Dell'interpretazione - Introduzione

 

Giorgio Massari

 

D E L L’ I N T E R P R E T A Z I O N E

 

La creazione umana del mondo

dal punto di vista delle scienze cognitive

 

 

 

 

 

Il mondo è una mia rappresentazione.

Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione

 

 

Nessun uomo può stare senza spiegarsi quanto gli succede e,

 se un giorno arrivasse a non potersi spiegare più nulla,

direbbe allora di essere diventato matto

e questa sarebbe per lui l’ultima spiegazione ancora disponibile.

Dostoevskij, Memorie del sottosuolo

 

 

Introduzione            

 

Il mondo è una mia rappresentazione. Questa famosa asserzione, posta da Friedrich Schopenhauer come incipit alla propria opera principale, anticipava di un secolo e mezzo le attuali opinioni della maggior parte degli studiosi della mente umana e in particolare quell’orientamento psicologico denominato costruttivismo, al quale anche queste mie considerazioni fanno riferimento.

     Essa non voleva significare, ovviamente, che il mondo non abbia una sua reale esistenza, indipendente da come lo percepiscono gli esseri viventi, ma che ciascuno di noi utilizza, per muoversi nel mondo, l’immagine che di esso ha costruito il proprio cervello, la sua personale rappresentazione.

     Prima di Schopenhauer, diversi filosofi, a partire da quelli vissuti nell’antica Grecia, avevano espresso forti dubbi sulla capacità dell’essere umano di raggiungere, sia attraverso i sensi che per mezzo del proprio ragionamento, una vera conoscenza del mondo reale.

     Per fare qualche esempio, già Platone aveva affermato che l’essere umano crede di vedere, utilizzando i sensi, il mondo reale ma ne vede soltanto l’ombra; aveva però sostenuto che la vera conoscenza è tuttavia possibile attraverso il “ricordo” delle idee da parte dell’anima, che prima di incarnarsi in un essere umano è stata presso Dio. E’ evidente che con questa teoria Platone si era posto per sempre al di fuori di ogni scienza futura.

     Alcuni filosofi scettici, nel secondo secolo avanti Cristo, avevano negato persino che si possa affermare di “sapere di non sapere”, come invece aveva fatto Socrate, riconoscendo come unico atteggiamento valido soltanto la sospensione di ogni giudizio sulle cose. Questa posizione precludeva non solo lo sviluppo di una scienza futura ma anche qualsiasi forma di sviluppo della società umana.

     Due millenni più tardi, affermando che l’essere umano è in grado di percepire le cose che si trovano nel mondo soltanto nella loro apparenza ma non nella loro vera essenza (la cosiddetta cosa in sé), Immanuel Kant sostenne implicitamente che il mondo viene interpretato dagli uomini. Si trattava tuttavia ancora di un’interpretazione non strettamente personale di un determinato individuo ma uguale per tutti gli uomini. Infatti, egli insegnava, tutti gli uomini posseggono gli stessi strumenti innati di conoscenza, fra cui il concetto di spazio, che permette di comprendere se un oggetto è vicino o distante da un altro, e il concetto di tempo, che consente di stabilire se un evento è accaduto prima o dopo un altro.

     Invece Schopenhauer, con la sua affermazione, proclama che ciascun individuo interpreta in modo personale il mondo esterno, che è pura apparenza, rendendolo per ciò stesso reale, al punto che, dice testualmente l’Autore, se la mia coscienza svanisse, anche il mondo svanirebbe ipso facto.

     Questa idea diverrà poi, negli Stati Uniti e a partire dal secondo dopoguerra, il nocciolo del costruttivismo, indirizzo della scienza della conoscenza secondo il quale la realtà che ciascun soggetto conosce non è una realtà oggettiva, che trovi perfetta corrispondenza nel mondo esterno, ma è il prodotto di una costruzione che avviene all’interno della sua mente, utilizzando materiale che deriva dalla sua esperienza. Ogni atto conoscitivo di una persona è influenzato dalle sue predisposizioni genetiche, da tutte le sue conoscenze precedenti e, in modo particolare, dalla sua teoria circa l’oggetto che si appresta a conoscere. 

     Sappiamo che nessuna specie animale è in grado di conoscere direttamente la realtà. Ciascuna specie dispone di un peculiare apparato sensoriale che può reagire (atto della sensazione) soltanto ad alcuni tipi di stimoli, fra tutti quelli che provengono dall’ambiente, e purché siano compresi in una determinata, ristretta gamma di valori. Attraverso il sistema nervoso periferico queste sensazioni pervengono al cervello, che le riconosce (atto della percezione) e le interpreta, tenendo anche conto di quanto ricorda di precedenti sensazioni di quel tipo e, in genere, di tutte le altre informazioni in suo possesso. Quando avrà deciso quale comportamento sia più appropriato in risposta a quello stimolo, invierà gli ordini per la sua esecuzione all’apparato muscolare.  

     E’ questa l’idea che cercherò di rendere plausibile con le mie considerazioni, nella seguente forma: il processo d’interpreta-zione della realtà da parte di ciascun individuo è soggetto a tali distorsioni che il risultato può essere considerato una vera e propria costruzione mentale personale. Queste distorsioni, che ciascuno di noi può agevolmente rilevare nell’attività interpretativa di tutte le persone che conosce, sono dovute non solo a carenze nei loro apparati sensoriali o alla mancanza di determinate conoscenze, ma anche a fraintendimenti del tutto volontari, anche se spesso inconsapevoli, che hanno lo scopo di evitare il sorgere di conflitti all’interno del proprio senso di sé e di mantenere stabile il proprio sistema di certezze.

     Questa modalità di conoscenza deriva probabilmente dalla necessità del nostro antenato di prendere velocemente la decisione di attaccare o di fuggire. Se nel momento dell’incontro col predatore avesse avuto dubbi sulla propria conoscenza sia dell’avversario che di se stesso, la decisione sull’atteggiamento da tenere sarebbe giunta comunque troppo tardi.

     Propongo un esempio di fraintendimento volontario, supponendo che una persona se ne stia tranquillamente seduta su di una panchina a leggere un giornale, quando una vibrazione dell’aria colpisce i suoi timpani.

     Attraverso la catena di ossicini, lo stimolo raggiunge la corteccia cerebrale uditiva e la persona riconosce il suono come quello di una sirena. Di per sé questa informazione è abbastanza imprecisa: il suono di una sirena può significare l’avvicinarsi di un’ambulanza o di un’autopompa dei vigili del fuoco, ma anche un allarme aereo oppure soltanto un allarme antirapina partito per errore da una banca nelle vicinanze. In ogni caso, difficilmente la persona potrà continuare a leggere tranquillamente il giornale fino a quando non avrà attribuito un preciso significato a quella sirena.

     Il suono della sirena potrebbe essere talmente tipico da farlo subito riconoscere come proveniente da un mezzo anticendio. Si dovrebbe allora ritenere che chiunque fosse al posto di quella persona lo riconoscerebbe come tale, ma può accadere che qualcuno sbagli, se il ricordo di un incendio in cui ha perduto una persona cara gli risulta ancora intollerabile. In questo caso dovremmo ammettere che l’errore nell’interpretazione del suono percepito è stato volontario, anche se forse inconsapevole.

     Tratterò nel capitolo successivo il sistema di certezze che ogni individuo si costruisce. Per ora propongo un esempio di distorsione volontaria dell’interpretazione che ha come scopo il mantenimento di questo sistema.

     Un bambino, avendo rotto un giocattolo, lo affida fiducioso al padre perché lo ripari ma il padre glielo rende affermando che non è possibile ripararlo. Può darsi che il bambino preferisca capire che il padre non voglia riparare il giocattolo, magari per punirlo per qualche precedente mancanza, piuttosto che accettare che egli veramente non sappia farlo. In quest’ultimo caso, infatti, la sicurezza che suo padre sia quasi onnipotente e quindi sempre in grado di difenderlo e di proteggerlo (convinzioni che fanno parte del suo sistema di certezze) verrebbe per lo meno scalfita.    

     Definisco interpretazione quel processo del tutto soggettivo tramite il quale ogni animale prima analizza e poi comprende l’ambiente. Tale processo diventa particolarmente complesso nell’essere umano perché, mentre l’animale utilizza, per interpretare, quasi esclusivamente i mezzi che gli sono stati messi a disposizione dall’evoluzione per selezione naturale, l’uomo si avvale anche di potenti strumenti culturali, primo fra tutti del linguaggio simbolico.

     In filosofia, ma anche in psicologia e in altre discipline, per indicare la metodologia dell'interpretazione, che consente di risalire da un segno al suo vero significato, si usa il termine ermeneutica, di derivazione greca, col significato di arte dell’interpretazione, della traduzione, del chiarimento e della spiegazione. Nata in ambito religioso con lo scopo di stabilire come debbano essere interpretati i testi sacri, in particolar modo la Bibbia, l’ermeneutica ha ampliato in seguito il proprio campo d’indagine fino a proporsi di dare un significato a tutto ciò che è di difficile comprensione. Così, ad esempio, in giurisprudenza ci si può occupare di ermeneutica giuridica e in storia dell’arte di ermeneutica artistica.  

     Per lo scopo che mi sono prefisso considero preferibile mantenere il termine interpretazione, col quale intendo, escludendo ogni altra possibile accezione, sempre e soltanto quell'attività dell’essere umano che consiste nell’attribuire un significato proprio, personale e peculiare, allo stato dell’ambiente in un determinato momento, allo scopo di fare previsioni attendibili sul suo stato futuro.

     Secondo questa definizione, l’interpretazione, pur comprendendo tutte le attività di cui si occupa l’ermeneutica, presenta caratteri molto più ampi, sia per quanto riguarda il soggetto, che non è più soltanto lo studioso ermeneutico, provvisto di particolari competenze in un determinato campo, ma qualsiasi essere umano; sia per quanto riguarda l’oggetto, che non è più solo un testo o un manufatto ma comprende l’intero ambiente, inclusa la persona dell’interprete; sia per quanto riguarda il modo di operare, che non è più limitato all’attività intenzionale, e spesso professionale, dell’ermeneuta ma si estende a qualsiasi attività, spesso involontaria e non consapevole, dell’animale umano; sia per quanto riguarda l’obbiettivo, che non è il desiderio di comprendere dell’ermeneuta ma il bisogno di ciascun individuo di fare previsioni che consentano un certo controllo degli eventi futuri.

     Anche il termine ambiente richiede di essere specificato. Con ambiente esterno intendo tutto ciò che si trova all’esterno della pelle dell’individuo, compresi quindi tutti gli altri individui; con ambiente interno tutto ciò che fa parte del corpo dell’individuo, che è racchiuso dalla sua pelle, in modo particolare il suo cervello.

     Lo scopo di queste pagine è l’esame, da un punto di vista che fa riferimento alle scienze cognitive, delle modalità con le quali in generale si svolge nella persona il processo d’interpretazione e valutare l’attendibilità dei suoi risultati. Non vuol essere una trattazione scientifica da concludersi con una dimostrazione, ma una semplice esposizione di opinioni che tuttavia sono basate su teorie di autori accreditati in ambito scientifico.  

     Poiché ritengo che l’introduzione debba consentire a chi legge di identificare subito l’orientamento dell’autore, in modo da poter decidere se proseguire la lettura, mi schiero subito a fianco della scienza e contro l’irrazionale. Le Lettrici e i Lettori che riterranno ugualmente di continuare a leggere, vedranno che, nell’osservare l’essere umano che interpreta, non ho tenuto alcun conto di tutte quelle entità (anima, spirito, slancio vitale ecc.) che sono state di volta in volta, in accordo con le varie ideologie, contrapposte al corpo, pur considerandole ad esso in qualche modo legate.

     L’uomo come ci piacerebbe o vorremmo che fosse non può essere mai il punto di partenza di una riflessione, ma soltanto il punto di arrivo. L’uomo che io esamino è quello che emerge, sempre più chiaramente, dall’investigazione scientifica del suo cervello operata dalle neuroscienze, termine che comprende un insieme di discipline che hanno in comune l’interesse per il sistema nervoso e le sue funzioni, da quelle che dipendono da un singolo neurone a quelle che derivano dal funzionamento organizzato di grandi aggregati neuronali.

     Tuttavia la scienza non è infallibile e l’irrazionale non è sempre necessariamente sbagliato. Io cercherò di restare fedele al criterio di falsificazione proposto, già nel 1934, dall’austriaco Karl Popper, secondo cui, poiché il criterio di verificazione non offre alcuna affidabilità (l’osservazione di dieci, cento o mille corvi neri non è sufficiente a dimostrare vera la teoria secondo la quale tutti i corvi sono neri), è preferibile utilizzare il criterio di falsificazione: se vedo anche un solo corvo bianco, debbo respingere la teoria che tutti i corvi siano neri. Fino allora, però, questa teoria, se ha superato un rigoroso esame da parte della comunità scientifica, può venire provvisoriamente accettata.

     Da tutto questo deriva che la conoscenza scientifica è sempre provvisoria (ogni asserzione è costantemente minacciata da una sua sempre possibile falsificazione e i corvi bianchi sono sempre in agguato) e che la scienza non deve occuparsi di asserzioni del tipo “la Bibbia è stata ispirata da Dio” oppure “non è vero che la Bibbia sia stata ispirata da Dio” che, non essendo falsificabili, non possono essere considerate scientifiche, senza peraltro che ciò implichi alcun giudizio sulla loro verità o falsità oggettive.

     All’irrazionale, termine al quale non attribuisco a priori alcun significato negativo e sotto il quale comprendo le religioni, le magie, le superstizioni e in genere tutte le credenze che sfuggono alle regole della logica umana, la falsificazione non può essere applicata. Nessuno potrebbe smentirmi, se affermassi di parlare con Dio ogni mattina. Questa è una ragione a me sufficiente per non prendere in considerazione tutto ciò che si trova al di fuori della scienza, se non come oggetto di studio.

     Al potere della tachipirina di abbassare la temperatura corporea del febbricitante debbo scientificamente credere, perché ogni volta che qualcuno l’assume ottiene lo stesso risultato.

     Al potere della preghiera, che si manifesta solo in certi casi, posso solo irrazionalmente credere. Ma mentre la scienza ha delle frontiere ben stabilite, che fortunatamente si ampliano sempre più, l’irrazionale non ha limite alcuno: se posso credere che esista un libro ispirato da un dio, posso anche credere che di questi libri ne esistano molti. Le diatribe religiose a questo riguardo si sono inutilmente trascinate per secoli.

     Nel campo dell’irrazionale le dimostrazioni non sono possibili: tocca solo alla persona decidere a cosa credere e il rischio psicologico che corre è quello di credere vera una cosa solo perché gli fa comodo crederci.

     Tuttavia, i ricercatori scientifici debbono rinunciare, durante le loro osservazioni, a qualsiasi pregiudiziale nei confronti dell’irrazionale. Infatti, al di là della buona fede di ciascuno, sarebbe inevitabile per uno sperimentatore credente tendere a sottovalutare i risultati contrari alla propria fede, che sarebbero invece sopravvalutati da un ricercatore ateo. Chi guarda l’uomo come il prodotto casuale dell’evoluzione per selezione naturale e chi lo guarda come il prodotto dell’infinito amore divino, difficilmente vedranno lo stesso essere.

     Nei limiti del possibile ho cercato anche di seguire la proposta elaborata, sotto il nome di operazionismo, negli anni Venti dal fisico statunitense P. W. Bridgman, secondo cui i concetti scientifici dovrebbero essere definiti specificando le operazioni (procedure sperimentali, strumentazione tecnica ecc.) attraverso le quali la conoscenza di quel concetto è stata acquisita. Per definire il concetto di lunghezza si dovrebbe quindi fare riferimento alle operazioni necessarie a misurare la lunghezza di un determinato oggetto; la definizione “corpo caldo” dovrebbe contenere il riferimento allo strumento che ne ha misurato la temperatura. Seguendo questa procedura si eliminerebbero dalla scienza tutte le nozioni metafisiche, tutte le idee assolute, tutte le affermazioni puramente verbali e tutti i concetti privi di significato o così vaghi da non avere alcuna utilità scientifica. In che modo, infatti, si potrebbe, ad esempio, definire la “mente”?

     L’ultima avvertenza riguarda la stesura materiale del testo: ho evitato di costellarlo, come si fa spesso, di citazioni da Autori famosi o almeno noti, complete di titolo e di anno di edizione dell’opera a cui si fa riferimento. Questo per almeno due ragioni.

     La prima è che molti concetti, elaborati un tempo dalla mente di studiosi in anticipo sui tempi, meritevoli per questo di essere ricordati, sono stati in seguito rielaborati, completati, non di rado anche distorti, ad un punto tale che non è più agevole riconoscere il disegno originario. Faccio un solo esempio: dire che la “teoria dell’evoluzione per selezione naturale” è opera di Darwin, citare il testo originale, i dati relativi alle varie edizioni inglesi e quelli relativi alle traduzioni italiane, è del tutto corretto solo se si intende riferirsi appunto al libro scritto da Darwin. E’ invece meno corretto se ci si riferisce alla teoria attuale, alla quale hanno contribuito molti altri studiosi di discipline diverse (biologi, genetisti, paleontologi, antropologi e tassonomisti) basandosi su nozioni come gene, mutazione, modalità di trasmissione dei caratteri ereditari, che Darwin a quel tempo non poteva conoscere.

     Una seconda ragione è che spesso è difficile stabilire se certi termini e certi concetti, resi famosi da determinati Autori, siano veramente loro costruzioni originali e non invece riformulazioni più abili, o comunque diverse, di idee già presentate. Porto come esempio il concetto freudiano di Es, corrispondente alla zona inconscia della personalità. Freud stesso ha riconosciuto di aver preso questo termine dal suo allievo Georg Groddeck, che a sua volta l’aveva derivato da Nietzsche.

     Anche le note, con quel numeretto accanto al nome, sono spesso fastidiose: vorremmo cedere alla curiosità ma non sappiamo deciderci a spezzare la lettura, specialmente nel caso in cui si debba cercarle in fondo al libro, perché temiamo di perdere il segno della pagina. Ne ho fatto a meno e le precisazioni che ho ritenuto utili, le ho inserite in appendice sotto forma di glossario. Come si vedrà, ho poi ridotto al minimo l’uso di termini non italiani.

     Questo modo di procedere non è assolutamente dovuto ad un mio tentativo di lasciar credere farina del mio sacco concetti che derivano invece dal lavoro altrui; in queste riflessioni, il mio personale contributo è consistito unicamente nell’amalgamare alcune ben note e condivise teorie e nello svolgerle fino a trarne conclusioni a mio avviso inevitabili.

     Per questi motivi, io riterrò di aver pagato i miei debiti specificando le principali teorie che ho assunto come valide e indicando nella Bibliografia i testi, di cui mi sono avvalso, che potrebbero maggiormente interessare Lettrici e Lettori.

 

Riassumendo: ho precisato l’intento di mostrare, da un punto di vista che tiene conto dei risultati ottenuti dalle neuroscienze, che i processi, attraverso i quali ogni essere umano perviene ad interpretare il mondo, sono soggetti a peculiari distorsioni; esse sono dovute non solo a carenze del suo apparato sensoriale o alla mancanza di determinate conoscenze, ma in genere anche a fraintendimenti del tutto volontari, pur se spesso inconsapevoli, che hanno lo scopo di evitare il sorgere di conflitti all’interno del proprio senso di sé e di mantenere stabile il proprio sistema di certezze.

 

 

Nota: il saggio “Dell’interpretazione” di Giorgio Massari è stato pubblicato in volume ed è disponibile, sotto il nickname Errico, sul sito www.ilmiolibro.it