abiti strascinanti lussurie e coiti
accompagnate da loro virili amanti uscirono dal retro del teatro dell’opera buffa.
Lungo le strade l’urbano canto dei vicoli rischiò
di diventare un urlo disumano contro quell’immaginario muro confine
tra il bene e il male di questo mondo voltagabbana.
Orrore che terrorizzò l’uomo all’ombra d’una palma
macchiata d’inchiostro ove si riposava il saggio
lettore nell’aria calda d’ un metafisico pomeriggio
rincorrente con la mente versi e conoscenze.
Mariana esistenza ,veggenza d’un tempo profana
ragione di nostra speranza si consumò
l’omaggio al Re di maggio epilogo di un sogno
di un messaggio chiuso in una bottiglia gettata via in questo immenso mare virtuale.

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