Conclusioni
Se abbiamo accettato i risultati raggiunti dalle scienze cognitive, che tuttavia, in applicazione del criterio di falsificazione proposto da Popper, dobbiamo ritenere solo probabilistici e non definitivi, a mio avviso dobbiamo trarne alcune conseguenze non eludibili.
Dentro il cervello, oltre a vari importantissimi organi, come ad esempio l’ipofisi, l’amigdala, l’ippocampo, si trova uno strato, spesso pochi millimetri, di sostanza grigia. Si tratta della corteccia, costituita dai corpi (le teste) di miliardi di neuroni raggruppati in diversi strati paralleli; qui si svolgono i processi di pensiero, di memoria, di abilità e destrezza muscolari. Immediatamente sotto si trova la sostanza bianca, costituita dagli assoni dei neuroni (le code) che connettono fra loro e con altri organi i suddetti neuroni mediante le sinapsi, rendendo possibili i loro processi. Queste sinapsi possono formare vari tipi di connessione:
a) cablaggi ereditari che stabiliscono e regolano le funzioni fisiologiche, come ad esempio il battito cardiaco;
b) predisposizioni ereditarie ad alcuni cablaggi che vengono quindi facilitati, come ad esempio quelli che presiedono all’apprendimento del linguaggio;
c) cablaggi peculiari in ogni individuo, che dipendono dagli stimoli ricevuti e che consentono i più disparati processi;
d) tracce di collegamenti precedenti, cioè memoria. E’ unicamente di memoria a lungo termine che è fatto il nostro senso di sé, con cui dobbiamo sempre fare i conti, mentre la memoria a breve termine, attivando temporaneamente determinati ricordi di fatti, persone, regole e procedure, ci rende coscienti di quello che sta accadendo. Dentro il cervello, al momento non risulta esserci nient’altro: non un’anima, né uno spirito, né uno slancio vitale, né una coscienza con cui fare i conti; niente che possa essere rilevato da uno strumento; niente che possa causare effetti rilevabili con strumenti. Se i neuroni cominciano a degenerare, come nel caso della malattia di Alzheimer, non aspettiamoci l’intervento supportivo di entità immateriali che possano assumere le loro funzioni. Se però la constatazione dell’assurdità della vita umana ci risultasse intollerabile, possiamo rivolgerci non solo alle tante cosiddette grandi religioni ma anche ad una miriade di sette minoritarie, sicuri che le loro metafisiche verità rivelate non potranno mai essere falsificate dai nostri scienziati.
Il cervello dell’uomo si è via via evoluto per il grande vantaggio, in termini di sopravvivenza e quindi di riproduzione, che conferiva direttamente all’organismo individuale di cui fa parte e solo indirettamente al gruppo di cui il singolo fa parte. Il cervello è dunque al servizio dell’individuo che lo possiede e non è fisicamente in grado, per mancanza di collegamenti neurali, di agire in favore di un’altra persona, fosse anche un figlio, un partner, un genitore. Ciò non significa che non sia possibile un comportamento altruistico: possiamo sacrificarci per il bene di altri ma solo se questo gratifica il nostro senso di sé. Questo egoismo gratificante potrebbe essere proposto dagli educatori in sostituzione di tutti i sensi di colpa che, come abbiamo visto, portano danni psichici che possono sfociare nella depressione.
L’homo sapiens sapiens, che per il momento è il più recente prodotto dell’evoluzione per selezione naturale, non può sviluppare le proprie potenzialità umane se non vivendo in società con i propri simili, ma il prezzo che deve pagare è molto alto, sia in termini di rinunce a molti piaceri, sia in termini di obblighi spiacevoli. I mezzi di cui si servono sia la società politica che i tanti gruppi di natura culturale per frenare l’individuo vanno da misure repressive, come le punizioni, a misure preventive, come l’induzione di sensi di colpa. Molte richieste culturali, che non hanno carattere di necessità sociale e spesso neppure di utilità per noi, sono tuttavia in grado di causarci sensi di colpa, con conseguenze pericolose per la nostra salute psichica. E’ appunto questa la caratteristica più paradossale della condizione dell’essere umano, che si oppone prepotentemente alla sua richiesta di felicità: il suo cervello può svilupparsi, dal punto di vista funzionale e culturale, solo se egli vive in società; quando questo sviluppo avviene si creano le condizioni per il sorgere di un contrasto, spesso insanabile, fra il singolo e la società.
Io ritengo che la persona, dal momento in cui esce dalla fanciullezza per entrare nell’adolescenza, dovrebbe invece sentirsi libera di indirizzare la propria vita come preferisce e valersi del diritto di rifiutare tutti quei sensi di colpa dovuti ad infrazioni di norme culturali che non le sembrino sufficientemente giustificate, utilizzando eventualmente anche qualcuna delle procedure che ho suggerito.
Invece, proprio da quel momento, non ha più il diritto di liberarsi dal rimorso per le infrazioni di norme sociali, anche se si tratta di un sentimento che ha gli stessi effetti depressivi del senso di colpa. Siamo tutti moralmente tenuti ad accettare questo rimorso, pena la scomparsa della società e con essa dell’uomo. Ma le norme sociali possono tendere a fini anche sensibilmente diversi fra loro. Come anticipato, io ritengo che potrebbe essere vantaggioso adeguare queste norme alla teoria dell’utilitarismo.
In filosofia questa etichetta contrassegna tutte quelle dottrine che identificano il bene con l'utile. Si tratta di una proposta tutt’altro che nuova, poiché i suoi concetti principali possono essere fatti risalire a Protagora e, almeno in parte, ad Epicuro e alla sua scuola. In tempi moderni, però, questo indirizzo di pensiero, che fu etico, politico, economico e sociale, fiorì in Inghilterra nei secoli XVIII e XIX. L’utilitarismo evitò ogni metafisica, limitandosi a studiare i moventi delle persone e scoprendo che il movente principale è la ricerca del proprio piacere o felicità. Questo movente venne accettato come del tutto legittimo solo a patto che il piacere - la felicità - del singolo coincidesse col piacere e la felicità del maggior numero possibile di persone.
Se ci limitiamo ad esaminarne i soli aspetti etico-sociali, possiamo indicarne il fondatore in Francis Hutcheson, che in suo saggio del 1725 considerò la virtù in una dimensione sociale, affermando che l’azione migliore è quella che procura la maggior felicità per il maggior numero; la peggiore è quella che, in modo simile, produce sofferenza.
Questo concetto venne poi ripreso e strutturato da Jeremy Bentham, che nel 1789 propose di trasformare l’etica in una scienza esatta, utilizzando un nuovo strumento: l’algebra morale. Poiché ogni nostro comportamento individuale - e tanto più l’attività del legislatore - può produrre in noi stessi e negli altri una certa quantità sia di felicità che di sofferenza, qualsiasi decisione deve essere presa solo dopo aver sommato, ciascuna col proprio segno - positivo o negativo - tutte le prevedibili conseguenze. Il valore di un’azione - come quello di una legge - non dipenderà quindi da criteri morali o religiosi, ma semplicemente dalle effettive conseguenze sul benessere e la felicità di tutte le persone in essa coinvolte. Un’ulteriore implicazione di questa dottrina è che il valore di un’azione - o di una legge - può variare a seconda della sua collocazione nel tempo e nello spazio: un’azione sbagliata qui ed ora, potrebbe essere giusta domani in un altro Paese.
La formula di Bentham fu poi rivisitata e corretta nel 1863 da John Stuart Mill, il quale volle introdurre il divieto ad operare in modo immorale e la distinzione fra piaceri bassi e piaceri elevati, i soli in grado di dare la felicità.
Sintetizzando al massimo, si può dire che l’utilitarismo riconosce che ciascun individuo agisce correttamente se ricerca la propria felicità e tenta di evitare il dolore, purché in ogni sua decisione tenga presente come prioritaria la felicità e la sofferenza degli altri.
Se restringiamo il campo dell’indagine al solo problema di cui ci stiamo occupando - i sensi di colpa - appare chiaro che i principi dell’utilitarismo sono perfettamente in linea con quanto da me sostenuto nelle pagine precedenti. Lettrici e Lettori ricorderanno che, nell’Introduzione, ho premesso che oggetto di ogni indagine deve essere l’uomo come realmente è e non come si vorrebbe che fosse; che nel Capitolo II ho affermato che la scienza non può occuparsi di concetti non falsificabili come anima o Dio, e che ciò non significa che altri siano autorizzati a farlo; che nel Capitolo VII ho rifiutato l’idea che le norme sociali debbano essere conformi ad una presunta natura dell’uomo o favorire un suo presunto fine.
Anche l’utilitarismo rifiuta ogni metafisica e ogni morale prefabbricata, e considera legittima la soggettività con cui ogni essere umano ricerca la propria felicità, pur con i precisi limiti indicati. Resta comunque probabile che non esista una teoria sociale la cui adozione possa avere come conseguenza la felicità delle persone. Non dobbiamo infatti dimenticare che viviamo in un modo fisicamente ostile (nel senso di avverso, contrario e non nel senso di nemico: il mondo è totalmente indifferente all’uomo) a qualsiasi forma di vita (terremoti, uragani, fenomeni vulcanici) e disponendo di un organismo che è vulnerabile ad un troppo elevato numero di agenti patogeni, alcuni anche estremamente veloci nel mutare, come i virus.
Avremo tuttavia compiuto un notevole passo avanti verso una maggior pienezza di vita se saremo riusciti a togliere di mezzo qualche inutile senso di colpa, se saremo riusciti a far nostra l’idea che nessuno ha il diritto di giudicarci per i nostri desideri, sentimenti e pensieri ma solo per quelle nostre azioni che contravvenissero alle norme sociali, che nella mia definizione corrispondono alle leggi di un Paese, che possa però vantarsi di essere una democrazia laica.
Naturalmente sarebbe molto più semplice evitare il crearsi di sensi di colpa e per questo sarebbe sufficiente che ciascuno di noi si convincesse che vivere per altri anziché per se stessi costituisce un errore. Non sto facendo un’apologia dell’egoismo: intendo dire che ciascuno dovrebbe sforzarsi di trovare in se stesso ragioni soggettive per continuare a vivere, senza adagiarsi nella possibilità di trovarla nella vita di altri, siano essi partner o figli o parenti o discepoli.
Qui non si tratta di egoismo. Si può dare alla propria vita, come scopo, il raggiungimento di un dato obiettivo o la realizzazione di un certo programma personale, ed essere ugualmente generoso, in tempo e denaro, verso altri.
Il vero comportamento egoistico è invece, ad esempio, nel genitore che dà alla propria vita, come scopo, la realizzazione a suo modo della vita di un figlio. Per il figlio darà tutto il proprio tempo e tutto il proprio denaro, ma in cambio pretenderà, non sempre senza rendersene conto, che il figlio comprenda di essere questo scopo e accetti di realizzare non la propria personalità ma quella che il genitore ha già immaginato per lui.
Se il figlio non lo farà, o lo farà in maniera giudicata insufficiente, allora il genitore tenterà, molto spesso con successo, la via del senso di colpa. E in questo caso è molto probabile che il figlio si comporterà allo stesso modo quando sarà a sua volta genitore, perpetuando in questo modo l’errore.
Anche la persona innamorata pone spesso la persona amata come scopo della propria vita e l’asserita “donazione di se stessi” finisce spesso col rovinare due vite.
Per questo insisto a dire che soltanto se riusciremo a trovare nella nostra stessa vita una ragione per continuare a viverla, potremo in tutta serenità dedicare ad altri una parte della nostra energia e del nostro impegno, senza necessità d’imporre sensi di colpa.
L’ultima considerazione è di carattere personale. La stesura di queste pagine mi ha richiesto più tempo di quanto avessi preventivato, perché vi ho lavorato solo saltuariamente. Quando mi sono chiesto perché sentissi così spesso il desiderio di stornare la mente da questo argomento, che pure mi interessava molto, ho dovuto ammettere che pensare ai sensi di colpa mi metteva, come minimo, di cattivo umore. Come se il solo riflettere sui sensi di colpa degli altri avesse riattivato la schiera, appena appena assopita, dei miei. Come se fosse davvero difficile scrollarsi di dosso questi fardelli che nessuno, se non noi stessi, ci obbliga a portare.
31 ottobre 2006
N.B. Questo saggio è stato stampato in volume ed è disponibile, sotto il nickname Errico, sul sito www.ilmiolibro.it.
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