Il mostro della Presila - cap.04 p.1/2 (adulti)

- Cosa? - il volto di Luigi Rose era paonazzo. - Commissario, avete voglia di scherzare?
- Vi assicuro che non considero questa l'occasione più adatta per dedicarmi agli scherzi. - Il tono della voce voleva essere duro, impassibile.
Tuttavia, il poliziotto non riusciva a nascondere un certo impaccio.
- Non è possibile, andiamo! Pensare che Silvia possa aver ucciso quel... - esitò, poi completò la frase con "ragazzo", astenendosi dal definirlo come gli era sembrato più giusto.
Il giovane era fuori di sé.
La notizia lo aveva raggiunto come una botta in testa, e ancora non sapeva capacitarsene. Il modo stesso in cui gli era stata riferita aveva avuto un che di irreale, di allucinante. Stava rientrando in paese in auto quando era stato fermato da alcuni compaesani. Nel vederlo arrivare si erano messi a gesticolare da matti, e si erano scagliati contro la sua Punto come un branco di cani affamati sull'unico osso in circolazione.
- Luigi, scusa, ma... - esordì il vincitore, perdendo però subito la sicurezza con cui si era lanciato assieme agli altri sulla preda - è successo qualcosa di grave.
- Che cosa? - aveva chiesto allarmato.
- Tua sorella. È in ospedale. Tranquillo, sta bene, solo... è un po' sotto shock.
- Silvia? - aveva guardato sperduto le facce dei suoi informatori, come per chiedere aiuto. Anziché solidarietà, vi aveva letto la cupidigia di assistere in prima persona, per poi poterne parlare in giro, alle sue reazioni. - Cosa le è successo?
- Un'aggressione. No, sta' tranquillo, non le hanno fatto niente, lei se l'è cavata con un forte spavento. Però c'è scappato il morto. Ora è in ospedale; tua madre è già lì, te non sapevamo dove trovarti. Ti stiamo cercando da oltre un'ora.
- Sono stato in città, al cinema... - Ma che faceva, perdeva tempo a discutere con quelle iene? Senza aggiungere altro era ripartito facendo fischiare le gomme della sua utilitaria, lasciandoli con un palmo di naso.
Aveva raggiunto l'ospedale, aveva chiesto di sua sorella, e aveva varcato l'ingresso di quell'ala andando a sbattere violentemente con una gamba contro la panca di formica e metallo vicina alla parete. Zoppicando, e incurante del dolore, era passato davanti al commissario Pezzullo, che in quel momento stava parlando con un giovane alto, bruno, in abiti sportivi, senza degnarlo di uno sguardo, e si era precipitato nella camera dove l'attendeva già la madre, seduta accanto al letto su cui era adagiata la ragazza. L'agente davanti alla porta stava per fermarlo. Pezzullo, che lo aveva riconosciuto al suo fragoroso ingresso, aveva fatto cenno di lasciarlo passare. Dopo un certo tempo ne era uscito e il commissario gli aveva dato il colpo di grazia esponendogli i suoi sospetti. Il giovane con cui stava parlando prima si era allontanato.
- Ma ma ma... voi sapete come sono andate le cose? Avete parlato con mia sorella? - Faticava a tener basso il volume della voce. L'agente alla porta gli rivolse un'occhiataccia.
- Le circostanze in cui vostra sorella è stata ritrovata... credo giustifichino ampiamente... questa ipotesi.
- Circostanze? Che circostanze?
- Stava correndo in preda a shock, e aveva nella mano la pietra con cui il "ragazzo" è stato ucciso. Lei stessa ha ammesso che il De Simone, si chiamava così, aveva cercato di abusare di lei, e su entrambi sono visibili segni di lotta.
- E questo vi basta per dire che mia sorella è un'assassina?
- Nessuno lo dice. Certamente si sarà trattato di legittima difesa...
- Grazie per la gentile concessione - lo interruppe Rose, sarcastico.
- Sentite, mi sembra abbastanza chiaro come si sono svolti i fatti: Alberto De Simone conduce vostra sorella in un luogo isolato e tenta di violentarla; segue una lotta; lei, naturalmente, si difende, si trova in mano una pietra e colpisce. Un unico colpo. Nessuna premeditazione, è evidente, forse non se ne accorge neanche, se non quando vede il De Simone accasciarsi privo di vita. Una tragica, disperata difesa. Quando si rende conto di quello che ha fatto, perde la testa e scappa, stringendo ancora in mano l'arma del... - Si accorse in ritardo che stava per dire "delitto", e riparò: - Ehm, voglio dire… l'improvvisata arma con cui era stata costretta a difendersi. Sono certo che il tribunale saprà essere comprensivo.
- Comprensivo? Qui c'è solo una cosa da comprendere, commissario: che state prendendo un granchio. Ve l'ha raccontata Silvia questa storiella?
Pezzullo si strinse nelle spalle. - Effettivamente lei ha dato una versione dell'accaduto un po' diversa. Piuttosto confusa, vorrei dire.
- Davvero? Avete visto benissimo in che condizioni si trova, e vi meravigliate che riferisca le cose in modo "confuso"!
- Immagino che abbia raccontato quella storia proprio perché, nel suo stato, non è in grado di valutare bene la situazione. Un istintivo e naturale comportamento di autodifesa. Sono sicuro che, dopo aver riposato, e dopo averci pensato su con maggior calma, capirà che la cosa migliore sarà dirci com'è andata veramente.
- Com'è andata lo ha già spiegato, e non c'è alcuna ragione per non crederle. Voi l'avete già condannata, arbitrariamente.
- Vi ripeto che io non ho condannato nessuno. Ho semplicemente esaminato i fatti, e tratto delle conclusioni...
- Sbagliate - completò con violenza Rose.
- Può darsi. Ma per ora, mi spiace, tutti gli indizi sono contro di lei, e non posso evitare di prenderne atto. E se insisterete con quella versione sarà compito vostro dimostrarlo ai giudici.
- Eh, no, commissario, qui vi sbagliate: compito nostro un accidente! I poliziotti siete voi, tocca a voi scoprire la verità. Siete pagati per questo! Non potete pretendere che, dopo essere rimasta vittima di un'aggressione, mia sorella debba pure mettersi a fare il vostro lavoro.
- Noi faremo il nostro lavoro fino in fondo, signor Rose, nessuno sta cercando di scaricare le proprie responsabilità. Volevo solo avvertirvi che sarà difficile trovare elementi a favore della tesi di vostra sorella, e se non salteranno fuori altri particolari rilevanti mi sarà impossibile sollevarla dall'accusa. Che, ripeto ancora, non è di omicidio, ma al massimo di eccesso di difesa.
Sembrava si stesse scusando per il suo operato. Ciò lo metteva moralmente in condizioni di inferiorità, e spingeva il giovane a ribattere duramente le sue affermazioni. Ma non riusciva a trattare quel caso con la freddezza necessaria, come sapeva ben fare in circostanze diverse.
Abitavano nello stesso paese, e come tutti, del resto, conosceva bene la sua storia.
Dopo la morte di Antonio Rose, avvenuta circa vent'anni prima in uno stupido incidente, un maledetto ubriaco che lo aveva investito con il suo furgone, era stato per Silvia, che allora aveva pochi mesi, e di cui era nove anni più grande, il padre che le era venuto a mancare, più che un fratello maggiore. Se lo ricordava mentre la portava a spasso, mentre giocava con lei con infinita pazienza, trascurando i suoi coetanei e ricevendo spesso dai più stupidi di questi scherni e insulti; mentre vagava in prossimità delle feste per negozi e ne usciva carico di giocattoli e dolciumi, tutto ciò che poteva comprare con i pochi soldi a disposizione, per la sorellina. E quando più tardi la madre, un'abile sarta, si era ammalata, qualcosa le aveva colpito gli occhi, e aveva dovuto quasi smettere di lavorare, era stato lui a tirare avanti la famiglia facendo un'infinità di lavori, dal ragazzo del bar al meccanico, al commesso in un negozio di scarpe, trovando ugualmente il tempo, e la forza, di studiare, prendere un diploma di perito, e infine vincere la cattedra di educazione tecnica in una scuola media. In paese godeva la stima e l'ammirazione di tutti, e meritatamente. Mentre non meritava quell'atroce scherzo del destino. Quando la sfortuna si accanisce contro qualcuno... E non poteva meravigliarsi troppo del suo ostinato rifiuto di credere che la bimbetta con le treccine e le guancette sempre rosse che aveva visto nascere, crescere, aveva portato in braccio e aveva cullato, che aveva difeso da babau e lupi cattivi, potesse ora aver ucciso un uomo, sia pure per legittima difesa. Non importa il motivo, non importano le circostanze, non importa neanche il fatto che possa essere stato giusto, o quantomeno inevitabile, e in ogni caso indipendente dalla propria volontà: la sola consapevolezza di aver causato la morte di qualcuno è di per sé un orrendo peso, un'insostenibile oppressione, che rende ogni altra considerazione irrilevante. Riusciva difficile anche a lui, accettarlo, ma avrebbe dovuto chiudere gli occhi e far finta di non vedere. E non poteva farlo.
Non lui.