Perché, e come, possiamo rifiutare il senso di colpa
A prima vista, potrebbe sembrare che il metodo migliore per evitare i sensi di colpa, e quindi i loro effetti depressivi, sia quello di evitare i comportamenti, pur leciti da un punto di vista giuridico, che possono tuttavia provocarli. Ma due importanti ostacoli si oppongono a questa tesi:
1) le forti limitazioni che sarebbe necessario accettare potrebbero rendere la vita talmente insoddisfacente da condurre agli stessi esiti depressivi che si volevano evitare;
2) in tutti i casi di contrasto fra le richieste di gruppi diversi ma dei quali si fa parte, non ci sarebbe garanzia di fare le scelte giuste.
La mia proposta allora è che non il comportamento ma il senso di colpa vada respinto, perché, in contropartita degli stessi alti costi psichici per l’individuo che presenta anche il rimorso, non porta alcun vantaggio alla società nel suo insieme ma protegge solo o ideologie o gruppi particolari non sempre legittimi. Non mi sembra infatti eccessivo sostenere che il senso di colpa è sempre stato sfruttato per raggiungere o mantenere il potere.
E va più decisamente rifiutato proprio se investe l’intera immagine di sé, cioè il proprio carattere. Se l’individuo che accetta di vivere in società, deve di conseguenza anche accettare di veder criticate sia le proprie idee che le proprie azioni (e anche, per queste ultime, di essere punito) ha invece il diritto di rifiutarsi di accettare critiche, o comunque valutazioni, sul proprio carattere. Questo per due motivi:
a) nessun individuo è in grado di penetrare i processi mentali di un altro individuo; per averne conferma è sufficiente verificare quante perizie psichiatriche di avvenuta guarigione siano state seguite da atti violenti, sia contro altri che contro se stessi;
b) se anche fosse possibile conoscere a fondo un individuo, per valutarlo occorrerebbe avere una base di riferimento per ogni caratteristica da valutare, sapere cioè come un individuo debba essere per essere considerato normale rispetto a quella determinata caratteristica. Se abbiamo accettato la teoria dell’evoluzione per selezione naturale, sappiamo che questi riferimenti non esistono in senso assoluto (l’evoluzione non ha una direzione e non necessariamente costituisce un progresso) ma solo in senso statistico, cioè nel concetto di normalità statistica. L’individuo è normale per quella caratteristica se il suo comportamento rientra nella media dei comportamenti osservati. Pertanto se la maggior parte dei componenti una società adottasse contemporaneamente una determinata condotta diversa dalla precedente, questa diverrebbe ipso facto una condotta normale.
La prima condizione che deve essere soddisfatta da chi si accinga a questa impresa, prefiggendosi di raggiungere un risultato utile, è la rinuncia ad utilizzare le tre caratteristiche della natura umana che nel capitolo VI ho indicato come elementi che favoriscono l’accettazione, e quindi l’interiorizzazione, dei sensi di colpa: il pensiero causale, il pensiero finalistico, il conforto del gruppo. L’invito è ad affidarsi, e non soltanto per il tempo che durerà questa nostra impresa, al metodo ipotetico-deduttivo, quello usato dalla comunità scientifica.
Ogni volta che ci è necessario comprendere un evento (o una persona) dobbiamo porre un’ipotesi sul significato che noi attribuiamo all’evento, dedurre le conseguenze che dovrebbero derivare dall’evento se la nostra ipotesi fosse corretta, e poi verificare se sono state proprio quelle. Se dobbiamo comprendere una persona, faremo un’ipotesi sul suo carattere, dedurremo le azioni che essa dovrebbe compiere se la nostra ipotesi fosse corretta, e poi verificheremo se ha compiuto proprio quelle.
Nel III capitolo abbiamo esaminato un certo numero di sensi di colpa, alcuni lievi, altri più pesanti, ma senza l’intento di ordinarli in una graduatoria di pericolosità, che non avrebbe alcun significato. L’effetto depressivo del senso di colpa dipende infatti da come viene percepito dalla persona che, più o meno “volontariamente”, l’ha accettato.
Anche in questo capitolo, in cui intendo verificare la possibilità per ciascuno di noi, anche senza l’aiuto di uno psicoterapeuta, di ridurre il numero e l’intensità dei propri sensi di colpa, mi asterrò dal compilare simili graduatorie. Non si può dire quali siano i sensi di colpa giusti e quali quelli sbagliati e nessuno può consigliare ad una persona quali sensi tenersi e di quali sbarazzarsi. Non saprei trovare altro criterio di validità che la risposta dell’organismo: se saremo riusciti a liberarci, o a renderlo meno attivo, di un sentimento disturbante, ci sentiremo senz'altro meglio.
Tuttavia, non possiamo procedere unicamente col metodo empirico, per tentativi ed errori, perché in questo campo un errore potrebbe costarci caro. Potrebbe accadere, a titolo di esempio, di riuscire a disfarci di un senso di colpa inculcatoci da nostra madre. Successivamente potrebbe accadere, poiché le coincidenze non hanno limiti, che nostra madre morisse, per una causa qualsiasi.
Ad un osservatore esterno potrebbe sembrare evidente che fra i due avvenimenti non esiste alcun tipo di legame, ma l’essere umano è spesso preda di quello che è stato chiamato pensiero causale e che abbiamo già trattato: la tendenza a vedere legami di causa ed effetto anche fra avvenimenti del tutto eterogenei, specialmente se presentano una contiguità temporale.
Anche a causa dello stress derivante dalla scomparsa della madre, molte persone potrebbero cadere vittime di questa distorsione del pensiero, peraltro molto comune, e attribuire alla propria disubbidienza alla madre, costituita dall’aver rifiutato le sue direttive morali, il ruolo di causa, e alla scomparsa della madre il ruolo di effetto. Gli esiti depressivi di una tale vicenda sarebbero ben più gravi di quelli provocati dal precedente senso di colpa. Nel valutare il rischio, occorre tenere ben presente la probabilità che, a causa della differenza di età, nostra madre muoia prima di noi.
Non occorre naturalmente che si verifichino questi estremi: in generale si può dire che l’intenzionale soppressione di un senso di colpa legato ad una persona particolarmente significativa, potrebbe causare un senso di colpa ancora più forte di quello precedente che è stato eliminato.
Ancora: a volte mantenere un senso di colpa che dovrebbe già essere stato superato, può essere un modo, non del tutto consapevole, di mantenere un legame con la persona che ce lo ha imposto.
Infine: come ho accennato nel capitolo IV, un dato senso di colpa, che ci appare imposto da altri con tanta evidenza che siamo pronti a fare il nome dell’autore, in realtà possiamo averlo costruito noi stessi per impedirci un comportamento che temevamo di non riuscire a mettere in atto con successo. Siamo pronti a farne a meno?
Se, nonostante questo rischio, abbiamo deciso di effettuare una seria revisione dei nostri sensi di colpa, se non altro per mettervi un po’ d’ordine, dobbiamo accingerci ad una riflessione critica e approfondita, magari armati di carta e penna. Ma anche questa riflessione non sarà esente da rischi. Vediamo perché.
Ho detto più volte che il senso di colpa ci viene imposto, per i più vari motivi o interessi, da una persona in qualche modo significativa, che si trova in posizione one-up mentre noi siamo in posizione one-down.
Ora aggiungo che l’accettazione del senso di colpa può anche essere un “trucco” della persona colpevolizzata per chiudere una determinata vicenda penosa, trucco che presenta una certa analogia col “patteggiamento” che è stato abbastanza recentemente introdotto anche nel nostro ordinamento penale.
Qui l’accusato accetta la responsabilità di quanto gli viene contestato, patteggia la pena, e la questione è chiusa. Con questo sistema, oltre ad una forte riduzione della pena stessa, egli evita le infinite udienze dei vari processi ed evita anche, in certi casi soprattutto, di trovarsi più e più volte faccia a faccia con accusatori, vittime e congiunti delle vittime.
In modo analogo, la persona che ha accettato quel senso di colpa ha chiuso in questo modo una vicenda (o ha evitato di aprirla, se il senso di colpa ha avuto un effetto deterrente) che avrebbe potuto portarle sofferenze anche maggiori. Una riflessione approfondita potrebbe infatti riaprire vecchie ferite. Inoltre potrebbe far rivivere situazioni molto penose, con l’effetto di provocare emozioni talmente intense da diventare pericolose per il proprio equilibrio.
Critica del senso di colpa
Se decideremo comunque di fare questa revisione, scopo della riflessione sarà all’inizio la compilazione di un elenco contenente i sensi di colpa che, considerati gli aspetti del nostro senso di Sé, è probabile che abbiano contribuito a formarlo.
Il passo successivo ci porterà ad avvicinarci all’origine di ciascuno dei sensi di colpa individuati. Se la nostra riflessione sarà stata sincera e abbastanza analitica, dovremmo in questa fase cominciare a individuare un ristretto numero di persone che potrebbero averci indotto quei sentimenti, sia a titolo personale che come rappresentanti di un’ideologia o di un gruppo.
A questo punto non è infatti necessario mantenere la distinzione, che ho proposto nel capitolo IV unicamente a fini espositivi, fra i sensi di colpa indotti dal singolo e quelli indotti dal gruppo. In realtà, noi non possiamo avere avuto interazioni con un intero gruppo, ad esempio con la Chiesa cattolica, ma solo con un numero ristretto di suoi esponenti. Pur rappresentando l’ideologia del gruppo, sono state quelle singole persone, con la loro influenza personale, a farci accettare la posizione one-down.
Non dobbiamo però limitarci alle persone ancora viventi e neppure alle persone che abbiamo conosciuto personalmente. Non va infatti trascurato l’effetto che possono aver avuto su di noi determinate letture, specie se fatte nell’età adolescenziale. Non sarà però facile a nessuno di noi individuare questi agenti.
In questa operazione di ricerca delle origini di un dato senso di colpa, dobbiamo stare attenti a non lasciarci fuorviare dal dato temporale. Può esserci infatti una sfasatura anche consistente fra il momento in cui il senso di colpa ci è stato indotto e il momento in cui si è manifestato.
Questo accade se un bisogno molto potente ci ha spinto per molto tempo a mettere in atto un comportamento che pure ci eravamo vietato, e soltanto con l’affievolimento - ad esempio: a causa dell’età - di questa forza istintuale diventa prevalente, e quindi in quel momento emerge, il senso di colpa.
Inoltre, il solo fatto di aver raggiunto una conoscenza narrativa dei nostri sensi di colpa (ad esempio: ora so che è stato mio fratello maggiore a convincermi che se non avessi studiato di più nostra madre si sarebbe ammalata!) non potrà portare che benefici minimi. In fondo, se siamo riusciti con una semplice, per quanto profonda e disturbante, riflessione a recuperare l’origine di un senso di colpa, significa che in fondo l’avevamo sempre conosciuta. Allora il leggero effetto positivo dovrà essere attribuito solo al tempo trascorso, al fatto che il nostro senso di Sé, molto fragile al tempo della nostra fanciullezza, si è ora in qualche misura irrobustito ed è in grado di reagire con maggior vigore.
Si tratta qui dello stesso principio terapeutico proposto dalla psicoanalisi: far rivivere al paziente l’avvenimento traumatico accadutogli quando era molto giovane, ora che la sua personalità si è rafforzata. Tuttavia l’analogia si ferma a questo perché nella terapia psicoanalitica la guarigione avviene con l’aiuto del terapeuta, che qui invece non è presente, o non lo è necessariamente.
E’ chiaro che, come le parole non sarebbero state a suo tempo sufficienti a determinare il senso di colpa, così non possono essere oggi sufficienti a cancellarlo. Allora, come si può rifiutare questa maledizione? Semplicemente ritirando l’accettazione data a suo tempo a lasciarci colpevolizzare, operazione tutt’altro che facile e che può riuscire solo a due condizioni.
Dovremo prima di tutto riuscire ad invertire gli antichi ruoli, riservando a noi stessi la posizione one-up e confinando l’Altro in quella one-down. Ciò non significa che dobbiamo perdere il rispetto, o l’ammirazione, per quella persona in tutti i suoi aspetti, ma è probabile che sia necessario rivedere il giudizio che abbiamo dato, a suo tempo, su quella persona o sulla sua ideologia.
Ad esempio, l’amorevolezza di un padre, o la sua posizione sociale, non possono bastare a rendere giusta la sua opinione politica. La grande cultura di un sacerdote, o il suo spirito di sacrificio, non possono essere sufficienti a rendere accettabile la sua religione. Se riusciremo a compiere questa operazione in uno spazio esclusivamente mentale, tanto meglio, ma dovremo essere pronti anche ad affrontare un’eventuale reazione dell’Altro, che probabilmente si sentirà attaccato o minacciato.
Questa pretesa di invertire i ruoli non significa neppure che da questo momento dovremo attribuire a noi stessi doti superiori a quelle della persona che un tempo ci ha sovrastato: si tratta di un’operazione temporanea di riequilibrio, al termine della quale non pretenderemo più di essere one-up ma neppure accetteremo di essere one-down. Dovremo inoltre accettare il fatto che, volontariamente o senza rendersene conto, essa ci ha posto in una condizione di disagio da cui abbiamo tutto il diritto di volerci tirar fuori.
Se abbiamo accettato quanto detto finora, non dovrebbe essere difficile convincerci che nessuno di noi è superiore o inferiore a qualcun altro perché (al di fuori delle scritture ispirate da Dio che scientificamente rifiutiamo) non esiste un criterio oggettivo per valutare un essere umano: infatti non sappiamo se la sua vita abbia uno scopo né quale potrebbe essere.
Propongo un esempio ancora una volta banale: se la mia altezza non supera il metro e mezzo, si può affermare soltanto che sono meno alto della media. Chi volesse affermare che sono troppo piccolo, dovrebbe specificare lo scopo per il quale sono troppo piccolo e limitarsi a questo. Forse per giocare a basket ma certamente non per lavorare in una miniera sotterranea, o per fare il fantino o il pilota di Formula uno.
Se poi volessimo valutare qualità non misurabili fisicamente come intelligenza oppure onestà, ci cacceremmo davvero in un ginepraio.
Una volta raggiunta questa condizione di equilibrio, dovremo cercare di risalire al concetto che sta alla base di ciascun senso di colpa e di sottoporlo ad esame critico, per individuarne tutti gli aspetti che possono esserci sfuggiti a suo tempo.
Ad esempio, il concetto che sta alla base del senso di colpa da “bastone della vecchiaia” è che il bambino nasce con dei doveri pregresssi, con impegni che gli sono stati attribuiti a sua insaputa ma di cui dovrà comunque rispondere. Questi doveri non consistono nel prendersi genericamente cura dei propri genitori una volta che siano divenuti non più autosufficienti, regola compresa nelle norme sociali e quindi estranea al senso di colpa, ma nell’indirizzare la propria vita sui binari stabiliti dai genitori, che possono comprendere il tipo d’istruzione, di lavoro, di moglie, e anche molto spesso il divieto di allontanarsi dal luogo di residenza, per non costringere un giorno i genitori divenuti anziani a spostarsi. Tutto questo, in cambio della vita che il figlio ha ricevuto.
Si tratta di un concetto che, abbastanza scopertamente, consente l’egoismo dei genitori ma nega quello dei figli. Sta soltanto a noi continuare ad accettarlo o respingerlo, tenendo ben presente che tutte le conseguenze delle nostre decisioni ricadranno sulle nostre spalle, anche di quelle che avremo eventualmente preso solo per evitare sensi di colpa.
Potrebbe anche essere necessario doversi convincere che cambiare idea, lungi dal costituire una prova di mancanza di carattere, è una delle componenti fondamentali di quel principio di adattamento che consente alla selezione naturale di operare le proprie scelte, favorendo quegli organismi che si sono appunto meglio adattati alle mutate condizioni ambientali.
Un’ideologia può essere accettabile in un dato momento storico o in una data condizione personale e non esserlo più in un altra. Non si tratta di “fingere di aver cambiato idea” per adeguarsi al mutare del vento, il che sarebbe vile opportunismo, ma sostituire una nuova idea a quella che abbiamo difeso quando la ritenevamo giusta, se la sentiamo ora estranea a noi stessi.
Se non ne siamo capaci, o non vogliamo farlo per i motivi che ho indicato prima, questa autoterapia sarà stata scarsamente efficace.
Se invece abbiamo deciso di provarci, sarà bene non perdere altro tempo: la mala pianta del senso di colpa è molto simile ad un’abitudine, che quanto più si ripete tanto più mette radici. Di questo occorre tenere debito conto: se abbiano rinunciato per molti anni ad un dato comportamento, la resistenza a metterlo in atto sarà molto forte.
Una particolare e attenta riflessione deve poi precedere ogni tentativo di liberarsi da imperativi religiosi. Come sostenuto nel Capitolo I, il senso di insicurezza è una caratteristica psichica che accomuna tutti gli esseri umani. Se abbiamo accettato una religione anche per contrastare e dimenticare questo sentimento disturbante, dobbiamo essere preparati a vederlo ricomparire se abbandoneremo questa religione; questo rischio è invece trascurabile se la nostra accettazione è dipesa unicamente dalla nostra condizione di one-down.
Drasticamente inferiori sono invece le possibilità di liberarci da influenze che ci siano state indotte da meccanismi pubblicitari. Questo perché, come avevo accennato, la pubblicità agisce direttamente sul senso di Sé, suggerendo nuove narrazioni e insinuando non tanto sensi di colpa ma immaginarie mancanze. Non siamo più in grado di comprendere chi ci abbia influenzato, perché può essersi trattato di una visione brevissima, addirittura sotto il limite della consapevolezza. L’origine di questa influenza, che avvertiamo necessariamente come disturbante perché ci ha creato un nuovo bisogno, sta in qualche cosa di cui non conosciamo l’autore e pertanto non possiamo fare i conti con lui.
Naturalmente ci resta una possibilità di difesa che però deve essere messa in atto in via preventiva: se si tratta di riviste, possiamo saltare le pagine; nel caso della televisione possiamo guardare la pubblicità senza realmente vederla, aspettando solo che il programma riprenda e sperando che la vera pubblicità che è stata commissionata non sia stata abilmente inserita proprio nel programma.
Completo il mio pensiero con una breve digressione. Se, durante la revisione, ci rendessimo conto che esistono in noi anche condizionamenti di ordine oppositivo, cioè comportamenti che derivano solo da una ribellione ad un tentativo di indurci sensi di colpa, sarebbe opportuno cogliere l’occasione per eliminare anche questi, al fine di raggiungere una più libera espressione della nostra personalità. Non sarebbe infatti una prova di libertà continuare ad opporsi a una data ideologia, ad esempio a quella di un certo partito politico, soltanto perché una persona significativa ha tentato in passato, forse con mezzi che abbiamo avvertito come subdoli, di farcela accettare.
Riassumendo
Ho proposto di sottoporre ad attento esame i nostri sensi di colpa per decidere quali possano essere ridimensionati, o eliminati, senza rischi per il nostro equilibrio psichico. Il metodo da utilizzare per operare questa riduzione dovrà consistere nel ritirare quell’accettazione della posizione one-down che avevamo concesso all’Altro quando in qualche modo ci trovavamo in condizioni d’inferiorità psicologica.
N.B. Questo saggio è stato stampato in volume ed è disponibile, sotto il nickname Errico, sul sito www.ilmiolibro.it.
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