Il mostro della Presila - cap.04 p.2/2 (adulti)

La storia della ragazza, poi, era troppo strana: sembrava che il loro fantomatico aggressore avesse voluto farsi scoprire di proposito, visto che si era lasciato acchiappare dopo che già altre due volte si erano accorti della sua presenza. Aveva addirittura fatto cadere la moto della vittima, e invece che scapparsene era rimasto lì a farsi pescare.
Perché?
Aveva già l'intenzione di uccidere il De Simone?
Se era così, perché aveva indugiato tanto?
Avrebbe potuto prendere l'iniziativa, e contare sul fattore sorpresa, evitando il rischio di essere sopraffatto nella lotta che ne era poi seguita. Occasioni ne aveva avute.
No, il modo in cui il giovane era stato ucciso faceva pensare più a un incidente, a un eccesso di difesa (neanche di ira, il colpo era stato uno solo), che a un atto premeditato, intenzionale.
Perché, allora, quel comportamento strano?
Un guardone maldestro?
Improbabile, troppo maldestro, a meno che non fosse un principiante, e molto sciocco da rischiare tanto. Ma di solito uno che lo fa per la prima volta ha tanta di quella fifa addosso che se la svigna alla prima cosa storta, e secondo la versione di Silvia di cose storte gliene stavano andando parecchie.
E perché avrebbe fatto cadere la moto? Non aveva nessun motivo per avvicinarsi, a meno che non fosse un ladro... Però per farla cadere non bastava urtarvi accidentalmente mentre si frugava nelle tasche portaoggetti, bisognava spingere con forza, e apposta. Assurdo pensare anche che volesse rubarla, non ne avrebbe avuto nessuna possibilità con lo sterzo bloccato, senza la chiavetta di accensione, e con il proprietario a due passi di distanza. Inoltre il cavalletto era a posto.
E quel coltello, a chi apparteneva? Non era esattamente un temperino, e poteva essere un'arma ben efficace. Ma era chiuso, e non era stato usato. Non sembrava che fosse del De Simone, la ragazza aveva escluso che avesse coltelli addosso, a meno che non avesse mentito anche su questo per avvalorare la tesi della terza presenza. Poteva averlo preso dalla tasca della moto che avevano trovato aperta, forse. Ma perché allora non aveva subito estratto la lama? Dal racconto della ragazza, ne avrebbe avuto tutto il tempo, e sarebbe stata la prima cosa che avrebbe fatto se fosse corso ad armarsi. Stesso discorso valeva per l'ipotetico assassino, sarebbe stato sciocco aspettare di avere l'altro addosso per cercare di rendere utilizzabile la propria arma. E se era di questi, perché l'aveva lasciato lì? Sempre secondo il racconto di Silvia, era ancora sul posto quando lei è scappata, dunque avrebbe avuto tutto il tempo di riprenderlo, ed era abbastanza visibile perché non dovesse perderne a cercarlo. L'agitazione del momento? Può darsi, come poteva darsi che non c'entrasse niente con l'accaduto. Pezzullo aveva avuto la sensazione che fosse lì da tempo. Sarebbe stata una strana coincidenza, certo, ma non impossibile, né tanto assurda. Avrebbe parlato con Salvatore Cosentino, il proprietario del terreno e della vecchia casa. Per puro scrupolo. E se fosse risultato, come sotto sotto si aspettava, che effettivamente non aveva niente a che vedere con quella storia, sarebbe caduta forse l'unica possibilità di credere alla ragazza.
Se pure c'era.
- Conoscevate la vittima, professore? - domandò. Il giovane che era prima a colloquio con lui era tornato. Anziché raggiungerli aveva preferito andare a sedere sulla panca nel corridoio che Rose aveva investito al suo arrivo, ad ascoltare con discrezione. L'insegnante lo notò appena.
- Di vista, e non a causa di Silvia. Non sapevo niente di loro, me lo hanno detto solo poco fa. Farabutto! Era un autista delle Ferrovie della Calabria. Io insegno a Paola, e viaggio con il pullman. Anche fino a Cosenza, c'è una buona coincidenza degli orari, e costa meno che andare in macchina. Era un po' di tempo che non lo vedevo, però. No, aspettate, ultimamente... Si, in questi ultimi giorni, dopo un lungo periodo di assenza. Forse era stato trasferito su un'altra linea, ed ora era rientrato... Lo avevo notato per il suo comportamento, e non l'avevo mai digerito. Si dava da fare con le ragazzine che viaggiavano per andare a scuola. Ricordo la sua faccia da ebete, mentre le fissava con intenzione, con un risolino ammiccante... Faceva il gradasso con i ragazzi più timidi, quelli che hanno la targhetta "vittima" stampata in fronte, per rendersi simpatico e divertire le più ochette, e allungava le mani facendo finta di venir sballottato nelle curve o di aiutarle mentre scendevano o salivano dall'autobus. Comunque aveva un certo successo, e talvolta lo vedevo passare con qualcuna di loro caricata sulla sua grossa moto. Dio, non avrei mai immaginato che potesse toccare anche a Silvia... - Sembrava sul punto di piangere, e resisteva a stento mordendosi le labbra. - Se lo avessi saputo lo avrei strozzato con le mie mani.
Il commissario annuì, e lui concluse: - Ci ha pensato qualcun altro. Qualcun altro, commissario, ma non Silvia. Non è possibile.
- Lo spero - mormorò il poliziotto dopo essersi schiarito la voce. Il suo disagio era notevole, e lo aveva portato quasi a incoraggiare l'improbabile tesi del suo interlocutore. Se ne pentì subito. Ah, si sentiva meglio quando aveva a che fare con teppisti e delinquenti, e non con le vittime delle loro scelleratezze. E in questo caso stava accusando la vittima di omicidio. Avrebbe indagato a fondo fino a quando non avesse eliminato ogni ragionevole dubbio (se ce n'erano), ma non si faceva grosse illusioni.
La porta della stanza accanto si aprì. Ne uscì una donna vestita di nero. Dopo vent'anni non aveva ancora smesso il lutto per suo marito: lo avrebbe portato fino alla tomba, sosteneva lei, avrebbe dovuto toglierlo quando si sarebbe sposato uno di loro, avevano stabilito i figli, o al massimo all'arrivo del primo nipotino. Cose apparentemente anacronistiche, in pieno duemila, eppure da quelle parti c'è gente che vi dà ancora grande importanza.
- Dorme - disse con un filo di voce. Sembrava distrutta, ed era visibile lo sforzo con cui resisteva per non abbandonarsi a una crisi di pianto. - Cosa succede? - Aveva sentito la voce del figlio, da dentro la camera, discutere animatamente. Non aveva potuto distinguere le parole, ma ora che l'aveva davanti leggeva sul suo volto che qualcos'altro, ancora, non andava.
Luigi Rose tardò a rispondere.
- Mamma... il commissario sostiene... - parlava a fatica, oltre che per il suo rigetto verso quella ricostruzione, per il timore di dare un altro colpo alla donna, già fin troppo provata - che è stata Silvia a uccidere quel tale.
Il disagio di Pezzullo aumentò ulteriormente. Si accorse che non sapeva come sistemare le braccia, e non trovò di meglio che infilare la mano nella tasca della giacca a cercare le sigarette. Prese il pacchetto, poi ricordò il cartello di divieto e lo rimise a posto.
- Mi spiace - disse infine, visto che era fallito il suo tentativo di fuga. – Purtroppo, le circostanze...
La donna chinò il capo per assentire. - Non avete bisogno di scusarvi, commissario, è andata così - sembrava che le parole le uscissero di bocca contro la sua volontà, come se fosse un'altra entità che si era impossessata di lei a parlare. - È stata Silvia a ucciderlo.
- Mamma! - Il figlio strabuzzò gli occhi. - Cosa stai...
- Me lo ha appena detto - continuò lei - prima di addormentarsi.
Luigi Rose guardò il commissario, esterrefatto. Provò a dire qualcosa, ma un improvviso nodo in gola frammentò le sue parole in un incomprensibile balbettio. Rinunciò a ribattere, rinunciò a protestare, rinunciò a gridare che non era vero, che si era sbagliata, che non poteva essere vero... Non seppe far altro che scuotere sconsolatamente la testa, facendo roteare gli occhi da sua madre al commissario all'agente alla porta della camera con Silvia dentro al tizio che stava seduto sulla panca lì vicino che perché li stava osservando e perché li stava a sentire e non si faceva i fatti suoi che loro non stavano dando nessuno spettacolo...
Il vecchio poliziotto desiderò scomparire.