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La pergamena - Cap 10

Inserito da errico il Gio, 24/07/2008 - 07:53 - Opere dell'autore

Giorgio Massari

La  pergamena

Capitolo 10

 

Non pioveva più, soltanto una fresca brezza leggera testimoniava del recente temporale. Mio cugino camminò speditamente verso casa per un certo tratto di strada, spinto dal desiderio di allontanarsi in fretta da quel luogo in cui era stato preso in trappola. Non vedeva l’ora che quel giorno finisse perché più che mai desiderava rivedere Sara, e inoltre voleva anche parlare con l’affittacamere. Quella conosceva un po’ tutti, forse sarebbe riuscita a vederci un po’ più chiaro di lui in quella strana faccenda. Il tremito nervoso alle mani non l’aveva ancora abbandonato e passando davanti all’Ufficio Postale, un altissimo palazzo in travertino bianco, egli si fermò per accendersi una sigaretta; ma l’operazione, che di solito compiva in maniera automatica, era diventata improvvisamente difficile a causa di quel tremore che continuava a scuotergli le mani. Spentosi inutilmente il primo cerino, che gli aveva anche un po’ scottato le dita, si accingeva ad accenderne un secondo quando un violento urtone gli fece sbalzare di mano scatola e pacchetto e per poco non lo fece addirittura finire a terra. Irritato, il ragioniere si preparò a rispondere come si conveniva alle scuse che il distinto signore che gli stava di fronte gli avrebbe fatto, dopo aver raccolto da terra le sue cose. Ma non ci furono scuse né il signore cercò di riparare alla propria imperdonabile disattenzione. « Voi stavate per accendervi una sigaretta » disse invece semplicemente, come se in quelle parole avesse potuto esservi la spiegazione del suo inqualificabile comportamento.

     Il ragioniere lo fissò con grande attenzione, sforzandosi di riconoscerlo, poiché quell’uomo non gli pareva del tutto sconosciuto. La sua fronte era alta e leggermente stempiata, i baffi si congiungevano alla barba che, rada, gli incorniciava completamente il volto. Poteva avere cinquant’anni al massimo. Per i capelli appena brizzolati che, lunghi e gonfi, gli coprivano abbondan-temente il collo; per qualche ruga sul volto pallido. Ma i suoi occhi brillavano di una luce ancora giovanile e intorno alla sua bocca non c’erano le pieghe amare dell’età. C’era ironia e divertimento in quello sguardo, eppure l’uomo aveva parlato con grande serietà e autorità, come se non stesse affatto scherzando. Se pure l’aveva veduto da qualche parte, Marco non seppe riconoscerlo ma gli restò la strana impressione di stare guardando un volto molto lontano nel tempo, quasi un quadro antico. Anche il suo abbigliamento sapeva d’antico. Un largo colletto bianco spiccava su una specie di casacca nera, piuttosto ampia; un cerchietto d’oro pendeva dal lobo dell’orecchio sinistro.

     Quando Marco mi raccontò questi particolari,  io compresi subito che quell’uomo, per il suo travestimento, si era ispirato al Ritratto Chandos, che dovrebbe ancora  trovarsi alla National Portrait Gallery di Londra, ma non glielo dissi: non mi pareva nelle condizioni di spirito adatte.

     « Certo, lo so benissimo!» gridò d’improvviso il nostro.

     « Lo sapevate?» replicò lo sconosciuto. « Avevo sperato che l’aveste fatto per abitudine, senza rendervene conto. Eravate quindi consapevole  che questa sarebbe stata la quarta sigaretta della giornata?»

     « Questo non potrei dirlo » disse Marco « non sono stato a contarle, può darsi benissimo che fosse la quarta, e con ciò? A lei che importa? Ma... aspetti un momento, la sua faccia non mi è nuova, noi ci siamo certo già incontrati, ma dove... ma certo, al caffè! Al Caffè dei Tre Signori, lei era là quando sono entrato! Ora capisco, è stato lei!»

     « Sì, sono stato io» ammise l’uomo.

     Le emozioni stavano veramente diventando troppe in un giorno solo e per di più, pur avendo affrettatamente affermato di aver capito, in realtà il nostro ragioniere capiva sempre meno di tutta la faccenda. Il rendersene conto lo avvilì a tal punto che gli venne voglia di rinunciare a lottare contro quell’inspiegabile congiura e si sedette a terra, sul marciapiede, senza neppure preoccuparsi che l’uniforme si gualcisse.

     « Mi è sembrato il modo migliore » continuò intanto il distinto signore « per impedirvi di bere la vostra seconda birra. Forse avrei potuto usare sistemi più semplici, posso ammetterlo, ma a volte mi piace indulgere al mio gusto per il teatro, per la messinscena. Ho cominciato da ragazzo a studiare Shakespeare e sarei in grado di recitare quasi tutte le sue opere.» E poi declamò: « Impara che Cesare non fa atti iniqui e che senza averne un buon motivo mai punisce!»

     « Io credo che lei sia pazzo » replicò Marco con voce fievole. « Che vuol dire, la mia seconda birra?»

     « Mi si dice » spiegò lo sconosciuto « che abbiate bevuta la prima birra du-rante il pranzo, alla Trattoria della Trota. Se questo non è, siete stato calunniato.»

     « Ma che discorsi sono questi, la seconda birra, la quarta sigaretta!» s’irritò Marco. « Vorrebbe forse farmi credere che non posso bere più d’una birra o fumare più di tre sigarette al giorno?»

     « Non m’importa che lo crediate o no » disse l’uomo « io faccio solo il mio dovere! Ma pensate a voi e fate tesoro di questo consiglio: non costringeteci a usare la maniera forte, ve ne pentireste assai presto!»

     Pronunciate queste parole, quell’inusuale personaggio si volse e con studia-ta agilità approfittò di un attimo di sosta del traffico per attraversare la strada e allontanarsi.

     Finché l’uomo fu visibile, il nostro restò seduto per terra, continuando a seguirlo con gli occhi attoniti. La gente che passava sul marciapiede si fermava a guardarlo. Quella piccola parte di lui che era restata lucida comprendeva la loro meraviglia per quel tizio che se ne stava seduto a terra così fermo, con gli occhi stralunati, senza raccattare da terra la scatola di cerini e il pacchetto di sigarette, all’evidenza suoi. E capiva anche perché ognuno, proseguendo poi per i fatti propri, crollasse leggermente il capo. Ma queste percezioni restavano in superficie, non riuscivano a incidere sulla coscienza.

     Però quando l’uomo fu scomparso dietro l’ampia curva del viale, egli tornò in sé. Il suo primo gesto fu automatico: raccolse finalmente da terra le sue cose e si accinse ad accendersi una sigaretta. Ma non l’aveva ancora del tutto infilata fra le labbra che si ricordò di quanto era accaduto poco prima e allora per togliersela al più presto di bocca la sputò poco elegantemente sulla strada.

     Che dovrei fare, ora? pensò rialzandosi; e mentre sgusciava lesto verso casa, istintivamente tenendosi rasente ai muri per passare più inosservato, gli venne il pensiero che forse sarebbe stata una buona cosa andare da un medico, da uno specialista in disturbi nervosi, dal dottore dei pazzi insomma. Infatti la spiegazione della strana irragionevolezza di ciò che gli era accaduto poteva anche dover essere cercata dentro di sé, essere frutto di sue allucinazioni. Un precedente c’era già stato: quando, dopo esser stato colto da un malore, la cui origine il medico dell’ospedale non aveva saputo spiegare in modo convincente, aveva avuto simili allucinazioni, culminate nella visione dell’immaginario rapimento di Lisa, che invece era a casa propria, probabilmente con un uomo, e stava benissimo. Se allora non ci aveva pensato, era stato per una comprensibile preferenza a cercare il male in qualsiasi altro posto che non fosse se stesso. E il fatto che da ragazzo, al paese, non gli fosse mai accaduto niente di simile, non significava nulla. Forse era effetto dello stress da lavoro, forse il ritardato manifestarsi di una tara ereditaria. E se davvero fosse stato lui a scagliare il boccale? Allora avrebbe potuto, sempre incoscientemente, far del male anche a Sara?

     Capitò a proposito una farmacia aperta e il giovane vi acquistò un sedativo. A casa ne inghiottì un paio di pillole, aiutandosi con mezzo bicchiere d’acqua, poi chiuse le imposte, si spogliò e si mise a letto. Subito si addormentò profondamente.

     Quando si ridestò, dopo il tramonto, si sentiva molto meglio e aveva anche appetito. Fece la doccia fischiettando, insaponò e risciacquò accuratamente tutto il corpo, come assecondando un inconscio desiderio di ripulirsi di tutto ciò che lo aveva contaminato quel giorno, si rivestì molto lentamente e uscì.

     Arrivato alla Trattoria della Trota, guardò dentro attraverso i vetri e per la prima volta si accorse di quanto modesto fosse in realtà il locale. Il fatto è che aveva avvertito, irresistibile, l’impulso di tirare diritto. Per una sera poteva permettersi di non fare economia e credeva di averne bene il diritto, con tutto quello che aveva sopportato quel giorno!

     Il ristorante Pavon d’Oro era invece il migliore ristorante di tutta la città. Appena entrato, fu accolto, come si conviene a un ricco signore, da una graziosa cameriera che gli servì poi la cena con molta premura e bianchissimi sorrisi. Mangiò molto bene, iniziando con un favoloso antipasto per finire con un dolce superbo. Le squisite pietanza chiedevano soltanto di essere annaffiate con quel vino generoso che gli avevano portato. Egli ne bevve quel tantino in più sufficiente a dargli una buona dose d’euforia e con essa il desiderio di riscattare, anche se un po’ tardivamente, la magra figura fatta quel giorno, subendo ogni angheria così passivamente e vigliaccamente. Si sentiva talmente in forze da stentare a credere di essere veramente ammalato di nervi. Resistere, pensava, avrebbe dovuto resistere! Ma forse non era troppo tardi e allora, pur non avendo più sete ed essendo il pasto ormai terminato, si fece portare una birra. Raddrizzato il busto in un gesto di sfida, la trangugiò d’un fiato.

     Nel locale, fino a un attimo prima piacevolmente animato, si fece d’improvviso silenzio. Che c’è di strano? tentò di tranquillizzarsi il ragioniere, cos’è mai una pausa di silenzio in un ristorante? Una semplice coincidenza per cui nessuno, in un determinato e breve momento, sta parlando. Ma, già snebbiato dai fumi dell’alcool etilico, cominciò a maledire quella sua stupida provocazione perché il silenzio stava durando troppo a lungo per poter essere ancora ritenuto una semplice coincidenza. Ed ecco che il brusio, il chiacchiericcio, ripresero e soltanto allora, respirando sollevato, Marco si accorse che per tutto il tempo aveva trattenuto il fiato. S’azzardò anche a guardarsi attorno e alle spalle. Nessuna visibile traccia di quel maledetto signore dall’aspetto così maledettamente distinto e in fondo, nonostante tutto, anche simpatico.  Allora, per completare la propria riscossa, si accese anche una sigaretta. Era la quarta della giornata e aveva il gusto del proibito.

     Ma  non poteva restare tutta la sera  in quel locale e avendo il copioso pasto richiesto un tempo adeguato, era ormai troppo tardi anche per prendere l’ultimo tram che passava davanti alla cupola iridescente della Fabbrica, e anche per entrare plausibilmente in un cinematografo. Dovette quindi risolversi a tornare a casa. Gli pareva di sentirsi tranquillo ma percorse tutto il tragitto fino al palazzo di mattoni rossi a passo svelto e volgendosi di quando in quando per assicurarsi che nessuno lo stesse seguendo.

     In sala non c’era nessuno, la radio era spenta. Il ragioniere salì le scale. Giunto alla porta della sua stanza, girò la chiave nella toppa e spinse la porta. Mentre la luce del corridoio si spegneva automaticamente, con metà del corpo ancora sulla soglia egli allungò il braccio a premere il pulsante della stanza: non accadde nulla. Premette ancora, e questa volta udì distintamente il clic del congegno, ma la luce non si accese.

     Se il nostro si fosse trovato in una condizione di spirito normale, avrebbe sicuramente pensato che la lampadina si fosse fulminata, oppure che il pulsante fosse guasto. Il penoso incidente avvenuto al Caffè dei Tre Signori, unitamente all’incontro con l’assurdo individuo che amava recitare Shakespeare, lo avevano però reso diffidente verso tutto e tutti ed egli non stette a provare una terza volta il pulsante. Ma prima che potesse riaccendere la luce del corridoio, una mano invisibile, protesasi dalla stanza, lo afferrò per la giacca, dandogli uno strattone così forte da tirarlo dentro. Con un tonfo la porta si richiuse alle sue spalle ed egli fu subito afferrato da altre mani.

     Il suo primo pensiero fu: come sono entrati, se la porta era ancora chiusa a chiave? L’immediato riconoscimento della potenza di quegli sconosciuti ebbe l’effetto di spegnere in lui l’istintivo impulso di tentare di liberarsi per fuggire. Cercò soltanto, per migliorare la propria situazione, di orientarsi e da come lo avevano spinto e tirato ritenne, pur essendo la stanza nel buio più completo, di trovarsi all’incirca al centro di essa. Provava molta paura ma quando tutte le mani che lo avevano tenuto sino a quel momento si ritirarono, facendogli così mancare il contatto umano, la paura si trasformò in vero terrore: che gli avrebbero fatto, ora?

     Come un lampo s’accese la luce. La stanza, che era arredata molto sobriamente, era rimasta pressoché uguale a quando egli l’aveva lasciata. A quella stanza il giovane si era in certo modo affezionato, la conosceva bene ma ora stentò a riconoscerla come sua. Eppure ben pochi cambiamenti erano stati fatti, ma tali che l’intero ambiente aveva assunto di colpo un aspetto austero, anche un po’ tetro. Un drappo di pesante tessuto nero bordato d’oro era stato disteso sul grande tavolo, che poi era stato trascinato al centro da sotto la finestra dove egli preferiva tenerlo. Dietro il tavolo, alla parete più lunga era stato appeso un quadro del Re, che fissava con l’identico corruccio di quello che si trovava nell’ufficio del Direttore Generale della Fabbrica. Ora quella stanza somigliava più a un’aula di tribunale che a una camera da letto.

     A confortare questa impressione, cinque persone sedevano intorno a tre lati del tavolo rettangolare, di fronte a lui, tutte vestite in doppiopetto nero e legate fra loro da una indefinibile ma innegabile somiglianza. Al centro del lato più lungo del tavolo sedeva il maledetto individuo che già tanto lo aveva tormentato nel pomeriggio. Marco lo riconobbe subito, nonostante avesse mutato l’abbigliamento ritornando nel secolo attuale. Pensò che fosse il capo o quantomeno il primus inter pares poiché gli altri lo guardavano, in evidente attesa che parlasse. Forse per non pensare ad altro si chiese se quelle fossero le sedie del soggiorno, come poi risultarono effettivamente essere.

     Il nostro era rimasto fermo nel punto in cui lo avevano lasciato e guardava la scena con occhi di nuovo stralunati, tentando invano di darsi una spiegazione di quanto andava accadendo, che non fosse un ritorno di allucinazioni. Il suo persecutore protese il busto verso di lui e gli disse:

     « Innanzi tutto premetto che questo non è un vero e proprio processo. Se lo fosse, al mio posto sederebbe un Giudice e non un Ispettore quale io sono. E naturalmente non si svolgerebbe qui ma a Palazzo di Giustizia. Noi siamo qui soltanto per chiedervi di giustificare, sempre che siate in grado di farlo, le mancanze che vi vengono attribuite. Saprete, immagino, di che cosa vi si accusa, ragionier Valli Marco, tuttavia, per rispetto alla prassi, vi ripeterò ufficialmente i capi d’imputazione.»

     Il tono della sua voce era stato severo, perentorio. Eppure l’imputato aveva creduto di leggere nei suoi occhi un non so che di canzonatorio, quasi un celato invito a non prendere troppo sul serio le sue parole. Consultò un foglio che stava su di una cartella nera posata sul tavolo davanti a lui e prosegui: « Primo, avete trasgredito lo Statuto dell’Associazione bevendo due birre nella medesima giornata; secondo, avete di nuovo trasgredito il medesimo Statuto fumando più di tre sigarette nello stesso giorno. Ritenete di avere qualche attenuante o possiamo senz’altro considerare ammesse e confessate queste mancanze? Il farci risparmiare tempo potrebbe tornare a vostro vantaggio!»

     Prima di rispondere, il ragioniere crollò il capo più volte, per esprimere meglio che potesse la sua assoluta impossibilità di comprendere. « Senta » disse « io sono sempre più convinto che lei stia vaneggiando, comunque voglio fare anch’io una premessa. Io non sono affatto disposto a tollerare oltre questa vergognosa intrusione in una stanza di cui, avendo sempre puntualmente pagato la pigione, ho diritto di avere l’uso esclusivo. Venendo alle sue accuse, io le trovo semplicemente ridicole. Lei dice che ho bevuto due birre e fumato più di tre sigarette, non lo so » - qui arrossì perché non si era ancora del tutto abituato a mentire - « non sono stato a contarle, se lo dice lei che mi ha fatto spiare per tutto il giorno sarà vero. Ma è anche vero che questi sono affari miei e non vedo perché dovrebbe occuparsene la sua associazione col suo assurdo statuto!»

     « Un momento » lo fermò l’Ispettore « non dite così, non dite la vostra, dite piuttosto la nostra, perché di questa Associazione anche voi, caro ragioniere, fate parte, sia pure non del tutto degnamente!»

     A queste parole l’ira con la quale Marco aveva cercato soprattutto di mascherare e nascondere il proprio sgomento, si dissolse rapidamente, lasciandolo prostrato, esausto, ma finalmente tranquillo. Ebbe persino voglia di tentare un conciliante sorriso, mentre diceva:  « Forse questa volta ho capito: si tratta di un equivoco! Lei mi ha scambiato per un’altra persona, qualcuno che forse ha il mio stesso nome. Io non faccio parte di alcuna associazione, non vi sono tessere d’alcun genere nel mio portafogli. Bene, ora che tutto si è chiarito, sono disposto a lasciar correre sulla vostra intrusione in casa mia. Naturalmente lei mi rimborserà di quanto ho dovuto pagare per lo specchio fracassato. Ho ancora con me la matrice dell’assegno che ho firmato al barista, può verificare. E ora, se volete usarmi la cortesia di lasciare questa stanza...»

     Nessuno si mosse. L’ispettore ebbe un breve gesto di fastidio, poi disse, col solito tono calmo ma inflessibile: « Piano, piano, non correte troppo con la fantasia, ragioniere. Mi dispiace deludervi ma abbiamo qui » e tolse un altro foglio dalla cartella di pelle nera « abbiamo qui la vostra domanda di adesione, regolarmente accettata dalla nostra segreteria. Dunque, perché insistere con questa commedia? O meglio, con questa buffonata?»

     Per la seconda volta nella stessa giornata, la realtà cozzava bruscamente contro le ottimistiche supposizioni del nostro. Anche questa volta, come già gli era accaduto al Caffè dei Tre Signori, Marco si sentì praticamente vinto e dovette attingere alle ultime riserve d’energia per poter replicare a questa nuova prepotenza. « Qualcuno deve aver falsificato la mia firma » affermò. « Io sono certo, certissimo, di non aver fatto alcuna domanda e tanto meno per aderire a questa vostra incomprensibile associazione. Mi faccia vedere quel foglio!»

     « No, non si tratta di un falso » spiegò l’Ispettore. « La vostra firma non appare in alcun punto del documento. In realtà la domanda è stata presentata d’ufficio, ma naturalmente questa circostanza, del resto assai comune, praticamente la regola, nulla toglie alla sua validità, qualora venga accettata!»

     « Ma che significa, d’ufficio?» chiese Marco.

     «Vi farò una domanda ben precisa » disse l’Ispettore. « Davvero non siete al corrente o continuate a fingere? Voglio che sappiate che il farci perdere inutilmente altro tempo non potrà che peggiorare la vostra situazione già molto delicata. »

     « Senta » disse Marco « le do la mia parola d’onore che non riesco più a raccapezzarmi. Mi sembra di sognare!»

     La voce di Marco era tanto accorata e il tono così sinceramente disperato che l’Ispettore sembrò commuoversi un poco. Infatti la sua voce divenne più amichevole. « Dove lavorate?» chiese.

     « Nella Fabbrica del Commendatore. Sono già Vice Caposervizio del Sesto Livello!» rispose Marco.

     « E da quanto tempo vi lavorate?» continuò l’Ispettore.

     « Fa un anno proprio oggi » rispose Marco, quasi vantandosene.

     « E non sapevate » chiese l’Ispettore « che dopo questo periodo di prova, avreste automaticamente fatto parte dell’Associazione

     « No, » disse Marco « le garantisco che non lo sapevo proprio, nessuno me ne aveva mai neppure accennato!» Ripensò al colloquio col Direttore Generale. Non si era parlato di niente del genere!

     « Mi dispiace, » concluse l’Ispettore « lo dico sinceramente, ma non posso tenerne alcun conto: ignorantia legis non excusat

     « Ma lei è davvero pazzo!» inveì Marco. « Come è possibile imporre obblighi a soci ai quali non è mai stato chiesto se volessero esserlo?»

     « Non sta a me rispondervi » disse l’Ispettore. «Io non sono un filosofo né tanto meno un sovversivo, io sono soltanto un funzionario, un esecutore di ordini. Tuttavia, se mi compiacessi in vani e lunghi discorsi, potrei agevol-mente confutare la vostra tesi anarchica. Se non volevate obblighi, perché non siete rimasto al paese a coltivare il vostro orticello? Ma non mi interessa discutere con voi, non siete all’altezza, non avete stile. Invece vi invito formalmente a moderare il vostro linguaggio, non dimenticate che qui l’accusato siete voi!»

     A questo punto nel cervello del ragioniere, che non poteva negare una certa validità alle tesi dell’Ispettore, si verificò uno scoppio di furore e se l’austerità del drappo nero bordato d’oro non l’avesse inconsciamente trattenuto, si sarebbe certo scagliato contro quei miserabili individui vestiti di nero. Avrebbe voluto ucciderli, strangolarli a uno a uno con le nude mani. Cominciava a capire quali sentimenti possa nutrire dentro di sé un animale selvatico preso in trappola dall’uomo, che ha regole di comportamento per lui incomprensibili.

     « Accusato?» gridò. « Ma io vi denuncio tutti, altro che accusato! Io vi faccio andare in galera, o al manicomio, tutti! Avvertirò subito i gendarmi!» E cominciò a indietreggiare verso la porta, sempre sorvegliando le mosse di quei cinque pazzi. Ma nessuno di loro si alzò dalla propria sedia, nessuno tentò di fermarlo.

     « Continuate pure nelle invettive, » era sempre l’Ispettore che parlava « non sarà così che vi salverete! Quanto a chiamare i gendarmi, fate come vi pare ma sarà perfettamente inutile.»

     « E perché? » domandò Marco. « Questa volta dovranno credermi!»

    « I gendarmi » rispose l’Ispettore « non possono far nulla senza ordini chiari e precisi e il mio egregio collega è appunto il loro Comandante.» L’uomo in nero alla sua sinistra fece un breve cenno col capo.

     « Lui?» chiese incredulo Marco. « Lui sarebbe il Comandante? Non lo crederò mai! Il Comandante dei gendarmi non si presterebbe mai a un gioco così infame!»

    L’ispettore si rivolse verso uno dei colleghi e gli disse: « Mostrategli dunque, per cortesia, Comandante, le vostre credenziali.»

     Il signore in nero interpellato dall’ispettore estrasse con gesti lenti e misurati il portafogli, ne prese un cartoncino e lo tese al ragioniere dicendo: « Questa è la mia tessera, esaminatela pure.»

     La curiosità vinse la diffidenza di Marco ed egli allungò il braccio a prendere il documento. Lo esaminò attentamente: da un lato c’era la fotografia di quel mascalzone in divisa gallonata da Comandante dei gendarmi, dall’altra le sue generalità. Il documento appariva perfettamente in ordine.

     Un cupo avvilimento gli piombò allora sulle spalle. Non avrebbe mai creduto che addirittura il capo di quei tutori dell’ordine, nei quali aveva sempre nutrito fiducia, potesse coprire con il suo prestigio una simile banda. Ma gli restavano aperte ancora altre vie per difendersi. « E va bene » disse « ma non ci sono soltanto i gendarmi! Quando riuscirò ad avvertire chi so io » - e pensava al Direttore Generale, che gli si era dimostrato amico e che certo era molto influente in città - « questa storia finirà, glielo assicuro!»

     « Io vi consiglio piuttosto di restare calmo, » disse l’Ispettore « perché voi non potete fare niente contro l’Associazione, tranne forse una cosa ma dubito che troverete mai il coraggio per farla! Quando saprete chi sono gli altri miei illustri colleghi, capirete perché dico così!»

     A quelle parole anche gli altri tre signori tesero a Marco i loro documenti e, uno alla volta, egli li esaminò, quasi non credendo ai propri occhi. Infine comprese che l’Ispettore aveva ragione. Era tanto stanco di lottare senza mai pervenire ad alcun risultato che non replicò più, chinò il capo e restò in attesa del verdetto. Anche se non parlava più, immaginava che dal proprio atteggiamento trasparisse evidente la resa incondizionata. Tra i cinque si svolse un breve conciliabolo a voce sommessa.

     « Bene » disse poi l’Ispettore, ma nella sua voce non v’era traccia di compiacimento, come se avesse saputo fin dal principio quale sarebbe stata la conclusione. « Noi ora dovremmo irrogarvi una punizione, di regola lo facciamo e spesso anche pesantemente. Ma siamo tutti convinti che abbiate compreso la lezione e che con voi, già così vicino a raggiungere il Livello Direttivo, si possa essere clementi e perdonare. Perdonare è opera più nobile e più rara che vendicarsi e poiché siete pentito non insisterò oltre. Naturalmente se dichiarate di accettare lo Statuto!»

     « Sì, lo accetto, »  si arrese Marco « ma vorrei conoscere gli altri articoli.»

     « Oh, ma non ci sono altri articoli, soltanto quei due! » disse l’Ispettore. «Articolo primo e articolo secondo! Vi rendete conto di aver fatto molto rumore per nulla? Considerate quante persone non fumano e non bevono e vi convincerete che vi si chiede ben poco! Ad esempio, avvertite un grande desiderio di fumare e avete già utilizzato la vostra razione di sigarette? Ebbene, nessuno vi chiede di non fumare più, basta che fumiate un sigaro, o la pipa, o che altro accidente volete, purché non sigarette. E la birra: vi piace l’alcool, vi piace diventare sua preda, convenientemente appartato? Se il vino non vi basta o non vi piace, vi sono in commercio decine di liquori che vi metteranno nello stomaco tutto il fuoco che vi serve e vi stordiranno il cervello, se è questo che volete. Ma lasciate stare la birra!»

     « Però queste cose non me le avevate dette!» protestò Marco.

     « Voi non me le avete lasciate dire, » replicò l’Ispettore « con la vostra ribelle resistenza, col vostro ostinato desiderio di sfidare l’autorità!»

     « E’ stata colpa mia, lo ammetto » confessò il ragioniere, vinto da un senso d’inutilità.

     « Queste parole vi dimostrano finalmente uomo d’onore» affermò l’Ispettore. « Riconoscere i propri torti è qualità degli spiriti forti, superiori. Ma benedetto ragioniere, se mi aveste dato retta la prima volta, non avrei avuto necessità di disturbare questi illustri colleghi. Voi siete troppo intelligente per non capire che essi vi hanno fatto un grande onore venendo qui a salvarvi da voi stesso e vostro malgrado. Non lo fanno certo per tutti, spero che non vorrete dimenticarlo!»

     Marco accennò un inchino. « Non lo dimenticherò mai, lo giuro.» disse.

     « Ora un’ultima formalità. » disse l’Ispettore. « Ripetete con me: accetto lo Statuto dell’Associazione e mi impegno con tutte le mie forze a rispettarlo e, ove occorresse, a farlo rispettare. Nel nome di Dio, amen!»

     Il nostro ripeté, forte e chiaro, la formula del giuramento. I cinque si alzarono e uscirono. Sulla soglia l’Ispettore gli disse ancora: «Siate ligio e avrete tutto l’appoggio dell’Associazione. Il Livello Direttivo potrebbe essere non lontano. Ma ricordatevene, noi non ammettiamo la neutralità, chi non è con noi è contro di noi! E ora vi lasciamo alle vostre meditazioni sul modo di viver meglio per l’avvenire.»

     Rimasto solo, il nostro si lasciò cadere sul letto, sfinito, lo sguardo fisso sul drappo nero e sul quadro del Re, che erano rimasti sul tavolo come a ricordargli il patto concluso e a testimoniare che, almeno questa volta, non s’era trattato di un incubo. Meditò a lungo sugli avvenimenti di quella giornata straordinaria, poi avvolse il quadro nel drappo e li nascose nella valigia, contando di distruggerli alla prima favorevole occasione.

 

 

 

 

 

 



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