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Per un albero

Inserito da Sara P. il Gio, 24/07/2008 - 10:53 - Opere dell'autore

Per un    albero


PARTE PRIMA

IL MATTO

“...Uno psicopatico è un uomo che, per via di ciò che pretende da lui la società, o soffre lui o fa soffrire la società.”                   

                                                                                                                      K.Lorenz

 

 

 

 

"Il sonno della ragione genera mostri”.

Una notte la mia ragione è scivolata nel sonno, ha avuto un incubo, ha partorito me.

Eccomi.

Questa è la versione ufficiale: perciò sono qui.

La follia può essere una malattia, o anche solo un pretesto. La ragione dà all’uomo un’identità e una figura ben definite. La non-ragione lo riporta ad una condizione di oscura animalità, che fa paura perché troppo sincera, perché rivelatrice.

Il folle non è più un uomo, incute timore e perciò viene recluso. Per la tranquillità sociale, per non disturbare il progresso e i sonni beati dei ragionevoli, il matto deve stare solo e tacere al mondo. La sua ragione, semplicemente, è sbagliata.

 

Ma quale ragione ha costruito questi muri? Così bianchi, così puliti - queste piastrelle rilucenti e asettiche. Non c’è odore qui dentro. Ma non si può vivere senza odore. Il mio odore se ne sta andando, me lo stanno togliendo poco a poco. L’igiene è solo un pretesto. E poi, come farò a ritrovarmi? Diventerò incorporeo, scomparirò, sarò più inconsistente di un fantasma,  di un ologramma in un gioco per bambini.

Ma basta! Non mi costringeranno a contare le piastrelle, e io mi terrò qui davanti le mie mani, ben presenti.

Ah, ecco la guaritrice. Viene per salvarmi: ogni giorno un tentativo, con pazienza. E’ tanto inconsapevole che forse agisce davvero in buona fede. Ecco le gambette sotto la gonna, ecco gli occhiali, la cartella, e la biro infilata sulla copertina della cartella. Sorride. Prima o poi la tocco, per sentire se è vera. Si siede sempre così, senza appoggiarsi allo schienale, un po’ in bilico, e accavalla le gambe; si sistema i capelli dietro l’orecchio destro, ecco; apre la cartella e sospira appena. Mi guarda. Certo dev’essere un lavoro penoso.

“Allora, come sta? Mi sembra in forma. O no? Oggi è giovedì, perciò faremo il nostro solito test. Oh, è solo un controllo.”

Sorride sempre... Se fosse una donna sarebbe così amabile. Se fosse una madre, sarebbe così caldo il suo seno. Invece è solo un pezzo, una funzione. E il suo nome... sembra uno scherzo, eccolo lì sulla targhetta appesa al taschino del camice.

Norma! Norma, si chiama! Come la mia vecchia nonnina, quella di novanta e più anni, nata nella pianura sugli argini del fiume, in mezzo ai pioppeti...

“Dunque, io le farò vedere le solite macchie d’inchiostro, e lei mi dirà cosa ci vede, okay?”

E se adesso le dicessi la verità? Se le dicessi che quelle macchie mi sembrano sempre e solo farfalle? Sì, farfalle, o anche solo macchie. Mi diagnosticherebbe una monomania.

Beh, però questo gioco è un po’ monotono. Non mi va più. Stavolta mi voglio divertire.

“Allora, macchia numero uno. Cos’è?”

“Una scarpa.”

“Okay, macchia numero due. Cos’è?”

“Una scarpa.”

Ha esitato un attimo. Ma scrive sulla cartella. Scrive: il paziente ha associato la macchia numero uno a una scarpa, e la macchia numero due a una scarpa. Chissà la tre...

“Macchia numero tre?”

“Una scarpa.”

Adesso mi guarda. Non ci crede. Forse dovevo dire: un orso. Farà una diagnosi nuova, adesso, feticismo.

Scrive! Incredibile, ci crede! Pensa davvero che io sia malato...

“Macchia numero quattro.”

E’ un po’ alterata adesso, la sua voce è più dura. Ma che m’importa della corda, se è logora è meglio che si spezzi.

“Una scarpa.”

“Senta, non lo farà apposta? Io sono qui per lavorare, sa? E poi non è nel suo interesse prendermi in giro.”

Accidenti che scatto. Prende la parte sul serio, poverina... Mi fa quasi tenerezza, vorrei che ridesse un po’, ogni tanto.

Ma ecco, si è pentita, - o sa che coi pazzi bisogna essere pazienti. Adesso mi darà ragione...

“Allora, macchia quattro una scarpa. Macchia cinque?”

Per lei è una sfida dunque. Ma quello sguardo...

Dunque, impegnamoci un po’, e vediamola più da vicino questa macchia.

“Uhm senta, non mi giudichi male, non mi dia del matto, ma questa macchia può sembrarmi al massimo uno scarpone da boscaiolo; o una scarpa da calcio chiodata; o anche una scarpetta da ballerina, sa, di quelle rosa con il nastro da avvolgere attorno alla caviglia, con la punta rigida.”

Gesù, mi sento così stanco. Piangerei, anche solo per un suo abbraccio. Ma non servirebbe, lei è il dottore. E mi guarda con tanto rancore, ma perché? Vediamo di spiegarci…

 “Senta, non mi voglio fare gioco di lei. Volevo solo vivere io, capisce? Le farse sono belle solo a teatro. La parte del derelitto dietro le sbarre in un ospedale non è divertente. E poi mi scusi, perché non mi hanno fatto un normale processo e non mi hanno dato una normale pena detentiva in carcere? Questa storia dei test è proprio ridicola, ma non se ne rende conto?”

“Questi test sono perfettamente adeguati, la loro validità è stata dimostrata scientificamente da illustri studiosi, e in una gamma enorme di casi; perciò non penso che si possa metterne in dubbio l’utilità. Inoltre, io sto facendo un lavoro per cui sono stata incaricata dal medico che ha stabilito la diagnosi - "

“Che diagnosi?” La interrompo. “ Me lo dica, la prego, che cosa avrei io?”

Pare un po’ interdetta.

“Ah, dunque, la diagnosi era... lei è affetto da un disturbo della personalità, piuttosto acuto, schizofrenia. In altre parole, lei non ha un normale rapporto con la realtà e con gli altri uomini - lei vive in un suo mondo di cui si crede padrone e di cui pensa di conoscere le leggi. Da ciò le derivano idee ossessive, per le quali lei è portato ad attribuire un’importanza sproporzionata a cose che non ne hanno affatto, e ad agire in modo impulsivo e sconsiderato.”

“Oddio… dunque sono qui per schizofrenia?”

No, non mi pare possibile. Non sarà tanto assurdo... Ma lei incrocia le dita, si sforza di stare calma, riflette.

“Lei è qui per un omicidio, anzitutto.”

“Oh Cristo, ma non l’ho fatto apposta, l’ha detto anche il giudice, non lo sa?”

“Omicidio preterintenzionale, lo so. Ma il motivo, se lo ricorda? Perché ha aggredito quell’operaio? E poi...”

Si rianima, deve proprio avere ragione, allora il mostro sono io...

“E poi, di che si lamenta? Le hanno dato l’infermità mentale, se no le avrebbero aggiunto l’aggravante dei futili motivi, e a quest’ora lei si trovava con una decina d’anni da scontare, lo sa? Ma non si rende conto de...”

“Futili motivi? Lei li chiama futili motivi? Loro li chiamano futili motivi?”

Accidenti no, devo stare calmo, o confermerò le peggiori diagnosi...

“ L'abbattimento di un albero non giustifica un omicidio, e nemmeno un’aggressione violenta - né per il giudice, né credo per nessun altro membro della nostra società, a parte lei naturalmente. E’ per questo che diciamo che lei è affetto da una forma di mania. Ovviamente, non mi aspetto che lei mi dia ragione.”

“Signorina...”

Ma perché sono così buono? Dovrei strangolarla, lei e tutti gli altri. Così finalmente avrebbero ragione a chiamarmi assassino…

“Signorina, quell’albero intanto è un platano. Ed è vivo, e da parecchi secoli anche, tanto che della nostra ridicola storia e delle nostre fragili vite se ne fa un baffo. Era lì ai piedi della collina quand’ero bambino, e al mattino andando a scuola lo salutavo - e sa quanto mi rincuorava?  D’estate fa ombra all’erba e al ruscello;  è così immenso, imponente, un simbolo della collina, un vanto pr tutto il paese. Ci sono passati grandissimi poeti, lì sotto, e lui li sovrastava! Capisce? Ma che significa una strada - proprio lì? No, non si può, non sono d’accordo, non potevo permetterlo, neanche se fosse stato favorevole tutto il resto della sua stupida 'umanità'...”

 “Si calmi, si calmi ora. Si può parlarne più tranquillamente, non crede? Se vuole la ascolto, sono qui anche per questo, per sentire le sue ragioni. Okay? Va bene, mi dica pure, con calma.”

Ma che senso ha? Non mi serve un confessore! Non mi serve un’infermiera! Perdiana, mi viene da piangere. Se parlo, lei si convincerà solo di più della diagnosi dello psichiatra. Lei è pagata  per ascoltarmi! E’ come parlare in un barattolo vuoto, è così inutile.

Mi guarda - no, mi osserva. Ha degli occhi molto belli. E se fosse l’unico essere umano a poter capire? No, no.

Però... che ci perdo, ho un sacco di tempo...

“Allora, che mi dice? Poco fa ha affermato che l’umanità è stupida, e che se anche tutti gli altri uomini della terra avessero deciso per il taglio di quell’albero, lei si sarebbe opposto. Però questo atteggiamento non è molto civile, ne convenga. Potrebbero avere ragione gli altri forse, no? E comunque, la democrazia funziona così...”

“Ah, la democrazia! Già, lei ci crede, non è vero? Ma io non capisco... "

Mi prende d'improvviso una frenesia violenta, come se il cervello fosse una bomba pronta ad esplodere: devo frenarmi, dare un senso alle parole, ragionare…

"Ma quella che lei chiama democrazia, signorina, non è che una forma di oligarchia, non le pare? Un'oligarchia particolarmente ipocrita, dato il nome che si dà! A differenza delle dittature o di altri regimi 'totalitari', vuol far credere ai suoi sudditi di essere liberi, di avere capacità decisionali, di poter pensare e dire qualsiasi cosa. Ma io sono la testimonianza vivente che tutto ciò è una menzogna colossale… per quale motivo se no mi troverei in questo manicomio? Ha mai visto in televisione certi personaggi che appaiono tanto liberi, dire a uno sfiduciato, a un timoroso, ‘parla, parla, esprimi le tue libere opinioni, puoi dire quello che vuoi, qui siamo in democrazia!’? Quei personaggi, signorina, sono loro i veri liberticidi. Essi sono gli alfieri di una libertà omologata - omologata, capisce? Loro vogliono farci credere che tutto è possibile, che ognuno è possibile - il nostro caro sistema democratico ci prevede, prevede per noi un posto, a ciascuno una casella, capisce? Ma allora che spazio rimane? La possibilità di movimento è quella che si avrebbe in un loculo - se ti prevedono è finita, non vale più il mutamento, la personalità, la lotta, l’individualità, il senso di vivere insomma. Ma mi dica, che mondo libero è quello in cui non si può scegliere, in cui c’è un unico modello politico e culturale ritenuto valido, in cui le particolarità si estinguono sotto la schiacciante pressione selettiva di un solo criterio dominante? Eh? Me lo dica lei!"

 

E ora che faccio? Mi sarò esposto troppo? Lei è sorpresa, ma sembra attenta.

“Ma dunque, se ho capito bene, se per lei ogni forma di governo vale l’altra, perché se la prende proprio con la democrazia?”

“Perché non dice la verità, perché ha un nome falso, perché usa una propaganda subdola e strisciante, perché ottiene il massimo del consenso con il massimo dell’inganno. Con tutto ciò, può essere che sia comunque preferibile vivere in democrazia - ingoiando un po’ di rospi, la pancia si riempie sempre. Ma a spese di chi? E con che diritto?”

Lei riflette. Sembra davvero che stia pensando a quello che ho detto. Possibile?

“Beh, la sua analisi è interessante. Ma non crede di esagerare? Voglio dire, non è che lei si senta un po’ troppo parte in causa?”

Lo sapevo che non era possibile. Non ha capito. Mi giudica sempre più malato.

“Signorina Norma, questa è mania di persecuzione, vero? Ma non le pare che il fatto che io mi trovi qui significhi che ci debba essere qualcosa che non va in questo sistema?"

Riprendo fiato, cerco di calmarmi:

"E nonostante tutto, come vede, io mi faccio forza, e vivo lo stesso, non ho ancora deciso di mettermi a sbattere la testa contro il muro!”

Ride. Rido anch’io: bene: la tensione si è sciolta.

“Beh, meno male, ci mancherebbe!”

Mi guarda con occhi ridenti, un po’ allarmata. Si è scomposta sulla sedia, ora cerca di ridarsi un contegno. Ma getta l’occhio distrattamente sull’orologio, trasalisce, fa per alzarsi:

“Oh, mi scusi, adesso è tardi per me, devo sbrigare ancora parecchi lavoro.”

Sorride, riprende la cartella e se la stringe al petto, uno scudo contro di me.

“Arrivederci, allora. Il nostro prossimo appuntamento è tra due giorni... sì, sabato.”

Si volta, apre la porta, ha come un’esitazione. Che figura morbida, e la sua nuca...

“Senta, mi raccomando, non si faccia venire idee suicide, eh?”

Ride, ma con un certo nervosismo. Mi dice di non uccidermi, ma non vuole essere presa troppo sul serio.

“Non si metta davvero a battere la testa contro il muro... Non ne vale la pena, davvero.”

Ha detto le ultime parole quasi con mestizia, a occhi bassi; nonostante la parte che recita, ha una sua dolcezza. O forse le trovo tante scusanti perché è una donna e la linea della sua fronte è così delicata?

Lei saluta, chiude la porta, e io rimango solo nella mia cella.

 

 

Ma che fretta accidenti. Quanti pazienti dovrà tormentare oggi? Quante menti dovrà monitorare, per decidere se rientrano nei canoni?

Che infelicità tra queste mura. E quanto amore andato a vuoto. No, ma che pietà si merita quest’uomo?

Anche lei, Norma, la guaritrice - ah, sì, è solo una guaritrice. La sua sembianza femminile è anch’essa una maschera, un’apparenza funzionale al suo ruolo. Come ho potuto pensare che fosse sincera? Uno psichiatra è una funzione, e lei non si sottrae alla regola. Perché dovrebbe? E come potrebbe, poi?

Non è stata lei a uccidere un uomo. Lei forse non avrebbe provato nulla nel vedere quella motosega. Lei non avrebbe avuto paura.

Io invece ho avuto paura; sì, sono stato pusillanime.

Sono stato uno stupido, e mi sono lasciato vincere dal primo impulso.

E’ vero, avrei dovuto parlare meglio; allora tutto si sarebbe risolto pacificamente; dicendomi ‘lo devo fare per lavoro’ quello mi avrebbe convinto che...

Ah! No, no! Colpevole!

Eppure sì, proprio a me doveva succedere. Anzi, non me ne pento davvero. Chi era quello? Non so nemmeno il suo nome; è uno come tanti, uno come un altro. Non sarei sincero se mi rammaricassi per lui; non sarò così ipocrita da piangere per un estraneo. E' stato un incidente, ma era necessario.

Ma pure... pure, non so ancora se ne è valsa la pena. Il platano è ancora là? O sulle sue radici hanno steso l’asfalto? Ah, ma devo sapere!

E se davvero lo avessero abbattuto? Potrei tornare là tra qualche anno, e vedere quel paesaggio senza di lui! Oh Cristo, che farei?

No no, devo smetterla di girare intorno come un orso nella gabbia dello zoo. Dicono che sia segno di follia.

 

Ma il cielo dov’è? Ah... eccolo, accidenti a queste finestre così alte.

Il cielo di giugno! Anche al crepuscolo è tanto dolce!

 

Che stupido sono. Che potrei chiedere di meglio? Il sole certo non se ne andrà ancora per molto. E se la ride così forte! Beh, il minimo che io possa fare è ridere di me stesso. Ma su, corichiamoci, e cerchiamo il sonno... il sonno, questa grande pace calda!
“Oh, buongiorno! La trovo bene, stamane.”

Pare così gioviale, quasi allegra. Non posso fare a meno di sorriderle. Vedere lei è comunque meglio che ascoltare le battute grevi degli inservienti.

“Senta, mi dica: come passa il suo tempo qui, quando rimane solo? Non è per interrogarla, mi preoccupo del suo benessere - psicologico, soprattutto. Se non vuole rispondermi, non fa niente.”

La guardo con sincero stupore. Non riesco a credere che possa essere così falsa.

“Seguo il volo delle mosche. Ci ha mai fatto caso? Volano poco più in basso del soffitto, nelle vicinanze del lampadario; compiono certi tragitti strani, irregolari eppure in un certo modo costanti. Vanno avanti, virano all’improvviso ad angolo retto, fanno mezzo giro abbassandosi poco, ritornano in diagonale al punto di partenza, e poi ricominciano da capo, tic tic, zz, tic tac dall’altra parte, zz, e poi tic tac... E tutto questo evitandosi sempre l’un l’altra, è una specie di danza, e quando due cozzano tra loro, rimbalzano, come due palle su un biliardo. Ah, è bellissimo, mi creda, non esiste modo migliore per passare il tempo!”

Ho gesticolato, e adesso la fisso sarcastico, proteso sul tavolino.

Lei capisce, ma come al solito non fino in fondo.

“Ho capito, non mi devo impicciare dei fatti suoi. Lei vuole una sua privacy, vuole che sia rispettata la sua dignità, non è così?”

“Io vorrei non essere preso in giro, soprattutto. Lei è qui per lavoro, e del mio benessere si riempiono le sue tasche. Se vuole essermi amica, eviti le frasi prese dal manuale del perfetto psicologo. Altrimenti, mi interroghi con i suoi test e le sue macchie, ma la smetta di sorridermi.”

Devo avere esagerato. Non dovevo arroccarmi così. Ora mi accuserà di cinismo. A vederla così cupa, sembra davvero amareggiata.

“E va bene, ho iniziato male, ne prendo atto. Mi scusi.”

Mi guarda negli occhi.

“Io ci terrei davvero ad avere un buon rapporto con lei, sinceramente. Ma lei non mi rovesci addosso tutto il suo cinismo, per favore. Può non crederci, ma mi fa male.”

Sospira. Fa ordine fra le sue carte, per rincuorarsi. Forse non dovrei, ma mi sento in colpa, come il più spregevole degli esseri. Mi devo scusare.

“Non era mia intenzione ferirla. Anzi, continuiamo a parlare, mi consola.”

Norma si è raddrizzata, appoggia i gomiti al tavolino; mi parla con pacatezza, adesso.

“Anch’io sono stanca di farle test; magari mi sbaglio, ma nel suo caso mi sembrano grotteschi. Preferirei - e penso preferisca anche lei - parlare liberamente, senza vincoli... psichiatrici. E’ d’accordo?”

“Ma sì... ma sì, sono d’accordo. Mi chieda lei qualcosa; cosa vuole sapere di me?”

Sorride:

“Da brava psicologa, dovrei dirle di parlarmi di lei, della sua infanzia, dei suoi genitori... Ma faccia come vuole, liberamente.”

“Tanto, qualsiasi cosa io le dica, lei la userà per giudicarmi, no? Non è così che fanno tutti gli psicologi scrupolosi? Quindi, tanto vale che le parli ‘di me, della mia infanzia, dei miei genitori’, come dice lei.”

Lei fa per protestare (non so se per ipocrisia o perché mi considera stupido), ma io la fermo con un gesto della mano e la metto a tacere:

“Dunque... Sono nato in un paesetto di campagna, all’estremità di un pianoro in cima a una collina. Mio padre era carpentiere, mia madre lavorava in casa e faceva la sarta. Non ho fratelli. Mio padre è morto una decina di anni fa, di un infarto improvviso; mia madre invece l’ha raggiunto l’anno scorso - un cancro; non si è voluta curare, e tutto è stato molto più rapido.

Lei è sempre stata lì nella mia vita, come una statua silenziosa; forte e tranquilla. Aveva delle mani un po’ tozze, rovinate dal suo lavoro di donna. Parlava poco, ma quello che diceva si rivelava sempre giusto; di questa sua magia mi sono sempre stupito, anche quando sono diventato uomo. Ricordo certi suoi vecchi vestiti a fiori, o a disegni geometrici, sempre un po’ scuri, un po’ tristi. Era timida, e forse non aveva niente di cui vantarsi; eppure quando andava in giro teneva la testa alta e si guardava attorno largamente, forte di una profonda dignità che non le ho mai visto venire meno.

Della mia infanzia non ho molti ricordi, ma alcune immagini estremamente nitide e luminose. Ci sono le mani di mia madre che stirano una camicia azzurra, che innaffiano i gerani sul davanzale, che rammendano un calzino bucato. Poi c’è mio padre: mio padre che esce di casa con un cappello in testa, mio padre seduto a tavola un po’ curvo con davanti la bottiglia del vino, mio padre che dà un bacio sulla testa a mia madre quando crede che io non li possa vedere. Quando tornava dal lavoro aveva le mani nere e ruvide; se le lavava scrupolosamente     

con la saponetta, e il lavandino si rigava di rivoletti grigi.

Con lui andavo spesso nei boschi vicino al paese a raccogliere funghi e castagne, o solo per fare una passeggiata, la domenica. Quand’ero molto piccolo mi portava sulle spalle - ma io non me ne ricordo, me l’ha raccontato lui più tardi. La mia memoria vede me che gli zampetto dietro dove lui mi apre la strada, scostando rami e sarmenti spinosi.

Al centro del bosco si apriva una radura verde; qui si poteva sentire sempre il canto del cuculo: era un suono magico, dolce, ovattato, che mi faceva pensare al riposo dei meriggi d’estate, e mi induceva al sonno. Mio padre mi raccontava di esseri meravigliosi che vivevano nel bosco, ma tanto elusivi che io non li ho visti mai. La lepre, il cinghiale e il gufo sono rimasti per me presenze occhiute che mi osservavano dalle loro tane e dai loro nascondigli, negli alberi e negli anfratti di roccia.

Nel bosco, in un angolino soleggiato circondato da noccioli, c’era una strana costruzione dal ruolo a me ignoto,  estremamente inquietante. Si trattava di un casotto in muratura, a due piani, costituito solo da una stanzetta a pian terreno e da una identica al piano superiore, a cui si accedeva tramite una scala di legno pericolante. All’esterno era dipinta di bianco, e ai due lati della porta erano raffigurati un gatto nero con la schiena arcuata e un uccello notturno bruno, forse una civetta. Aveva l’aria di non essere usato da tempi immemorabili. Un po’ per spavalderia e un po’ per curiosità, io entravo sempre a dare un’occhiata al buio dell’interno, e trovavo tutto ogni volta immancabilmente immutato; andavo anche di sopra, e guardavo fuori dalle finestrella senza intelaiatura che dava sul lato anteriore.

Con mio padre lo chiamavamo ‘la casa delle streghe’. Nel praticello incolto antistante c’era una mola di pietra, sopra e intorno alla quale si trovavano sempre i resti neri di un fuoco recente.

Nel bosco c’era un altro posto incantato, che è rimasto nella mia fantasia come un sogno, come una cosa che mi devo essere immaginata; eppure so che è vera - perché è così bella la realtà della natura: è meravigliosa. Ebbene, quel posto era un piccolo ordinato bosco di conifere ancora in crescita, un vivaio ricavato all’interno di un bosco di alti castagni e querce. Ci si ritrovava, all’improvviso, come in un altro mondo. Il terreno era un tappeto di muschi, perfetto, morbido. Tutto era di un verde fresco, brillante, saturo. Ma la cosa stupefacente erano certi funghi che crescevano proprio ai piedi di quei pinetti bassi. Spuntavano sul muschio, magicamente, ed erano di un colore arancione intenso, vistosissimo; il cappello era ricoperto di una pellicola appiccicosa, su cui spesso sostavano delle chioccioline bianche. Ecco, questo luogo era per me una meta rara e privilegiata, perché era diverso, e sorprendente; e quei funghetti lisci lisci e dalla forma perfetta io esitavo sempre a raccoglierli, perché formavano con il muschio e i pini qualcosa di tanto bello che mi pareva sacrilego alterare.

Mi fermo; solo dopo una lunga pausa mi ricordo della presenza di Norma, e mi riscuoto.

“Mi scusi, la sto annoiando?”

“Oh no, anzi, continui.”

Mi guarda con una gran calma negli occhi, le mani in grembo.

“Allora... Non so se sia stato per via di questa mia educazione, o per l’ambiente quasi ancora rurale in cui vivevo, o per una mia naturale inclinazione, fatto sta che io sono sempre stato una persona introversa, di poche parole.

Non avevo molti amici; però li amavo con una sorta di devozione, di affetto partecipe. Gli altri di solito non si accorgevano proprio di me; erano in un circuito diverso, che mi sembrava si muovesse sempre troppo in fretta. Io andavo piano - ho sempre avuto quest’impressione: lentezza, svagatezza, come un galleggiare. Questa mia sensazione di lontananza dagli altri si è accentuata con l’età, già all’inizio dell’adolescenza. Era così anche a scuola: gli altri non si interessavano per niente a me - e d’altronde io non avevo molto a che fare con i loro divertimenti e i loro interessi.

Una volta... una volta, dovevo avere dodici o tredici anni, fui invitato alla festa di compleanno di un amico che viveva in una cascina al limite del paese. Era una giornata bellissima, all’inizio dell’estate. Era stato organizzato un pranzo all’aperto, sull’erba, sotto un grande ciliegio. Dopo mangiato, alcuni dei ragazzi si misero a giocare a calcio nel prato, mentre altri (soprattutto le ragazze) rimasero sotto l’albero a chiacchierare e a fare a gara a chi annodava meglio con la lingua il picciolo di una ciliegia. Io invece ero attratto da un sentiero che iniziava ai margini del prato e proseguiva dietro la cascina, inoltrandosi nel bosco. Senza dir niente a nessuno, presi il sentiero e camminai per un pezzo tra gli alberi. Mi fermai dove una roccia affiorante formava un’ampia lastra piatta, ricoperta di muschio. Qui mi sdraiai a riposare, fissando il cielo e le nuvole bianche e vaporose.

Cominciai a fantasticare. In quel periodo leggevo spesso libri d'avventura. Macinavo centinaia di pagine in pochi giorni, e la mia fantasia si ammalava di strani sogni. Quel giorno immaginai di essere il solitario abitante di una foresta selvaggia, e di salvare da mille insidie una dolce ragazzina che si era persa sfuggendo ad un manipolo di feroci mercanti di schiavi. Il mio contegno era sicuro e freddo, le mie gesta eroiche. Così, dopo aver evitato trappole e imboscate, dopo aver attraversato indenni precipizi e sabbie mobili, e seminati brillantemente gli inseguitori, giungevamo infine alla salvezza, al mare, dove una nave attendeva il ritorno della fanciulla. Ma prima che lei potesse esprimermi la sua riconoscenza con un bacio, udii delle voci lontane che mi chiamavano.

Non venivano dalla foresta, ma dalla cascina. Era ormai quasi sera, e qualcuno si era accorto della mia assenza. Tornai indietro di corsa, ma fui aspramente redarguito.

Ora so che quei rimproveri erano giustificati, perché me ne ero andato senza avvertire e avevo dato una preoccupazione alle persone che erano responsabili della mia incolumità. Ma la mia ragione di ragazzino si ribellava, pensava di essere nel giusto: che avevo fatto di male? Non mi ero messo in pericolo. Non mi ero perso - conoscevo benissimo la strada del ritorno. Avevo passato un pomeriggio bellissimo in tutta tranquillità. Dunque per quale ragione quegli adulti ce l’avevano con me?”

Faccio una pausa. Certi ricordi sorprendono me stesso. Ma che penserà Norma di tutto questo? La guardo: mi sorride. Sembra che mi incoraggi a proseguire. Non so perché, ma mi viene da ridere.

“Beh... Non si faccia idee strane! Non sono poi così svampito...”

Ride anche lei. Mi sento rasserenato e quasi tranquillo. Riprendo.

 

“In realtà... io non sono mai stato molto integrato. Questo all’inizio mi faceva un po’ soffrire. Ma poi me ne sono fatto una ragione, e da allora mi sono sempre sentito quasi un privilegiato. 

C’è stato un episodio che mi ha chiarito le cose, che mi ha fatto capire come io tenessi a me stesso più di quanto non sperassi nell’approvazione degli altri.

Dunque. Avevo diciassette anni quando feci un viaggio in Francia con alcuni amici della scuola. Un giorno si visitò una cittadina medioevale; per pranzo si decise per un ristorante senza troppe pretese. Il locale non era lussuoso né elegante, ma sobrio e pulito, con arredamento rustico e lampadari in ferro battuto. Ci sedemmo e ordinammo il primo. Alcune delle ragazze sbirciavano un gruppo di studenti francesi in divisa blu seduti al tavolo accanto, mentre io e gli altri compagni commentavamo la visita e discutevamo su come avremmo passato la serata.

Ad un tratto, dalla porta aperta entrò un cane, un bel setter bianco non più giovane, che evidentemente apparteneva al padrone del locale. Girellò con tutta calma intorno al banco, ricevendo una carezza da due avventori abituali che bevevano birra seduti su alti sgabelli. Poi si diresse al tavolo degli studenti francesi, e anche qui ricevette una carezza, e in più qualche strisciolina di carne rimasta nei piatti. Soddisfatto, muovendo un poco la coda, l’animale si avvicinò al nostro tavolo. Inizialmente nessuno lo degnò di attenzione; allora mi sporsi dalla sedia e lo chiamai con un gesto della mano. Lui mi notò e si avvicinò; misi la mano sulla sua testa solida e morbida e presi ad accarezzarlo tra le orecchie.

- Ma dài, che schifo, qui dobbiamo mangiare, manda via quel cane! - gridò Vera, una delle mie compagne, una ragazza carina ed elegante, molto ricca e molto cittadina. Se ne stava impettita e rigida sulla sedia, come ad evitare qualsiasi contatto con l’animale.

Replicai: - Perché, scusa?  E’ pulito. Non vorrai che le pulci ti saltino nel piatto!

- Senti, gli animali a tavola non ci devono stare. Non è igienico. E poi io ho paura, mi fa schifo, fallo uscire per favore. -

Io mi inalberai: come poteva sostenere che quello splendido animale facesse schifo?

- Ma perché hai paura? E’ buonissimo, non vedi? Io ho sempre avuto cani in casa, anche sotto il tavolo, e non ho mai preso né la rabbia né le pulci... -

- E dài, fallo uscire, se Vera ha paura... - interloquì Stefano.

- E poi è vero, non si tengono i cani sotto il tavolo quando si mangia - aggiunse Chiara.

Guardai i compagni che avevano parlato, prima l’uno e poi l’altro, stupito da quella insensata levata di scudi, ma non trovai le parole. Non ho molta presenza di spirito, e anche in quell’occasione mi trovai a malpartito.

In quel frangente arrivò la padrona, una signora bionda e pienotta, alta; sorrideva, un sorriso dolce e imbarazzato. Toccò il cane sulla schiena per farlo avvicinare a sé.

- Il est propre... - si giustificò.

- Comment s’appelle? - le chiesi.

- Sanson - mi sorrise, e s’illuminò. - Sanson! - lo chiamò allontanandosi, e il cane la seguì.

Io rimasi al tavolo, ma fremevo dalla voglia di uscire. Era aprile, una giornata di sole, i giardini fioriti di tulipani e iris, i campi gialli di colza...

- La signora presso cui abitavo in Inghilterra - stava dicendo Vera - era una persona molto gentile, ma aveva certe abitudini... Lasciava dormire i cani sul letto dei bambini, e quando cucinava preparava sullo stesso fornello il cibo per noi e quello per le bestie! E li mescolava con lo stesso cucchiaio! -

Chiara uscì in un ‘bleah’ di disapprovazione. Io mi intromisi:

- Ma scusa, i bambini erano sani? -

- Beh, ma sì - rispose Vera.

- E allora? Il cibo per cani non è mica merda, anche loro mangiano... -

- E’ una questione di cultura - sentenziò Stefano, interrompendomi. - I popoli del nord Europa hanno con gli animali un rapporto diverso dal nostro, e noi non riusciamo a capirlo.

- Parla per te - dissi a Stefano: mi alzai ed uscii dal locale.

Fuori c’era Sanson, sdraiato proprio sull’ingresso, in penombra. Mi chinai ad accarezzarlo.

- Ciao, Sanson. - E mi allontanai, rinunciando al pranzo.

Girovagai a lungo per il paese; guardavo i giardini e i canali dall’acqua luccicante, e riflettevo.

Che rabbia mi faceva quell’atteggiamento schizzinoso, da donnicciole che saltano sulla sedia per paura del topolino! Mi faceva rabbia perché loro se ne facevano forti, come di un segno di modernità, di elegenza, di cultura anche. Invece è solo una nevrosi, una delle tante nevrosi ‘ufficiali’, giustificate dalla pseudocultura scientifica di massa: l'ho sempre pensata così.

Non pare anche a lei, che sia una malattia? Uno si convince che per vivere bene e magari in eterno l’uomo debba stare in una boccia di cristallo limpida e perfettamente pulita, dove non si vedano impurità, corpi estranei, piccoli esseri insani. Uno si costruisce questo universo privato, e ne esclude tutto quanto lo turba - cioè, il resto del mondo. E nel far questo è sostenuto da una scienza facile e tranquillizzante, che mostra i malanni e propone l’acquisto dei rimedi.

Ma poi, vede, il problema dell’igiene è solo un piccolo particolare, un pretesto. Questa in realtà è paura: paura di quello che non si conosce, di quello che pare diverso; e ciò che non si conosce fa paura, pregiudizialmente, soprattutto a degli esseri ricchi di immaginazione come siamo noi. E non si cerca di conoscere, no: si rifiuta, si rigetta; si rimuove il mondo, ci si ostina a non vederlo, lo si elimina dalla coscienza.

Vede, quei miei coetanei si ritenevano certamente emancipati e liberi, modernamente tolleranti e antirazzisti.  Eppure il principio discriminatorio è esattamente lo stesso, che lo si applichi a un uomo o a un cane: quello è diverso da me, non parla la mia lingua (o non parla proprio, che poi è la stessa cosa), perciò non è un uomo; dunque, vediamo: lo posso usare? Bene, lo assoggetto e lo uso. Non lo posso usare? Lo tengo a distanza, potrebbe essere pericoloso. E allora è comodo pensare che ogni comunicazione sia impossibile, e inutile ogni tentativo di conoscenza. E così, discriminazione dopo discriminazione, ci si dimentica del mondo. Ci si trova rinchiusi in una scatola angusta che si chiama uomo; una cella senza finestre, in cui si dovrebbe trovare ogni ragion d’essere, ogni fine, ogni soluzione.

Ma come si fa a a perdere così di vista la realtà? In questo modo, l’uomo dimentica se stesso, la propria natura, e si perde tutto il bello, tutto il sublime che c’è nel mondo! L’uomo è così tronfio, così pieno di se'! E’ un essere ammalato di mente: di troppa mente, di troppa fantasia, di una ragione sbagliata. Un’intera civiltà basata su un errore, su una follia - l’uomo al centro dell'universo!

Gli uomini chiamano feroci i leoni perché sbranano le gazzelle. Noi definiamo crudeli gli animali perché seguono una legge necessaria, e intanto massacriamo altri uomini perché ci lasciamo convincere e indottrinare che questo è giusto. Disprezziamo l’istinto e la bestia, e con il raziocinio creiamo mondi bislacchi in cui è lecito uccidere il fratello, tradire l’amico, mentire a tutti, e questo secondo le leggi, secondo i ‘princìpi’...

Ma le pare che tutto ciò abbia senso?”

 

Le mani mi ricadono sul tavolo. Mi sono lasciato trasportare, ho gesticolato. Adesso sento un’infinita tristezza, e sono stanco, troppo stanco. Ma la mia rabbia mi sorreggerebbe ancora: se solo servisse a qualcosa, se solo...

Norma mi guarda fissamente, i suoi occhi sono grandissimi.

“Sì...” mormora. “Sì, lei deve avere ragione.” 

Ah, ma allora può servire a qualcosa! Allora non tutto è perduto...

Norma si alza, va alla porta, mi guarda:

“Buonasera. Passi una buona notte.”

Sollecita, premurosa, anche nella voce.

Io non ce la faccio a rispondere. E rimango nella mia cella, da solo, con dentro ancora quel subbuglio che mi agita.   

 


PARTE SECONDA

L’ALBERO

 

“Il pino sembra ascoltare, l’abete aspettare; l’uno e l’altro senza impazienza: - non pensano al piccolo uomo sotto di loro, divorato dall’impazienza e dalla curiosità.”            

           F.W.Nietzsche
E’ bella la luce del giorno. E’ rassicurante.

Nonostante lo squallore di questo carcere, continuo a preferire la realtà ai sogni. Forse è questa la mia malattia.

Stanotte ho avuto un incubo. Uno dei miei soliti sogni insensati, metamorfici, impossibili. A renderli angosciosi è un’atmosfera buia, claustrofobica, da rifugio antiatomico; c’è sempre una minaccia incombente, una spada di Damocle che mi terrorizza, senza mai assumere un’identità precisa.

Ma vediamo dunque di ricostruire quest’incubo, può essere un passatempo istruttivo.

Mi trovavo, dopo lunghe peregrinazioni in luoghi sconosciuti, in una grande stanza all’interno di un palazzo labirintico. Il pavimento di marmo liscio e lucido rifletteva un soffitto bianco e disadorno, da ospedale. In fondo alla stanza c’era un lungo tavolo di legno massiccio, disposto di traverso davanti a due enormi finestroni che occupavano tutto lo spazio dal pavimento al soffitto. Io guardavo fissamente verso l’esterno, attraverso queste finestre, intento a cercare non so cosa nel cielo bianco e lattiginoso, completamente vuoto.

Chissà perché ero tanto affascinato da quel biancore; continuavo a camminare piano verso le finestre, e non mi ero accorto che c’era qualcuno seduto dietro il grande tavolo. Com’è che me ne sono reso conto? Ah, sì; ho urtato una sedia, ho abbassato lo sguardo, ed ecco lì quell’ uomo calvo con gli occhiali, in abiti di classica eleganza, molto formale. E di fianco a lui altri uomini, anch’essi classici e formali; ma rimanevano ombre sfumate, perché io non badavo affatto a loro. Tutta la mia attenzione era polarizzata sul primo uomo; sentivo che lui sapeva ogni cosa di me, che era al corrente di come fossi arrivato lì, e di cosa dovessi fare.

Osservandolo, l’ho riconosciuto (anche se non somigliava a nessuno che io conosca realmente), e allora ho capito finalmente qual era il motivo della mia presenza in quel posto.

Si trattava di un esame: quell’uomo era il professore preposto ad esaminarmi, e quegli altri la commissione. Ora ero più tranquillo. Sapevo di essere pronto per la prova. Ci avrei fatto una bella figura, non avrebbero potuto cogliermi in fallo.

L’uomo mi  ha fatto la domanda. Io, rimanendo in piedi dov’ero, ho cominciato a parlare. Avevo in mente molte cose da dire, molte belle cose, da cui si sarebbe potuto capire non solo che sapevo, ma anche che avevo capito, che sapevo ragionare, che avevo una spiccata coscienza critica, insomma che ero un uomo non comune.

Ma accidenti. I sogni sono terribili, nel dire la verità.

Io parlavo, parlavo; ma in realtà incespicavo, mi confondevo, le mie frasi si aggrovigliavano inesorabilmente, contro la mia volontà, e tutto il mondo che volevo esprimere restava chiuso e tradito in un guazzabuglio di parole inesatte. Maledizione, pensavo, devo migliorarmi, ho un sacco di cose da dire, ma il professore mi guarda severamente, pensa che io non sappia nulla, si arrabbierà molto e mi punirà!

Ma lo stesso le mie parole continuavano ad uscire da sole, contro la mia volontà, senza senso né ordine, ed erano un fiume inarrestabile, né io riuscivo a frenarmi. Mi intestardivo, ma niente, la situazione precipitava, e sentivo che ogni frase era un’ammissione di colpa, che tutto quello che usciva dalla mia bocca sarebbe stato usato contro di me, e sotto i piedi mi si apriva una voragine, un vuoto che mi toglieva le forze, l’esecuzione della mia condanna.

A un certo punto ho smesso, sono stato zitto, e ho provato tutta la paura dell’attesa di un verdetto. L’uomo che prima stava seduto di fronte a me ora si trovava in piedi al mio fianco, molto vicino.

Mi sono scostato istintivamente, e ho visto che lui adesso indossava una sorta di sacco scuro, come il saio di un monaco. Ma i suoi occhi erano terribili, il suo volto immobile, e io d’impulso mi sono voltato per fuggire, ma la sua mano si è posata ossuta sulla mia spalla...

 

Di solito, quando la paura nei sogni supera il livello di tollerabilità, ci si sveglia; difficilmente si realizza quello che si teme di più: nel sogno non si può morire.

Invece questo sogno non si è interrotto, solo ha cambiato forma.

 

Adesso ero su una scala, e una forza oscura mi spingeva a salire. Io salivo, continuavo a salire, e la scala continuava a mantenersi uguale a se stessa, con il suo marmo bianco picchiettato di marrone; e non portava da nessuna parte. Mi sentivo stanco e sfiduciato, e pensavo che poi non sarei stato più capace di tornare indietro; come se mi fossi trovato in un labirinto difficile e complesso, e che sempre più si complicava mano a mano che procedevo, infinitamente, fino a farmi perdere la speranza di ritrovare l’unica uscita, rimasta chissà dove alle mie spalle.

A un certo punto, la scala si è interrotta. Si è fermata così, senza un motivo, davanti a una finestrella opaca da cui entrava una luce calda e dorata. Ma io ero lì, non sapevo cosa fare, e capivo che quella era la mia meta, che lì sarei rimasto per sempre. La morte. La fine in un inferno luminoso  e scarno, abulico, privo di sfondo e di dimensione, la disperazione del nulla. Il nulla per l'eternità. Un'eterna luce gialla e opaca,  e nien'altro, in cima alla scala sulla quale con tanta angoscia mi ero affannato.

E così il sogno si è concluso, per mancanza di argomenti.

 

Ma ora basta, basta con i sogni. Non mi interessano le interpretazioni, non credo nella psicologia.

Piuttosto,  chissà cosa fa Norma. E’ una settimana che non viene a visitarmi. La vedo solo passare per i corridoi due o tre volte al giorno, sempre indaffarata e di corsa. Ma non si dimentica mai di farmi un sorriso. Questo mi incoraggia. So che non dovrei farmi delle illusioni e sperare troppo, ma mi è rimasto solo questo.

E poi, Norma non è male. Nonostante tutto, è uno dei pochissimi esseri umani che ancora resistono qui dentro. Certe cose le capisce d’istinto, anche se forse non se ne rende conto pienamente. E’ ancora sensibile al cuore - in fondo, è una donna.

Norma... ha proprio degli occhi molto belli.      


Quando Corradino, il ragazzo delle pulizie, arriva con il suo spazzolone e il suo straccio e si mette a strofinare i pavimenti fischiettando ariette stonate, vuol dire che il sole sta tramontando e tra poco sarà notte. Ancora mezz’ora e gli inservienti urleranno che è ora di dormire, a nanna ragazzi e spegnete la luce.

Allora le celle rimangono in penombra, appena illividite dalla luce delle lampade in fondo ai corridoi; allora il silenzio si fa più tetro, rotto da mugolii sommessi e da qualche strepito isolato. Così, i pensieri non riescono a trovare la giusta obbiettività; come non pensare alla morte, fissando le ombre immobili e nere che scivolano dalle pareti al pavimento?

Quando ogni idea di libertà viene annullata, cosa rimane? Se si è deboli, ci si spegne per adeguarsi con maggior facilità; se non ci si arrende, va il sangue alla testa e si finisce sul letto di contenzione. Io non mi sono ancora deciso, sono qui da troppo poco tempo;
mi limito a ripensare al mio paese, al mio albero, e mi procuro certi groppi in gola che di giorno in giorno si fanno più dolorosi.

Ma stasera sono sereno, come se mi avessero allentato i ceppi.

Oggi ho parlato con Norma, e finalmente mi sono spiegato. Non penso che lei abbia capito, però penso di averla toccata. Sarebbe già molto.

E’ un destino disperato, rimanere lettera morta - come non essere amati.

Ma Norma non è un fantasma come tutti gli altri. Di tanto in tanto i suoi occhi si accendono, sprofondano nella mia coscienza, e allora la sento vicina, quasi facesse per un attimo parte di me. E’ troppo raro trovare una comunicazione simile con un essere umano. Anche Norma non è libera; è imbevuta della sua educazione, dello spirito del tempo, dei suoi studi medici, della burocrazia del suo ambiente. Giustifica tutto, perchè crede che tutto sia necessario: ed è così in effetti, perché così dice la legge, perché così vuole la storia. Perciò io resto lettera morta.

 

Eppure, oggi mi sono divertito. Mi sono divertito perché mi sono espresso, e mi sono sentito vivo.

Lei mi stava davanti sorridendomi, seduta al solito modo, con le gambe accavallate. Prevenendo la sua domanda, mi sono fatto coraggio e le ho chiesto quello che più mi stava a cuore.

“Senta, prima di cominciare, potrebbe dirmi, se lo sa... L’albero è stato abbattuto? Il platano, dico, quello per cui io sono qui.”

Lei ha esitato, e io ho trepidato per un momento.

“Guardi... sinceramente, non lo so. Non sono di quelle parti, e non ho sentito nessuna notizia in proposito. Sui giornali e in televisione, niente.”

“Ovvio, chi vuoi che se ne freghi di un platano?” ho borbottato, e mi sono mosso a disagio sulla sedia.

“Cosa, scusi?” ha domandato Norma chinandosi verso di me.

“Oh, niente. Non importa.”

“Allora... Ecco, oggi volevo chiederle, se non le dispiace, di raccontarmi quell’episodio. Quello dell’omicidio, intendo. Ma...” Norma si è schiarita la voce; teneva gli occhi sulle proprie dita intrecciate. “Ma se lei non vuole, se pensa che le faccia troppo male, o...”

“Ma no, non sono così fragile! Lei me lo fa raccontare, diciamo così, a scopo terapeutico, vero? Ma io non ho nessun problema con me stesso, a questo proposito. Ripenso a quell’episodio decine di volte al giorno. Mi torturo sapendo che ho causato sofferenza. Ma non sono pentito. Di cosa dovrei pentirmi? Quell’uomo non era né meglio né peggio di qualsiasi altro - mi era completamente indifferente. E d’altro canto, non posso nemmeno dire che non avrei dovuto prendermela con lui; sia perché l’omicidio, appunto, è stato un caso disgraziato; sia perché quell’uomo era colpevole (o innocente) come chiunque altro.

Ma comunque - sì, glielo racconto, l’episodio.

Tutto è cominciato un paio di anni fa, quando è stato approvato il piano per la costruzione di quella strada - una circonvallazione, sa: la città è piccola, non regge più il traffico diretto alla zona industriale, il centro storico rischia il collasso, eccetera. La strada dunque avrebbe dovuto passare nel fondo della valle; e una bretella di allacciamento l’avrebbe collegata all’erta che sale sulla collina e raggiunge il mio paese. E’ questa bretella che avrebbe dovuto essere costruita sul mio albero (uso il condizionale, perché continuo a sperare che quell’orrore non venga realizzato mai).

La costruzione della strada, dunque, cominciò da lontano, ad alcuni chilometri dall’albero e da me. Per mesi non si udì la minima eco dei lavori; per mesi mi illusi che quell’evento orribile e insensato non si sarebbe mai verificato. Anzi, alla fine ci avevo fatto quasi l’abitudine e non ci pensavo più. Dalla cima della collina guardavo laggiù il platano, e mi dicevo che quella che gli uomini chiamano la storia non lo avrebbe mai toccato, che lui come sempre ci sarebbe passato in mezzo indenne e tranquillo.

Invece, quel giorno di aprile arrivarono i camion. I camion, l’argano, le motoseghe, e gli operai. Era il primo pomeriggio, e c’era il sole; ricordo l’aria tiepida, limpida, lavata dalla pioggia della notte precedente.

 Tornavo dal lavoro in bicicletta, quando vidi il camion con l’argano fermo a poca distanza dall’albero.

- Ecco, ci siamo - pensai, sentendo improvvisamente freddo.

- E’ finita. E’ finita per il platano, per  me, per tutto. Oppure... -

Oppure.

Lasciai la bicicletta sul ciglio della strada e mi avvicinai al gruppetto di operai; erano in quattro e confabulavano sul da farsi, spostandosi qua e là per valutare le dimensioni dell'albero e il modo migliore per abbatterlo.

Presi di mira uno di loro che si era scostato dagli altri e si stava infilando un paio di guanti da lavoro. Doveva avere al massimo trent’anni; era più alto di me, capelli scuri e un volto ordinario.

- Mi scusi. Siete qui per tagliare l’albero, voialtri? - gli chiesi.

Quello mi guardò stupito.

- Sì, perché? Si deve costruire una strada, qui. -

- Ma le sembra il caso? Questo è un platano vecchio di secoli, un monumento vivente, non le pare uno spreco, un crimine, buttarlo giù per così poco? -

L’uomo mi considerò un attimo con perplessità, poi cercò con lo sguardo uno dei suoi compagni, per avere un appoggio.

- Beh, spiace anche a me; crede che non mi dispiaccia? Lo vedo anche io che questo è un gran bell’albero. Se fosse per me... Ma non l’ho deciso io. A me hanno detto di fare questo lavoro, e non posso mica rifiutarmi, altrimenti perdo il posto. Capisce? -

Si voltò verso il camion e scaricò una pesante motosega a motore.

- Vede? Ci toccherà pure un lavoraccio. - Disse, soppesando sulle braccia l’ingombrante aggeggio. E sorridendo un po’ amaro si accostò all’albero.

Gli altri stavano ancora discutendo, e intanto uno di loro mi teneva d’occhio, con l’espressione di un commesso di negozio che osserva uno zingaro aggirarsi intorno alle mercanzie.

Io tornai a rivolgermi all’operaio con la motosega.

- Chi è il capo qui? Chi è che coordina i lavori? -

Egli sospirò.

- E’ quello là, col cappello verde - rispose indicandomi l’uomo che prima mi guardava con sospetto. - Ma anche lui non c’entra niente, sa, anche lui fa un lavoro per conto di altri. Noi siamo solo degli esecutori. -

- Che succede? C’è qualche problema? -

L’uomo dal cappello verde si era avvicinato in fretta, e adesso mi guardava col sorrisetto conciliante di chi è abituato a risolvere per un superiore certe questioncelle spinose.

- Stavo dicendo - ripresi - che non potete tagliare questo albero. Cioè, non è che sia colpa vostra, ma quel progetto è assurdo. La strada si può benissimo fare un centinaio di metri più in là, no? Lo vedete anche voi, non c’è nessun ostacolo. Non si può abbattere un albero simile per niente, è una cosa da pazzi, è un delitto! -

- Senta, che vuole che ci facciamo noi? Siamo dei semplici incaricati. Doveva dirle al responsabile del progetto queste cose, che a voler vedere sono anche giuste; ma adesso è tardi, noi questo lavoro lo dobbiamo finire per stasera, secondo gli accordi. -

- Gli accordi? Ma quali accordi? Io non ne so niente di questi accordi. Mi faccia il piacere di rimandare i lavori, in modo che si possa riscrivere il progetto. Vedrà che si può cambiarlo benissimo. Così... -

- No, non ci siamo capiti - ha replicato, duro. - Il lavoro va fatto oggi, è nel contratto, ormai non se ne può più discutere. Ci lasci lavorare in pace per favore, eh? - concluse, con una smorfia di falsa accondiscendenza. Si voltò, e si diresse rapido e sicuro verso gli altri due uomini che lo aspettavano.

Io rimasi un attimo impietrito. Guardai in su le fronde ampie del platano che si muovevano piano al vento, ignare e indifferenti. No, mi dissi, no. Corsi dietro all’uomo col cappello verde.

- No, non è proprio possibile che questo platano debba morire oggi. Avrà almeno trecento anni, ne ha vista passare di storia! Ne avrà passati di inverni freddi, di gelate, di estati torride, di malattie. E ce l’ha sempre fatta. Non può essere che muoia perché uno stronzo non vuole costruire una strada cento metri più in là! -

Avevo parlato in modo concitato, a voce alta. Ero mosso da una specie di terrore.

- Quel platano - ripresi affannato, indicando con la mano l’albero davanti agli occhi perplessi dei tre uomini - è un bene comune, lo capite? Ed è vivo! Non sarete così incoscienti da ucciderlo senza nemmeno pensarci! -

- Basta, adesso, senta - esordì il capo facendosi avnti e torreggiando su di me. - Le ho già detto come la penso; le ho già detto che questo compito non piace neanche a me. Ma lo devo fare, capisce? Eh? Non ci tratti come dei criminali, come vede alle cose ci pensiamo anche noi, non è mica lei l’unico ad avere un cervello. Perciò adesso - e qui mi appoggiò una mano sulla spalla e mi fece  voltare verso il platano - adesso saluti la sua pianta e ci lasci lavorare. - E si scostò da me.

Fui preso da un angoscioso senso di impotenza. La gola mi si chiuse dolorosamente. L’albero mi parve all’improvviso fragile e indifeso. L’operaio con la motosega era sotto di lui, e aspettava solo il via. Sarebbero bastati pochi minuti.

No, ancora una volta no, mi ribellai.

Tornai dal capo operaio, e mi piazzai di fronte a lui.

- Mi perdoni, ma io non posso tacere. Io non sono pazzo come lei crede; anzi ritengo che i pazzi siano gli ingegneri che hanno fatto un progetto del genere. E noi non possiamo eseguire gli ordini di un pazzo, giusto? Sarebbe come... Sarebbe come se venisse qui un generale malato e misogino e ci ordinasse di sgozzare tutte le donne giovani e belle. Noi avremmo il dovere di ammutinarci, no? Non possiamo obbedire a tutto quello che viene dall’alto così, automaticamente, solo perché ‘siamo tenuti’. O sbaglio? -

Avevo parlato con furia, senza pensare. Sentivo che avrei potuto perdere il controllo. L’uomo mi guardò per un lungo momento: forse stava per esplodere; oppure stava pensando alle mie parole?

Repentinamente mi prese per un braccio, diede uno strattone e mi trascinò ad una certa distanza, verso la mia bicicletta. La mossa era stata tanto inaspettata, che non riuscii ad oppormi, ed anzi incespicai e quasi caddi.

- Insomma, la smetta. Ha capito? La smetta! - e mi scosse tenendomi per la manica.

- Adesso inforchi la sua bicicletta e se ne torni a casa, okay? Altrimenti chiamo la polizia. Vada, vada. - E si allontanò di nuovo, furioso.”

 

Qui mi sono interrotto per stropicciarmi la faccia con le mani, come ad esorcizzare un pensiero. Norma mi ascoltava in assoluto silenzio; i suoi occhi dietro le lenti erano fissi e spalancati.

“Ecco, vede...” ho ripreso, con un certo sforzo.

“E’ stato in quel momento che sono precipitato. Sono caduto, sì, proprio come in un pozzo; mi sentivo scivolare, avvertivo il freddo sempre più vicino; e allora fu la disperazione a guidare le mie azioni.

Tornai indietro a grandi passi, ma questa volta andai dal giovane operaio con la motosega. Dovevano aver deciso sul da farsi, perché egli aveva sollevato l’arnese e stava per accenderlo. Con un gesto rapido, mi piazzai tra lui e l’albero, appoggiandomi solidamente al tronco chiaro.

- Voi non butterete giù quest’albero - dissi, a voce bassa e strozzata.

Il giovane rimase un attimo interdetto, ma si riebbe subito.

- Su, per favore, non ci costringa a chiamare la polizia. -

E accese la motosega, che iniziò a produrre il suo innaturale assordante barrito. Mi si avvicinò, sicuro che mi sarei scostato. Ma io non mi mossi. Allora lui si allontanò di un passo e appoggiò i denti della sega al tronco, a una ventina di centimetri dal mio corpo. Affondando nella corteccia, l’aggeggio cambiò musica - un suono sordo, lamentoso. Vidi pagliuzze e schegge bianche schizzare fuori dal tronco.

Allora mi mossi. Afferrai con forza l’operaio per un braccio, e diedi uno strappo violento. La motosega si staccò dal tronco, e cadde. Il giovane... non so come sia accaduto. Credo che abbia perso l’equilibrio; divincolò il braccio dalla mia stretta, fece un passo indietro; l’erba era scivolosa, e il terreno umido; cadde all’indietro; non aveva l’appoggio delle mani: la sua testa urtò una pietra.

Rimase lì dov’era. La sua caduta si era interrotta bruscamente, senza un grido, in una fissità spaventosa.

I suoi compagni accorsero subito; erano già su di lui, mentre io restavo incollato all’albero, pietrificato.

Mi sembrò che passasse un sacco di tempo. Vedevo le cose come da un altro corpo. Non pensavo assolutamente a nulla, eppure capivo tutto alla perfezione, con crudele precisione.

Vidi gli operai intorno al loro compagno; li vidi tastargli il polso, auscultargli il petto, provare a muovergli la testa; uno di loro corse al camion per chiamare un’ambulanza; ma era morto, io lo sapevo, e lo sapevano anche loro, lo si capiva dai loro volti vuoti e terrei. Il capo operaio aveva perso il cappello; mi si avvicinò e prese a scrollarmi e ad urlare.

- Hai visto cosa hai fatto? L’hai ucciso, l’hai! Sei un pazzo! Sei un assassino! Io ti ammazzo... io ti ammazzo! - E mi scuoteva sempre più forte, battendomi la testa contro l’albero.

- Hai ucciso un ragazzo di ventinove anni! Ah, farabutto! - e si mise a singhiozzare.

Io rimasi immobile. Anche il giovane operaio era immobile. Tutto si era attutito, i rumori, le urla, lo strepito della motosega che nessuno aveva ancora spento.

Dopo un bel po’ arrivò l’ambulanza, e poi la polizia. L’agente si avvicinò, guardò il cadavere, poi chiese: - Chi è stato? -

Allora mi svegliai e dissi: - Io, sono stato io. -

Quelli mi caricarono in macchina e mi trasportarono al comando.

Per tutto il tragitto continuai a sentire solo un rumore sordo, come un fischio lontano. E nient’altro.”


                                                                      La presunzione è la nostra malattia

                                                                          naturale e originaria.  

                                                                                               M. de Montaigne

 

Avevo finito. Norma continuava a guardarmi con quei suoi occhi grandi, muta. Allora mi sono appoggiato allo schienale della sedia e ho chiuso gli occhi, respirando piano.

“Beh...” mormorò Norma dopo un lungo silenzio. “Non so... non so proprio cosa dire. Farò meglio a stare zitta.”

Ho aperto gli occhi e l’ho guardata con gratitudine. Lei mi ha sorriso timidamente, si è alzata e ha fatto qualche passo intorno a me, assorta. Adesso provavo uno strano trasporto per lei, una specie di dolce affetto. Il suo silenzio me la avvicinava miracolosamente. Ho sperato che non dicesse nulla, che mi lasciasse con quel sogno d’amore per lei. Invece è tornata a parlare.

“Vorrei restare ancora un po’. Mi piacerebbe che lei mi spiegasse certe cose. Che ne dice di fare una passeggiata fuori, in giardino?”

Quella curiosità nei miei confronti mi avrebbe irritato, da parte di chiunque altro. Ma Norma mi è parsa sinceramente sollecita, e la sua attenzione mi ha addirittura intenerito.

“Certo, con piacere” le ho risposto.

Lei si è rivolta a un inserviente, si è fatta aprire e gli ha spiegato che mi avrebbe accompagnato fuori; poi è uscita. Io l’ho seguita lungo corridoi e scale, fino al portone che dà sul giardino posteriore.

Da quasi due mesi non vedevo il cielo. La luce intensa della tarda mattinata mi ha ferito gli occhi, ormai disavvezzi all’aria libera.

Mi sono fermato sulla soglia; attraverso le ciglia socchiuse guardavo i cipressi, i cedri e le grandi magnolie che emergevano neri da quel grande mare di luce bianca. C’era un profumo sottile, di miele e d’erba, portato da folate di brezza tiepida.

- Cosa sto perdendo. Cosa mi stanno togliendo - ho pensato, incerto tra la gioia del momento e l’angosciosa coscienza del mio stato.

“Il sole l’abbaglia?” Norma si era avvicinata, essendosi accorta che non la seguivo.

Io le ho sorriso come meglio potevo: “Il sole non dà mai abbagli.”

Norma non ha nascosto il suo stupore: “Che vuol dire?” Mi ha chiesto.

“Vuol dire... che i miraggi non sono quelli che ci fanno vedere le oasi dove c’è il deserto, o i giganti al posto dei mulini a vento.”

Norma mi ha guardato con i suoi grandi occhi spalancati ed è rimasta a lungo silenziosa, cercando di chiarirsi qualcosa che le rimaneva indistinto. Alla fine si è arresa, ha distolto lo sguardo e mi ha dato il braccio, per condurmi lungo il vialetto di ghiaia bianca, tra aiuole fiorite e ampie macchie di alberi in pieno rigoglio. Mi sentivo come sospeso; camminavo così vicino a Norma, eppure lei era il dottore, e indossava quel camice che designava un ruolo e marcava una separazione.

“Lei si considera un realista o un utopista?” Ha esordito.

Ho riflettuto un istante.

“Mah... sa che non l’ho ancora deciso? Delle persone che mi conoscono, alcune sostengono che io sia un sognatore, altre mi accusano di essere cinico. Io preferisco considerarmi realista. Anzi, lo sono; solo che la mia realtà è spesso diversa da quella degli altri.”

“Cioè?”

“Cioè, io attribuisco importanza a cose di cui gli altri spesso si dimenticano, e considero invece stupidi orpelli certe ‘istituzioni’, diciamo così, per cui gli altri spendono tutta la vita.”

“Per esempio?”

“Beh, tanto per non andare lontano, può considerare il platano e la strada.”

Norma guardava per terra, assorta. “Capisco” ha detto.

Poi ha continuato: “In un certo senso, lei attribuisce valore agli oggetti naturali, e non a quelli artificiali. E’ così?”

“Grossomodo. Ma non è sempre facile distinguere ciò che è naturale da ciò che è artificiale. L’uomo ha pesantemente modificato la realtà per farla aderire ai suoi schemi. Un lupo è naturale; ma un pechinese, è naturale? Eppure è un essere vivente. Anche l’uomo è un essere vivente, eppure la sua esistenza è condizionata dall’uso di numerose protesi artificiali, dalla ruota per muoversi alle lenti per vedere. A tal punto che non può più farne a meno. La vita dell’uomo ha basi artificiali, che si rifanno in ultima analisi al cervello umano, l’organo creatore di artifici. Dunque il cervello sarebbe artificiale? Non direi.

E comunque, qui scadiamo nelle speculazioni metafisiche - e io con la metafisica non voglio avere niente a che fare.

Ma sa qual è il vero problema? Il problema è che siamo sempre molto infelici, perché ci adeguiamo troppo, e adeguarsi contribuisce a peggiorare le cose. Ci adeguiamo e ci lasciamo incantare.

Io sono felice quando vedo il sole. Sono così felice e così meravigliato che non mi servirebbe molto altro per vivere.

Invece dietro di me c’è sempre una folla che spinge, che dice: guarda dove metti i piedi, muoviti che dobbiamo lavorare, abbiamo fretta!

Capisce? Ci sarebbero un sacco di cose belle di cui essere felici. Ma non c’è modo di goderne. Si è destinati dalla nascita ad una vita predeterminata, studiare per lavorare, lavorare per vivere, vivere per accumulare cose, oggetti e ancora oggetti, orpelli su orpelli. L'esistenza si fa sempre più triste. Il nostro sistema economico è ben sollecito nel mantenere questo stato di cose, che è la condizione stessa della sua esistenza. Convincere un uomo di aver bisogno di qualcosa è il primo modo per renderlo schiavo.      

In queste condizioni, è utile pensare che tutto ciò è necessario, che è l’unico modo buono di vivere, che se si è arrivati qui è perché era inevitabile, o giusto.

C’è anche chi dice che tutta questa potenza che l’uomo ha conquistato, questo potere sul mondo e su se stesso, stanno a significare che l’uomo si è dimostrato il più forte, e non potrà che progredire e vincere sempre di più.

Io invece non lo credo. Non mi appartengono certi deliri di onnipotenza. Non posso non vedere gli errori e la miseria coperti da insegne di vittoria. Non posso non pensare all’enormità del cosmo, e alla pochezza di un essere che non ha trovato di meglio, per sopravvivere, se non il farsi furbo.

La storia è un'enorme burla. Ma noi ci lasciamo ingannare e ci vantiamo di essere i supremi artefici di grandi destini…”

E qui mi sono interrotto. Non è facile parlare delle cose importanti, perché sono troppo semplici. Mi perdo sempre in certi meandri inutili! Il sole se ne sta lì, immenso e imperturbabile, e dice tutto.

Ricordando questa fondamentale lezione, mi sono sforzato di aggiustare il bersaglio e di prendere bene la mira.

“Vede” ho continuato, “l’uomo, per com'è oggi,. è per la terra un enorme pericoloso parassita. Ma c’è un problema: ogni buon parassita sa che è nel suo interesse non danneggiare troppo il suo ospite, perché la morte dell’ospite significa la sua stessa fine. Ma mi sembra che l’uomo non sia molto conscio del problema. E poi, anche la più limpida consapevolezza si scontra con un ostacolo insormontabile, cioè l’ovvia tendenza di ognuno a preferire una vita ricca e comoda oggi a delle privazioni domani; è forse possibile tornare indietro per questa strada, a meno di catastrofi? Io non credo - non si torna mai indietro. Ma l’idea di un ulteriore progresso mi terrorizza, perché l’uomo non è abbastanza razionale da capire il mondo e governarlo, e neppure abbastanza semplice da adeguarsi ad essere umile.

Sì, il futuro prossimo dell’uomo mi pare poco felice. Non mi giudichi male se glielo dico, ma la cosa non mi preoccupa granché. Sa cosa mi fa pensare, invece? Che di questo fallimento debbano fare le spese anche quelli che non ne hanno nessuna colpa, cioè tutti gli esseri ‘incoscenti e irragionevoli’ a cui non si fa mai caso. Non so se ci ha mai pensato: si legge nei libri di storia che a Nagasaki sono morti diverse migliaia di giapponesi; ma qualcuno ha mai calcolato quanti gatti sono morti con loro, quanti cani, quante galline, quanti ciliegi, quanti aceri? - No, non mi interrompa - Lo so cosa sta pensando; lei crede che il mio sia un discorso sacrilego: come si può pensare agli aceri quando migliaia di miei simili, certo innocenti certo inconsapevoli, sono stati annullati in pochi attimi? Che può importare allora dei gatti? Eppure, che colpa avevano, anche loro? Avevano forse chiesto di prendere parte ad un tale destino? Su chi devono ricadere certe colpe? Fino a dove arrivano le responsabilità?

Quando si vuole rimarcare l’atrocità di una guerra si dice ‘non sono stati risparmiati neanche donne e bambini’; io credo che si faccia notare questo non solo perchè le donne e i bambini sono più deboli, ma perché sono più innocenti, perché sono meno responsabili: che c’entrano loro con la guerra? Non sono stati loro a volerla.

Ecco. Io sono convinto che l’uomo abbia delle responsabilità enormi, e non solo verso se stesso. Non volerle vedere non è solo segno di pochezza; è dimostrazione di vigliaccheria, di brutalità colpevole. La ragione di cui si va tanto fieri non dà solo vantaggi, comporta dei costi. La ragione e la coscienza sono pesi immani. Ma che diritto abbiamo di ignorarli? Dobbiamo portarli, e guardarli bene in faccia. Invece siamo così vili!”      

Eravamo arrivati ad una svolta del sentiero; ci siamo seduti su una panchinetta verde, sotto un imponente ippocastano.

Norma se ne stava adesso un po’ discosta da  me. Chissà se pensava a quello che avevo detto, o se tentava una diagnosi.

“Sì, forse lei ha ragione” ha detto con tono incerto. “Però una persona non può passare la vita a pensare sempre alle sue responsabilità e alle sue colpe, le pare? Si ucciderebbe subito - o impazzirebbe in breve tempo. Un uomo ha anche bisogno di essere felice, di svagarsi, di stare con i suoi simili. Se no si abbrutisce. Non crede?”

“Ma certo. Non ho mai detto né pensato il contrario. Le due cose possono comodamente andare insieme. Solo che, a seguire i dettami sociali, non si ottiene né una cosa né l’altra. Sa quanti rapporti superficiali e vani ho subìto in vita mia? E non sono certo una persona mondana e salottiera.

Il nostro sistema sociale ed economico presuppone e richiede un’omologazione schiacciante; non sono ammesse individualità, personalità, ‘stranezze’. Eppure, paradossalmente, sembra che tutto sia permesso; il sistema alleva personalità, voci stonate, arte persino, e fa vedere al pubblico tutti i suoi mostri nel gran serraglio delle lecite vie fornite del progresso tecnologico. Cosa crede che siano la televisione, la stampa, e tutte quelle reti telematiche universali, se non mezzi di omologazione e di comando? Certo sono comodi e funzionali, e così democratici, e proprio da qui deriva la loro forza soverchiante.

Quanto a me... Io amo perdutamente la vita. E’ per questo che non riuscirò mai a rassegnarmi alla reclusione. Niente può sostituire certe parole dette ad amici cari, i sorrisi delle ragazzine che escono da scuola, l’arte goduta in silenzio, e i fringuelli di passo in primavera. Capisce? In effetti, le mie esigenze sono estremamente semplici. Tranquillità e pace, solo questo. Ma il mondo che mi sono trovato costruito intorno mi condanna all’angoscia, all’ansia perpetua, alla fretta. Sì, c’è sempre quella folla che spinge. La normalità presuppone sempre un po’ di isteria. E quello che non è normale sono io. Ma questo lei lo sa meglio di me, no?”

L’ho guardata negli occhi; era sorpresa, quasi spaventata.

“Che ne dice?” Le ho chiesto.

Lei si è confusa, ha improvvisato la risposta come una scolaretta colta impreparata: “Mah, non so. Le sue tesi mi sembrano eccessive. Anzi... il suo pessimismo talvolta è sconcertante.”

“Pessimismo?” Mi sono stupito. “Perché? Le pare pessimismo amare la vita? La vita non è mica solo l’uomo, mi pare. Perché limitarsi? In fondo... In fondo, sì, per me è tutta una questione d’amore.”

Avevo parlato appassionatamente. Mi sono alzato in piedi e ho sorriso, prima al cielo e poi a Norma; ma lei mi guardava perplessa.

Allora ho avvertito il baratro; il fossato tra di noi si era riaperto. Qui stavo io, con il mio ingenuo trasporto sentimentale, e lì in basso lei che mi osservava con la sua scienza fredda.

Ho provato una specie di disperazione. Mi sembrava di essermi avvicinato a lei, e ora la perdevo di nuovo!

Come quello che sta per precipitare e brancola cercando un appiglio, con un gesto istintivo le ho preso entrambe le mani e mi sono inginocchiato davanti a lei.

“E’... è solo per amore, capisci?” Ho balbettato, ripescando le parole che mi erano rimaste come un’eco nella mente. “E’ solo per amore che ho lottato per quell’albero, perché volevo che lui vivesse, perché io volevo vivere, perchè amo vivere, perché voglio amare... Norma!”

Si è alzata di scatto, impaurita.

Mi sono levato anch’io, barcollando, e ho cercato confuso qualche parola di scusa.

Mi sentivo quasi in colpa.

 

Poi mi sono rifatto serio.

Rientrando nel mio luogo di detenzione, non ci siamo detti una parola.       


PARTE TERZA

IL MEDICO

“Noi crediamo (…) che soltanto un individuo del tutto deviante possa evitare i gravi disturbi psichici provocati dalle costrizioni che la civiltà moderna impone alla vita.”

                                                                                                                          K. Lorenz
Una collina coperta di erba verdina; un albero nero sulla cima. Non penso di conoscere questo posto. Non sono mai stato qui.

Il sentiero in terra battuta è percorso da un corteo di donne vestite di scuro: sembrano prefiche. Si allontanano in fretta.

Laggiù nella pianura c’è un paese, una città.

Che strana luce - così nitida e chiara, come in certi giorni d’estate. Questo dev’essere il sud, o un altro posto nella mia mente, un mio ricordo.

Ecco la città. Non c’è nessuno: tutto vuoto, silenzioso, abbandonato. Questi muri alti sono antichi, di pietre ben cementate fra loro.

Forse dovrei chiedermi qual è il mio scopo qui. Vediamo cosa c’è in quel vicolo, lì a destra.

Due muri continui, vecchi quanto tutti gli altri, senza finestre; sopra di me, là in cima, un piccolo arco sospeso di pietre sconnesse. Sembra fatto per tenere su i due muri, è troppo piccolo perché ci si possa camminare sopra; e poi, è mal ridotto; c’è proprio un buco, in mezzo. E io vedo il sole, di traverso a quel buco tra le pietre; un raggio di luce accecante, che si proietta pian piano... ecco, qui per terra, in una macchia ai miei piedi.

Ma ora mi accorgo di avere freddo.

L’aria trasparente si fa gelida. E’ una terribile sensazione, quasi di terrore; perché?

Che c’è di spaventoso qui? E’ tutto così immobile, neppure un filo di vento; neppure un fruscio.

Eppure ci deve essere un pericolo; non so da che parte girarmi, mi sento preso alle spalle, catturato.

Ora so che sta per succedere una cosa terribile, cosa...

Una voce.

“Ah, ecco, mi senti. Tu sai chi sono; vero?”

Beffarda, gelida, insinuante. Un falsetto demoniaco. Ma dove... Mi volto, mi rivolto, non vedo nulla, i soliti due muri. Il gelo si fa più intenso, mi invade completamente, mi paralizza; sono vicino alla morte...

“Dài, non fingere. Che vuoi fare? Chi cerchi? Tu lo sai chi sono!”

No! No! Non è possibile. Non posso ammetterlo, c’è un solo modo per definire quel ghigno; non oso neppure pensarlo, ‘qualcosa’ si materializzerebbe.

Sono immobile, c’è qualcuno dietro di me, ma non mi giro, non resisterei a quella vista... Sono impotente, irrigidito, vorrei urlare.

“Ma su, guarda! Dammi un nome, non avrai paura! Io sono...”

No! Urlo, ma non mi sento; la disperazione mi ha liberato. Corro in fondo al vicolo, c’è una porta bassa e nera, vecchissima. La spalanco; entro in una stanza buia; tutto è decrepito, sporco e polveroso.

La porta si è richiusa dietro di me; mi sento un po’ più tranquillo: in qualche modo, sono al sicuro. Ma sento oscuramente che non è ancora finita; ci deve essere intorno a me qualcosa di terrificante, e sto per scoprirlo. Sento un’altra cosa, confusamente: che questo potrebbe essere un sogno. Ma non posso ancora pensarlo, una necessità crudele mi trascina. Ce n’è ancora.

Alla mia sinistra vedo una porta, ne sono attratto irresistibilmente. La apro.

Di là, ancora una stanza cadente, ma in qualche modo c’è più luce. Il soffitto è aperto al centro, in mezzo alla camera campeggia un grosso tronco scuro e nodoso; le radici sprofondano nel pavimento, la chioma deve essere oltre il soffitto, sbuca di là verso il sole.

Ma di nuovo quel freddo. Di nuovo quel terrore alle mie spalle. Mi volto, so che sono vicino al parossismo, in qualche modo tutto si concluderà...

Ma è la morte, è la morte questo gelo! No, è di più, è qualcosa di orrendamente malvagio, è l’inesprimibile.

Guardo. Sull’uscio spalancato si staglia una figura immota. Dietro, è la luce, quella luce abbacinante; e lì quell’uomo, in abiti eleganti, le braccia lungo i fianchi.

Mi avvicino. E’ senza espressione. I suoi occhi... Ah! I suoi occhi sono rovesciati, tanto che non se ne vede l’iride, sono due sfere bianche e lucide.

Era lui dunque! Era lui, ma...

“Mi riconosci ora? Dài, scappa!”

Le sue labbra sono immobili! E io devo fuggire... Ah! No!

 

Cristo, è finita. Che sogno orrendo. Che incubo. Ah...

Sono madido di sudore gelido. Non riesco a togliermi la paura di dosso.

Sento ancora quella voce.

Vattene, vattene!

E’ finito, non era vero, non era vero niente!

 

No, devo uscire. Devo prendere aria. Assolutamente.

Suono il campanello. Ecco.

 

Ma quanto ci mettono a venire?

Oh, finalmente, l’inserviente.

“Per favore, mi accompagna a fare un giro in giardino?”

“A quest’ora? Non è ancora l’alba. E poi lo sa che per andare in giardino servono permessi speciali.”

“No, la prego. Voglio solo camminare un po’, cinque minuti per prendere aria. E’ la prima e ultima volta, lo giuro.”

Lui esita. Lo fa per pigrizia, per paura o per via del regolamento? Maledetto, muoviti!

“Va be’, però ti devo seguire da vicino.”

Armeggia con le chiavi. Sbadiglia.

“Solo cinque minuti, eh?”

Apre; io esco e lo precedo lungo il corridoio.

 

E’ l’alba; un’alba di giugno tra le colline.

A est il cielo va rapidamente schiarendo. Tutto è fresco e umido, i rami e l’erba, le foglioline delle siepi, i sassi sul vialetto. Qualcuno si muove tra i cespugli, forse uno scricciolo, o una cincia.

L’aria è ferma in attesa di qualcosa; si tinge di bianco, e ora di tanti raggi gialli obliqui che si affacciano da dietro il crinale nel suo punto più basso, su quella cima boscosa.

La realtà è concreta e fredda ora, unica e tangibile. Verità presente alla coscienza senza veli, realtà che è anche comunione e veglia, chiarezza adamantina e rivelazione, l'indiscutibile, preesistente all'uomo, alla mente, a Dio.

E perché ora dovrei accordare realtà a quelle mura e a questo guardiano che mi sbadiglia sul collo, e, davanti a quest’alba, si stura le orecchie e si guarda le scarpe?

Ah... Quel filo di nube che scolora là in alto - che pace. Fosse sempre così facile sfuggire agli incubi!...

“Beh, adesso andiamo, eh? Si torna a nanna.”

Appunto.       


In questa clinica i pazienti non possono avere nessun contatto tra loro, mai. Ci viene vietato in ogni modo di vederci o parlarci. Posso scorgere gli altri solo di sfuggita mentre un inserviente mi porta al bagno o alle docce. Non mi spiego il perché di tante precauzioni; non mi pare possibile che temano fughe o organizzazioni di rivolte. Forse è uno dei loro metodi di cura sperimentali; ma anche in questo caso, è profondamente disumano: anzi lo è di più. Ora posso quasi immaginare cosa prova un macaco infettato da un virus e messo in isolamento in una gabbia spoglia.

Ieri ho scoperto, dopo due mesi di detenzione qui, che c’è qualcuno nella cella a destra della mia, la 201; ho udito uno starnuto, e poi un vago lamento, come un uggiolio lontano. Mi sono stupito, perché non mi pareva che recentemente fosse arrivato qualcuno. Ho chiesto ad alcuni inservienti, ma nessuno ha voluto dirmi niente.

Per fortuna c’è Corradino, l'inserviente addetto alle pulizie. E’ un ometto poliomelitico, piccolo di statura, claudicante; ha pochi capelli chiari, di un colore malsano; parla una  sorta di dialetto sgrammaticato, e gli altri, i suoi colleghi, lo chiamano topo, pensando così di insultarlo. E ridono molto, dall’alto della loro superiorità fisica e culturale, quando lui, sentendosi chiamare topo, abbassa la testa sorridendo e sgattaiola via con lo spazzolone tra le mani. Qualcuno si stupisce: “Ma non se la prende proprio mai? Possibile che non si renda conto...”

Corradino ogni tanto mi porta delle caramelle, di nascosto. Credo che lo faccia con tutti i detenuti. Si avvicina alle sbarre con fare furtivo, mi prende rudemente un polso e mi ficca in mano due o tre fondenti alla frutta. Poi mi fa segno con gli occhi di nasconderli subito, perché non si può, è rischioso. Io gli sorrido.

Ieri ho notato che se la stava prendendo comoda con la scopa, perché aveva finito in anticipo ma non poteva andarsene. Allora l’ho chiamato, e gli ho chiesto se ci fosse qualcuno nella cella 201.

“Sì sì” mi ha detto. “C’è un ragazzo moro, giovane. Avrà avrà... diciotto anni, sì. Due volte si è buttato dalla finestra. Una volta ha bevuto il detersivo; sì, roba velenosa. E’ sempre zitto, non fa mai niente - ma niente di niente! Ho sentito che anche da piccolo era sempre solo, sua madre l’ha abbandonato. Adesso è qui da un anno. Una volta stava andando in bagno, e io ho visto che si è fermato alla finestra e guardava i piccioni. Si è messo a piangere, le lacrime cadevano sul pavimento e io ho dovuto asciugarle.”

Così ho saputo dell’esistenza del giovane apatico della 201. Chissà cosa starà facendo adesso; lo conosco solo per uno starnuto e un lamento; deve essere molto bello.

 

E’ passata una settimana da quando ho parlato con Norma l’ultima volta.

Chissà che avrà da fare. Perché non viene? L’ho vista solo in due occasioni passare per il corridoio, e mi ha salutato sorridendo. Ma che significa? Avrà davvero capito qualcosa? Mi è davvero amica o è tutta una mia fantasia?

Ho bisogno di un aiuto, di un appiglio; su queste piastrelle scivolo come in un pozzo dalle pareti di fango. Non posso stare qui ancora a lungo. Ho ucciso un uomo, evidentemente devo pagare, ma che ci faccio in una clinica psichiatrica?

Io li voglio vedere bene in faccia, i miei nemici. Non sopporto quest’ipocrisia. Lo so cosa pensano quelli là fuori, i normali, i giusti, i liberi: pensano che è giusto abbattere un albero per costruire una strada, e che non ha proprio senso credere il contrario - anzi, su una questione del genere non bisognerebbe neanche darsi la pena di interrogarsi.

Loro pensano che io sia un delinquente, un provocatore, un uomo pericoloso, che mina le basi della loro tranquilla normalità. Loro vorrebbero eliminarmi. Perché allora non mi mettono in galera? Semplice. Perché fanno il gioco sporco. In un regime libero e democratico come il nostro ogni opinione è accettata, perciò non si incarcera nessuno per un reato di opinione. Invece, si fa di più: si fa sì che l’opinione non esista. Si dice al pubblico: quest’uomo è malato, la sua mente è sconvolta e non ragiona. Non preoccupatevi: lo isoleremo e lo cureremo. Voi state comodi, state seduti, continuate come se niente fosse; non pensateci più, ché ci pensiamo noi. Così tutto è a posto, tutto è tranquillo, e nulla si muove, niente fa paura, nessuno scuote le immobili certezze e le coscienze addormentate.

Ecco cos’hanno fatto: mi hanno cancellato; se mi incarcerassero, ammetterebbero la mia esistenza: invece, mi curano per ridurmi alla loro ragione.

Dunque le alternative sono l’annientamento dell’umanità, o l’annullamento di ciascuno?

E che ne sarà di me, ora che sono così saldamente in loro potere?

 

Ma un  porta si apre; dei passi nel corridoio, di donna: Norma; e si ferma proprio qui.

E’ sempre così perfetta nel suo camice, imperturbabile e serena. Una creatura dell’Iperuranio. La sua sfera non è la mia. La odio. Eppure sono felice che sia qui, ho addosso un’ansia febbrile: voglio andarmene, e lei è la mia unica speranza.

“Salve” mi dice, e si siede. E’ amichevole e cordiale, i suoi tratti sono distesi.

“Mi scusi se questa settimana non mi sono mai fatta viva, senza dirle niente. Hanno ricoverato cinque pazienti nuovi in due giorni, e abbiamo dovuto annullare altri impegni, modificare la tabella di marcia. Ma ora le prometto che ci rifaremo.”

“Prima di ogni altra cosa: chi sono i cinque nuovi? Che cos’hanno?”

Lei esita.

“Forse non dovrei... Ma sì, tanto non le interessano i nomi, vero?”

Diavolo, quanto è imbevuta della burocrazia di questo posto. Mi fa paura.

“Ma no, quali nomi. Mi piacerebbe solo capire con quali criteri si decide che una persona deve finire qua dentro.”

“Uhm, allora Uno dei nuovi pazienti ha ammazzato la moglie, perché sospettava che lo tradisse. Una storia comune, delitto passionale. Starà qui poco, giusto il tempo per calmarsi e riflettere.

Il secondo... è una donna di sessantacinque anni. Dopo la morte del marito è rimasta sola, si è lasciata andare e si è ridotta a mendicare. I suoi due figli si sono resi irreperibili. Temo che resterà nella clinica per molto tempo, se non le si trova una sistemazione migliore.

Gli altri tre sono tutti ragazzi, il più vecchio ha ventidue anni e il più giovane diciannove. Hanno tentato tutti e tre il suicidio, lo stesso giorno, nella stessa città, in quartieri diversi. Questo purtroppo è un caso frequente. Molti aspiranti suicidi sono poco più che bambini; e molto spesso il suicidio riesce.” Abbassa gli occhi, buia. “E’ un fenomeno incontrollabile.”

Dunque il ragazzo della 201 è in buona compagnia. Sui giornali in questi casi si parla di ‘gesto inspiegabile’. C’è sempre qualcuno pronto a stupirsi, a dire: non me lo sarei mai aspettato... Chissà che ne pensa Norma.

“E lei che ne dice? Qual è il motivo?”

“Mah, guardi. Sulle riviste scientifiche i professori ne dicono tante. A me quei ragazzi mettono addosso una certa inquietudine. Non parlano, sono abulici. Mi sembra che per loro non faccia molta differenza vivere o morire. Non sono felici né infelici di essere stati salvati. Secondo me, il loro problema maggiore è che non hanno stimoli. Sono in uno stato di costante depressione, non trovano in sé la forza di reagire, forse non sono stati educati a scegliere e a impegnarsi per costruire la propria vita. Poi si danno casi più evidenti, figli di tossicodipendenti, di famiglie sfasciate, orfani… Ma ci sono anche ragazzi semplicemente fragili, che di fronte alle prime sfide si arrendono, gettano la spugna. Oppure semplicemente giovani che non trovando stimoli sufficienti a dare una ragione alla vita, si spengono. Si annoiano, forse… ”

“Si annoiano.”

“Sì, credo di sì.”

“E’ un male della nostra civiltà, la noia. Ma lei crede che uno si suicidi solo perché si annoia? Secondo me una atto del genere non è sempre dettato dalla depressione: al contrario, trovo che richieda un enorme coraggio, e tanto coraggio può venire solo da un’assoluta disperazione, e da una coscienza impietosa.

Vedere il vuoto, il nulla, l’inutilità di tutto, e capire che i ‘valori’, i ‘fini’, sono ridicoli imbrogli che non colmeranno mai quel vuoto. E portarsi in giro questo niente,  sentirsi come malati, come degli smorti involucri che ridono; e tutti gli altri invece sono così sereni, lavorano convinti, scherzano, escono la sera: gli altri non ce l’hanno, questo vuoto dentro, o sono tutti d’accordo a nasconderlo come meglio possono? Uno allora per salvarsi si spegne, mette a tacere la coscienza, si illude fino a diventare 'uno dei tanti'. Invece qualcuno non si spegne, è troppo vivo per farlo, non vuole morire, e così continua la sua guerra. In silenzio di solito; e magari per strada sorride. Ma è una lotta impari.

Tutte quelle facce che girano intorno non lo vogliono vivo;  non vogliono che lui ami - disprezzano il suo amore. Le facce sono indifferenti: ma se si accorgono che lui è vivo, lo invidiano, lo relegano in un angolo, gli dicono tacendo ‘tu sei un essere triste e non sei vivo, perché i felici e i vivi siamo noi, e noi siamo tanti, e tu sei solo’. A quel punto, lui che fa? Magari è giovane, magari aveva qualche sogno, o un amore nuovo nel cuore. Ci vuole un bel coraggio a prendere il coltello e ad aprirsi le vene. Bisogna aver convissuto troppo col disgusto. E non è una resa, ma semmai l’estrema ribellione: se quelle facce-fotocopia sono la vita, oh, allora eccovi una vita di maggior valore, eccovi una vita che davvero non ha paura.”

 

Faccio un pausa fissando il pavimento.

“Dev’essere una liberazione, anche; un’evasione nell’unica zona franca. Il ritorno a qualcosa di morbido, alla madre, alla pace.”

Norma appoggia la guancia alla mano e riflette. Leva lo sguardo dalle carte sul tavolo ai miei occhi. E’ triste. Le sue iridi sono un poco offuscate e dolci, così da vicino. Rimane in silenzio, meditando, poi smette di guardarmi e si chiude su se stessa. Passano un paio di minuti lunghissimi, pesanti.

 

Poi lei sospira e così cancella quel momento; si raddrizza, mi guarda apertamente in volto con fare allusivo:

“Lei non vede l’ora di uscire di qui, non è vero?”

All’improvviso mi sento il cuore in gola. E se ci fosse una speranza?

“Oh, sì... Sì, senta. Lei ormai l’ha capito che io sono perfettamente sano, lo so. E so anche che per quello che ho fatto dovrò stare in carcere. Ma non importa. Però io non devo stare qui. Non posso. Non è giusto. E’ una questione di principio. Lei mi dirà che in prigione non è meglio che qui. E’ vero. Ma pure... io preferisco essere punito che curato. Capisce? Io sono sano. Ho commesso un errore contro la società, ma non sono malato. La mia visione della realtà, della vita, è fondamentalmente giusta. I miei istinti sono normali direi. Io... io non riesco a vedere niente di  molto sbagliato, di folle, di pernicioso, in quello che penso, in quello in cui credo. Ecco, io... Accidenti, io sono vivo, voglio che questo mi venga riconosciuto. Io sono vivo, e voglio vivere, ho qui le mie mani, le voglio usare ancora, voglio sentire caldo e freddo e avere fame, voglio godere di qualcosa di bello, voglio pensare, voglio amare. Le pare tanto?”

Parlando, mi sono proteso sul tavolo. Le mie mani sono sulle sue; la vedo da dietro un velo di lacrime. Batto le palpebre, per distinguerla chiaramente. Lei è agitata, le labbra le tremano, forse ha anche paura.

Ritraggo precipitosamente le mani dalle sue.

“Io so...” Mi schiarisco la voce. “Io so che lei può fare qualcosa. La prego, parli col dottore. Gli dica che sono sano, e che può dimettermi. La prego.”

“No, basta, non mi supplichi. Non… non è necessario.”

Prende il respiro, cerca di calmarsi. Poi assume un’aria determinata.

“Va bene, farò il possibile. Ha ragione lei. Ci avevo pensato anch’io da un po’ di tempo. Ora lei mi dà l’occasione per decidermi.”

Raccoglie le sue cose dal tavolo.

“Ascolti: non posso prometterle nulla. L’ultima parola spetta sempre al dottore. Io presenterò una diagnosi favorevole, in cui la mostrerò come completamente padrone di sé, e una richiesta di dimissione. Poi il dottore verrà a controllarla personalmente. Non credo che ci saranno problemi. Lei tenga duro fin lì, e vedrà che la lasceremo uscire. Okay?”

Mi sorride, si alza. Non riesco a crederci, dunque mi aiuterà davvero!

Mi alzo anch’io, le prendo le mani tra le mie, gliele stringo, sono così sottili e morbide.

“Grazie, oh grazie. Lo sapevo che lei non era come gli altri... Norma. Che posso dirle?”

“Oh, ma niente, è solo il mio dovere. Anzi, mi fa proprio piacere.”

Sfila una mano dalla stretta e l’appoggia sulle mie: un po’ esitante, quasi con timore.

“Arrivederci. Spero di vederla la prossima volta fuori di qui.”

“Mi venga a trovare, in carcere.”

“Oh, non mancherò!”

Le lascio le mani; lei si volta ed esce.

 

                 
C’è tanta bruttezza in questo posto. Soprattutto la sera, le ombre mi svelano crudelmente il brutto, me lo sbattono sotto il naso, me lo fanno entrare nella coscienza come una lama gelida.

Il tavolino, per esempio. E’ lì fermo, solido, grigio. Si direbbe che abbia una realtà concreta, compatta, perfettamente percettibile. E invece non riesco a credere che sia reale - proprio non ci riesco. E’ troppo brutto; è orribile. Al punto che mi fa paura, mi mette a disagio, mi fa pensare alla morte. Perché è morte: è non-vita. Ho provato altre volte questa sensazione; si trattava sempre di oggetti, di manufatti; cose che servono, che si usano,  e che la sera ritornano quello che sono, blocchi di materia inerte, muta.

Si dà sempre troppa importanza agli oggetti. E come potrebbe essere altrimenti, d’altronde? Sono loro i nostri sostituti nel mondo; loro svolgono le nostre funzioni al nostro posto. Sono protesi, ma ormai ci sono indispensabili. Dipendiamo da cose morte, nostre stesse creature, che la sera scivolano tutte nello stesso grigio indistinto, inattive, inutili, fredde. Come vagoni aperti su un binario morto a mezzanotte. Come bulloni arrugginiti nel fango secco, perduti. Senza alcuno scopo. Sì, non bisognerebbe lasciarsi incantare dal funzionale. Si perdono di vista le cose per cui davvero vale la vita. Ci si chiude in una realtà che non ha nulla di reale. Si sposta il senso della realtà - si sposta verso il baratro scuro del brutto, dell’indistinto, del senza vita. Si perde in umanità; sempre che esista ancora qualcosa degno di essere chiamato con questo nome: questa cella non mi lascia ben sperare.

Sì, manca coscienza.

E poi, io parlo tanto di coscienza. Per fare che? A che serve? Certo non basta. Per quanto ne so, fa solo male. La coscienza è un cane da guardia: abbaia e morde, e a ragione. Morde i sorrisi insinceri, morde i bastoni, morde le sottane che raccolgono la polvere, morde le gambe tremolanti dei codardi.

E io? Io mi ritrovo con una coscienza che mi si rivolta contro, che mi ringhia minacciosa, con i denti scoperti; i suoi occhi brillano di verità, come potrei non stare in guardia?

‘Ehi tu, coscienzioso!” Mi dice. “Tu, che hai da gloriarti tanto? Quali sono le azioni che hanno dato un seguito concreto alle tue belle teorie? Che cos’hai di diverso da quelli che odi? Hai la fortuna di avere un buon cane da guardia, e il tuo unico merito è di averlo ben nutrito ed allevato. E adesso? Mostra che hai fegato, una buona volta, inventati tu il modo! Ma non dimenticare ciò che io ti ho insegnato: l’amore prima di tutto, e la verità!’

Ah, povero cucciolo mio, santa ingenuità! Si vede che non vivi tra gli uomini... Ma ti amo lo stesso, ah sì!

 

Beh... Ma ora basta ridere. Domani mi aspetta il confronto col dottore.

Sarà meglio lasciarsi vincere dal sonno...