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La pergamena - cap 9

Inserito da errico il Mer, 23/07/2008 - 12:40 - Opere dell'autore

Giorgio Massari

La  pergamena

Capitolo 9

 

Quella domenica mattina, mentre mio cugino stava guardando il cielo dalla finestra della sua stanza, il vento aveva sospinto una nuvola nerissima proprio di fronte al sole. Quel lieve rabbuiarsi lo aveva infastidito. Gli erano tornati alla mente i temporali estivi della sua fanciullezza e di colpo aveva riprovato l’angoscia che sempre li aveva accompagnati. Il ricordo era così vivido da far credere impossibile che fosse passato tanto tempo da allora. Tuttavia un freddo e persuasivo ragionamento da contabile aveva presto fugato ogni apprensione dal suo animo: non aveva assolutamente nulla da temere da un eventuale temporale perché non era più un contadino ma un impiegato e non esisteva verosimile rischio che la pioggia o i fulmini potessero danneggiare le strutture della Fabbrica, ben protetta da idonee e sperimentate misure di sicurezza. Specialmente la cupola - gli era stato assicurato - che si trovava nella posizione più alta e quindi più vulnerabile, era stata dotata dei più moderni parafulmini.

     Però le nuvole avevano seguitato ad addensarsi su quel cielo ormai saturo, mentre la temperatura, già elevata nei giorni precedenti, continuava inesorabilmente ad aumentare. Sara non c’era: era andata con la zia Ermengarda in visita a certi parenti presso i quali avrebbero passato anche la notte. Marco pensava che la sua assenza fosse almeno in parte responsabile di quella tensione che neppure il proprio inattaccabile ragionamento aveva potuto far cadere. L’attesa del temporale durò tutto il mattino: quando il giovane andò a pranzo ancora non era accaduto nulla.

     Nel pomeriggio, non avendo voglia di tornare a casa, il ragioniere si fermò al Caffè dei Tre Signori, dove andava qualche volta a bere una birra. Prima di entrare, lasciò cadere sul marciapiede l’ormai consunto mozzicone di sigaretta. Al paese non aveva mai fumato, ma il collega Foschi, con quella sigaretta che gli aveva offerto quando si erano conosciuti, gli aveva attaccato il vizio, se vizio può chiamarsi fumare una sigaretta dopo mangiato o dopo il caffè. Sulla soglia si aggiustò con un tocco leggero il nodo della cravatta azzurra, che però sapeva impeccabile. Finissimi rivoletti di sudore gli scorrevano sul volto.

     Dentro c’erano pochi avventori. Quattro signori anziani, seduti a un tavolino, giocavano a carte in silenzio. Per un po’ egli restò accanto alla porta, ad attendere con una certa impazienza il primo scroscio d’acqua, solitamente il più pericoloso. Ma la pioggia tardava a venire e allora si avvicinò al banco. Mentre attendeva d’essere servito, si guardò nel grande specchio di fronte. Per la prima volta si accorse di quanto fossero mutati l’espressione del suo volto e il suo portamento. Ora lo sguardo era deciso e fiero, il portamento eretto e sicuro. Non c’era più nulla che potesse far supporre in lui un originario ragioniere di campagna!

« Cosa beve? » domandò impaziente l’uomo dietro il banco, strappandolo al suo narcisismo.

      « Una birra alla spina!» ordinò il ragioniere. Sapeva che si trattava di una birra eccellente, il Caffè dei Tre Signori era rinomato per essa in tutta la città.

     Il barista andò a una botticella che si trovava all’estremità opposta del banco, ne girò lo zipolo e riempì il boccale. Senza prendere il bicchiere, il nostro si girò verso la porta. Non aveva fretta di bere, poiché non aveva intenzione di lasciare il locale fino a quando non fosse cessata la minaccia del temporale ma, improvviso e terrificante, un fracassarsi di vetri alle sue spalle lo fece volgere di scatto. Il pesante boccale, colmato per lui di ottima birra alla spina, aveva aperto un grosso squarcio quasi al centro del grande cristallo, dal quale ancora gocciolava giallastra la spuma della bevanda. Da qui erano partite tante incrinature a raggiera che avevano rovinato completamente l’intero specchio, così che l’immagine che il nostro riceveva di se stesso appariva come spezzata.      Egli, che mai si era lasciato neppure sfiorare dalla superstizione, fu turbato da quell’immagine spezzata, che interpretò come un presagio sinistro. Ma gli mancò il tempo di analizzare questo sorprendente cedimento all’irrazionale perché il barista, sporgendosi oltre il bancone, lo afferrò per un braccio.

     « Perché, mi dica almeno perché!» gli gridò disperato l’uomo, continuando a tenergli saldamente il braccio.

     « Cosa, perché? » chiese Marco, che cadeva proprio dalle nuvole.

     « Ha fatto questo!» urlò il barista e indicò con il pollice il vetro fracassato alle sue spalle.

     Il nostro si sarebbe messo a ridere, tanto trovava assurdo quel sospetto, se non avesse temuto di provocare troppo quel poveraccio. « Ma io non ho fatto niente, proprio niente!» protestò Marco. « E mi lasci il braccio!»

     « Cosa? Vuol farmi credere di non essere stato lei a lanciare il boccale contro lo specchio?» si adirò il barista. « Ah, non è stato lei! E va bene, e allora sentiamo, mi dica chi è stato!»

     « Ma io non lo so, » si difese Marco « io stavo con le spalle girate, stavo guardando se fosse cominciato a piovere. Poi ho sentito un gran colpo e quando mi sono girato ho visto tutto questo disastro. Non so altro!»

     « Andiamo, » disse il barista « non faccia la commedia! Non m’importa per-ché l’abbia fatto, purché me lo ripaghi subito!»

     « Ripagarlo?» urlò Marco. « Ma lei è matto, sta’ a vedere che dovrei ripagare una cosa che non ho rotto io, questa è proprio bella! Ma lo vuol capire che non sono stato io? E poi, guardi, quei signori là in fondo erano presenti, perché non lo chiede a loro? Avanti, forza, lo chieda a loro, avranno certamente visto chi è stato. E mi lasci il braccio, altrimenti comincio davvero a fracassare tutto!»

     Seppur riluttante, il barista gli lasciò il braccio e uscì da dietro il banco dirigendosi verso gli altri avventori seduti in fondo al locale, che avevano seguito la fastidiosa scenata senza intervenire, ma camminando in modo da poter seguire i suoi movimenti. Naturalmente il nostro non si mosse. Altro che fuggire! Egli aspettava fiducioso le scuse di quell’energumeno, aspettava la giusta riparazione all’ingiusto trattamento subito!

     « Scusatemi signori » disse il barista, con un inchino che mostrava come la sua natura servile restasse nonostante l’ira del momento « mi dispiace distur-barvi ma avrei bisogno della vostra testimonianza. Quel lazzarone là in fondo » - e Marco prese mentalmente nota dell’epiteto ingiurioso perché anche quello avrebbe dovuto molto presto rimangiarsi - « mi ha sfasciato tutto con quel maledetto boccale di birra e ora cerca anche di farmi passare per idiota, pretendendo di farmi credere che non è stato lui. Siate cortesi, venite a sbugiardarlo!»

     Il più anziano dei quattro, un vecchio con una fluente barba bianca che forse non desiderava altro che intromettersi, si alzò prontamente, borbottando qualcosa. Proprio in quell’istante il temporale aveva iniziato a scaricarsi e lo scrosciare della pioggia sui tetti e sulla strada aveva impedito a Marco di udire le parole del vecchio. Non dubitò tuttavia, vedendoli venire verso di sé, che fosse prossima la felice conclusione di quell’increscioso incidente e mosse loro incontro sorridendo, già disposto in cuor suo al perdono.

     « Oh finalmente! Glielo dica lei, caro signore, glielo dica lei a questo screanzato zoticone che non sono stato io a rompergli lo specchio!» disse.

     Il vecchio aveva atteggiato il volto a un’espressione solenne, che ben s’intonava alla sua funzione di testimone. « Mi dispiace ma non posso farlo » disse brusco. « Io sono convinto invece che siate stato proprio voi a scagliare quel boccale!»

     « Convinto?» domandò Marco. « Che intende dire, che mi ha visto sca-gliarlo? Sta dicendo che mi ha visto mentre lo scagliavo?»

     « Visto, proprio, no » ammise il vecchio « ma c’eravate soltanto voi vicino al banco e quello era il vostro bicchiere. Dunque, a meno di voler sospettare fra noi una presenza invisibile, non può esser stato altri che voi. Date retta a me, ripagate il danno e vedrete che questo ottimo barista dimenticherà tutto e non vi denuncerà. Sarebbe davvero un peccato veder finire in prigione un giovane distinto come voi!»

     Il ragioniere cominciava ad avvertire un crescente senso di sgomento. «Sentitemi bene, voi due » disse « io non intendo perdere altro tempo, vi ripeto che non sono stato io e basta! E poi, spiegatemi un po’ perché avrei fracassato quello specchio! Ditemi un motivo appena plausibile per il quale avrei potuto farlo! Ho forse l’aspetto di un teppista, di un delinquente, io? Forse voi non lo sapete ma io sono ragioniere e sono Vice Capo Servizio del Sesto Livello alla Fabbrica! Credo che questa sia una referenza sufficiente!»

     Ma queste parole, che nelle intenzioni del nostro avrebbero dovuto calmare il barista e portarlo infine a riconoscere l’infondatezza della sua accusa, sortirono invece l’effetto contrario. L’esercente infatti, avendo forse inconsciamente accettato la sua sfida a trovare un movente plausibile e non essendovi riuscito, temette certo che egli potesse, con il suo capzioso ragionamento e a dispetto dell’evidenza dei fatti, sottrarsi al risarcimento. Questa volta, anziché prendergli il braccio, l’afferrò addirittura alla gola e pareva volesse strangolarlo, quando s’intromise il testimone, avvertendo che erano già stati chiamati i gendarmi. Queste parole ebbero l’effetto di calmare di colpo il barista, che accettò questa soluzione. Lasciò il giovane e si mise a sedere, ma fra lui e la porta, tanto per sentirsi sicuro che non potesse fuggire. Il testimone rimase invece in piedi, in atteggiamento sereno, in attesa dei gendarmi. Anche Marco si lasciò cadere su di una sedia, senza neppure preoccuparsi di rimettere a posto la cravatta spiegazzata e di ravviarsi un poco i capelli. Nel silenzio profondo, quasi pauroso, tornò a udirsi il rumore della pioggia battente che aveva ripreso vigore dopo un momento di stanchezza. L’atmosfera era satura di elettricità.

     I gendarmi arrivarono dopo pochi minuti. Entrò per primo, come si conviene, il graduato. Egli aveva un largo e massiccio volto cordiale, al quale due incredibili folti mustacchi tentavano senza troppo successo d’imporre la grinta severa confacente al grado. L’altro gendarme apparteneva invece a quel tipo d’individuo, pieno di astio, eternamente in lotta contro il mondo intero. Sia Marco che il barista balzarono in piedi. Nell’ansia frenetica di raccontare ciascuno la propria versione dell’accaduto e di farsi dar ragione dall’appuntato, facevano un gran chiasso, parlando insieme e dandosi sulla voce. Il secondo gendarme, intanto, esaminava lo specchio.

     « Lei per caso ha visto qualcosa?» chiese a un certo punto, spazientito, l’uomo dai baffi, districandosi a fatica da quei due dai quali non riusciva a cavare nulla di comprensibile, e dirigendosi verso il testimone.

     « Naturalmente » rispose questi. « Io mi interesso sempre di tutto quello che accade intorno a me e sarò ben lieto di collaborare con la Giustizia. Non è poi la prima volta che lo faccio! Perché non ci sediamo a parlare a quel tavolo?»

     Andarono, parlottarono e poi si alzarono. Dall’espressione quasi dispiaciuta, ma anche irritata e severa, che assunse il graduato venendogli incontro dopo il colloquio col testimone, il ragioniere comprese di avere ormai tutti contro di sé. Cominciò allora a sospettare che potesse trattarsi di una congiura diabolicamente organizzata contro di lui da nemici implacabili quanto potenti per farlo impazzire, per farlo dubitare delle sue stesse azioni, in una parola per rovinarlo. Potevano essere dipendenti della Fabbrica, invidiosi della sua veloce carriera, oppure gelosi pretendenti di Sara. Oppure... ma certo! Uno scherzo! Che sciocco era stato a non capirlo subito: era tutto uno scherzo, molto ben organizzato, questo doveva ammetterlo perché c’era proprio cascato in pieno, ma sempre uno scherzo, destinato a risolversi in una risata generale. E certo anche i gendarmi erano finti, quelli non si sarebbero sicuramente permessi di andare a disturbare dei veri gendarmi, ma già, quei baffi! quei baffi non potevano essere veri. Sarebbe stato sufficiente tirarli un poco e si sarebbero subito staccati. E lo specchio...

     Tutta la sua nuova esaltazione svanì alla vista di quello squarcio e di quelle inesorabili incrinature. Un cristallo così doveva costare molto denaro e nessuno getta via denaro per il solo divertimento di fare uno scherzo. Allora, si disse, o pagare o... in galera! E il lavoro? E Sara? Fu soprattutto quest’ultimo pensiero, il pensiero di Sara in balia dei vecchi sporcaccioni di grado elevato cui sarebbe stata ceduta dalla zia, a vincerlo e a fargli gridare: « Non sono stato io, ve lo ripeto ancora, ma sono costretto a cedere dalla vostra prepotenza e pagherò lo specchio. Quanto volete?»

     Il barista, tutto d’un fiato, disse quanto. Era molto, praticamente l’intero stipendio mensile che aveva percepito, appena assunto, da Terzo Assistente del Decimo Livello. Ma ora guadagnava molto di più e poi aveva messo da parte, in banca, una discreta sommetta e quindi non aveva problemi e poteva pagare. Tuttavia, mentre compilava l’assegno con la sua esatta scrittura, il nostro avvertì un certo tremore alle mani, una certa agitazione nervosa. Non era per il denaro, o meglio non era soltanto per il denaro, corrispondente peraltro al costo di diversi incontri notturni con la cameriera, ma anche per quella sensazione di essere caduto vittima di chissà quale complotto che si era impadronita di lui. Quando poi mise la data allo chèque, si accorse che non era trascorso quasi un anno dalla sua assunzione alla Fabbrica, ma esattamente un anno, poiché aveva cominciato a lavorare con qualche giorno d’anticipo sulla data stabilita. Quello era dunque il suo primo anniversario, che peccato averlo festeggiato a quel modo! Ricordò che la prima persona della città che aveva visto arrivando era stata Lisa. Che avrebbe pensato di lui quella fiera ragazza, se lo avesse visto cedere così a quella prepotenza? Ma che c’entrava Lisa? Egli amava Sara ed era stato per lei, per poterla sposare presto, per non doverla lasciare sola, che aveva ceduto! Dignitosamente, consegnò il foglietto al barista che lo rigirò più volte fra le mani e alla fine lo ripose nella tasca posteriore dei pantaloni. « Molto di più mi è costato » disse « ma riconosco che non era più tanto nuovo e mi ritengo risarcito. Non sporgerò denuncia, purché non sia a vuoto perché allora...!» Il nostro uscì senza neppure degnarlo di una risposta.

 

 

 

 

 

Il romanzo “La pergamena” di Giorgio Massari è stato stampato in volume ed è disponibile, sotto il nickname Errico, sul sito www.ilmiolibro.it.



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