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Donne a serrare la notte

Inserito da tonio.solerani il Mar, 22/07/2008 - 11:50 - Opere dell'autore

 

Una fila di donne a serrare la notte. Le stelle guardavano altrove, negando la luce ai marciapiedi lastricati di carne. Le automobili scorrevano veloci; qualcuna rallentava la corsa per verificare la mercanzia; qualcun’altra si accostava in moto, pronta a partire. Una musica traboccava assordante dagli altoparlanti, quasi che le note potessero camuffare la faccia o coprire la domanda: <<Quanto?>>. Quanto vale un pezzo di manzo, una costoletta d’abbacchio, una braciola di maiale come se la lussuria potesse pesarsi e vendersi un tanto al chilo. Bionde slave, more nordafricane, cangianti sudamericane. Ciccia sul banco, pronta al taglio di quella pubblica moralità che, rimbboccando le coperte alla prole, racconta favole di principi e cavalieri impavidi che combattono draghi e orchi terrificati. Poi nel buio della notte si spoglia della morale e cavalca bolidi per massacrare l’integrità di giovani donne.
Gianni andava su e giù ma non aveva la spavalderia per fermarsi: l’ostia domenicale ancora bruciava nelle viscere della fede. Anna, sua madre, gli aveva insegnato ad amare l’anima delle donne; come la sua stracciata da uno che l’aveva presa con violenza lasciandogli quel figlio in grembo. La pietra sepolcrale copriva la salma e a fargli compagnia una rosa rinsecchita come l’afflizione del figlio. Per Gianni l’odore del silenzio era un mobile tarlato, uno scialle di lana, un comodino a sorreggere medicinali, una vecchia bambola di fanciulla, le gonne stanche nell’armadio, un dipinto del nonno sconosciuto in bilico sulla carta da parati ammuffita dall’umidità e dal tempo. Quando calava la sera, l’olezzo della solitudine era un tutt’uno con il cordoglio e l’assenza di Anna lo struggeva spingendolo lontano. Correva con il motorino, lungo il viale, osservando la carne di donna. Rientrando la colpa era tutt’uno con il peccato, e sotto la pelle un fremito di sangue. Gianni, figlio di mamma, trentotto, operario alla cartiera come sua madre che per più di trent’anni aveva imballato fogli bianchi agognanti parole. Ne frullavano in testa di parole a Gianni ma il suo foglio era rimasto bianco.
Una sera in cui la disperazione era forte; percorrendo adagio il viale, la candela schioppettò indisponente fino a fermare il ciclomotore.
<<Hai problemi?>> con l’accento tipico a sud del dollaro.
Cordiali occhi corvini. Capelli tinti rame che stridevano con la carnagione olivastra. Calze a rete che imprigionavano due gambe filiformi. Generosi seni, al centro di un minuto torace, esposti per i compratori esigenti.  
<<No... no, grazie>> avvampandosi di soggezione.
Armeggiava con la pipetta, con il carburatore: quel maledetto motorino. Di tanto in tanto lanciava un’occhiata a quella rossa che passeggiava tranquilla sull’orlo estremo della dignità, in bilico tra il marciapiede e il nero asfalto della bramosia degli avventori. Il gas di scarico di un’auto portò via la figura. Lanciò qualche sommessa maledizione più al vuoto della presenza che a quell’arnese meccanico che non aveva intenzione di ripartire.
Dopo qualche tempo: <<Ancora non parte?>> occhi corvini e rosso rame chiedevano gentili <<Ti serve aiuto?>>.
La vibrazione materna dell’aria lo rese bamboccio farfugliate <<Non so… questo coso... >>
<<Lascia.>> nel chinarsi le cosce fecero sgranare due occhi e il sorriso accondiscendete gli fece battere il cuore di vergogna. La chiave smontò la candeletta con un sol colpo. Come fata soffiò sugli elettrodi. Avvitò alla testata e serrò la pipetta al terminale. Una zampata alla leva di accezione e il motore bofonchiò allegro.
<<Grazie!>> Gianni non sapeva se fuggire o restare.
Un’auto sostò a meno di un metro dalla confusione; occhi corvini e rosso rame si protese dentro il finestrino ostentando il seno prospero; il tonfo dello sportello; il nitrito dei cento cavalli del propulsore e due fanalini lontani, punti rossi nella notte. Gianni corse via; via dall’inquietudine; a più di cento all’ora per seminare l’abiezione dell’uomo. L’abbraccio del vuoto delle mura domestiche lo accolse materno: quella notte la passò insonne. Per un periodo evitò il viale, anche di giorno per impedire che il sole potesse illuminare il crimine contro la Legge di Dio. Ma il sangue scorreva caldo e i propositi sono sempre ombre vaghe, senza rendersene conto si trovò a perlustrare il viale del suo desiderio. Cercò; esaminò metro dopo metro; donne, fanciulle anche quella che sembrava una bambina ma nessuna con occhi corvini e rosso rame. Sostò a lungo nel luogo del guasto: il desiderio fu disperazione. Un furgone accostò di fianco, occhi corvini e rosso rame discese riassettandosi pudicamente: <<È di nuovo guasto? Forse è opportuno che lo faccia vedere da un meccanico… considerato lo stato …da uno bravo.>>. Gianni silente, sorrise raggiante.
<<Aspettami lì.>> indicando una piazzola distante dai lampioni del sesso.     
Attese ore, quando la notte fu piena, il traffico di mezzi divenne rado e la concupiscenza si recò a dormire, occhi corvini e rosso rame lo raggiunse. Gianni fissò la marionetta di carne: il trucco era sfiorito, così come il suo sorriso e un bruscolo di anima era andato perso anche quella notte. Occhi corvini e rosso rame lasciò cadere la finzione di crine ramata: era un uomo, un ragazzo.
<<Mi chiamo Julio. Vengo da Marabá, un luogo più vicino alla disperazione che alla tristezza.>>.
Un brivido raschiò la spina dorsale di Gianni, nel fondo della cristiana compassione non esiste luogo per l’orrido del diverso. Fece per squagliarsela, una mano esile lo trattenne.
<<Resta… ti prego, resta.>> un sorriso greve domandava. Julio raccontò della polvere delle strade, del fango nella stagione delle piogge, dei fratelli a finirsi nelle miniere. Le parole defluirono lente come le acque del Rio Tocantis e l’aurora li sorprese seduti sul muretto di cemento, una pila di fogli scarabocchiati con una miriade di parole, pensieri, sentimenti.
 
Pomeriggio di venerdì, sul tavolino del bar una tazzina inzaccherata di trepidazione. Una macchia di grigiore verniciava le basette di Gianni e il viso era inciso da un più di una crepa del tempo. Cercava intorno. Incrociò il ghigno pettegolo del cameriere: all’inizio si infuriava per la malignità, ma dopo anni, quello ormai era il proscenio. Un vestito rosso frusciava per gli sguardi indiscreti, incedendo altero: sembrava quasi camminasse sulla pudicizia fluida della gente lasciando una scia di sfrontatezza. Gianni si alzò con galanteria. Un bacio di saluto sulle guance. Julio aveva un sorriso luminoso, come l’animo candido di un fanciullo del Parà. La comanda: il solito succo di mirtillo e un caffè. Le ore scorrevano lente: Gianni raccontava dei progressi al ginnasio di Anna, la primogenita, e del piccolo Filippo che ne combinava sempre qualcuna delle sue; del borbottare della moglie Maria, del suo lavoro alla cartiera, dell’impegno di catechista. Julio narrava del suo recente amore per Valerio, dell’aria fumosa del nightclub, del suo spettacolo, di quel costume mal cucito.
La prima stella del crepuscolo indicava estremità dell’appuntamento: ognuno per la sua strada, per la sua vita
A terra, appallottolati dei fogli scribacchiati con una miriade di parole, con una miriade di pensieri.      

 



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