La caffettiera aveva smesso di borbottare, ed emetteva ora un basso fruscio.
Paolo Burti si staccò dalla finestra. Spense il gas, prese una tazzina dallo scolapiatti, si versò un'abbondante dose di caffè, e uscì nel giardino.
Sentiva la bocca impastata e le palpebre pesanti, come se fosse reduce da una solenne sbronza. Aveva dormito poco, male, gli sembrava di ricordare anche di aver avuto qualche incubo. Nella mente, il ricordo di una domenica stupenda, piacevole e distensiva, la cui conclusione aveva però stonato decisamente con il resto della giornata: quella schifosa nottata era stata la prima delle conseguenze, quel mattino di lunedì prometteva di continuare in maniera analoga.
Sedette sulla sedia a sdraio in veranda. Il caffè sapeva di bruciato, e sulla sua stessa sedia preferita non riusciva a trovare una posizione comoda. Se si avesse la minima garanzia di poter riprendere sonno, una giornata come quella andrebbe affrontata in un sol modo: tornando a letto a dormire.
Poggiò la tazza sul tavolinetto, poi riafferrò il giornale, ancora una volta, e ancora una volta si soffermò a leggere il titolo a grossi caratteri, in alto a sinistra, sopra le due fotografie. Quella precedente era stata una giornata tranquilla e priva di avvenimenti importanti, per cui la notizia di un omicidio in Presila aveva guadagnato facilmente "gli onori della prima pagina" sul giornale locale. Provò una certa repulsione nel vedere le due foto, della vittima e della presunta omicida, l'una accanto all'altra. Sorseggiando il suo disgustoso caffè rilesse per l'ennesima volta il resoconto degli avvenimenti.
Il cronista, dettagliando nei minimi particolari nomi, luoghi e orari, riassumeva i fatti in maniera precisa e verosimile. Sembrava che la ragazza, in un primo momento, avesse raccontato una storia fantasiosa, secondo la quale sarebbero stati disturbati da qualcuno, mentre lei e la vittima se ne stavano appartati nella vecchia casa, che aveva ripetutamente attirato fuori il ragazzo e lo aveva infine assassinato in seguito ad una lotta furibonda; poi aveva confessato di essere stata lei a ucciderlo perché aveva tentato di violentarla. Probabilmente si era resa conto che l'altra versione non poteva reggere, e infatti il commissario Antonio Pezzullo l'aveva anticipata con la sua ricostruzione dell'accaduto (il poliziotto aveva comunque tenuto a chiarire che la confessione era stata spontanea, e gli era stata rilasciata prima che avesse il tempo di confrontare con la ragazza le sue deduzioni). D'altra parte, era stata ritrovata da un automobilista di passaggio (Burti aveva chiesto e ottenuto che si tacesse il suo nome), lontano dal luogo del delitto, mentre fuggiva stringendo ancora in mano una grossa pietra macchiata di sangue che si era rivelata l'arma che aveva ucciso il De Simone.
Seguivano commenti e considerazioni piuttosto personali, fatto alquanto insolito in un banale caso di cronaca nera, dal vago sapore di editoriale, e una velata accusa contro la ragazza che, in fondo, poteva benissimo aspettarsi "un certo comportamento" da parte della vittima se aveva accettato di lasciarsi condurre in quel posto isolato: un semplice bacio, oggi, si scambia per strada.
Burti conosceva quasi a memoria l'articolo, ormai, e ogni volta, a quel punto, andava in bestia. Gli sarebbe piaciuto avere uno scambio di opinioni con quel giornalista, che riteneva giustificabile un naturale desiderio di intimità, di isolamento, di "allontanarsi dalla strada", soltanto in vista di più consistenti concessioni.
La conclusione voleva essere che, infine, "un giovane nel fiore degli anni" era morto assassinato da una ragazza capricciosa che lo aveva prima incoraggiato e aveva poi disatteso le sue, se non legittime, perlomeno prevedibili pretese. Certo, l'articolista si manteneva sull'impersonale, sul generico, e questo poteva forse metterlo al riparo da una querela, ma il senso era sufficientemente chiaro.
L'avvocato si chiese dove fossero andate a finire le femministe che una volta, un giorno all'anno, in uno scempio di mimose, invadevano le strade con i loro cortei urlando e rivendicando, spesso con atteggiamenti squallidi e volgari (tanto da suscitare in molti il sentimento opposto), i loro sacrosanti diritti, e poi se ne stavano buone e zitte quando qualcuno, come quel giornalista, le risbatteva pubblicamente e brutalmente nella peggiore condizione di asservimento alle volontà, o meglio alle voglie, del maschio padrone. "Ma già, siamo più vicini all'Africa che all'Europa", pensò, "era già tanto che avessero il coraggio di riunirsi ogni tanto a scimmiottare goffamente le azioni delle donne di regioni più evolute. Poi alla fine della manifestazione se ne tornavano a casa con la coda fra le gambe a lasciarsi segregare dal padre o dal marito, fiere e paghe di agitare fra le mani un rametto di fiori gialli".
Ripiegò ancora, disordinatamente, il quotidiano, e lo ripose sul tavolinetto.
Era corso a comprarlo appena alzato, e il proprietario del bar, che in paese fungeva anche da edicola, era rimasto leggermente meravigliato, e incuriosito, dal fatto che l'avvocato si fosse presentato di buon'ora a comprare un giornale che prendeva raramente, e mai di lunedì, per giunta, visto che quel giorno è quasi interamente dedicato allo sport e al giovane non interessava. Aveva, intuitivamente, collegato l'avvenimento a quanto era successo il pomeriggio precedente, e provato con un commento a trascinare il cliente in una discussione che avrebbe potuto fornirgli più particolari. Burti aveva eluso l'invito con un lapidario "già" ed era uscito dal locale immerso nella lettura della cronaca, rinunciando alla colazione che aveva programmato di consumare lì.
Finì il caffè, si alzò, e prese a passeggiare pensieroso in giardino, osservando le foglie morte che ricoprivano il terreno. "Inutile ripulire, in mezza giornata torna tutto come prima", si disse, come se gli fosse pesato lo stato di apparente abbandono del suo giardinetto. In effetti la vista di quel tappeto rosso e giallo gli piaceva, come gli piaceva camminarci sopra e ascoltare i tenui scricchiolii delle foglie secche sotto i piedi, e restò meravigliato di essere stato sfiorato da un leggero senso di colpa per non aver ripulito.
Abitava in una piccola, vecchia casa di campagna, un paio di centinaia di metri fuori dal paese, che aveva acquistato da poco più di un anno e ristrutturato così da renderla abitabile e, pur se minuscola, accogliente. L'aveva notata mentre vagava alla ricerca di un locale per aprire lo studio. A prima vista l'aveva subito immaginata nello stato in cui poi l'avrebbe sistemata. Avvertiva ormai come un peso la sua permanenza in famiglia, e visto che, a conti fatti, acquistare e adattare quella catapecchia non gli sarebbe costato molto più dell'affitto di una stanza in una delle costruzioni nuove che stava esaminando, aveva deciso di compiere il gran passo. Con buona pace dei suoi genitori, che comunque avevano mostrato di capire. E poi, dopotutto, mica emigrava! Pochi chilometri di distanza sono un'inezia, nell'epoca di grandi comunicazioni in cui viviamo.
Vi aveva lavorato personalmente, con l'aiuto saltuario di un vecchio muratore di poche pretese per i lavori più delicati, e la perenne guida di un paio di manuali della "Hoepli". Questo, oltre che farla sentire più sua, aveva contribuito a ridurre l'entità delle somme che, mese per mese, doveva restituire alla locale Cassa di Risparmio. Ad una parete esterna aveva appoggiato un semplice garage in legno e lamiera. Il tutto era circondato da un giardinetto di modesta estensione, ben curato, cinto da una bassa siepe. Un paio di giovani acacie, sul retro, gli offrivano il supporto per l'amaca. Sulla veranda antistante l'ingresso soleva tenere un tavolinetto di legno e una sedia a sdraio che utilizzava per godere le belle giornate di sole, e il fresco nelle calme serate estive fra un frastornante canto di grilli e qualche brano di musica leggera proveniente da un juke-box sparato a tutto volume al bar del vicino paese.
Era abbastanza grande per una persona, sarebbe stata certamente insufficiente per una famiglia, ma non avrebbe cambiato quella "tana", come soleva chiamarla, neanche con una villa hollywoodiana. Nei pochi metri quadri che la componevano aveva costruito il suo mondo, il suo habitat ideale, fatto di piccole cose e semplici accorgimenti: qualche comodità, qualche prezioso "cimelio", oggetto quasi di venerazione, come la sua ricca discoteca classica (pur se di edizioni economiche) e la sua vasta biblioteca, in maggioranza libri di narrativa gialla, e un ambiente studiato fin nei minimi particolari per essere caldo e accogliente, anche se modesto e privo di qualsiasi ostentazione. Gli piaceva considerarla una tana, un rifugio contro le intemperie, nel senso più lato della parola, del mondo esterno, dove sentirsi al sicuro, protetto come nel grembo materno.
Quel giorno, però, il suo minuscolo paradiso terrestre sembrava non riuscisse a tener fuori dal recinto quel "mondo esterno" che, ne era cosciente, lo spaventava, lo atterriva quasi, con le sue complicazioni, i suoi nonsensi, e la sua fondamentale base di malvagità, da cui doveva proteggerlo. Era depresso, ed erano vani i suoi miseri tentativi di dimenticare l'episodio del pomeriggio precedente.
La ragazza che ne era coinvolta, soprattutto.
E capì quanto fosse illusorio disporre di un rifugio sicuro se non si era nella possibilità di dividerlo con altri che ne avessero altrettanto bisogno.
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