I SETTE PASSI

 

Il cancello si aprì ed il cellulare che trasportava il detenuto matricola 45812 imboccò la stretta strada che portava alla casa della morte. Il prigioniero diede un’occhiata fuori attraverso la fessura del cassone: un muro di mattoni rossi si dipanava lungo il viale, imponente, inaccessibile.
Si riusciva a scorgerne il margine, dal quale si stagliava il cielo cobalto e terso della sera.
Cristo, da quanto tempo non vedeva un cielo così!
Prima, da uomo libero, non ci faceva caso,ma adesso… osservare quel cielo era così dannatamente importante!
Il furgone si fermò.
Quando aprirono il portello lo assalì odore di fumo misto a pioggia: foglie di faggio bruciate che marcivano nell’acqua d’autunno.
Lo stesso odore di sua madre Nancy.
Quante volte da piccolo l’aveva aspettata dietro la finestra, mentre la pioggia batteva sui vetri; poi eccola, un puntolino in fondo alla strada: era lei, con la sua andatura sghemba per colpa della sciatica, veniva avanti diventando sempre più grande, sotto l’acqua che sembrava cristallizzarsi sui suoi ricci neri, facendoli brillare come paillettes.
Quando Nancy era nei pressi del cancelletto di casa, lui correva in bagno a prendere l’asciugamano e poi si arrampicava alla maniglia della porta d’ingresso per aprirla e l’aspettava sulla soglia.
Nancy lo prendeva in braccio ridendo: “eccolo qui il mio coniglietto” diceva e se lo stringeva forte al petto, lasciandosi asciugare la testa nera e riccia che sapeva di fumo e di pioggia, come i suoi seni prosperosi dove lui amava infilare le mani per scoprire se c’era nascosta una caramella.
Nancy lavorava come cameriera in un bar giù a Port Arthur, una specie di bettola fumosa dove i portuali e gli operai della raffineria scialavano la paga settimanale tra bourbon di qualità scadente e prostitute accoglienti.
Di tanto in tanto anche Nancy si offriva, per arrotondare le entrate.
Dopo, ogni volta si sentiva in colpa e così, quando aveva finito di sollazzare quegli ubriaconi, prima di tornare a casa comprava delle caramelle per il suo “Bunny” e ne nascondeva una nel petto, perché lui la trovasse, con la sua mano innocente, quando lo stringeva in braccio.
Poi prendeva i dollari degli “extra” e li ficcava in un buco dietro lo stipo della cucina: erano i soldi per il college di “Bunny”. 
Il prigioniero si riempì i polmoni di quell’aria fumosa per provare a se stesso che era ancora vivo, poteva ancora ricordare. Così ricordò che Nancy non era la sua vera madre: quella lo aveva scaricato a due anni a casa di Nancy, per andarsene in Florida con un tizio di Tampa.
Neanche se la ricordava, com’era fatta sua madre e non gl’interessava.
Nancy all’inizio non faceva che parlare di lei, forse per mantenerne vivo il ricordo e lui sulle prime le faceva domande, chiedeva “quando torna mamma?” oppure “dov’è adesso?”.
Domande a cui Nancy non sapeva rispondere. Alla fine, smise di parlargli di sua madre e lui di fare domande. Uno strattone lo riportò alla realtà. La guardia lo fece scendere dal cellulare: fissò di nuovo con cura il muro rosso che circondava l’edificio e che faceva contrasto col bianco del portoncino della casa della morte.
D’un tratto gli sembrò di udire una vibrazione, come uno spasimo al di là del muro,ma forse era lui… o forse il mondo intero che palpitava, agitandosi, fremendo di vita… indifferente.
Quanto lo aveva odiato, il mondo!Lo aveva odiato quando gli aveva portato via sua madre, lo aveva odiato quando gli portò via Nancy, schiacciata da un camion mentre tornava a casa, con la pioggia che le faceva brillare i capelli in un lago di sangue, lo aveva odiato quando gli aveva portato via la dignità, la sera che scoprì le scritte oscene sui muri dei cessi che puliva nel bar dove aveva lavorato Nancy.
Quelle scritte parlavano di lei e sporcavano ogni suo innocente ricordo. Tornò a casa, quella sera e sfasciò tutto, preso da una rabbia irrefrenabile e da un dolore che gli scavava dentro fino a farlo star male; trovò il buco dietro lo stipo, trovò i dollari che Nancy aveva conservato per lui, per il suo futuro, dollari miserabili per la sua miserabile vita.
Li fece a pezzetti piccoli piccoli e li gettò nel cesso: fine di un fottutissimo sogno.
Poi andò ad ubriacarsi, sperando di annegare nell’alcool il suo odio. Quell’odio lo portò a frequentare Sammy e la sua banda di balordi che stazionava nel bar dove lavorava, a fumare crack ed imbottirsi di birra scadente; erano l’unico sollievo a quella specie di fuoco che gli ardeva dentro, a quel soffocante senso d’impotenza e d’ingiustizia che gl’impediva di guardare oltre il muro di pregiudizio che gli era stato costruito intorno.
Un muro simile al quello di mattoni rossi che ora gli stava davanti, invalicabile.
Salì a fatica i quattro gradini che lo separavano dalla porta,imbrigliato dalle catene che si chiudevano ai polsi e alle caviglie:anche il disagio per quei vincoli, il freddo contatto del metallo con la pelle gli diceva che era vivo… ancora per poco. Gli errori si pagano!
 
Glielo diceva sempre Nancy, quando tornava sudato e malconcio da qualche scorreria: “Fila dritto, ragazzo, altrimenti ti troverai a pagare le conseguenze delle tue stupidaggini!”
Ma Nancy non c’era a ricordargli queste cose quando lui e Sammy rapinarono il negozio sulla Ninth Avenue e nemmeno quando sparò al poliziotto che voleva fermarli. Era solo con la sua pistola, la sua pistola contro quella dello sbirro: appena un attimo e il suono dello sparo gli trafisse il cervello e il proiettile trafisse il cervello dell’altro.
Lo vide a terra, era davvero stato lui?
Esitò un attimo e quell’attimo fu fatale, perché qualcosa lo tenne inchiodato lì, facendogli pulsare le tempie e fermare il cuore, sgonfiando tutto l’odio che gli era montato dentro.
Nancy non c’era.
Non c’era quando lo sbatterono sul cofano della macchina, gambe larghe, mani dietro la schiena, la pistola puntata dietro la nuca, la voce rabbiosa che diceva “bastardo, la paghi”.
Non c’era al processo a testimoniare: “È un bravo ragazzo, la vita non è stata generosa con lui! Vi prego, non fate del male al mio Bunny”.
Nancy non c’era.
C’era però il giudice, l’avvocato, il procuratore, i giurati che lo guardavano come si guarda un assassino.
C’erano i giorni dell’attesa colmi di vuoto, poi quello della sentenza: colpevole!
Il trasferimento nel braccio della morte, dove sei l’uomo più solo della terra e dove ogni notte la morte viene ad accarezzarti.
Lì i detenuti si chiamavano tra di loro per assicurarsi di essere ancora vivi e non parlavano mai di “quel” giorno, quando a ognuno di loro fatalmente sarebbe toccato di percorrere la stradina che porta alla casa della morte e da lì fare gli ultimi sette passi, prima di arrivare nella stanza dell’ultimo viaggio.
Lui  aveva impiegato dieci anni per arrivarci, tra appelli e richieste di grazia. Aveva imparato molte cose. La più importante, smettere di odiare. Il direttore gli venne incontro inespressivo, gli diede una pacca sulla spalla e fece strada. Il detenuto sembrò esitare, si voltò un’ultima volta verso il muro rosso, guardò di nuovo il cielo mettendosi all’ascolto di un estremo anelito del mondo: da lì in poi, solo sette passi lo separavano dalla fine.