Il fiume ha molte anse
Ha un corso tortuoso la Mosella. Nasce dai Vosgi piccolissima, scivola lungo rocce d’arenaria tra alberi antichi dalle larghe foglie dissetando daini e caprioli. Via via che s’allontana dall’inizio prende coscienza di sé, come fanno i fiumi quando crescono. Quindi s’espande, chiede spazio e scorre. Non c’è un solo modo di scorrere, però. La Mosella è fatta d’acqua inquieta, assetata di terre e di città, curiosa. Non ha fretta, s’avvolge su se stessa in concentriche spire e addirittura sembra, a volte, voler tornare indietro; s’insinua tra colline digradanti dove bagna il riflesso delle cose che sceglie di visitare o che trova per caso. Quando infine il suo destino di fiume giunge a compimento, affida ciò che ancora le resta del profumo dei ciliegi, dell’aroma del vino, degli odori delle terre e delle vite che ha lambito al possente Reno, prima di perdersi e smemorarsi in esso.
Ha dunque molte anse il fiume. Su una di queste sorge e si specchia Mensuria, paese in cui il Maestro di Cappella arrivò nei primi giorni di marzo del 1792 e in cui si trattenne fino alla fine di luglio dello stesso anno, prendendo alloggio in un paio di stanze in affitto di una delle tante case dai tetti d’ardesia con vasi di gerani alle finestre. Veniva dall’Italia meridionale e godeva fama di buon direttore di voci e di strumenti e di compositore di melodrammi pastorali, perciò sovrani e principi di medio calibro, non potendo aspirare a nulla di meglio, se lo contendevano. Giunse, come al suo solito, in netto ritardo sull’invito, poiché il Vecchio Granduca che lo aveva voluto per dirigere la Filarmonica di Mensuria era morto da tre anni, lasciando il paese in preda all’incertezza. Ma lui era fatto così: aveva il carattere dei musici d’una volta, il ritmo balzano e l’incedere obliquo d’un cantastorie che dice ogni piazza vale la pena di fermarsi e della Mosella.
Nella primavera del 1792 a Mensuria fiorivano le viole e la Ragazza ne raccoglieva con le amiche lungo i fossi. Tranquillamente, poiché su quella terra di passaggio la maledizione dei soldati che importunavano le donne per le strade non s’era abbattuta ancora. Chi raccontò la storia di quegli anni e parlò dei cavalieri e delle armi, dei generali, dei granduchi e dei prefetti, di perdite e guadagni e della bandiera sul pennone che cambiava colore ad ogni vento, questo trascurò di dire: che la Ragazza aveva diciassette anni appena, la mente sgombra da rimorsi e rimpianti ed era molto bella. Sua madre, avrebbe potuto aggiungere, lavava le lenzuola ricamate e le tovaglie di lino di Fiandra della Contessa e ne aveva la pelle delle mani spaccata e spessa, suo padre era d’incerta identità.
Andò così, che il Maestro di Cappella si presentò a Palazzo di sera e nessuno ricordava che il defunto sovrano aveva insistito tanto per averlo. Teniamolo, il Giovane Granduca disse alla Reggente. Voi che ne dite, chiese la Granduchessa Madre al Filosofo. Non so, rispose lui, mi sa che non è tempo né luogo, questo, d’orchestre né di cori. E che tempo è, e che luogo, il ragazzo domandò. È terra di mezzo, la nostra, ed è tempo di stare in campana e d’aspettare: credo che il meglio, o il peggio, debba arrivare ancora, il pensatore sentenziò.
Quindi il musicista pagò la scarsa puntualità ritrovandosi senza lavoro e senza alloggio. Però suonava la viola d’amore come pochi e non si demoralizzò. Il denaro che aveva fu sufficiente per due mesi d’anticipo alla Padrona di Casa, dopo si vedrà, fiducioso si disse.
Nell’aprile del 1792 la vita della Contessa era tranquilla, non fosse stato per il sottile dispiacere per il Ministro perso nel Palazzo di Paris e per le notizie che, dalla Francia, suggerivano un’ansia ancora lieve e dai contorni sfumati. Non so, ho come l’impressione di navigare verso una cascata, confidò al Filosofo, sento crescere la corrente. Penso che non abbiate torto, lui concordò, però sappiate che è arrivato un musicista bravissimo, a Mensuria.
Così il salotto della bella e inquieta gentildonna si rianimò e le riunioni furono occasione per distrarre per qualche ora i suoi pari con i virtuosi accordi del giovane Maestro e col profumo in cui la rosa del suo giardino e le violette dei fossi distillavano l’acqua bevuta dallo stesso vaso. La rosa recisa dalle cesoie del Giardiniere che diceva ognuna va colta al suo momento e le viole strappate con le mani dalla figlia della Lavandaia, che non perdeva occasione per recarsi con una scusa qualunque in quella bella casa. In cui incontrò il Maestro italiano: che non le dispiacque , al quale piacque subito moltissimo e che le si presentò.
C’è un punto, appena fuori Mensuria, dove il terreno è umido abbastanza per la Mosella che vi scorre accanto e che la collina e i castagni rendono ombroso: ci vado tutti i giorni a raccogliere i fiori per la Contessa e per me, disse la Ragazza. Sono nuovo di queste parti e mi piacerebbe accompagnarvi, il Maestro propose.
L’aprile passò così, per loro almeno. Col tocco lieve delle carezze sotto le vesti ruvide. Per lui le prime al profumo delle viole; le prime per lei: semplicemente. Il re di Francia nel frattempo intesseva il destino dentro maldestre trame, mentre il Giovane Granduca, da dietro le finestre del Palazzo di Mensuria, contava le ore ed i minuti che mancavano per diventare sovrano di se stesso e del paese fissando l’antico orologio della cattedrale che certe volte gli sembrava fermo.
Siete molto ispirato, si complimentò il Filosofo col Maestro dopo il concerto nella cattedrale. È che sono contento, l’altro rispose.
Buon per voi, si compiacque il dotto, ma a Palazzo è appena giunta la notizia che Luigi ha dichiarato guerra.
Maggio trascorse tra mille sotterfugi, perché la madre della Ragazza dapprima s’insospettì delle gonne troppo gualcite e sporche d’erba, poi al sospetto aggiunse la paura che l’unico patrimonio di famiglia fosse gestito in maniera poco accorta. È bella come una regina, diceva della figlia alle sue amiche della città bassa, la Moglie del Barbiere e la Moglie del Fabbro, che consigliavano si sbrigasse a maritarla, non si sa mai. Lei rispondeva che ogni rosa va colta al suo momento e in quel momento nessun partito le sembrava buono abbastanza.
Nessun partito le sembra buono abbastanza, disse stizzita la Moglie del Fabbro quando la Lavandaia s’allontanò. Sta’a vedere che aspetta aspetta il vino si fa aceto e allora chi se lo beve più, sghignazzò l’altra.
Il resto dell’Europa aveva problemi diversi e il resto di Mensuria stava a guardare il corso degli eventi e si chiedeva se e quando sarebbe arrivata la sua ora e come sarebbe stata eventualmente. Nell’attesa, il Maestro di Cappella, al momento sprovvisto di contratto, distoglieva dalle ansie i blasonati committenti suonando nelle ville e nei palazzi i vecchi andanti di tempi meno veloci.
Non pensavo che fosse così bella, disse il musicista alla Ragazza, e indicò Mensuria capovolta che tremava nella Mosella mossa dalla corrente e dalla brezza in mezzo ai rami e ai fiori dei ciliegi, sotto di loro. Parlami del mare, disse lei.
I giorni di giugno scivolarono via come biglie d’acciaio su di un piano inclinato: senza attrito e a velocità crescente. Era già il venti del mese quando il popolo di Parigi attaccò le Tuileries e mise alla berlina il sovrano che risiedeva in quel palazzo. Appena il giorno dopo, a Mensuria, il sole celebrò la propria apoteosi alla sua maniera: la luce sconfinò nel territorio della notte e la notte arretrò, come succede alla riva quando avanza l’onda. Sarebbe bello, sospirò il Maestro in una pausa del concerto che si tenne nel Palazzo per festeggiare l’avvenimento e tenere a bada l’incertezza, se fosse sempre così arrendevole, la zona d’ombra. Vi capisco, la Contessa replicò guardandolo negli occhi, e invece sappiamo bene che sta preparando già la sua rivincita, la notte, e che da domani rifluisce la marea.
Mensuria salutò col crepitio e le ombre lunghe dei soliti falò e con i balli lungo il fiume l’estate che cominciava e il sole che s’avviava giù per la parte discendente dell’eterna ruota. Ma nel frastuono della notte di San Giovanni il Maestro italiano e la Ragazza non si rincorsero nell’erba, non risero e, quando si sfiorarono la pelle, lo fecero come un compito svolto a memoria.
Non fare come me, era stato l’ ammonimento della madre, non dare niente senza giusta caparra.
Poi arrivò il mese di luglio e il tempo rallentò. Soprattutto di notte, quando il sonno che di tanto in tanto visitava la Ragazza era fatto di un materiale troppo fragile perché ci si potesse rintanare fino al mattino, che la sottraeva all’inerme immobilità della notte con una luce troppo forte e diretta perché il pensiero che portava sul viso trovasse da nascondersi in qualche provvidenziale piega. Il giorno, invece, s’impigliava nei mille gesti in cui il suo abituale svolgersi si frantuma e la sera nei silenzi delle cose non dette e delle carezze sempre più svogliate.
Che faccio qua, pensò il maestro di Cappella. C’è in Austria un compositore, gli aveva detto la Contessa, che sta allestendo dei quartetti per archi. Potrebbe essere la vostra occasione: tante persone che hanno voglia di distrarsi stanno andando a Vienna. Che aspettate, In Francia si mobilitano per la guerra e la gloria non passa per Mensuria.
Della gloria poco m’importa, aveva risposto lui, ma un quartetto per archi … perbacco che bella idea.
Che aspetti a dirglielo, domandò alla Ragazza la Fidanzata del Sarto, sua confidente e cara amica.
Chi sa che cosa ne sarà di lei, pensava il Maestro nel momento preciso in cui l’ospite entrò nella sua stanza.
Lo immaginavo, disse il Filosofo indicando la valigia.
Vado via … senza un saluto, come un ladro, rispose il musicista. Però … non so. Voi che avete letto tanto forse sapete dirmi dove vanno a finire, certi momenti intendo, e certe cose che si sono dette e che erano vere.
Vorrei saperlo anch’io. Comunque andate, amico mio, e cercate di essere indulgente. Con voi stesso intendo. Ogni fiume scorre nel suo letto, qualunque sia, e a occhio e croce il corso è ancora lungo, concluse il Filosofo.
Non voglio fare come mia madre, che strofina le tovaglie per togliervi le macchie del vino che non beve, si ripeteva intanto la Ragazza. Perciò col cuore gonfio d’amarezza e di paura con le labbra abbozzò una specie di sorriso al Carrozzaio: arriveranno presto tempi propizi per chi ha il coraggio di puntare in alto, le aveva confidato speranzoso.
Doveva fare in fetta però, stava invecchiando anche quella luna. Che rinfrescava intanto le sue rotondità nell’acqua quasi ferma all’apparenza rabbrividendo all’indiscreto tocco: del fiume che rallenta e sembra lago in quell’ansa, come smemorato del cammino, ma che appena un po’più a valle di nuovo senza incertezze scorre, come se non avesse peso né bagaglio e non trascinasse altro che se stesso. Come se non portasse nulla via con sé, nemmeno quel che resta dell’umido abbraccio della luna, né le forme confuse della città capovolta.
commenti
Splendido
e originale (conosco la valle di cui parli, almeno quella al confine tra Francia e Germania) e per me affettivamente importante Bruna
Il fiume ha molte anse
Splendido racconto! Mi piacciono molto le storie ambientate in tempi e luoghi diversi dai nostri in cui però inevitabilmente accadono le stesse vicende che accadono a noi. Per me, che ho sempre difficoltà con i dialoghi, è stato molto istruttivo vedere con quanta leggerezza tu hai saputo risolvere il problema. Non mancherò di leggere altri lavori tuoi! Aggiungo che il tuo apprezzamento dei primi capitoli de "L'acrostico" ha ora un valore particolare. Ciao. Giorgio (errico)
Ben tornata!
Adele, che splendido nuovo capitolo.
Mi sono perso tra le anse del fiume, tra le promesse non mantenute e i giochi di luce ed ombra, tra il vorticare di stagioni, nomi, avvenimenti come in un rilassante incantesimo. Com'è piacevole leggerti!
Francesco
p.s.
attenta! Hai scritto che la Mosella prende coscienza di sé come fanno i fiumi quando crescono. Qualcuno mi ha recentemente criticato perché ho definito "orgogliose" le nuvole in un mio racconto...
ma dai..
.. quanti buffi maestri, in giro. Grazie.Adele
Ah ah ah!tanti buffi maestri
Ah ah ah!
tanti buffi maestri per altrettanti buffi scrittori (?)
:-)
fausto
Le anse del fiume
Quanta poesia nella tua bellissima prosa, Adele..! Il tuo stile è unico, personalissimo. Un episodio meraviglioso: tutto vi scorre come la Mosella, ci sono le soste nelle anse, e c'è l'umidità di silenziose lacrime di commozione, quelle del cuore, leggendo. Grazie, Adele! Un bacio affettuoso, cara
aurora
grazie a te
amica ritrovata. Adele
Mensuria
Ben ritrovata, cara Adele! Mi mancavano le storie di Mensuria e finalmente sono tornate con uno splendido capitolo. Così struggente... E sì, c'è pure del raffinato erotismo, che non guasta mai. alla prossima!
arcel
ben ritrovata , puntuale e affettuosa amica. Alla prossima: fra un pò. Ciao. Adele
Il fiume ha molte anse
Una dolcezza in più... Mi sento quel musicista, anche se il mio strumento non è il suo. Ma forse l'amore non so viverlo meglio, come non sono capace di suonare la viola d'amore. La vita è il fiume che descrivi.
Sono al lago. Devo chiedermi cosa io stia perdendo? Sono in tempo.
“ Senza musica, la vita sarebbe un errore...” (Friedrich Nietzche)
fausto
p.s. hai una scrittura molto sensibile e delicatamente sensuale, come le carezze sotto le vesti ruvide. Ho già scritto da qualche parte che si tratta di un erotismo raffinato e incredibilmente coinvolgente.
Fausto
Il tuo modo di leggere i testi, così interiorizzato e personale, è un grosso dono che fai all'autore. Non so che dirti riguardo all'amore: siamo acqua che scorre. Grazie dell'attenzione e dell'apprezzamento. Adele
Sì, siamo acqua che scorre.
Sì, siamo acqua che scorre. L'hai detto.
Ho sognato un po', leggendo il tuo testo. E' bello.
fausto
p.s. a proposito, mi correggo: Nietzche = Nietzsche - com'è brutto sbagliare nella scrittura dei nomi...
Adele, leggo sempre la tua
Adele, leggo sempre la tua bravura e non finisci mai di stupirmi. Ogni frase, ogni periodo, scava lento e induce alla riflessione.Non smette di toccarmi una malinconia profonda.
Il tuo è un talento vero e sei raffinatissima. Un abbraccio.
grazie, cara
un abbraccio. Adele