LINDA

ritratto di Barbara X

  "Davvero ti girerebbero le balle se guardassi un altro?"   Prima che Logos potesse rispondermi, dando così un seguito alla nostra amena e demenziale conversazione, il mio telefono si mise a squillare allegramente. Mi alzai dalle sue cosce, dove mi ero appena accomodata, e raggiunsi la borsa.    “Sì?”    “Ciao Donna,” mi rispose all’altro capo una voce flebile. “Sono Linda. Come stai?”    “Io sto benino, ma –scusami- non riesco a ricordare chi tu sia né dove e quando ti abbia conosciuta.”   “Sono passati anni di ultima volta che abbiamo parlato. Sono Linda, paulista. Hai ancora orecchino che io regalato te alla discoteca?”    Questo piccolo particolare mi fece capire con chi stavo parlando: erano almeno tre anni che non ci vedevamo e non ci sentivamo con Linda.    “Linda!” esclamai. “Sì, ora ricordo, ma quanto tempo è passato. Come stai? E come mai mi telefoni solo ora?”    Dall’altra parte sentii un profondo sospiro e un colpo di tosse:   “Io trovato solo tuo numero in memoria di amica che può mi venire trovarmi a ospedale.”    “Sei all’ospedale? Che ti è successo?”    “Nienti, dottori dicono che è influensia e loro no vogliono che peggiora e diventa polmoniti. Iu preso tropo freddo in strada con teta di fuori…”    “Hm… Sei al San Raffaele?”    “Sì. Tu puoi venire trovarmi stasera?”    Con la coda dell’occhio guardai Logos, ma poi le dissi:    “Va bene, ma dammi qualche indicazione in più.”    “Ospedale Sao Rafaeli, chiedi a ingressu a donna di informasioni. Ciao.”   E riattaccò.    Logos venne a cingermi da dietro, io mi girai e a mia volta lo abbracciai con affetto, baciandolo teneramente; poi, come sua consuetudine, mi mostrò il suo viso disteso, e mi fissò negli occhi per dei lunghi istanti, arruffandomi i capelli e accarezzando ogni angolo del mio viso con i polpastrelli.    “Dai, andiamo a far visita a Linda,” mi disse.    Annuii seria. Poi, andando a recuperare il giubbetto, notai nella penombra di un’altra stanza un enorme poster raffigurante un cobra. In silenzio, rimasi ad ammirare per alcuni attimi l’immagine di quello splendido animale, desiderando unicamente che il suo sguardo mi trasmettesse forza e coraggio. Sì, dovevo avere la forza e il coraggio di resistere. Dovevo resistere qualunque cosa scoprissi, vedessi o sentissi. Resistere: ecco l’insegnamento del cobra. Resistere e uccidere con un morso fatale le ingiustizie nel giro di pochi secondi, con il veleno che paralizza e incenerisce il cuore di plastica di chi odia ed è feroce per davvero.    “Bello, eh?” sussurrò Logos alle mie spalle.    Gli risposi con un sorriso teso, poi mi avviai all’uscio. Intenta a riordinare un fiume di pensieri nella mia mente già incasinata per conto suo, cominciai a scendere le scale mordicchiandomi le unghie e con la testa piena di dubbi. Ma continuavo a pensare al cobra.    Erano quasi le nove e pioveva a dirotto. Raggiunta di corsa la fermata dell’autobus, volli parlare un po’ di Linda a Logos.   “E’ molto bella, sai? Alta, prosperosa, capelli ricci e castani, due tette così. Me la ricordo molto esuberante, casinista. Una notte in un locale ha dato uno schiaffone a un cretino che aveva offeso una nostra amica. Non so cosa abbia fatto negli ultimi tre quattro anni, ci siamo perse di vista. Capita spesso fra di noi. Ma in un modo o nell’altro restiamo sempre legate, ci pensiamo.”    Agli sportelli delle informazioni la ricerca di Linda fu alquanto problematica. La signora che mi disse in quale reparto era ricoverata fu costretta a cercarne il nominativo per nazionalità.    “Allora…” disse tutta seria affissando gli occhi nel terminale. “Un cittadino brasiliano è stato dimesso questa mattina dal Pronto Soccorso… Un altro ieri mattina dall’Ortopedia… Quindi non rimane che questo nominativo, ma è una persona di sesso maschile: lei, se non sbaglio, parlava di un’amica.”    “E’ una donna come me, una persona transgender, cioè appartenente a una categoria di esseri umani che sembra non esistere per questa società. E’ stata registrata con il suo nome anagrafico, ma chi le vuole bene o semplicemente la capisce, la chiama Linda.”    “Reparto Infettivi,” mi rispose lapidaria quella signora. “In fondo al corridoio potrete trovare tutte le indicazioni per raggiungerlo. Buonasera.”    Allontanai il busto dal vetro dello sportello e distolsi lo sguardo da quella donna. Sentii la mano di Logos poggiarsi delicatamente sul mio fondoschiena. Confusione, panico, apprensione: perché? Perché, se questo era ciò a cui pensavo da quando avevo parlato con Linda al telefono? Dovevo essere preparata, no? E invece la realtà –come sempre- mi colse di sorpresa, così tentai di esorcizzarla facendomi forza con un pensiero ottimista, il primo che mi passò per la mente: “Be’, essere ricoverati agli Infettivi non significa necessariamente aver contratto l’HIV. Chissà quante malattie cercheranno di curare in quel reparto: febbri gialle, rosse, verdi, blu… Eeeh, quante ce n’è!”    L’ascensore ci portò al piano, un cartello appeso in alto ci indirizzò a destra. Facemmo qualche passo, poi Logos domandò di Linda a un’infermiera. Costei, senza guardarci, ci indicò la porta della sua stanza, poco più avanti nel corridoio.   Fu Logos a bussare e a entrare per primo nella stanza. Io lo seguii e subito, istintivamente, cercai con gli occhi il letto. La frazione di secondo successiva mi mancarono le gambe e crollai sulla sedia posta a lato della soglia, mentre Logos, con passo incerto, già aveva raggiunto i piedi del letto.    Sul cuscino poggiava la testa completamente calva di Linda, in posizione supina, con le coperte fino al mento. La vista del suo viso scavato fu per me come un pugno allo stomaco. Fissai il pavimento, sentendo il pianto salirmi agli occhi. “Forse abbiamo sbagliato stanza,” pensai, “questa non può essere Linda, non è possibile, forse…”    “Oi, Donna… sei tu?” fece lei con voce rauca. “E questu è tuo ragassu? Tu viene qua, vicino tua amiga, cosa tu fai lì?”    “Devo fare la pipì,” dissi, cercando di nascondere quel che stavo provando. “Mi sono seduta per non farmela addosso: dov’è il bagno?”    “Sta là, vicino tavolo, quella porta verde…”    Con uno scatto raggiunsi quello sgabuzzino e mi ci chiusi dentro. C’era uno specchio, mi guardai negli occhi e piansi. Poi mi sciacquai il volto, me lo asciugai e tirai l’acqua del cesso per far credere a Linda che avevo pisciato.   In seguito mi recai al suo capezzale.    “Be’?” feci tutta pimpante. “Cosa mi combini?”    “Io…no so,” mi rispose, volgendo a fatica lo sguardo in mia direzione. “Tu dopo chiede a dottori, che sei italiana e capisci parole meglio di me. Io svenuta in strada, di notte, in via Mechiòi Jòia, un mese fa. Amiga mi ha portato qua con machina di clienci. Io stava male anche prima, non mangiavo, avevo macchie in tutto il corpo. Dottori hanno fatto subito esami e hanno detto che io preso babado, aids… Ma mio problema no è aids, è polmonite, tubercolosi, sono queste che bisogna curare. Loro hanno subito dato me medicine forti e poi fatto cure in altra parte di ospedale, e io ho perso tutti miei capelli e sono diventata debole. Ma loro dicono che io mi riprendo, che guarisco, che capelli ricrescono…”    Linda, visibilmente affaticata, smise di parlare e con lentezza tornò a fissare il soffitto, con occhi che però davano la netta impressione di osservare ben altro. Logos si toccò la tempia, poi mi guardò. In quegli attimi nella stanza si udiva soltanto il respiro affannoso di Linda. Mi misi a sedere sul letto, e lei cercò la mia mano. Me la strinse, e io feci lo stesso con la sua.    “Medicine mi hanno indebolita,” bisbigliò, “è tanti giorni che no mi alzo di letto, ma domani voglio fare paseggiata in corridoio con te… Tu viene mi trovarmi anche domani?” le risposi con un cenno affermativo del capo. “Io ti faccio conoscere infermiere di mio reparto, sono tanto buone, loro aiutare me,” e qui iniziò a tossire. Avvicinai alle sue labbra il bicchiere d’acqua che stava sul comodino e la feci bere un po’, anche con l’aiuto di Logos che le sorresse il capo.    Un’infermiera con modi bruschi entrò nella stanza e ci disse che a quell’ora non erano consentite le visite. Logos le rispose che eravamo in procinto di andarcene. Mi alzai in piedi e guardai Linda sorridendo. Lei afferrò con la sua piccola mano ossuta il mio polso, facendo tendere i delicati e pressoché invisibili fasci muscolari del suo scheletrico avambraccio.    “Io ti aspettare domani, tu viene mi trovarmi, e io guarisce,” mi disse tutto d’un fiato, con la disperazione e la paura negli occhi.    La tranquillizzai, le risposi che poteva star certa della mia visita l’indomani e le augurai la buonanotte, dandole un bacio sulla fronte.   Poi, seguita da Logos, uscii in corridoio e cercai confusamente la via più breve per guadagnare l’uscita. Logos notò il mio disorientamento e mi prese sottobraccio. Così, silenziosi, ci incamminammo in quel tetro labirinto di scale e corridoi.   Il giorno seguente, come promessole, tornai a far visita a Linda. Niente passeggiata in corridoio, si sentiva molto debole, non riusciva proprio ad alzarsi dal letto. Non mangiava più nulla, l’unico nutrimento le giungeva dalla flebo. Con parole un po’ più morbide e tecniche di quelle che state per leggere, un dottore mi diede ad intendere che per la mia amica c’era ben poco da fare, si trovava in quello che comunemente viene definito lo stadio terminale della malattia, aggravata dall’insorgere di altre complicazioni a livello polmonare. Tali complicazioni sono di solito affrontate con successo da un organismo sano, ma le difese naturali di quello di Linda erano pressoché assenti a causa dell’HIV, e così ogni affezione aveva la possibilità di manifestarsi in tutta la sua spietatezza.    Spesso si addormentava, e io ne osservavo il povero viso emaciato, un tempo splendido. Poi levavo gli occhi al crocifisso appeso alla parete e, al posto di Gesù nazareno, ci vedevo lei. In modo del tutto irrazionale, nel corso di una di quelle visite, riaffiorarono alla mia memoria le parole pronunciate prima di morire da Katjerìna Ivànovna, di Delitto e castigo: “Basta! E’ ora! Addio, disgraziata! L’hanno strapazzata troppo questa povera bestia! E’ schiantata!”    Mi misi a piangere sommessamente, sentii le lacrime scendermi lungo le guance, ma subito pensai ad altro e mi asciugai gli occhi passandomi una mano sul viso: Linda si sarebbe potuta svegliare da un momento all’altro, non volevo che mi vedesse in quello stato.    “Chissà dove sono adesso tutti quelli che ti hanno sfruttata, usata,” le dissi con il pensiero il giorno successivo, mentre lei, col respiratore alla bocca e imbottita di medicinali e sedativi, era ormai alle soglie del coma. “Chissà dove sono tutti quelli che ti hanno ridotta così… Sono loro il virus malefico, loro, il consorzio civile: maledetti. Chissà quanto ti hanno odiata di giorno, quanto ti hanno emarginata, e chissà con quale coraggio la notte successiva si fermavano per chiederti il prezzo: infami. So cosa vuol dire, Linda. Ma non so se pagheranno mai il conto delle loro malefatte. Qui mi dicono che stai sempre peggio: le passeggiate in corridoio sono sempre più lontane, mi sa che ce le possiamo scordare. Se va avanti così, presto andrai a stare meglio. Non mi dispero per questo: mi rode il fatto che ti sia stato fatale l’aver accantonato la tua coscienza nei momenti in cui ne avresti avuto bisogno. I tuoi sorridenti aguzzini della notte, forse, non ti avrebbero procurato nessun male. Del resto, di cosa sto a lamentarmi? Tu lo conosci bene il senso della vita, non hai certo bisogno di moralismi e altre cazzate di questo genere. ‘In Brasile, si succede disgràssia, si va a ballare samba in spiaggia; in Italia, gente si butta di quinto piano,’ me l’ha detto tempo fa una tua connazionale. Be’, ora vado, viado... A domani?”    No.    Quella fu l’ultima volta che vidi il viso scarno e giallastro di Linda, con le sue scure occhiaie e la sua sofferenza.   Il mattino seguente, verso le undici, entrai in camera e vi trovai il materasso ripiegato in due sulla rete del letto. Attraverso la finestra spalancata, mi misi ad osservare la pioggerella che stava bagnando la città da non so quanto tempo. Alle mie spalle udii dei passi; mi voltai e vidi che si trattava di un’infermiera.    “E’ morto all’alba, la salma è stata trasferita alla camera mortuaria.”   Morto… Ah, be’, certo: aveva il pisello. Poco contava che il mio amico avesse sempre vissuto come una donna, che avesse iniziato le terapie ormonali all’età di sedici anni, e che il suo corpo –a parte quel piccolo particolare- fosse sempre stato quello di una miss. Il pisello e il passaporto parlavano chiaro: Linda era un uomo. E così si cancellavano una persona e la sua storia, per archiviare qualcuno che non era mai esistito: poveretti. Nessuna volontà di capire, nessun rispetto, niente: neanche da morte.   Annuii senza polemizzare (strano per me, ma dato il momento volli fare un’eccezione), salutai l’infermiera e me ne andai. Senza piangere: di lacrime non ne avevo più.

commenti

Grazie, Sara, per aver

Grazie, Sara, per aver commentato questo racconto di Barbara.

A volte è bello tornare su scritti che valgono il loro titolo.
L'aspetto più coinvolgente è il realismo con il quale qui si racconta una storia. Non c'è niente da aggiungere, non ci sono voci fuori campo che debbano sforzarsi di gettare luci sul testo. Una povertà emblematica. Leggo ancora per l'ennesima volta l'umanità, carica delle sue terribili responsabilità.
Eppure pesano, pesano molto, anche se - pur di essere felici al mattino, quando piantiamo i piedi sul pavimento - guadagniamo la spugna così come Barbara, con cuore diverso, guadagna l'uscita da quel luogo di sofferenza e di morte, e con una passata liberiamo lo spirito da ogni fardello.

Certo, capisco che non possiamo abbandonarci all'infelicità, rischieremmo l'estinzione. Ma si può essere felici mantenendo sempre un atteggiamento aperto e dolce verso ogni forma di sofferenza... anche quella che non riusciamo a comprendere.
Come si fa? Beh, siamo qui, ne stiamo parlando, ed è una cosa bella, una cosa civile.

Il cambiamento nella mente dell'uomo è la migliore guerra che si possa sostituire alle armi.

fausto

P.S. grazie, Barbara, per la citazione di quel Dostoevskij.

Vero,

meraviglioso e sofferto. Grazie. SAra

 

 

 

Ce n'est rien de mourir, c'est affreux de ne pas vivre. V. Hugo