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Mia nonna diceva che ero una bambina speciale

Inserito da Sara Scialdoni il Mer, 23/07/2008 - 09:00 - Opere dell'autore

 

Mia nonna diceva che ero una bambina speciale. Ma forse lo dicono tutte le nonne, le zie, o le mamme. Chissà. Comunque a me piaceva credere alla storia della "bambina speciale". Una bambina che sapeva toccare le nuvole o acciuffare gli arcobaleni, magari. Sì, io potevo esserne capace davvero.
 
A sei anni cominciai con questa mania di mettere uno sgabello di legno sotto la finestra e la spalancavo tutta. Poi, tendevo le mani più che potevo verso il cielo. Sempre di più. Più in alto, fino a che le braccia non mi tiravano da far male. E le toccavo eccome, le nuvole. Qualcuna s'infilava addirittura tra le dita come un anello d'ovatta ed io correvo a perdifiato verso la cucina perchè tutta la famiglia avesse prova di quella meraviglia. Ma arrivata che ero in fondo al corridoio di casa, già quel magnifico gioiello era sfarinato nell'aria che avevo smosso per la foga. Però io, non mi davo per vinta. No! C'erano sempre gli arcobaleni che potevano confermare quanto fossi "speciale". Così ogni volta che finiva di piovere andavo per la strada a caccia di pozzanghere dove tutti quei colori si riflettevano dall'alto del blu tra il sole appena spuntato e una nuvola in lontananza. E li trovavo. Magicamente. Allora infossavo le mani in quell'acqua stagna cercando di pescare quanto più arcobaleno potessi. Una -due- dieci volte. Ma niente, non c'era verso. Se le univo a conchiglia mi riusciva di trattenerlo solo per pochissimo. Qualche istante. E poi gocciava tra le fessure delle dita per ritornare lì, nella pozzanghera, lasciandomi a palmi asciutti. E col broncio.
 
Mi convinsi perciò non di non avere proprio nulla di "speciale". Sì, è vero, riuscivo a toccare le nuvole o acciuffare per un pò l'arcobaleno, ma non riuscivo a trattenerli il tempo necessario perchè tutti se ne accorgessero. Se non aveva prove, come faceva la mia nonna a dire che fossi spe-cia-le? Io non l'ho mai capito, e quasi ci sono impazzita per questo. Adesso, che non sono più una bambina e non m'interessano né le nuvole né gli arcobaleni, trascorro il tempo libero a seguire il volo delle farfalle. Coloratissime. Ne vedo così tante stare in fila sul muro di casa. Con quelle piccole ali che si aprono e chiudono, e solleticano il vento. Ah, quanto le amo! Ne ho catturata una l'altro giorno, tutta gialla con dei minuscoli occhielli neri sull'orlo dell'ala. Uno splendore. Me la sono portata dappertutto. Nel giardino, in camera da letto, in cucina, nella stanza dei giochi... Ed ero felice di aver compagnia. Io ne ho molta poca. Ma poi Diego se ne stava tutto furioso con le braccia conserte e la fronte aggrottata con quel suo camice lindo - che per poco non m'abbagliava per quanto lo fosse - a rimproverarmi di non aver riposto le mie bambole nel cesto. Tanto, che presa dalla collera gli urlato contro che non si permettesse mai più di guardarmi così! che non le avevo prese io! E ho stretto i pugni. E ho sentito come un vetro scricchiolarci dentro. Come qualcosa di delicato che andava in frantumi - CRAC -. E la farfalla non muoveva più le ali. Più davvero. Così Diego mi ha sbattuta nella stanza del silenzio con la farfalla rotta ancora in mano. E lì ho pianto. Tantissimo.
 
A volte penso che questa sia proprio un'assurdità. Ho passato chissà quanti anni a cercare di meritarmi d'essere "spe cia le" e non ho avuto mai successo. Io, lo sapevo che ero capace di fare quello che i miei coetanei non riuscivano a fare. Loro pensavano solo a giocare con quei bambolotti dagli occhi bui e dalle gambe flosce o a corrersi dietro inzuppandosi di fango dalla testa ai piedi prendendo severi rimproveri da mamma e papà. Ma io no. IO, toccavo le nu vo le e cacciavo ar co ba le ni, e lo facevo bene anche. Il vero problema é che nessuno lo sapeva. Ora che non ci tengo più a dimostrare niente a nessuno e che seguo solo farfalle in questo giardino bello, ogni giorno, senza dare fastidio, senza parlare, e sorrido al sole, e sono contenta di essere una come tanti in fondo qui dentro, quando passo, si solleva un gran chiasso di sguardi. Tutti puntati in un'unica direzione. Che io ormai non li peso più, e cammino. Cammino a testa alta e non mi volto né a destra né a sinistra. Me ne vado dritta. Occhi dritti. E lascio che quelle voci nella testa si spengano. Piano piano. Leggermente. Len-ta-men-te.
 
Allora mi chiedo, Dottore, Lei forse non trova pazzesco che più ti sforzi di essere speciale come dice la nonna, la mamma o la zia, e più nessuno se ne accorge. E quando invece diventi una qualunque, che al massimo gioca con le bambole come i bambini di un tempo o insegue le farfalle su un muro bianchissimo, non solo ti guardano come se fossi diversa, ma dietro dietro senti pure che ti danno della matta?
 

 

Tu sei speciale.....chi ti legge lo sa

Inserito da Mostro il Gio, 24/07/2008 - 17:06

Se in questo racconto parli di te, certo, le nonne sanno sempre tutto. La mia riusciva ad intuire una personalità in pochi attimi, dimostrando sempre di non essersi sbagliata.

Quanto ad infermità mentale, mi sembra opportuno citare una frase, non a caso positiva, del matematico J. Nash - In parte, la salute mentale è una forma di conformismo -

Che tu sia speciale, non devi sforzarti poi tanto: ti viene naturale. 

Normal or abnormal? That is the question.

fausto

 

 

 

Inserito da fausto il Mer, 23/07/2008 - 11:32

Mi hai fatto venire i brividi. Non passano. Ci sono emozioni, che anche a cercare di farle venir fuori, fanno la stessa fine delle nuvole o dell'arcobaleno...Ti abbraccio Sara.

Inserito da vita il Mer, 23/07/2008 - 10:29


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