Tornò a sedere, e inspirò profondamente la fresca aria di un limpido mattino autunnale, odorosa di neve, di fumo, di brevi giornate grigie, di lunghe, gelide nottate.
Il volto di Silvia Rose continuava a sorridergli dalla pagina spiegazzata del quotidiano. Malgrado la foto fosse poco chiara, aveva un'espressione così viva, allegra, spensierata, che sembrava impossibile appartenesse alla stessa persona che, la sera prima, era piombata sulla sua macchina. Irriconoscibile.
Dopo un nuovo sopralluogo alla casa abbandonata, dove aveva guidato gli agenti, si era recato in ospedale con il commissario Pezzullo sperando di poterla rivedere. Gli era stato sconsigliato per il bene della ragazza, la sua non era una visita necessaria. Aveva atteso fuori della stanza mentre il poliziotto conduceva un primo, sommario interrogatorio alla presenza della madre, che, accompagnata da un vicino di casa, era accorsa appena avuta la notizia, e si era fermato a parlare con quegli quando ne era uscito, notando la sua espressione contrita e, insieme, perplessa. Aveva avuto modo di lanciare una rapida occhiata all'interno, e aveva intravisto Silvia sdraiata sul letto con un'anziana donna vestita di nero china su di lei. L'altro figlio, Luigi, era fuori, e lo stavano ancora cercando.
Mentre discorrevano della strana storia che aveva raccontato la ragazza, e della scarsa credibilità che poteva avere, Luigi Rose aveva varcato fragorosamente l'ingresso di quell'ala e si era precipitato nella camera che ospitava la sorella. Si era poi allontanato qualche minuto per parlare con un dottore, un ex compagno di liceo, e chiedere notizie della ragazza, e quando era tornato dal commissario lo aveva trovato a discutere con Rose. Il tono con cui il colloquio stava avendo luogo lo aveva dissuaso dal raggiungerli, e aveva preferito mettersi seduto ad ascoltare, fino al colpo di scena dell'ammissione della madre. Allora aveva salutato con un appena percettibile cenno della testa il poliziotto e se n'era andato in silenzio.
"Una brutta storia", aveva commentato il commissario.
La sua bocca continuava ad essere di fiele, e piuttosto che rischiare di peggiorare la situazione preparando dell'altro caffè schifoso pensò che un goccio forse avrebbe potuto fargli bene.
Sempre più inquieto, si alzò ancora, entrò in casa, prese una bottiglia di brandy e se ne versò una dose, augurandosi di riuscire a creare la famosa atmosfera che prometteva la sua pubblicità. "Ci vorrebbe tutta la bottiglia", pensò, sconsolato. Ma prima che avesse il tempo di portarlo alle labbra udì il rumore di un'auto che si fermava lì davanti.
La sua villetta era isolata, dunque quella visita doveva essere riservata a lui.
Era una Punto rossa, del primo modello, con qualche ammaccatura e un po' di ruggine qua e là. Era ferma davanti al cancelletto del giardino, e ne stava scendendo Luigi Rose.
- Buongiorno. L'avvocato Burti, vero?
Il giovane annuì, e andò ad aprirgli il cancello per invitarlo a entrare. L'insegnante gli tese una mano. - Mi chiamo Luigi Rose. Immagino che non ci siamo mai visti prima: sono il fratello di Silvia, la ragazza che avete soccorso ieri pomeriggio.
- Vi avevo riconosciuto - disse l'avvocato, stringendo la mano che gli veniva offerta. - Ero in ospedale, ieri sera. Zoppicate ancora, vedo.
- Già, ho tirato una bella botta a quella panca. Ancora mi fa male.
- Avete fatto controllare?
- Non occorre, passerà. A proposito, volevo ringraziarvi per quello che avete fatto. E anche per il vostro interessamento: si, ricordo, siete quello che stava parlando con il commissario.
- Avevo sperato di vedere vostra sorella, ma non mi è stato possibile. Come sta?
- È ancora sotto shock. I medici dicono che ci vorrà un po' di tempo perché si rimetta, e con quello che l'aspetta...
- Si, mi è stato detto che era piuttosto scossa. Come se non bastasse avrebbe dovuto subire un interrogatorio, e così non ho insistito. Avrei voluto portarla personalmente in ospedale, ma sono stato costretto a rifilarla ad altri. Prima di svenire aveva parlato di un morto, e bisognava controllare se lo era davvero, o se era ancora possibile fare qualcosa per lui. Purtroppo non si era sbagliata.
- Capisco. Comunque non sono venuto solo per ringraziarvi. Avete qualche minuto da concedermi?
- Certamente. Andiamo dentro.
Lo fece entrare nel piccolo soggiorno e l'invitò a sedere su una poltroncina di vimini accanto al caminetto spento. Aveva un'aria impacciata, indecisa, e non sapeva da dove incominciare. Fisicamente, somigliava alla sorella: magro, non molto alto, aveva un viso, e più in generale l'aspetto, che ispirava fiducia. Attendendo un appiglio per iniziare a spiegare il motivo della sua visita, indugiò a studiare l'avvocato, sentendosi a sua volta inquisito, di riflesso.
Burti indicò il bicchiere di brandy sul mobile e ne offrì anche a lui.
- No, grazie, non bevo mai liquori di mattina. - Il tono era cortese, e nelle parole non voleva esserci alcuna insinuazione spiacevole, ma la risposta suscitò ugualmente nell'avvocato un senso di vergogna. - Avete letto il giornale, vero? L'ho visto qui fuori.
- L'ho letto.
- Cosa ne pensate?
- Non è una domanda facile. Devo dire che mi piacerebbe scambiare quattro chiacchiere con il giornalista che ha stilato l'articolo.
- Già fatto. Non è stato un colloquio costruttivo. In compenso un occhio è diventato di un attraente color nero.
Considerato che l'ospite li aveva a posto tutti e due, Burti immaginò con una punta di soddisfazione chi fosse stato il beneficiario di un simile ornamento.
- Un imbecille delle nostre parti - continuò Rose. - Lo conoscevo già, avevo avuto altre occasioni di "discutere" con lui, per motivi politici, e non gli è parso vero di avere una simile occasione per darmi addosso. Neanche il minimo scrupolo che si trattasse di mia sorella e non di me direttamente. Una bassezza... ignobile! Ha addirittura approfittato del fatto che Silvia era stata compagna di scuola di sua sorella e aveva una foto di classe per estrarre l'immagine che compare sul giornale.
- Mi ero meravigliato, in effetti, che aveste fornito alla stampa la sua fotografia. Era evidente che quella pubblicata non era stata scattata dopo il fatto.
- Ha provveduto a tutto lui, quel bastardo. Non capisco come possano permettere a gente simile di scrivere su un giornale, di rappresentare la pubblica opinione... Ma già, siamo in democrazia. E poi passare le proprie giornate nella segreteria di un uomo politico, e del partito giusto, dovrà produrre bene qualche frutto, no? Anzi, in "questa" democrazia, è proprio questa gente che riesce ad avere la parola.
- Chi è? Non ho pensato nemmeno a guardare la firma dell'articolista.
- Sarebbe stato inutile, ha siglato con le sole iniziali. Naturalmente! Un "osservatore politico" non spreca certo il proprio riverito nome per un articoletto di cronaca nera.
- "Osservatore politico", avete detto? Ho capito di chi si tratta, ama definirsi così nei suoi editoriali - Burti fece una smorfia di disgusto. - Lo conosco, come conosco il politico che lo fa pascere nella sua segreteria. Ho avuto occasione di vederli all'opera, tutti e due. Lui seduto a scrivere, e l'onorevole a dettare. E il giorno dopo, sul giornale, l'intervista che "era riuscito a strappare a un uomo schivo, attento solo al suo lavoro, che rifugge ogni forma di pubblicità..." eccetera. Eravamo sotto elezioni. Mi chiedo se esiste qualcuno che crede alle fesserie che scrivono, e se loro stessi si pongono questa domanda quando escono con simili sceneggiate. Se serve aiuto per quell'occhio nero sono disposto ad assistervi anche gratis.
L'insegnante gli rivolse un sorriso imbarazzato. - Grazie, in realtà sono qui proprio per questo. Ma non per me, ho fatto attenzione a non avere testimoni. Date le circostanze, pare che sia mia sorella ad aver bisogno di un avvocato, più di quanto non ne abbia io. Non sappiamo a chi rivolgerci, non abbiamo mai avuto occasione di conoscere qualcuno, prima... - parlava con amarezza. - Ci è stato fatto qualche nome, qualche grosso nome, ma... Non è per i soldi, in questo momento non hanno nessuna importanza...
Burti capì cosa intendeva dire. Nomi famosi (e con che fama!), che offrivano molte garanzie, e notoriamente capaci di far apparire anime innocenti delinquenti della peggior risma. Essere difesi da loro era assoluzione certa in tribunale, ma, per alcuni versi, inappellabile condanna morale fuori. E la situazione di Silvia non era così grave da richiedere tanto impegno e prestigio.
- Ho sentito dire - proseguì Rose - che siete un tipo piuttosto in gamba, anche se non altrettanto famoso, e pare che il destino abbia voluto coinvolgervi. Sareste disposto a occuparvene voi? A pagamento, sia chiaro.
Burti non aveva mai considerato questa eventualità. Aveva cominciato a intuire qualcosa dai preamboli, è vero, ma la richiesta fu ugualmente, per lui, una piacevole sorpresa. Il deprimente senso di impotenza che stava provando sparì di colpo, ed evitò di proposito di informare il suo aspirante cliente che questo caso era sensibilmente diverso da quelli con cui aveva avuto a che fare fino allora. Si sentì elettrizzato, all'improvviso, e fu cosciente del fatto, che non voleva però mettere in bilancio, che ciò fosse dovuto pure alla prospettiva di avere così modo di rivedere, a suo piacimento, Silvia.
- Non potrei chiedere di meglio - rispose con entusiasmo. - Mi ha fatto una grande impressione vedere vostra sorella ridotta in quello stato, e sarò felice di poter fare qualcosa per lei. Comunque sarà una causa facile, il tribunale non contesterà la legittima difesa, e il mio incarico sarà più che altro una formalità. I fatti...
- Ehm, no, avvocato, temo... di non essermi spiegato bene. Io non voglio un verdetto di legittima difesa, mia sorella non ha ucciso nessuno. È questo che dovrete dimostrare: Silvia non ha commesso nessun omicidio.
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